PER NON DIMENTICARE: “Quel fumo” di Myriam Ambrosini

Dall’alto
guardavo
quel fumo
ma ero
libero
ormai:
un pezzo di cielo,
un grido nel vento,
un raggio pigro di sole
finalmente afferrato.

Dall’alto
guardavo
quel fumo
e quel campo
bruno:
cenere su cenere
 e quelle creature
come stracci dispersi.

Ero stato
anch’io
quel fumo
e quella cenere
e a tal punto
sgualcito
da non riconoscermi.

Ma l’anima
libera
innalza
ora
il suo canto
più soave.
Myriam Ambrosini
                                                    Per il giorno della memoria

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21 gennaio 1921- cento anni fa nasceva il Partito Comunista Italiano

Una coincidenza che appartiene alle fasi della storia e ne segna le varie tappe è quella che si è verificata oggi, 21 gennaio 2021: mentre si commemora la nascita del Partito Comunista, si svolgono le esequie di Emanuele Macaluso, ex sindacalista, dirigente Pci e senatore, morto all’età di 96 anni. Ha attraversato le grandi lotte sindacali a fianco di Di Vittorio che lo volle segretario Cgil in Sicilia e  da allora il suo impegno è stato sempre per il lavoro “faro per chi crede nella democrazia e nella lotta per il cambiamento”. E’ stato un protagonista assoluto della storia politica del Novecento italiano e di lui si ricorda la sua curiosità intellettuale e la capacità di esprimersi con nettezza e libertà. Era una persona libera, critica, autonoma e coerente, un uomo con valori che probabilmente sono di sempre più raro rinvenimento nella società attuale. Ricordare ed essere presente nei fatti che si compiono è il compito di chi crede sinceramente nella storia e nella sua funzione di magistra vitae. Mi sono chiesta quanto sia attuale, oggi, la canzone di Gaber, scritta nel 1991, che indica 43 plausibili ragioni che per diverse persone, contesti e ceti sociali erano state alla base della scelta comunista. Mi chiedo, spesso, quanto si ricorderà di tutto ciò che è stato raggiunto e conquistato con enormi sacrifici, prima che le libertà ottenute possano terminare in soffocanti strettoie ideologiche.
Maria Rosaria Teni

 Qualcuno Era Comunista

Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.
Qualcuno era comunista perché il nonno lo zio il papà. La mamma no.
Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.
Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.
Qualcuno era comunista perché aveva avuto una educazione troppo cattolica. Ahi ahi ahi ahi
Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche, lo esigevano tutti.
Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.
Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.
Qualcuno era comunista perché prima, prima prima, era fascista.
Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano.
Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.
Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.
Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.
Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.
Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.
Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.
Qualcuno era comunista perché, la borghesia il proletariato la lotta di classe cazzo.
Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.
Qualcuno era comunista perché guardava solo Rai 3.
Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.
Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto. Minchia.
Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.
Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il vangelo secondo Lenin.
Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sé la classe operaia. O cazzo.
Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.
Qualcuno era comunista perché c’era il grande partito comunista.
Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il grande partito comunista.
Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.
Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggior partito socialista d’Europa.
Qualcuno era comunista perché lo stato peggio che da noi, solo  l’Uganda.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.
Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica eccetera eccetera eccetera
Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.
Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.
Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.
Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.
Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice, solo se lo erano anche gli altri.
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa.
Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Sì, qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come, più di sé stesso. Era come due persone in una.
Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra, il senso di appartenenza a una razza, che voleva spiccare il volo, per cambiare veramente la vita.
No, niente rimpianti. Forse anche allora molti, avevano aperto le ali, senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.
E ora? Anche ora, ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra, il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito.
Due miserie in un corpo solo.
Giorgio Gaber – Sandro Luporini (1991)

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“Consigli per lettura” – gennaio 2021 – a cura di Mariantonietta Valzano

“Costruire il nemico” di Umberto Eco

Perché nelle società è necessario costruire un “nemico”?

