“I miei ritorni” di Giuseppe Chiera

È rimasto d’antico solo il vento che nelle verdi albe sospinge dalle valli dei torrenti, i leggeri profumi di aranceti e oleandri”. Basterebbero questi versi a caratterizzare la liricità e la struggente melanconia di cui è pervasa l’intera poesia, che si muove intorno al tema del ritorno nel paese originario mai dimenticato. Immagini delicate e dipinte con talento che imprimono ai  versi pennellate di grande emozione.
[
M.R.Teni]

La sua mano cercò la mia,

era tanto gelida in quella giornata

baluginante di sole.

Un cane sonnecchiante,

con la testa sulle gambe distese,

si stiracchiò stancamente,

diede uno strappo

alla cordicella penzolante,

mi fissò per un istante e si avviò.

Sullo scalino di pietra,

una nonnina giaceva

col viso nascosto nel secco grembo

e dormiva al pari del mare sulla spiaggia

e del vecchio sognante spazzi astrali.

I miei ritorni in Calabria,

sono sempre più rari,

le rondini sono emigrate per sempre

e le cornacchie non volteggiano più

intorno al vecchio castello.

È rimasto d’antico solo il vento

che nelle verdi albe

sospinge dalle valli dei torrenti,

i leggeri profumi di aranceti e oleandri.

Nelle silenti e illuminate vie,

si muovono confuse solo ombre,

i miei compaesani,

l’incontro sempre più numerosi,

giacenti via via tra tombe sparse,

mentre balbetto a voce alta le preghiere.

“Te lo ricordi questo?”

Commosso mi domandò:

“Papà e quest’altro? Poveretto!

un giorno anch’io sarò qui tra loro

dove non ho mai

sognato di trovarmi.”
Giuseppe Chiera

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IL PUNTO DI VISTA – “Trump e dintorni” di Mariantonietta Valzano

"Il punto di vista" di Mariantonietta Valzano

“Il punto di vista” di Mariantonietta Valzano

Questo articolo necessita di una premessa.

Stiamo vivendo i postumi della avvenuta globalizzazione. La grande promessa di benessere che ci è stata venduta è stata ampiamente tradita, non abbiamo né benessere né vi è una evoluzione sociale e culturale verso una forma superiore di civiltà. Viviamo in un’epoca in cui lo stato sociale si è sfaldato. Ci sono i ricchi e i poveri. In mezzo i sopravvissuti. Quando ci fu prospettata la globalizzazione ci era stato detto che un libero scambio di merci e una libera circolazione di persone avrebbe permesso uno sviluppo sia dell’economia che della cultura da cui tutte le popolazioni avrebbero tratto vantaggio. Bene non è stato così. Si è assistito ad una selvaggia delocalizzazione delle fabbriche e delle sedi produzione che non ha danneggiato solo i lavoratori, ma anche la piccola e media impresa, gli artigiani e i mestieri che in generale sono dovuti soccombere alla produzione in quantità invece che in qualità. Le tasse si sono spostate dalla produzione alla fonte alla vendita al dettaglio. Si sono colonizzati paesi con un fittizio mercato che produce ma non acquista perché non ne possiede i capitali. Dall’altro lato si sono distrutti paesi in cui sono spariti i mercati su cui piazzare le merci, poiché mancano i danari per acquistarli.

Miopia pura?

Per me sì.

Per chi ha costituito e organizzato fin nei dettagli questa situazione no.

Le regole della globalizzazione sono cambiate in corsa. Si sono concessi agevolazioni fiscali a chi portava fuori le fabbriche e assumeva personale del luogo con salari talvolta pari al costo di una bolletta della luce dei paesi di provenienza, dove nel frattempo la disoccupazione o meglio la sottoccupazione ha dilagato facendo un bel numero di prigionieri. Poi si è preteso di vendere i prodotti proprio a chi non li produceva più.

E con cosa comprare?

Così si sono parzialmente reintrodotti alcuni stabilimenti e si è proceduto ad assumere senza le tutele e con una condizione salariale inferiore rispetto al precedente. Per far questo sono state distorte anche le regole dell’immigrazione che ormai è a dir poco incontrollata e disperata. Si sono create sacche di bisogni in itinere dove non si è garantita una adeguata integrazione, a tal proposito rammento solo che gli emigranti italiani ovunque siano andati volevano e perseguivano come scopo l’assimilazione ai diritti degli indigeni imparando a convivere con grandi difficoltà. Ma gli italiani, gli spagnoli, gli irlandesi si sono integrati e in alcuni casi hanno potuto anche ricoprire incarichi importanti e diventare persone di successo, facendo leva sulla forza con cui hanno imparato la lingua le tradizioni e hanno rispettato il paese che non era più un paese che ospitava, ma un paese che accoglieva e promuoveva. Questa condizione che Bauman contrappone all’inclusione è stato il motore di una economia e di una società che non aveva fallito nel suo intento di crescita, perché integrando dal latino “inter agere’’ cioè agire insieme, si crea. Insieme si conoscono le proprie potenzialità e si promuovono interessi comuni. Non ci si sente diversi nel senso di estranei, ma si è diversi perché si apportano contributi differenti ad una stessa causa, senza perdere in alcun modo la propria identità.

