IN PROSA E IN POESIA : “Evoluzione e cultura”– a cura di Lorenzo Fiore


La dinamica sociale

Come nembi di storni, assente il vento,

da onde e repentine evoluzioni

percorsi, così danzano a milioni

gli umani, illusi dal pensier contento

 

di libero e spontaneo movimento,

ma in realtà uniformati nelle azioni

da un groviglio di eteree connessioni,

che pur scambian vitale nutrimento.

 

Un mutevole codice morale

delle teste dell’idra mostruosa

regola la condotta. La ferale

 

sanzione per colui che opporsi osa

è l’esclusione; ma l’ebbra corale

talor gli cede, e sul trono lo posa.

 

La follia

Par nido di saggezza la follia,

e forse alcuno da questo miraggio

tratto ha profitto; ma per parte mia

del sentir voci non vorrei il vantaggio.

 

Vale più simulare la follia,

se vuoi disorientar chi ti fa oltraggio

celare un’oculata strategia,

o dire il vero con altro linguaggio.

 

Ma di follia la taccia è sì ferale

che scuso chi vuol farla inesistente

col negare il concetto di “normale”;

 

sul qual peraltro pesa, onestamente,

un limite di metodo essenziale,

ché il numero dei casi è insufficiente.

Sonetti tratti da L.F. Conti aperti con il Mondo, YCP, 2020

 

La mente umana è predisposta a credere cose che poi il raziocinio e/o la scienza dimostrano false. L’esempio forse più noto è costituito dal numero in ritardo, al quale d’impulso viene attribuita una probabilità maggiore che agli altri di uscire nel prossimo sorteggio.

Nel campo della biologia e dell’evoluzione una connotazione simile ha la credenza nell’ereditarietà dei caratteri acquisiti. Da questa non sono esenti neppure gli specialisti, e, nonostante l’impraticabilità di ipotesi fondate su meccanismi biologici, nuove scoperte a favore vengono continuamente annunciate – e puntualmente confutate.

L’essere vivente, a quanto si sa oggi e come ho cercato di illustrare, è invece simile ad un cespuglio di bosso, nel quale i nuovi rametti crescono in ogni direzione in modo casuale, e solo un intervento esterno – la  potatura selettiva – può trarne le forme più varie.

E’ quindi singolare che la specie umana abbia raggiunto livelli non paragonabili a quelli degli altri animali mediante lo sviluppo – proprio attraverso l’evoluzione – di meccanismi del tutto nuovi, che hanno permesso la trasmissione ai discendenti di caratteristiche acquisite lungo la vita individuale.

Precondizione ne è stata una struttura sociale complessa, formata da individui dotati di capacità di apprendimento e memoria. Ciò ha permesso che le modifiche positive raggiunte anche da singoli soggetti potessero diffondersi entro il gruppo e tramandarsi alle successive generazioni.

Il termine “cultura” definisce e comprende tutto quanto è derivato attraverso questa nuova via. L’importanza del bagaglio culturale è divenuta tale che un individuo che ne sia deprivato non raggiunge nemmeno biologicamente la costituzione di essere umano. Con il corollario che l’essere biologico degli uomini risulta profondamente strutturato da contenuti culturali assai diversi nei vari tempi e luoghi.

Fra la trasmissione culturale e quella evolutiva sussiste qualche affinità, in particolare il fatto che anche le novità culturali sono soggette a processi di accettazione o rifiuto. Su questo si basa la proposta di Dawkins di assimilare al “gene”, unità di base dell’evoluzione biologica, il “meme”, inteso come elemento semplice nel processo di trasmissione culturale; un’interpretazione, tuttavia, che, anche se suggestiva, appare fuorviante, in quanto prescinde dalla profonde diversità dei meccanismi che entrano in gioco nei due casi.

La via culturale è specifica dell’uomo, e alcuni casi descritti negli animali, come lo sviluppo di dialetti regionali nel canto di molti uccelli o l’affermarsi dell’uso di lavare le patate nei macachi dell’isola di Koshima, hanno scarso significato e rimangono rudimentali e marginali. Il loro studio, per quanto interessante, è quindi di scarso aiuto a comprendere che cosa sia avvenuto nella specie umana.

E’ importante invece figurarsi come nell’uomo le nuove capacità culturali si siano rapportate nel loro sviluppo ai meccanismi evolutivi. Questi ultimi non sono infatti scomparsi, ma sono venuti a confronto con un ambiente reso diverso dagli elementi della cultura e dalle possibilità del loro sviluppo.

Per illustrare con qualche esempio, si può notare che in ambiente culturale si è determinata, contrariamente a quanto avveniva in precedenza, una fitness positiva per caratteri genetici atti ad allentare la rigidità comportamentale e quindi a promuovere e dare spazio all’utilizzo delle nuove potenzialità. Similmente, si sono costituiti periodi recettivi giovanili, nei quali tratti culturali del gruppo potessero essere impressi nel profondo. Analoghe ragioni sembrano aver favorito l’evoluzione di comportamenti di difesa della propria cultura. Anche il bisogno di disporre comunque di una spiegazione condivisa per ogni fenomeno o evento, e di credere fermamente che sia quella vera, potrebbe avere qui le radici, in quanto adatto ad evitare una destabilizzante incertezza.

Tutto questo ha avuto luogo in ambiente sociale, dove, come già discusso nel caso dell’altruismo, si producono spesso tendenze e comportamenti contrastanti con lo stretto interesse individuale; un aspetto che dall’aggiunta dei fattori culturali, insieme al complicarsi delle relazioni entro il gruppo, è stato tanto potenziato che l’insieme risultante può sembrare frutto di follia (di cui magari tessere l’Elogio).

Per lungo tempo, possiamo presumere, si è mantenuto un sostanziale equilibrio dinamico fra le modifiche culturali e quelle evolutive. Ma poi, forse già con la comparsa del linguaggio e più recentemente della scrittura, la cultura ha acquisito una velocità via via maggiore, e la discrepanza con i processi evolutivi si è accresciuta, per divenire finalmente smisurata con lo sviluppo della scienza e della tecnologia.

Oggi è difficile dire se i meccanismi evolutivi continuano ad avere un ruolo, e, in caso affermativo, se questo è positivo. Tuttavia, la lentezza dell’evoluzione ha fatto sì che si mantenessero largamente le componenti comportamentali ereditarie proprie dei periodi primitivi, incluse le modifiche indotte allora dalla cultura alle quali si è sopra accennato.

Nonostante le capacità di adattamento dell’uomo, il problema di superare o almeno attenuare i contrasti con un mondo culturale sempre più vorticosamente mutevole mi sembra oggettivamente molto serio, e ancora ampiamente sottovalutato. Anzi, in alcuni casi si devono forse registrare regressi, come nel campo degli studi pedagogici, che hanno svolto un ruolo così importante almeno fin dai tempi dell’illuminismo e che da alcuni decenni latitano o si pongono nella scia della logica dei media. D’altro canto, sono carenti studi di ingegneria sociale intesi a costruire ambienti in cui gli individui si trovino più a loro agio e possano esprimere al meglio le loro potenzialità.