Come si “costruisce un nemico”?

Con il suo acume Umberto Eco attraverso il suo pamphlet ci porta in un excursus storico-sociale ad osservare e riflettere come sia stato possibile che le società abbiano potuto controllare il loro tessuto attraverso la creazione del “nemico” attorno cui compattare le proprie fila poiché “la guerra permette ad una comunità di riconoscersi come “nazione””… ”solo la guerra assicura l’equilibrio tra le classi e permette di sfruttare gli elementi antisociali”… cit. pag 49

Dobbiamo riflettere che oltre alla via antagonista-bellicosa ci sono altre vie da percorrere per costruire una società, una nazione, la vita di un popolo è facile da manipolare attraverso il “nemico” ma a noi deve interessare la crescita culturale e sociale per cui a ciò occorrono “amici”, “cooperazione” ,“collaborazione” vista la forte interconnessione a cui siamo giunti.

Mariantonietta Valzano

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PER NON DIMENTICARE: ” Per non ricordare” di Alda De Pascalis

No, Io non voglio ricordare

quel gelo,

quel buio,

quei lamenti,

e poi… l’attesa.

Interminabile e dolorosa.

Non mi arrenderò mai all’idea che,

chi era stato portato via

non sarebbe più tornato.

Aspettavo, aspettavo.

Speravo che mi dicessero

che si andava in luogo migliore.

Ma poi venivano e ne prendevano altre

e mi facevo piccola piccola

perché non mi vedessero,

perché non mi scegliessero.

Volevo andare via,

ma non volevo andare con loro.

Una di loro, quando veniva,

mi cercava

con lo sguardo di ghiaccio

che mi gelava il cuore.

Sembrava sorridermi,

ma non ne ho mai capito il senso.

Poi ancora lamenti e pianti.

C’era una donna che piangeva i suoi

bambini e li chiamava.

Una vecchina che chiamava il nome di un uomo,

forse il marito.

Io, in silenzio nei miei pensieri

chiamavo:

“Mamma mamma…mamma”.

Mi avevano detto che era in un altro

capanno ma non lo so…

Ho pianto tanto, sperato, tremato

di freddo, di fame, di paura….

Tante notti, per riscaldarmi un po’

mi son fatta la pipì addosso….

Mi addormentavo solo quando,

coi miei ricordi

tornavo nell’abbraccio di mia madre…

Ho anche provato rancore per lei

che non aveva saputo proteggermi…

poi piangevo di rimorsi.

Ora è finita.

Ho scoperto come funzionava

quando si usciva da lì.

Non vi dico molto,

vi dico solo

che non c’è mai fine all’annichilimento,

all’umiliazione,

al sadismo.

Finché non senti una sensazione

di vuoto e di pieno insieme,

e perdi le ultime fragili forze.

Ma prima di cadere giù

da dietro ad un piccolo vetro di una porta,

vidi ancora quegli occhi gelidi

che mi guardavano,

con alienata crudeltà.

Eppure sembravano sorridermi ancora una volta…

No, basta! Io non voglio ricordare più!

Nessuno più voglio che si ricordi di noi

già dimenticati dal mondo.

  27 gennaio
Alda De Pascalis

 

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PER NON DIMENTICARE: “Shoah” di Pasquale Pancari

Fumavano i comignoli

e un odore nauseabondo 

di bruciato ammorbava

l’aria tutt’intorno.

 

Fumavano i comignoli 

dei forni crematori, da

carne umana alimentati,

da carne da macello di 

gente senza nome ma

tanta dignità 

 

Ombre vaganti nell’assurdità,

senza meta e senza sogni,

visi emaciati e senza carne

intorno, visi senza espressione.

 

Visi tutti uguali, occhi

persi nel vuoto,

visi scolpiti nelle nostre menti,

visi da non dimenticare mai.