È una evoluzione l’integrazione.

È un movimento l’integrazione.

Ma non vi è stata alcuna integrazione delle masse migratorie che si sono spostate negli ultimi anni. Masse di persone disperate che non sanno che troveranno una realtà che non è quella agognata….

 L’inclusione ‘’in – claudere’’- chiudere dentro – le ha depositate come sacche che stagnano in una condizione di rabbia fino all’esplosione. Non vi sono state messe risorse per favorire lo sviluppo delle potenzialità ma solo lo sfruttamento della forza lavoro con cui si è abbassato lo stato sociale. Sono stati ‘chiusi’, costretti a sentirsi diversi, estranei alla realtà che andavano arricchendo per qualcun altro.

Chi?

Non certo la classe media.

Adesso analizziamo il fenomeno Trump.

In realtà non è un fenomeno. Ha detto bene il giornalista Rampini: l’America ad un certo punto si è resa conto che tra New York e Los Angeles non vi era il deserto, ma ci sono le persone. Quelle persone che pur avendo votato democratico per tanto tempo hanno visto i loro eletti infischiarsene degli elettori. Sono stati traditi. Si sono sentiti privati dei loro diritti, diventati privilegi per chi è arrivato ad ingrossare le file degli schiavi che producono. Sono stati licenziati da fabbriche e poi riassunti con il contentino di una paga di otto dollari l’ora a fronte dei 32.

E allora?

Trump come ha fatto?

Semplice ha detto loro ciò che volevano sentirsi dire. Li ha guardati. Li ha compresi. Ha fatto ciò per cui non è: li ha difesi!!!!!

Come può governare un Tycoon?

Non può.

Ne è assolutamente consapevole, basta guardare l’incontro con Obama in cui sembrava dicesse a se stesso ‘e adesso?’.

E adesso si metterà a mediare come hanno fatto tutti. Dato che ha promesso posti di lavoro, indebiterà lo stato, avvalendosi anche dell’aiuto cinese e russo con cui intrattiene ottimi rapporti.  In questo modo costruirà infrastrutture e servizi in perfetto stile keynesiano. Il dollaro svaluterà e sommergerà l’euro sotto la presunzione e la protervia di un’ Europa miope e stanca che non sa dove andare.

 Tutto per ottemperare agli obblighi di chi ce l’ha messo.

Quella lunga mano che governa il mondo, cavalcando il cavallo vincente ogni volta per perseguire i propri interessi. Quella lunga mano che fa fallire e risorgere Stati per guadagnare sulla testa di chi non ha che la fame.

Trump e la sua bellissima moglie, che non ha nessuna voglia di fare la first lady…giustamente, non si trasferiranno alla Casa Bianca, hanno un grattacelo!!!!

E allora vogliamo pretendere che chi non vuol cambiar casa possa sapere cosa succede in quella …Casa?

Mariantonietta Valzano

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“Immagini di vita” di Francesca Rancati

La vita in una mano e la morte nell’altra“, verso che mi ha colpito e che ho colto subito all’interno di questa riflessione poetica della giovane poetessa  Francesca Rancati, ospite di questa rubrica dedicata alla poesia. In questa lirica ha espresso un mondo, con i suoi attimi eterni eppur fuggevoli, con le sue contrarietà e le sue passioni nel vano tentativo di “legare il vento“, attraversare le meschine e reali banalità e riuscire tuttavia a respirare, ossia a vivere. [M.R.Teni]

Bagnarsi di pioggia improvvisa

respirare il profumo di terra fresca e umida

colorare una tela bianca

fondersi con i brividi del corpo

eccitando i sensi in un intreccio di passioni

amare il dolore

fulcro di vita

annaffiare la speranza

assaporare la libertà

inzupparsi  di luce rischiarando pensieri remoti

legare il vento

fotografare la felicità

dimmi, ci riesci?

occuparsi del proprio bene

cullarlo e accarezzarlo

abbracciare forte i ricordi

aggrapparsi all’amore

leggere sguardi

splendere di semplicità

la forma più difficile da indossare

in un mondo agghindato di falsità

aiutare gli altri

che altro non sono

che te stesso

in diversa forma

condividere felicità

quando l’abbondanza diventa mancanza

non è reato chiedere aiuto

proferir parole dolci

nel tempo

torneranno a sostenerci

quando l’amaro avrà avuto la meglio

rimpicciolirsi: dal piccolo cantuccio si osserva

il mondo crudele

naufrago dalla barca di vita

nomade di casa

appiattito dalla guerra

affamato e scarnificato

distrutto dal male

dissolto tra le ceneri.