Per una consapevole programmazione oggi avremmo tuttavia il vantaggio di una maggiore disponibilità di informazioni sulla psicologia umana, grazie soprattutto alle molte e ben finanziate indagini e applicazioni condotte su larga scala a scopi pratici, ad esempio a fini di pubblicità (ma non solo). Si può obiettare che, per ovvie ragioni, i risultati rimangono riservati; ma è prevedibile che se ne avrà comunque una diffusione, anche se più lenta. D’altro lato, un pregio rispetto alla sperimentazione più “accademica” può derivare dal rigore della verifica, fondata sul successo pratico e sul controllo interessato dei committenti.

Ma di tutto questo, e dei problemi anche etici connessi, sarebbe lungo parlare, né io mi sento adeguato. Esprimo solo la convinzione che l’errore più grave sarebbe far finta di niente, anche se credo che questo non sarà più possibile già nel prossimo futuro.

Vorrei dedicare invece una puntata allo sviluppo dell’intelligenza e del pensiero – con il connesso accrescimento volumetrico del cervello; si tratta infatti dell’aspetto cardine dell’evoluzione umana, ed anche del più misterioso, a cominciare dall’apparente sovradimensionamento rispetto alle esigenze della vita primitiva.

Lorenzo Fiore

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“La tela del tempo, atto 2°” -videopoesia di Stefano Caranti


La rarefatta liricità di versi straordinari si coniuga con una melodia di armoniche vibrazioni e dà vita a una struggente serenata sulla vita e sul tempo effimero di una stagione. È un piacere ritrovare in queste pagine della nostra rivista l’estro poetico di Stefano Caranti, già ospite gradito, cui va il merito unire due arti antiche come il mondo: musica e poesia. [Maria Rosaria Teni]

Dipingo il battito di ciglia

tra cielo e terra,

la vita che si espande

così come si è espanso il mondo

con occhi d’infinito

e meraviglia,

effimera al passaggio

del tempo

e di comete.

 

Dipingo il plenilunio

e polvere di stelle

sul pavimento nudo,

un petalo di rosa rischiarata

che dondola sul mare

alla deriva.

 

È tempo,

è il nostro tempo

di cogliere la vita.

© Stefano Caranti

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“Complicazioni di altra natura” di Gianni Marcantoni (Puntoacapo Editrice – Collezione Letteraria, 2020) – recensione a cura di Rita Bompadre


“Complicazioni di altra natura” di Gianni Marcantoni (Puntoacapo Editrice – Collezione Letteraria, 2020) è una trasparente diagnosi della poesia contemporanea, una leale interpretazione analitica che osserva e presagisce le contrarietà impreviste della vita, gli ostacoli di ogni esperienza, riconoscendo all’altruistica elaborazione della sincerità l’intuizione emotiva dei valori, dileguati nell’indistinta incertezza del futuro. I versi diramano tortuosità impulsive, nella curva oscura delle immagini inquiete e malinconiche, diffondono contraddizioni interiori che ricadono sul dolore raccolto ed intimo dell’anima e dilatano lacerazioni e crudeli instabilità sentimentali. La parola offre in dono la protezione di ogni percettibile verità interiore e proietta la sensibilità nel dettaglio della nostalgia, sconfinando la cognizione di una poesia disincantata, prolungando il disagio delle illusioni e la condizione complicata di ogni mancanza. Il poeta agevola il significato degli impedimenti influenzando le conseguenze favorevoli della profondità espressiva, incisa nella nitidezza delle idee e nella lucidità della coscienza. La necessità poetica di Gianni Marcantoni è energia generatrice delle sensazioni contemplate ed esaminate, percepite attraverso la mediazione del senso, capaci di trasformare la proprietà empatica della realtà oggettiva. La riflessione intimista sulla natura incerta e provvisoria dell’inconsistenza umana, l’assenza e la solitudine dell’individualità invocano il coraggio dell’analisi sulla contemporaneità, l’essenza ontologica della temporalità, e, nelle poesie, i “correlativi oggettivi” sono l’identificazione di un’evocazione, nel legame tra contenuti profondi e motivazioni esterne. Il poeta dichiara di riconoscere la propria autenticità, intraprendendo l’indagine dell’essere, ridestando alla conoscenza l’abilità di essere nel mondo. La maturità sensibile dell’autore si nutre dell’originaria appartenenza alla propria riservatezza e indica la familiarità con la memoria percepita, compresa e legata al destino di chi scrive. Gli “strumenti umani” sono un’occasione esistenziale e rivelano una confidenza elegiaca svelando la spirituale coerenza del patrimonio affettivo, confermando la comprensione degli eventi e l’esposizione delle situazioni autenticamente trascorse e sofferte. I motivi d’ispirazione e d’idealizzazione poetica vivono del momento presente, scarno e vorace, ma evocano il coraggio di vedere oltre, di accogliere i conflitti, le ossessioni e gli inganni che invitano alla stabile permanenza del rifugio esistenzialista. L’orizzonte della consistenza è svelato dalla solidarietà umana, quando la finitudine della realtà, lucida e scaltra, asseconda ogni espressione in corrispondenza degli istinti e dei sogni che produce. Gianni Marcantoni ritorna lungo i luoghi perduti, i territori che con commozione e resistenza conoscono la parte migliore di ogni destinazione privata delle parole, nella distensione di ogni trasferimento della sofferenza. Il poeta si lascia attraversare dall’indugio alla consapevolezza e assegna lo sguardo disarmante e alieno all’abisso generato da ogni emergenza.
Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”
https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Caduta

Il sole trita il mattino davanti al suo corteo

d’ombre, la notte rapiva il sonno della gente

ancora alla ricerca di miserie;

è tempo di ricominciare qualcosa

che abbia un principio,

è tempo di voltarsi e di guardare

oltre queste macerie intossicate nell’oro.

 

E in mezzo a tutto questo

un pidocchio salta da un marciapiede all’altro

risucchiato dal canto dei clacson ancora vivi,

teme da solo di essere scordato

come l’acqua di uno scarico che scroscia,

che scompare in una macchia buia,

scendendo giù verso la fine,

nell’ultimo spigolo, nell’ultimo rantolo,

come una specie di gomitolo che cade dalle mani.

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Un altro resto

La tua luce si perde in un rifugio,

la notte ci sdoppia

da una membrana rigida come travertino.

Infondo sono poche parole che rimangono,

il vento trastulla il nostro vecchio motivo,

sui picchi dei monti – verso l’alto

il cuore non spinge più contro la parete.

 

Hai battuto il muso sul petto

(ed è stato solo un attimo),

un silenzio forse troppo complicato

da tradurre in suono. Ma il torchio gira

e ruotando preme l’ultimo

resto di mandibola, il pilastro appuntito

dove il braccio ancora circola.


Nell’aria

Gesti folli aprono i tuoi occhi,

gesti al buio di un teorema separano le acque,

il mio nome resta traccia di uno spazio che lenisce.

 

Un varco invisibile conduce alla sola verità necessaria

che sai la mia parola aver taciuto.

Nessun nome il sole può bruciare, dopo aver trascinato

questa vita in un cadavere dalle sembianze inumane.

 

Ho abitato la terra e il suo stringato lamento

perché il cielo ho smosso con le mani nude d’aria,

e svelato la notte a chi l’aspettava.

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Corone del buio

Le parole incomplete hanno imbrattato

il quadro, ora la cornice sembra più sottile.

Del nulla cosparso osservo

le pinete indurite, che sembrano

un mosaico di ramificazioni allacciate

sopra una intelaiatura. Dell’immane nulla

ammiro la foschia del panorama,

che boccheggia soggiogato davanti alla fessura

aperta della mia safena in emergenza.