Gennaio 12/2021

Pasquale Pancari

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“Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente” di Franco Loi

Non posso fare a meno di ricordare un grande poeta, scomparso pochi giorni fa alla vigilia dei suoi 91 anni: Franco Loi, un poeta che amo perché mi riporta inevitabilmente alla terra dove ho vissuto la mia infanzia, una Lombardia operosa e avvolta nella nebbia, fredda solo in apparenza, ma capace di sorprendente generosità, e soprattutto perché è stato un uomo umile, di grande profondità e spessore. Militante comunista ha sempre professato l’importanza della parola che “può indurre negli altri il dubbio, può spingere alla riflessione”  e ha riposto un’infinitala fiducia nella poesia. Anni fa, in occasione di un’intervista su Repubblica, diceva: «Proprio nei momenti di crisi, la cultura diventa ancora più necessaria. Essenziale. Può salvarci solo la passione per il conoscere, il desiderio di capire. Se non so chi sono e dove sono, sarò sempre schiacciato da tutto ciò che di negativo viene da fuori; sarò raggirato, ingannato, costretto a correre dietro a bandiere e speranze ridicole. Senza conoscenza e auto-coscienza si va nel buio, si cede alla grettezza, si rischia di credere che l’economia sia tutto, che siano le sue leggi a salvare o a condannare gli uomini». Il compito di colui che scrive è fondamentalmente quello di utilizaare le parole, strumento essenziale per portare a riflettere sulla realtà che si vive, nel bene  e nel male, cercando di comprendere e spiegare i meccanismi che regolano la convivenza tra gli uomini. In lui, una grande spiritualità coesisteva con la fede nella giustizia sociale e la poesia, intrapresa verso i quarant’anni, era il mezzo espressivo che gli consentiva di indagare l’animo umano  e la propria coscienza nel rapporto con gli altri, con la gente comune, che si dispera, che lavora, che combatte quotidianamente. A questo proposito, si comprende appieno la scelta di usare il dialetto meneghino, “il linguaggio del popolo”, concentrandosi su tematiche che sono state, e continuano ad essere, per lui piuttosto significative, fra cui la religione, l’introspezione, la guerra, il dolore.  Il suo  straordinario lirismo,  colmo di realismo, capace di mescolare diversi elementi ed influenze, lo rendono uno fra i poeti più apprezzati esensibili della poesia contemporanea. [M.R.Teni]

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente

da “Liber” (1988)

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente,
forse memoria siamo, un soffio d’aria,
ombra degli uomini che passano, i nostri parenti,
forse il ricordo d’una qualche vita perduta,
un tuono che da lontano ci richiama,
la forma che sarà di altra progenie…
Ma come facciamo pietà, quanto dolore,
e quanta vita se la porta il vento!
Andiamo senza sapere, cantando gli inni,
e a noi di ciò che eravamo non è rimasto niente.

Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient

da “Liber” (1988)

Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient,
forsi memoria sèm, un buff de l’aria,
umbría di òmm che passa, i noster gent,
forsi ‘l record d’una quaj vita spersa,
un tron che de luntan el ghe reciàma,
la furma che sarà d’un’altra gent…
Ma cume fèm pietâ, quanta cicoria,
e quanta vita se porta el vent!
Andèm sensa savè, cantand i gloria,
e a nüm de quèl che serum resta nient.
Franco Loi

Franco Loi-poeta italiano (Genova 1930 – Milano 2021). Nella sua opera poetica ha assunto il dialetto meneghino come il crogiolo di un più complesso espressionismo linguistico, talvolta animato anche di una risentita passione politica, mescolando elementi di varia provenienza, talvolta rielaborati e reinventati per piegarli alle sue esigenze espressive. È autore di numerose raccolte poetiche in cui ha saputo fondere una poesia di ampio respiro narrativo e improvvisi slanci lirici. VitaTrasferitosi a Milano (1937), dopo aver intrapreso diversi lavori a partire dai primi anni Ottanta ha intensificato la sua attività in campo editoriale, divenendo tra l’altro anche un apprezzato critico letterario e collaboratore di riviste e quotidiani. OpereNei suoi testi L. usa un dialetto milanese molto aperto alle contaminazioni, intrecciando voci diverse: dal dialetto milanese della tradizione letteraria al gergo dialettale proletario e sottoproletario non solo milanese, dagli arcaismi ai forestierismi, fino ai neologismi e alle sue personali invenzioni, ottenendo un impasto linguistico di forte originalità espressiva, che spesso si nutre di polemica sociale e talora anche politica. A partire da Stròlegh, uno sguardo penetrante e insieme visionario nel mondo operaio e popolare della Milano anni Quaranta e Cinquanta, cui hanno fatto seguito Teater (1978), in cui come suggerisce il titolo tutto si svolge come su una scena teatrale, L’angel, una sorta di romanzo in versi in cui compaiono anche passi in genovese, emiliano e romanesco, L’aria (1981), Bach (1986), Liber (1988), la sua ricerca ha recuperato con uguale efficacia e originalità l’epica popolare e l’intimismo lirico. Ha realizzato ancora: Memoria (1991), Umber (1992), Arbur (1994), Amur del temp (1999), Isman (2002), Aquabella (2004). Nel 2005 ha pubblicato Aria de la memoria, un’antologia delle poesie scritte tra il 1973 e il 2002. Con Voci d’osteria (2007) ha messo in forma poetica il copioso materiale raccolto nel tempo ascoltando le voci della gente comune, ovunque ci fossero ancora persone in grado di parlare in dialetto milanese, mezzo espressivo da sempre ritenuto straordinariamente capace di cogliere il carattere degli uomini e il senso della vita. Autore anche di una raccolta di saggi (Diario breve, 1995) e di racconti (L’ampiezza del cielo, 2001), nel 2010 ne è stata edita l’autobiografia Da bambino il cielo, a cura di M. Raimondi; tra le sue opere più recenti occorre citare, entrambe del 2012, la raccolta poetica I niül e il testo La luce della poesia, articolata riflessione sull’essenza di questo genere letterario, e Voci d’un vecchio cantare (2017). [ Enciclopedia Treccani]

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DIVAGAZIONI LETTERARIE: ”  “IL DIO  KURT” (di Alberto Moravia)” di Myriam Ambrosini

Verità e manipolazione … “Che cos’è la verità?” mi verrebbe da dire come un Pilato che non riesca mai a liberarsi di un Gesù che lo perseguita, giorno e notte, distruggendo come un’ombra pallida anche i suoi sogni.
La verità dovrebbe essere sempre e soltanto verità, ma le sue molteplici interpretazioni – attraverso i passaggi della storia, gli ideali religiosi, le diverse filosofie e le modificazioni temporali che, giocoforza, modificano le etiche, i punti fermi, persino le coscienze – ci restituiscono cento, mille, innumerevoli verità: vere per quel contesto e spesso – troppo spesso – vere anche individualmente parlando. Tanti ed identificabili in tutti i campi d’azione, gli esempi della “personalità multipla” della verità che, pertanto, più di ogni altra cosa, si presta ad ogni sorta di manipolazione.

Ho ritenuto opportuno selezionare un esempio che ritengo particolarmente “calzante”. Mi riferisco ad un’opera teatrale – definita a torto “minore” ed assai poco conosciuta – come IL DIO KURT di Alberto Moravia. Le teorie – che purtroppo divennero fatti e di quale portata! – nazionalsocialiste mi paiono, infatti, quali camaleontiche regine del trasformismo e del falso ideologico, un esempio esplicativo e nel contempo eclatante di quanto la verità può essere piegata, distorta, manipolata appunto, per poi restituirla con un aspetto nuovo, persino accattivante nella sua dignità di presunta verità: ne IL DIO KURT è proprio questo che avviene.