 

Eppure nella materia uno spettro si assembla,

dalle vecchie tubature ardenti

esso sovviene alla mia presenza

con una manciata di briglie in mano,

che aprono alle corone del buio

questo mutilato sipario di tagliole.

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Vissuto

Vi saluto, ma tornerò – tornerò,

da qui nulla è perduto senza un taglio.

Domani è il mio vissuto, il vento era troppo cupo,

la luce troppo solitaria per risorgere da un dirupo.

 

Nel tempo non c’è sorte a separarci,

qui dove niente può spegnersi tornerò

senza avere avuto cure, saprò cosa dire

alle tue accuse che non più mi riguardano;

le pozze dissetano il branco.

 

Saprò dove guardare se la quiete

passerà a respirare dalle nostre parti scarne.

Gianni Marcantoni

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“La filosofia di “petrichor” di Apostolos Apostolou


                                    

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La parola greca “perichor” (περιχώρ) si riferisce al piacevole odore di terra che si produce quando la pioggia cade sul terreno, soprattutto dopo un lungo periodo di siccità. Proviene dalla parola “pietra” e dal termine “Ichor”, che era il liquido dorato che era il sangue degli dei. Nella parola di “petrichor” esiste una filosofia della vita, un pensiero che esamina la conoscenza che ci perviene dai sensi.

La filosofia di “petrichor” non ha niente con l’idealismo tedesco quello che dice Kant «Tu puoi perché devi» o con quello che dice “Tu devi perché puoi” non vede le cose come «distanza in sé» quello che dice la fenomenologia. Non è il non-detto del postmoderno che aiuta a riappropriarsi della propria identità.

E’ fuori dal pan-determinismo del terapeuta che favorisce il fatalismo della psiconevrosi ossessiva con quele incredibili attitidini che sono assolutamente superate, per via del deterioramento dei valori irreali della nostra epoca, e fuori da una pscicoterapia che si nutre dall’incertezza umana, la mancanza di sicurezza e la predisposizione a sottomettersi ed i modelli di schematizzazione artificiale dei post freudiani, esamina la personalità così come appare nell’epoca post-moderna tra il processo avanzato della relative destrutturazione della società e la destrutturazione o minore strutturazione della personalità. E non sottolinea questo che bisogna completare il famoso “Dov’era Es, deve diventare Io” di Freud con “dove sono io bisogna che emerge Es”.

Che cosa è? È il sogno nella voce che dice: che non è la vita una preparazione. È la filosofia che tieni con forza la speranza per tenere il tempo. Anche è la filosofia che crede: che la storia deve rimanere prigioniera del nulla è condannata a servire il nulla, perché la vita si vedica della vita, ma anche perché la vita si trasforma automaticamente in requisitoria. La filosofia di “petrichor” dice che nessuna domanda non può avere una risposta perché è un interminabile processo di devastazione processo di devastazione e ricostruzione.

La nuova immagine del mondo porta il segno di una verità e di una conoscenza intuitiva superiori alla ragione. Cosi dobbiamo superare la filosofia tipica, accademica, che nasce il “vuoto ontologico”, uno scetticismo metafisico – cosmico senza finestre. La tipica filosofica ha uno sguardo deluso e il movimento della tipica filosofica, è centripeto e, di conseguenza riducibile, destinato ad esaurirsi appena ha raggiunto il suo scopo, vale a dire il punto di arrivo.

Per superare la forma tipica morta della filsosofia, dovremmo riaprire lo spazio – tempo della poeticità e queta è il sinificante della filosofia di “petriochor”. Organizzare, se possibile un pensiero interrogativo che non sia nè positivo, cioè logico, nè scientifico, cioè funzionalità, nè psicanalitico ossia narrativa e teoria delle proiezioni, nè micro-construzioni sociologiche ossia ideologie prosaiche. Distinguere l’apertura futura, non detta e non pensata dell’uomo, capire che la nostra epoca non ci appartiene, come una proprietà nostra, ma invece che siamo noi che apparteniamo ad essa come se fossimo suoi figli, in un’apertura culturale e poetica in una produttività sociale e divergente. Per questo dobbiamo essere aperti al fascino del tutto-nulla, provando sia il tutto che il nulla. Il gioco del mondo si fa da quando il mondo è mondo e fino alla fine del mondo con questo disperante ritardo che è l’eredità delle redenzioni. La questione che si pone è come rispondere simultaneamente alla corrente sotterranea che si muove all’ombra nello spazio-tempo e all’orizzonte degli orizzonti lontani che ci procura le sue luci. Qui si trova la filosofia di “petrichor”.

Apostolos Apostolou

 Scrittore di filosofia e Docente di filosofia.

 

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“Il sorriso che non c’è” di Maria Rosaria Teni


Il sorriso che è scomparso, celato dietro una mascherina, ci rende uniformi dinanzi agli altri, in un sembiante criptico che non si lascia intravedere. Penso anche però che, oggi, quello che verrebbe fuori sarebbe un sorriso malinconico, una sorta di nostalgia che riporta a un momento in cui la libertà e la naturalezza non erano mediate da un senso di paura. In questi giorni rifletto soprattutto sull’attitudine a trattenersi dall’essere spontanei, intrappolati come siamo in una qualche diffidenza conservativa che possa proteggerci da un oscuro nemico che stiamo cercando di tenere a bada. Cercando rifugio negli angoli rassicuranti dei nostri privilegiati interessi, sento che finalmente si allontanano i pensieri negativi e riappare quasi la speranza che in fondo sia possibile affrontare il nemico con le armi concesse dalla nostra mente. Tra queste, un’arma per ripararsi dall’isolamento è sicuramente rappresentata dalla scrittura e, mai come in questo periodo, la nostra rivista è colma di tanti scrittori, poeti o semplici narratori del nostro tempo che inviano i propri testi, palesando le proprie emozioni e i diversi stati d’animo, come per tendersi verso un interlocutore che accoglie con altrettanta emozione e condivide con entusiasmo pezzi di vita. In questo momento la rivista pullula di iniziative e idee che hanno preso il via con il progetto nato a marzo “A PROPOSITO DI DONNE”, che si è diffuso anche attraverso il canale youtube di Cultura Oltre ( Cultura Oltre) e che ha visto una bella partecipazione. Nel mese di aprile si darà vita a una nuova rubrica fissa “IL LIBRO DEL MESE” che vedrà protagonista un libro, corredando, ove possibile, la presentazione con un’intervista all’autore. Sono certa che in questo angolo culturale, prima o poi, si affacceranno i sorrisi e ritornerà l’entusiasmo per la creatività e la rinnovata vitalità.
Mi piace concludere con Montale e rinnovare i miei pensieri all’ombra dei suoi splendidi versi: “Ripenso al tuo sorriso e per me è come lo scorgere l’acqua limpida per caso tra i sassi di un greto.” (Eugenio Montale)

Maria Rosaria Teni

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“La vita non è uno scherzo” di Nâzim Hikmet


La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non é uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla é più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.
Nâzim Hikmet