Lo spietato Kurt – comandante di un campo di concentramento in Polonia – procede infatti ad una particolare forma di manipolazione che vuole arrivare a ribaltare alcune verità ritenute da sempre sacre ed inviolabili. Nella fattispecie: l’istituzione della famiglia.

La finzione di cui si serve infatti altro non è che la traslitterazione – nei tempi a lui contemporanei e nei luoghi in cui lui stesso ed i suoi stolti camerati si trovano a vivere – dell’Edipo Re di Sofocle e la “manipolazione” che, ai suoi fini, attua è quella di servirsi per la realizzazione di quell’antica tragedia, di personaggi “veri” che – inconsapevoli – verranno costretti a rivivere realmente quel fosco dramma.

Gli “attori” saranno infatti una famiglia di deportati ebrei – Saul/Edipo, il figlio; Samuele/Laio, il padre; Myriam/Giocasta, la madre – e proprio Saul, completamente all’oscuro di ciò che si sta tramando alle sue spalle, verrà costretto da Kurt ad uccidere suo padre e ad accoppiarsi con sua madre, soltanto per dimostrare – ad uso di esperimento scientifico/culturale – quanto i vincoli famigliari siano in realtà costituiti e basati su semplici pregiudizi e supportati soltanto da una falsa etica …

“Falsa ed ingannevole quanto qualsiasi etica”, sostiene Kurt. La logica di Kurt – demiurgo e “Fato” in questa fosca vicenda – è comunque inoppugnabile e, come ho già detto precedentemente, restituisce una verità manipolata, ma pur sempre verità che, come un Giano bifronte, mostra due facce, entrambi attendibili.

La tragedia nella tragedia – al di là del finale che, a questo punto, non ha più quasi alcun significato – si serve per la sua vera conclusione di ben due immagini simbolo che fungono anche da catarsi rovesciata: il ruolo dell’attore – qualunque attore – che recitando manipola una verità che finisce comunque per non appartenergli e da cui può prendere le distanze (n.d.r. “Dio Kurt, Atto secondo: <Quest’Edipo non ha ucciso suo padre, non si è giaciuto con sua madre; eppure, al tempo stesso, ha ucciso tutti i padri e si è giaciuto con tutte le madri, dai tempi del mito greco ad oggi.

Quest’Edipo, adesso, signori, dirà la sua verità, vi metterà di fronte alla sua

realtà …>) e l’abete natalizio, che scintilla festoso e carico di significati evocativi all’interno della sala ufficiali, mentre l’altro abete – manichino di morte – s’intravvede dalle finestre, con i corpi degli ebrei impiccati che penzolano cupamente dai rami. Che Kurt abbia ragione?
Myriam Ambrosini

*Invito a conoscere questo testo complesso ed originale e che, soprattutto, offre molto materiale per riflettere.

Per intervenire con i vostri contributi ricordate il nostro indirizzo mail: cultura.oltre@libero.it

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Rivista Cultura Oltre –ottobre 2020 – numero 10

Un ringraziamento agli autori che ancora una volta hanno inviato il loro prezioso contributo a questo numero:

Mariantonietta Valzano

Apostolos Apostolou

Antonio Teni

Ospiti

Enrico Biasotto

Carlo Crakx

 

Contributi d’Autore

Carmen Yáñez

Sara Teasdale 

Immagini a cura di

Eleonora Mello

 

 

È on line e scaricabile
gratuitamente il decimo numero
della rivista Cultura Oltre di ottobre – Anno 2020 –
© Tutti i diritti riservati

Rivista Cultura Oltre – ottobre  2020 – 10 ° numero

 

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La nostra voce nel “Silenzio dei vivi” di Elisa Springer

La nostra voce, e quella dei nostri figli, devono servire a non dimenticare e a non accettare con indifferenza e rassegnazione, le rinnovate stragi di innocenti. Bisogna sollevare quel manto di indifferenza che copre il dolore dei martiri! Il mio impegno, in questo senso, è un dovere verso i miei genitori, mio nonno, e tutti i miei zii. È un dovere verso i milioni di ebrei ‘passati per il camino’, gli zingari, figli di mille patrie e di nessuna, i Testimoni di Geova, gli omosessuali e verso i mille e mille fiori violentati, calpestati e immolati al vento dell’assurdo; è un dovere verso tutte quelle stelle dell’universo che il male del mondo ha voluto spegnere… I giovani liberi devono sapere, dobbiamo aiutarli a capire che tutto ciò che è stato storia, è la storia oggi e si sta paurosamente ripetendo.