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Nazim Hikmet è uno scrittore turco (Salonicco 1902 – Mosca 1963). Il padre era un diplomatico, la madre discendeva da un esule polacco. Attratto dal comunismo, visse in URSS fra il 1921 e il 1928. Tornato in patria, fu imprigionato per la sua attività politica (193850); soggiornò quindi ancora in URSS e girò anche il mondo quale rappresentante della cultura comunista internazionale. Introdusse nella poesia turca il verso libero e forme ispirate al futurismo di Majakovskij. Tra le più note delle sue numerosissime opere pubblicate in Turchia ricordiamo le raccolte poetiche: 835 Satir (“835 Righe”, 1929), 1+1=1 (1930), Sesini kaybeden şehir (“La città che ha perduto la voce”, 1931), Gece gelen telgraf (“Telegramma notturno”, 1932), Kurtuluş savaşı destanı (“L’epopea della guerra di liberazione”, 1965), Şu 1941 yılında (1965, già apparsa in Italia in ed. bilingue Şu 1941 yılında – In quest’anno 1941, 1961); e postume: Dört Hapishaneden (“Da quattro carceri”, 1966), Rübayler (“Quartine”, 1966), Memleketinden insan manzaraları (“Paesaggi umani dal mio paese”, 5 voll., 196667). Da sottolineare inoltre l’opera teatrale Demokles´in kılıcı (“La spada di Damocle”, 1959). Varie raccolte antologiche sono state pubblicate in Italia. [Enc. Treccani]

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A PROPOSITO DI DONNE – “Chiara Corbella Petrillo, la vita che non muore” di Aliai Spedicato


Chiara Corbella Petrillo. E’ lei la donna che ho scelto di raccontarvi. Sinceramente sono veramente grata per la possibilità che mi è stata data di poter scrivervi qualcosa della sua vita. Anni fa avevo letto il libro che racconta la sua storia “Siamo nati e non moriremo mai più” scritto da Simone Troisi e Cristiana Paccini amici intimi con cui lei e il marito Enrico hanno scambiato tanti segreti della loro anima, sempre accanto a loro camminando insieme nella stessa direzione ed è stato Enrico stesso a volere che fossero i due amici a scrivere questa storia meravigliosa scritta grazie alla raccolta di ricordi di parenti e amici che hanno vissuto da vicino le vicende di Chiara. Cercherò nel mio piccolo di fare del mio meglio perché chi legge possa anche se in minima parte assaporare tutta la bellezza della vita di questa donna serva di Dio dal 2018, e lo farò riportando alcune sue parole, di Enrico, ripercorrendo i suoi piccoli passi possibili. Chiara nasce a Roma il 9 gennaio 1984, ha una sorella di nome Elisa di due anni più grande, sono praticamente coetanee e hanno un legame molto forte, entrambe insieme alla loro mamma Maria Anselma fanno parte di una comunità del Rinnovamento dello Spirito, e sin da piccole pregano insieme almeno quindici minuti al giorno. Chiara cresce imparando a sentire Gesù e a parlargli come ad un amico in carne ed ossa. Il padre Roberto è un imprenditore nel campo del turismo, per questo motivo la famiglia ha la possibilità di viaggiare tanto, di vedere insieme tanti posti meravigliosi. La storia di Chiara ed Enrico ha inizio proprio grazie ad un viaggio.

Nell’estate del 2002 Chiara è in vacanza con alcune amiche del liceo in Croazia, la sorella invece si trova a Medjugorje e data la vicinanza Chiara pensa di raggiungerla. Quella vacanza doveva essere una come tante invece “Fu un incontro non previsto, volevo fare un pellegrinaggio e non mi aspettavo di rientrare a casa fidanzata”. Anche Enrico, il suo futuro marito non l’ha previsto, e tra l’altro a quel pellegrinaggio è con la sua ragazza, ma qualcosa va storto e i due si lasciano proprio in quei giorni. Durante un pranzo in albergo, Enrico alza gli occhi e vede arrivare Chiara verso di lui, verso l’unico posto rimasto libero. La sua bellezza lo colpisce subito, pensa che gli basterebbe poco per innamorarsi. Chiara, dal canto suo vedendo Enrico pensa “tanto questo ragazzo è per me”. Entrambi dicono “si è trattato di un’intuizione, e ce l’abbiamo avuta tutti e due.” Chiara aveva detto di no a tanti spasimanti, aspettava, sapeva che sarebbe arrivato quello giusto per lei. È il 2 agosto. Tornati a Roma si conoscono, si frequentano e decidono di stare insieme, Enrico ha 23 anni, lei 18. Il loro fidanzamento durerà 6 anni, ed è un fidanzamento simile a quello di molte altre persone, pieno di litigi, rotture, pacificazioni, e per Chiara sono gli anni più duri quelli del fidanzamento in cui il Signore mette a dura prova la sua fede e i valori in cui sente di credere. Chiara ha paura di mostrarsi per ciò che è realmente, teme che dire dei no sicuri le facciano perdere Enrico, lui a sua volta ha paura di perdere le persone che ama. Questo timore nasce in lui dopo la morte del papà, “Ho perso mio padre per un infarto quando avevo 23 anni. È stata la morte più difficile che ho affrontato e ci ho messo diversi anni per riprendermi, perché dovevo accettare il fatto che le persone che ami muoiono da un giorno all’altro, questo mi impediva di amarla profondamente”. Le paure di entrambi non gli permettono di stare insieme serenamente e la possibilità di perdere con Enrico la propria vocazione era per Chiara una sofferenza enorme. Dopo due giorni dalla loro rottura Chiara torna a Medjugorje e tutta la confusione e l’amarezza del viaggio si erano sciolte una volta salita sul monte delle apparizioni. “Arrivata sul monte ho sentito solo tanta pace, come a dire: stai serena. Io però continuavo a dirmi: si vabbè, sta serena che vuol dire? Che devo fare? Devo tornare da lui? Lo devo chiamare, non lo devo chiamare? Continuavo a cercare una soluzione umana e invece il Signore mi diceva: ”Aspetta e fidati””. In realtà al ritorno da quel viaggio le cose non cambiano, Chiara chiama Enrico e la loro conversazione di trasforma in un’altra litigata. Chiara decide di dimenticarlo e ci riesce grazie ad un viaggio in Australia con suo padre e sua sorella. Al ritorno però Enrico le scrive, le chiede indietro i pesi da palestra che aveva lasciato a casa sua. Chiara allora glieli riporta. Enrico si stupisce, non era da lei, Chiara ha iniziato a fidarsi, ha cominciato ad aspettare. Da quell’incontro i due si frequentano e tornano insieme. Chiara sceglie di andare l’8 dicembre ad Assisi per un corso vocazionale tenuto dai frati minori, al termine di quei giorni chiede a padre Vito di diventare il suo direttore spirituale. Enrico nota il cambiamento di Chiara e decide di fare la stessa esperienza qualche settimana dopo, per il corso vocazionale di Capodanno: “Lì ho capito che valeva la pena vivere soltanto se si era disposti ad amare veramente. Quindi ho decido di avere un padre spirituale e iniziale un vero cammino”.

E così padre Vito entra anche nella vita di Enrico. Dopo queste prime difficoltà e prime consapevolezze le difficoltà per questi due ragazzi non sono finite, dopo pochi mesi infatti i due rompono di nuovo. Chiara aveva prima bisogno di sperimentare l’amore che questo Signore aveva per lei, aprirgli la porta, scoprire che poteva smettere di nascondersi e mostrarsi senza paura.  Padre Vito al termine di un colloquio le disse: “Tu lo vuoi il tuo Tobia? Vuoi la persona che il Signore ha pensato per te? Credi che esista un uomo pensato solo per te? Chiara rispose: “Si, ci credo.” E allora lascia che sia il Signore a fartelo vedere, no?!”. Dopo quel colloquio Chiara iniziò ad abbandonare tutti i suoi progetti, i suoi pensieri… “adesso faccio questo… lo convinco così… adesso faccio di testa mia…” iniziò a sentirsi libera “vabbè, Signore… non ho capito niente!” nei suoi appunti scrive ”il fidanzamento non ha funzionato fin tanto che non ho capito che il Signore non mi stava togliendo niente ma mi stava donando tutto e che solo Lui sapeva con chi io dovevo condividere la mia vita e che forse io non ci avevo capito niente!”. Senza questa prova del fidanzamento per Chiara tutto sarebbe stato diverso, e il fatto di aver attraversato questa prova ha permesso a entrambi di fare quello che hanno fatto: ”Se ti senti amato puoi tutto, se hai provato il Suo amore entri pure nel fuoco”. Dopo qualche tempo Chiara ed Enrico si rivedono, lei è cambiata… Chiara per la prima volta piange, e non riesce a smettere: “In quell’occasione la cosa che colpì veramente Enrico fu che mi vide veramente per quella che ero, fino a quel momento avevo cercato sempre di essere meglio di quello che pensavo di essere. Mi sforzavo di essere migliore. Invece in quel momento Enrico vide veramente come ero fatta: vide che non avevo più la voglia di creare pretesti per far andare bene la nostra storia a tutti i costi. Ero davanti a lui senza nessuna difesa, e pensavo solamente: vediamo cosa succede”. Succederà poi che insieme provvidenzialmente parteciperanno alla marcia francescana che li condurrà insieme ad altri giovani ad Assisi e durante il tragitto Enrico le chiede di sposarlo, all’inizio Chiara pensava fosse un principio di insolazione, ma Enrico raccogliendo un girasole da un campo glielo richiede e lei accetta con tutto il suo cuore, avevano compreso che la loro felicità stava in quella chiamata al matrimonio e volevano fare sul serio, o tutto o niente. Si sposeranno il 21 settembre 2008. Al ritorno dal viaggio di nozze Chiara e Enrico sono in attesa, i due giovani sposi sono entusiasti, la loro famiglia presto crescerà. Chiara alla prima ecografia va da sola perché Enrico deve affrontare un piccolo intervento, lì scopre che la sua piccola non ha scatola cranica. “Sapevo che il Signore ha sempre qualcosa di diverso per noi, non tutto va come pensiamo, quindi in quel momento l’unica mia preoccupazione è stata: adesso come lo dico a mio marito?” mentre aspetta di vederlo fa un’altra ecografia tridimensionale e a colori. L’immagine di Maria Grazia Letizia è nitida, si muove, si ciuccia il dito e scalcia, ma allo stesso momento si vede bene il suo problema: la piccola è senza scatola cranica. Il medico di turno dice a Chiara che se avesse fatto prima un’ecografia avrebbe potuto fa qualcosa per abortire. Chiara aveva appena visto sua figlia muoversi, capiva che Maria Grazia Letizia poteva sopravvivere dopo la nascita, però era viva, era lì e stava facendo di tutto per crescere, Chiara era la sua mamma, voleva sostenerla come poteva, con tutte le sue forze, non voleva sostituirsi alla sua vita. Tra i dubbi e le domande che in questo momento si pone c’è il timore di dirlo al marito, non aveva la certezza che la pensasse come lei, teme la sua reazione, teme che possa smettere di amarla, così gli scrive una lettera in cui gli scrive tutto ciò che ha nel cuore e che vorrebbe dirgli, e quando spiega ad Enrico la situazione le risponde “non preoccuparti è nostra figlia: la accompagneremo sin dove possiamo.” Chiara inizia a comprendere che tutte le mamme generano figli che non gli appartengono. La missione sua e di Enrico è accompagnare subito quella bambina all’incontro con Dio, questa bambina le chiedeva solo di essere amata. Maria Grazia Letizia nasce e resta con la sua famiglia mezz’ora… mezz’ora indimenticabile… il 12 giugno c’è il funerale di Maria Grazia Letizia, loro sono sul lato del coro, lui suona la chitarra, lei il violino, cantano vestiti di bianco, la loro primogenita era già pronta, aveva vissuto il necessario, si perché non si è uomini per il lavoro, la casa, la salute, la reputazione, si è uomini per amare. E proprio perché l’amore non può aspettare Davide Giovanni arriva subito, all’inizio gli dicono che gli mancava una gamba, e l’altra aveva solo un moncherino, ma dopo la diagnosi si mostra più grave del previsto, anche lui come la sorella non vivrà. La straordinarietà di entrambi sta nell’amare i propri figli, fare di tutto per accompagnargli e prendersi cura di loro tutto il tempo che Dio dona loro. Prima di ogni parto pregano nella cappellina dell’ospedale, non chiedono il perché, chiedono la forza di poter fare giorno per giorno un piccolo passo possibile, e nel frattempo il loro amore cresce e si fortifica. Davide Giovanni nasce il 24 giugno per la gioia di tutta la famiglia che lo coccola, riceve il Battesimo come la sorellina e dopo 38 minuti nasce anche lui al Cielo.

Chiara ed Enrico sono orgogliosi dei loro figli, sono i loro “due grandi miracoli, uno più bello dell’altro”. Tra le due patologie dei piccoli bambini non c’era alcun legame, e cosa ancora più straordinaria pochi mesi dopo la nascita di Davide Giovanni Chiara è di nuovo incinta e questa volta il bambino è sano. Poco dopo Chiara si accorge di avere un’afta sulla lingua, inizialmente non le dà peso, ma dopo alcuni esami il 16 marzo 2001 viene operata per una prima fase dell’intervento che avrebbe dovuto asportare tutto il rigonfiamento. A starle sempre accanto in questi momenti è Daniela, inizialmente sua ginecologa, ma poi sua grande amica. Durante l’intervento Daniela mette tra le sue mani il rosario che Chiara le aveva regalato al ritorno da Medjugorje, è un modo per l’amica di stringerle la mano e starle accanto. Inoltre aveva avuto la possibilità dal chirurgo di occuparsi del piccolo Francesco. Il risultato dell’esame istologico è la carta d’identità di un mostro: un carcinoma alla lingua, tra i più aggressivi, e tra l’altro anche in questo caso non c’era alcun nesso logico è un tumore che colpisce soprattutto uomini fumatori ultrasessantenni. Chiara ha 27 anni e non ha mai fumato… “il Signore umilia i sapienti” spesso queste sono le parole di Enrico nelle sue testimonianze. Chiara chiamerà il suo tumore “il drago” la sua battaglia finale sarà la battaglia contro il drago. sempre accanto a lei Enrico, gli amici di sempre e nuovi che Dio ha fatto loro incontrare in questo loro cammino… Chiara desidera curarsi, ma non a spese del suo bambino. Dopo la nascita di Francesco accetterà tutte le cure, anche quelle più invasive. Chiara non vuole rischiare la vita Francesco per salvare la sua. Non le basta che i pericoli si riducano al minimo, desidera che non ci siano affatto. Chiara vuole essere sicura che abbia tutto ciò che lei come mamma è in grado di donargli in questo momento. Francesco deve nascere sano e al momento opportuno, altrimenti Chiara non ci sta. È solo amore. Chiara vuole andare fin dove può, il suo unico pensiero è dare a Francesco tutto ciò di cui ha bisogno “io in cuor mio continuavo a chiedere a Dio di lasciarmi fare il mio mestiere di mamma nel miglior modo possibile, sapevo che quello che potevo fare io per mio figlio era proteggerlo finchè era nella mia pancia ed allattarlo appena nato per dargli amore e anticorpi. Queste erano le cose in cui nessun altro poteva sostituirmi e che io volevo dare a mio figlio”. Il 30 maggio 2011 Francesco nasce a trentasette settimane, appena un paio di settimane prima del termine della gravidanza.