Elisa Springer

Scrittrice austriaca naturalizzata italiana (Vienna 1918 – Matera 2004). Reduce dell’Olocausto, di famiglia ebraica di origine ungherese, dopo che, con l’annessione dell’Austria  alla Germania, i suoi genitori e i suoi familiari furono catturati e deportati, nel 1940 è scappata in Italia. A Milano, città nella quale lavorava come traduttrice, è stata arrestata nel 1944 e deportata ad Auschwitz dove le venne tatuato il numero di matricola A-24020. È stata trasferita poi nel campo di concentramento di Bergen Belsen nel quale ha conosciuto A. Frank e poi a Terezin, e lì nel 1945 è stata liberata. Dal 1946 è tornata in Italia e ha vissuto per gran parte della sua vita a Manduria, in provincia di Taranto. Per cinquant’anni ha portato con sé i ricordi di quegli orrori per paura di non essere capita o peggio creduta, ma nel 1997 ha avuto il coraggio di condividere la sua esperienza di sopravvissuta nel libro Il silenzio dei vivi. All’ombra di Auschwitz, un racconto di morte e di resurrezione, per lei una seconda liberazione. Da allora ha iniziato l’attività di divulgazione, soprattutto tra i giovani, della sua storia di perseguitata, convinta che il ricordo di una della pagine più buie dell’umanità potesse portare alla diffusione di quei valori in cui aveva sempre creduto, come la solidarietà e la tolleranza, uniche armi contro l’odio, la barbarie e l’indifferenza. Dagli incontri avuti con le giovani generazioni sperando di indirizzarle con il suo esempio a una scelta di pace e fratellanza, nel 2003 è nato il secondo libro L’eco del silenzio. La Shoah raccontata ai giovani. La testimonianza di S. è riportata anche nel documentario Memoria (1997) di R. Gabbai. [ Enciclopedia Treccani]

Non sfugge al mio presente ciò che il pensiero mi riporta quando a gennaio si commemora la Giornata della memoria, che tra l’altro è perennemente ricordata come una cicatrice indelebile nella storia dell’umanità. Ho voluto dare inizio alle testimonianze, partendo da Elisa Springer, una donna eccezionale che ho avuto l’onore di conoscere durante una presentazione avvenuta molti anni nella sede della Città del Libro.  Noi non potremo mai cancellare l’orrore che si è consumato nei campi di sterminio, né dimenticare la tragedia immane che ha colpito uomini, donne e bambini, in nome di ideologie folli e spietate, illogiche strategie di annientamento che hanno prodotto una carneficina immane; noi abbiamo solo il dovere morale di ricordare, sempre, ciò che è stata la Shoah e i segni che ha inciso indelebilmente nella storia dell’umanità intera e lottare, sempre, perché non si verifichino più episodi di intolleranza e di discriminazione, perché non avvenga alcuna crudeltà in nome di pseudo ideali che altro non sono che manie di menti folli, animate da spirito di superiorità inesistente. Scrivere è un modo di dimostrare di essere presenti e di avere la libertà di esprimersi e quindi, anche quest’anno,  la redazione della rivista on line Cultura Oltre aspetta i vostri scritti in ricordo del Giorno della memoria e diventa luogo di incontro, dando spazio agli autori e ai loro interventi, per  commemorare e riflettere  e soprattutto condividere. I testi devono essere inviati a Cultura Oltre – Giorno della memoria e saranno inseriti nella Pagina della rivista Giorno della Memoria