Il 3 giugno viene ricoverata per eseguire la seconda parte dell’intervento che sino a quel momento era stato rimandato, il tumore continua ad estendersi, ha attaccato i linfonodi, i polmoni e anche l’occhio destro. Chiara inizia tutte le cure e nel frattempo insieme a Enrico chiedono la grazia di fare ogni giorno piccoli passi possibili che gli permettano di vivere il presente l’unico tempo a cui devono dedicare le loro attenzioni e forze. Nel frattempo il piccolo Francesco cresce sano e forte circondato da tanto amore. Il 4 aprile 2012 venerdì Santo Chiara saprà che il drago ha la meglio su di lei… e raccomanda a Enrico “non dirmi quanto mi resta, perché io voglio vivere il presente”. Chiara anche in questo momento pensa agli altri, desidera tornare a Medjugorje e invia una mail a tutti i loro amici per chiedere di unirsi a loro. Grazie al papà in brevissimo tempo hanno un volo prenotato. Sono tante le famiglie che prenderanno parte, tant’è che per far star comode le famiglie Chiara cede volentieri la sua stanza.

Si temeva che Chiara non avesse le forze fisiche di arrivare in cima al monte delle apparizioni, ma come al solito Chiara stupisce ancora, chiede la forza e le viene donata. Lì rinnova le promesse matrimoniali e regala a tutti i presenti il segreto dei coniugi Petrillo: una corona del rosario e un’immagine della Madonna, ogni giorno entrambi è a Lei che si sono affidati con amore filiale. Chiara ha visto con i suoi occhi il miracolo più bello: la serenità negli occhi di suo marito, della sua famiglia, dei suoi amici in una prova così grande. Al rientro da questo viaggio si trasferiscono nella casa in campagna dei Corbella a Pian della Carlotta. Continui sono i via vai di amici che arrivano per dare conforto o spaventati per la situazione erano loro che ritornavano a casa confortati e amati, dove c’era Chiara c’erano risate assicurate, ma anche canti, racconti, si continua a pregare. Per il primo compleanno di Francesco oltre ad un libro ideato insieme agli amici di sempre Simone e Cristiana che racconta la storia dei suoi fratelli maggiori, scrive una lettera in cui racconta al figlio ciò che sente di aver imparato insieme al suo sposo “Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande, il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se li aprirai il cuore… fidati, ne vale la pena!”.

Chiara vuole dire a tutti “ti voglio bene”, è il suo pensiero, vuole che tutti siano pronti ad accettare la sua partenza, pronti a lasciarla andare e poi al suo amato “La cosa che mi dispiace lasciare più di tutti sei tu, Enrico”. Il 13 giugno con il suo ultimo respiro ripete spesso a tutti “vi voglio bene”. Alle 12 di questo stesso giorno Chiara nasce al Cielo. Vicino a sua moglie, Enrico prende la chitarra e inizia a cantare. Accanto a lui ci sono i genitori e la sorella. Chiara indossa il suo abito da sposa, sul suo volto compare un sorriso. tra le mani un rosario e un mazzo di lavanda. Il 16 giugno viene celebrato il suo funerale. L’altare è pieno di piantine che sua moglie gli ha chiesto di comprare. Non voleva che al suo funerale le persone venissero a portare dei fiori. Piuttosto desiderava che tornassero a casa con un segno che potesse ricordare loro una cosa fondamentale. Che la vita è fuori di noi. e si chiama Gesù. Nella chiesa risuonano i canti che Enrico aveva composto per il loro matrimonio.

Nel concludere questa meravigliosa storia non aggiungo nulla se non un augurio a chi sta leggendo, vi auguro e vi invito con tutto il cuore a conoscere meglio la sua storia, a leggere qualcosa di più su di lei, e perché no, anche ascoltare su youtube lei ed Enrico che cantano, lui che parla della sua sposa… Chiara ha amato sino alla fine, ha amato sino in fondo, accogliamo il suo invito e il suo esempio perché anche noi ogni giorno possiamo compiere i piccoli passi possibili nella nostra vita. Per questo e molto altro: grazie Chiara!!!

Alia Spedicato

Aliai Spedicato

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Le donne nel secondo Novecento- a cura di Maria Rosaria Teni


Proseguendo nella breve narrazione della storia delle donne nel XX secolo, in questo spazio mi soffermerei sul secondo Novecento, all’indomani della seconda guerra mondiale che, per certi versi, si può dire  costituisca un’occasione di emancipazione per le donne, che sono spinte ad andare a lavorare per occupare i posti lasciati liberi dagli uomini partiti per il fronte. Nelle società occidentali infatti  è in forte crescita l’occupazione femminile, in grande espansione l’ accesso delle ragazze all’istruzione superiore e crescente il riconoscimento formale dei diritti alle donne. In Italia, la Resistenza vede poi molte figure femminili impegnate a vari livelli nell’ Assemblea Costituente del 1946; votata a  suffragio universale, registra la presenza di ventuno donne di grande autorevolezza che fissano, tra i primi articoli della Costituzione, l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua” (articolo 3). In questi anni ha inizio anche la diffusione di una cultura di massa e la crescita lenta ma continua di un pubblico di lettrici che presto supererà quantitativamente quello dei lettori. Non sono poche infatti le scrittrici che, pur avendo esordito prima della guerra, trovano nel clima di pace del dopoguerra e della ricostruzione un nuovo spazio per narrazioni ricche e pienamente inserite nella ricerca letteraria contemporanea. Si affacciano sulla scena letteraria, e non solo, scrittrici di sicura professionalità, interpreti anche di culture diverse, la cui produzione si estende fino agli anni ’70.  È il caso di Fausta Cialente e di Alba De Céspedes, Elsa Morante e  Maria Bellonci, Dacia Maraini e Clara Sereni, donne di grande personalità  coinvolte nei movimenti letterari del tempo, autrici di testi di successo accolti bene anche dalla critica. È mia cura, tuttavia, evidenziare  due voci poetiche di altissimo livello che rifulgono nel secondo Novecento, offrendo una produzione ricchissima e varia, indissolubilmente legata a un profondo disagio e ad un intrinseco dolore di vivere, toccando vertici alti nella poesia e nelle vicende esistenziali: parliamo di Amelia Rosselli e di Alda Merini, che dimostrano sin dagli esordi una grande capacità lirica e una profonda sensibilità. Inoltre è proprio in quegli anni che nascono varie riviste e piccole case editrici specializzate dal momento che anche i grandi editori cominciano a scoprire le potenzialità di un mercato nel quale le autrici dimostrano un nuovo protagonismo. Una delle conseguenze culturali più durature degli anni settanta è proprio rappresentata da una nuova attenzione critica verso la scrittura femminile con la consegunte formazione di un ampio pubblico di lettrici.

Tanta strada è stata fatta, tanta ancora se ne dovrà fare perché se è vero che sono cadute molte barriere sociali e culturali che ostacolavano le donne nella conquista legittima della  libertà e dell’indipendenza, sopravvivono ancora ingiustizie e discriminazioni nei confronti del sesso femminile. Non è concluso dunque  il cammino delle donne, ma si continua, tuttavia, a percorrere la strada della della vita, perché ormai abbiamo capito che la forza delle donne è inesauribile…

Maria Rosaria Teni

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A PROPOSITO DI DONNE – “Donna” di Dolores Santoro


La freschezza che comunica questa lirica è definita dalle pennellate dipinte in versi fluidi che lasciano scorrere emozioni vive e palpitanti. La donna che Dolores tratteggia delicatamente in questa poesia, pur vivendo  tra le mille incognite quotidiane ha la forza di ritrovare se stessa in ogni  strada percorsa, perché nel suo animo possiede l’entusiasmo di esistere. [M.R.Teni]

Donna ogni volta,
tra i colori del vento,
le incertezze del giorno
– ogni giorno

tra le onde del cielo,
le rincorse del prato
e l’energia, quella magia
da ripercorrere e salvare.

Ogni strada, tinta di cuore
– tutto malgrado –
fino al tempo di tornare,
di prendere e desiderare.

Dolores Santoro

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A PROPOSITO DI DONNE – “Rosalind Franklin: la donna del DNA” di Eleonora Mello


WhatsApp Image 2021-03-02 at 11.41.00“Science and everyday life cannot and should not be separated.”

“La scienza e la vita quotidiana non possono e non dovrebbero essere separate” – Rosalind Franklin in risposta a suo padre che la accusò di fare della scienza la sua religione [Brenda Maddox, Rosalind Franklin: The Dark Lady of DNA‎, Perennial, 2003, 0060985089, 61]

Quando mi è stato chiesto se volessi partecipare con un mio contributo alla rubrica creata dalla rivista “CulturaOltre” in collaborazione con l’associazione “VivaMente”, dal titolo “A proposito di donne…”, ho cominciato a interrogarmi su quale figura femminile potessi portare alla luce attraverso le poche righe del mio articolo. Avevo intenzione di parlare di un argomento a me caro, quale la figura della donna di scienza e le difficoltà che essa, negli anni, ha dovuto superare per portare il proprio contributo nel mondo. Così, avendo chiarito a me stessa l’argomento di discussione, la scelta più giusta è ricaduta sulla donna che forse meglio di tutte rappresenta l’intelligenza femminile e le conseguenze di una cultura patriarcale e maschilista sull’espressione di quest’ultima: Rosalind Franklin, la “dark lady” del DNA[1].

aProcediamo con ordine. Rosalind Franklin nasce nel 25 luglio 1920 a Londra, in Inghilterra, da una ricca e influente famiglia ebrea. L’ambiente in cui viene al mondo non è dei più favorevoli per intraprendere degli studi scientifici, sa benissimo che, in quanto donna, avrà dei limiti e delle difficoltà, ma il suo carattere forte e molto determinato le consente di perseguire il sogno che si prefigge già dall’età di 16 anni: fare la scienziata. Così dopo essersi diplomata, si laurea a Cambridge in chimica e fisica nel 1941, col massimo dei voti, e incentra la sua carriera sugli studi del carbonio e in quelli di biofisica. Infatti, nello stesso anno inizia a lavorare come assistente ricercatore presso la British Coal Utilization Research Association. Qui studia la porosità del carbone, pubblicando la sua tesi di dottorato “La chimica fisica dei colloidi organici solidi con particolare riferimento al carbone“, presentata nel 1945. Nell’autunno del 1946, Rosalind inizia a lavorare per il Laboratoire Central des Services Chimiques de l’Etat di Parigi, insieme al cristallografo Jacques Mering, che le insegna la diffrazione dei raggi X. Rosalind mostra subito una notevole abilità nella fotografia a raggi X e grazie a uno studio meticoloso e un’intelligenza spiccata, nel gennaio del 1951, Rosalind diventa ricercatrice associata presso il King’s College di Londra nell’unità di biofisica, dove il direttore Maurice Wilkins usa la sua esperienza e le tecniche di diffrazione dei raggi X  sulle fibre di DNA. Essere una donna ed essere ebrea, seppur molto intelligente, ricca e dotata di una robusta coscienza politica, non le è assolutamente d’aiuto nell’ambiente estremamente maschilista della scienza di allora, ed è evidente anche dai carteggi privati. L’ambiente di lavoro non è dei migliori, in quanto i colleghi facenti parte il suo gruppo di studio, quali Watson e Crick, sono in gara nello studio del DNA con altri gruppi di ricerca, come quello con a capo Linus Pauling, che fa sapere di essere arrivato alla soluzione dell’enigma quando invece il suo lavoro è pieno di grossolani errori.

Ma quali erano le conoscenze rispetto al DNA e su che basi ci si muoveva per cercare di venire a capo della struttura della molecola della vita? Oggi sappiamo benissimo che il DNA, acido desossiribonucleico, è un acido nucleico, polimero costituito da monomeri quali i nucleotidi, costituiti a loro volta da una molecola di zucchero pentoso quale il desossiribosio, una base azotata tra le 4 adenina, timina, guanina e citosina, e un gruppo fosfato. Sempre grazie agli studi pubblicati nel 1953, oggi è nota la struttura del DNA a doppia elica, di cui i nucleotidi sono le unità fondamentali e le molecole di zucchero formano lo scheletro della struttura come una scala a pioli, uniti tramite il gruppo fosfato mentre le basi azotate rappresentano i pioli della scala. L’ordine nella disposizione sequenziale dei nucleotidi è inoltre fondamentale perché costituisce l’informazione genetica che tramite il codice genetico è trascritta in RNA (acido ribonucleico, composto invece da ribosio e uracile al posto della timina) che può avere delle funzioni nella costituzione di organelli come i ribosomi, regolare l’espressione genica stessa o essere tradotto in amminoacidi, che formano le proteine. Da questi brevissimi cenni di biologia molecolare è facile intuire l’importanza che rivestiva il capire esattamente come fosse disposta la molecola di DNA e le implicazioni che questa poteva avere nella scienza. Già nel b1937 William Astbury aveva presentato i primi risultati di alcuni studi di diffrazione a raggi X, i quali dimostrarono che il DNA ha una struttura estremamente regolare. Nel 1944 Erwin Schrödinger asserì che, visto che secondo la fisica quantistica i sistemi di pochi atomi hanno un comportamento disordinato, il materiale genetico doveva essere costituito da una grande molecola non ripetitiva, sufficientemente stabile da mantenere l’informazione genetica, chiamata “cristallo aperiodico”. Era comunque diffusa l’idea che il DNA fosse formato da una singola elica, ma studiando la struttura del DNA con la diffrazione dei raggi X, Rosalind e il suo studente Raymond Gosling fecero una scoperta sorprendente e rivoluzionaria: scattarono la foto del DNA, scoprendo che ne esistevano due forme, una A e una B. Le loro immagini erano di una nitidezza straordinaria e proprio una delle loro immagini di diffrazione dei raggi X della forma B del DNA, quella che passerà alla storia come “Fotografia 51”, divenne la prima prova critica nell’identificazione della struttura del DNA a doppia elica, non a singolo filamento come si pensava in precedenza. La foto è stata acquisita attraverso 100 ore di esposizione ai raggi X da una macchina che la stessa Rosalind aveva perfezionato e ha un’importanza immane visto che proprio questa esposizione la porterà a sviluppare un cancro alle ovaie che la porterà alla morte alla giovane età di 38 anni, nel 1958.