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IL PUNTO DI VISTA – “L’Italia: ostaggio facile” di Mariantonietta Valzano

 

“Il punto di vista” di Mariantonietta Valzano

 Si è da poco concluso il sequestro dei pescatori siciliani in Libia, mentre qualche giorno fa si è conclusa l’indagine sulla    morte di Giulio Regeni. Sono concluse anche le indagini sulla    morte di Mario Paciolla.
Tutto molto concluso…molto.
Sono dei casi simbolo della debole considerazione del nostro Paese, un vulnus che ci rende facile ostaggio di Stati che possono sottoporci a ricatti o ritorsioni. Gli interessi economici, anche palesati in questi giorni, ci ancorano come Paese in uno stato di compromesso troppo vincolato se non addirittura sottomesso a logiche di altri Stati che sono molto lontani dall’essere rispettosi dei diritti umani. Di conseguenza l’Italia si trova in una posizione di debolezza tale che di certo non ci rende rispettabili né tanto meno temuti. Gli episodi che ho appena accennato prima non avrebbero avuto gli esiti se al posto nostro ci fossero stati tedeschi, inglesi…statunitensi.

Perché?

Perché sicuramente in una nazione normale sia l’opinione pubblica che la compagine politica, quando si trova in circostanze di confronto internazionale, si compatta in un unicum senza critiche o giudizi che vanno da una parte o dell’altra a scardinare e screditare i nostri “CONNAZIONALI”. Perché una nazione si riconosce dalla sua “coscienza nazionale” che non lascia nessuno indietro, che combatte anche per l’unico che si è perso, che non giudica con spocchia ma si pone l’obiettivo della condivisione della stessa tradizione, cultura …  delle stesse civiltà.

Agli occhi degli altri stati noi siamo un mucchio selvaggio, pronti a criticare e accusare concittadini secondo un canone manieristico e pseudopolitico che poco ha a che fare con l’Unità Nazionale.

In un paese occidentale normale dove al suo interno vive e cresce una dialettica socio-politico-culturale di molteplici sfaccettature, Stati in cui prolificano idee e concetti aderenti a diverse visioni della società o della religione; confronti interni concreti e mai tediosi, ripetitivi al punto da essere, oso dire, petulanti come quelli del nostro panorama.

Come possono rispettarci?

Non siamo forse un gruppetto di confusi adolescenti che si agitano e non collaborano neanche di fronte a 78.000 morti? Di fronte a 300.000 famiglie cadute in povertà?

Chi siamo noi che ci definiamo italiani di fronte a stati che fanno a fettine i nostri concittadini-connazionali?

Siamo coloro che davanti fanno la faccia quasi dura per poi dietro porgere una mano questuante e offertiva prodiga di denari a vario titolo?

Io sono molto avvilita poiché siamo frutto di una cultura bimillenaria, foro di conoscenza, di sapere e arte, di scienza e letteratura, di valore e virtù, di valori religiosi cristiani di condivisione e solidarietà…e ci trattano come pupazzi buoni solo a cucinare.

L’Italia in questo momento di pandemia oltre a riflettere su come rifondarsi in ambito economico dovrebbe porsi il problema di come rifondarsi NAZIONE da Gorizia a Lampedusa, Da Bolzano a Palermo, da Aosta a Pantelleria!

Questo non è un rito di appiattimento socioculturale, è un fiorire, un crescere ricco di esperienze molteplici ma con una radice unica, una condivisione di terra e di valori.

Non è il momento di litigi, è il momento di mettersi uno a fianco dell’altro da destra a sinistra, da nord a sud, perché il tunnel buio è lo stesso per tutti e chi ci aspetta fuori non fa distinzioni, siamo tutti ITALIANI.

Peccato che non abbiamo ancora capito che dobbiamo essere tutti ITALIANI anche per noi.
Mariantonietta Valzano

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