Questa foto però non fu pubblicata dalla Franklin, bensì fu trafugata e mostrata ai colleghi senza il consenso della proprietaria proprio da Wilkins che frugò nei cassetti della sua collaboratrice che veniva chiamata da loro la “dark lady” per il suo carattere. Wilkins, infatti, era solito lamentarsi della scienziata in quanto a suo dire intralciava il suo lavoro, e la considerava poco più di un’assistente, quando invece la Franklin dimostrava di essere una ricercatrice autonoma e sicuramente con spirito di osservazione e dedizione maggiore dei suoi colleghi. Dai carteggi privati dei colleghi emerge una figura poco edificante della ricercatrice, descritta come “una donna poco attraente, dal carattere pessimo e molto gelosa del proprio lavoro, che trattava gli uomini come ragazzini cattivi e che vestiva da liceale”. Inutile sottolineare il fatto che questi commenti fossero totalmente inutili, oltre a essere tesi a denigrare una persona in cui sicuramente riconoscevano un talento in più. Parole dettate da gelosia, misoginia, o semplice ignoranza, questo nessuno di noi può saperlo. Quello che però sappiamo è che Rosalind sarebbe arrivata da sola alla determinazione della struttura a doppia elica del DNA proprio grazie alle sue osservazioni, come leggiamo nel suo taccuino in cui nel febbraio del 1953 scrisse che “Il DNA è composto da due catene distinte”. Il 25 aprile dello stesso anno James Watson e Francis Crick, attraverso un articolo pubblicato sulla rivista Nature, annunciarono al mondo la scoperta della doppia elica del DNA e non accennarono minimamente il lavoro della Franklin. Quest’ultima abbandonò il laboratorio pochi mesi prima il grande annuncio dei suoi colleghi, per trasferirsi a Birkbeck, un’altra università londinese diretta dall’illustre fisico John Desmond Bernal, dove si occuperà della definizione della struttura del virus della poliomielite, dando un grande contributo anche in quell’ambito. Pubblicò tra l’altro anch’essa un articolo su Nature con il suo collaboratore Raymond Gosling, tre mesi dopo, in cui confermava la presenza della doppia elica in forma A. Dai carteggi si evince che la Franklin non rimase amareggiata dalla sua mancata citazione nell’articolo di Watson e Crick, tant’è che continuò a collaborare in altre occasioni, ma purtroppo non venne mai a sapere che quella scoperta, a cui lei aveva contribuito in modo fondamentale, sarebbe valsa il premio Nobel a Watson, Crick e Wilkins, poiché morì nel 1958.

Il nome della ricercatrice, ahimè, ha iniziato a essere noto dopo la pubblicazione del libro di Watson, “La doppia elica”, pubblicato nel 1968, in cui tra l’altro Watson fa una descrizione molto poco lusinghiera della scienziata, definendola come “un‘intellettualoide molto irascibile e poco femminile”. Come se questa ultima caratteristica dovesse essere un metro di giudizio usato per qualificare le capacità di uno scienziato, donna o uomo che sia. Infatti con questa pubblicazione Watson fu tacciato dalla comunità scientifica di mancanza delle più elementari regole dell’etica professionale.

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←Le parole di Watson nel suo libro

Per avere un riconoscimento bisognerà aspettare il 1998, anno in cui la foto di Rosalind Franklin fu collocata accanto a quella dei colleghi vincitori del Nobel alla National Portrait Gallery di Londra. E il 2000, in cui il King’s College l’ha onorata nominando una sua nuova ala “Franklin-Wilkings Building”.

Nel documentarmi sulla storia di Rosalind non nego che sono nati in me sentimenti di risentimento e profonda amarezza per le ingiustizie che una donna di scienza ha dovuto subire solo 70 anni fa, ma mi è bastato fare qualche ricerca sulle scoperte attuali e il mio animo si è ripreso.  È indicativo e pieno di speranza il fatto nel 2013 una donna, una ricercatrice italiana che lavora all’università di Cambridge, Giulia Biffi, abbia pubblicato uno studio sulla rivista Nature Chemistry, dove per la prima volta ha dimostrato l’esistenza di una struttura a quadrupla elica che il DNA può assumere nelle cellule umane vive. La ricerca aveva già suggerito che in laboratorio si possono formare strutture di Dna composte da 4 filamenti, dette G-quadruplex G-tetradi perché tendono a crearsi nelle sequenze particolarmente ricche di guanina (G), l’unico nucleotide in grado di legarsi a se stesso e quindi quando presente 4 volte può creare un quadrato. Già nel 2009 uno studio, pubblicato su Cell, aveva evidenziato la presenza della struttura in vivo dei 4 filamenti, ma la ricercatrice Giulia Biffi, che ha guidato lo studio nel laboratorio di Cambridge coordinato da Shankar Balasubramanian, è riuscita a ‘catturarli’ utilizzando speciali anticorpi fosforescenti disegnati apposta per riuscire ad agganciarli. La scoperta può avere un ruolo fondamentale nella lotta ai tumori, per esempio,  come spiega la Biffi: Dal mio studio sembra che questo ‘G-quadruplex’ sia una struttura transiente che si forma in particolare durante la replicazione del Dna. A mio parere anche nelle cellule normali si formano queste strutture, ma ovviamente le cellule tumorali replicano continuamente e quindi se queste strutture sono importanti durante la replicazione del Dna potrebbero avere effetti più rilevanti nelle cellule tumorali. Già in studi precedenti si è visto che si possono usare piccole molecole sintetizzate per ‘traghettare’ queste strutture, e questo ha un effetto anti-proliferativo sulla cellula”.

Tornando a Rosalind, penso proprio che sarebbe fiera e sollevata vedendo i passi avanti che si sono fatti, vedendo una sua collega come primo nome in una pubblicazione scientifica che è stata resa possibile grazie alla scoperta che lei fece nel lontano 1953. E concludo, riportando le parole che sicuramente lei rivolgerebbe alle persone e agli scienziati del domani per infondere loro amore per il proprio lavoro e per la scienza, le stesse parole che scriveva a suo padre quando era ancora una studentessa di Cambridge: “Tu consideri la scienza (o per lo meno così ne parli) come una sorta di invenzione umana lesiva della morale ed estranea alla vita reale, un’invenzione che va tenuta sotto controllo e collocata fuori della vita quotidiana. Ma la scienza e la vita quotidiana non possono e non dovrebbero essere separate. Per me la scienza fornisce una parziale spiegazione della vita. Per quanto è possibile, la scienza è basata sui fatti, sull’esperienza e la sperimentazione… Sono d’accordo che la fede sia essenziale per riuscire nella vita… Dal mio punto di vista, la fede sta nella convinzione che, facendo del nostro meglio, ci avvicineremo di più all’obiettivo e che l’obiettivo (il miglioramento di tutto il genere umano, presente e futuro) sia un bene degno di essere perseguito.”

Eleonora Mello

Eleonora Mello

[1]Brenda Maddox, Perennial 2003

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