 

La vita in una mano e la morte nell’altra

ma

finchè è concesso

nutrirsi di vita

ossia

centrifuga di gioia e dolore.

Vivere è respirare

allenamento continuo

a impregnarsi le ossa d’aria vitale

che con un flusso uguale e contrario

trasmuta in piombo

valica i confini del corpo

perdendo di  vita

e di morte vincendo.

La salvezza dell’esistenza

è quel labile filo

inspiegabile

intangibile

legame

tra morte e vita.
Francesca Rancati

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“Poeta” di Lorenzo Metrangolo

Figlio d’un fatal sospiro movente
crea dal giuoco parole eterne,
che lo seguono in un nefasto ciclo.

Principe del cielo con la sua penna
ed esule figlio del fato in terra putrida,
è dannato all’immortal strazio umano.

Discepolo d’un chiaro crepuscolo
volge attonito al firmamento
un sordo e nero grido.

Lo suo destino naviga senza speranza
senza né cocchiere né meta,
che par si maledetto profeta.
Lorenzo Metrangolo

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“Consigli per lettura” – Ottobre – a cura di Mariantonietta Valzano

Harry Bernstein e la moglie Ruby

Harry Bernstein e la moglie Ruby

Gentili lettori, questo articolo è dedicato a chi ama leggere la delicatezza dell’anima.
Stavolta parlerò di Harry Bernstein e dei suoi tre libri ‘’Il muro invisibile’’, ‘’Il sogno infinito’’, ‘’Il giardino dorato’’.

 Lo scrittore è stato un noto e pluripremiato sceneggiatore di Hollywood. Di origine ebrea emigrato con la sua famiglia in America negli anni a ridosso della crisi del 29, ha raccontato la sua vita attraversando quasi un secolo di storia e soprattutto di rivolgimenti sociali, che hanno determinato l’evoluzione storica del novecento in una deriva nichilistica ed edonistica.

indexNe ‘’Il muro invisibile’’ descrive la situazione della sua cittadina natale, in cui con la sua famiglia ha vissuto fino al trasferimento a New York. Il muro in questione è una sorta di divisione che c’era nella strada in cui viveva, dove da un lato c’erano le famiglie ebree e dall’altro invece le famiglie inglesi. In mezzo un ‘’muro’’ che faceva da spartiacque di due differenti culture e modi di vivere, che tuttavia si intersecavano in alcuni momenti dell’anno dando origine a una condivisione che sapeva molto di civiltà e umanità allo stesso tempo.

L’integrazione non è in realtà proprio condivisione dei momenti della vita e intersezione delle differenze, che non infici le identità ma le confronti in modo da rispettare i principi dell’umana convivenza?

E i pregiudizi?

Quelli ci sono sempre, dovuti soprattutto al disagio sociale che comunque inferisce le vite di tutti.

arton5434Ne ‘’Il sogno infinito’’ Bernstein racconta il periodo americano della sua vita. Il duro lavoro che caratterizzava quel periodo in cui la crisi del 29 aveva stravolto l’economia mondiale e soprattutto in America portò a una forte recessione. In quel periodo si innamora della donna con cui passerà il resto della sua lunga vita, un amore che non ha nulla a che fare con i legami liquidi dei nostri tempi, come ben descrive Zygmunt Bauman. L’amore che sfida la povertà, il sacrificio. L’amore che si nutre di cuore e di anima e che nutre cuore e anima. L’amore che è delicatezza e fiducia.

Come mai oggi non c’è più la solidità dei sentimenti capaci di sfidare spazio e tempo?

Perché le brutture della vita, del mondo hanno violato anche la purezza dell’anima?

5529_ilgiardinodorato_1258473505Ne ‘’Il giardino dorato’’ lo scrittore dà il senso dell’epilogo alla sua vita. Si trasferisce in un pensionato con la moglie che poco dopo muore. Proprio da questa perdita nascono i suoi tre libri, dove ripercorrendo tutta la sua vita come in una catarsi si libra il suo animo e metabolizza il lutto.

Come si può passare una vita con una sola persona?

Come si può amare una sola persona e sentirsi perso senza essa?

Tutti i libri di Harry Bernstein sono scritti in un linguaggio semplice ma raffinato, con quella ‘’delicatezza d’animo’’ che il mondo ha sacrificato alla descrizione splatter o erotica dell’esistenza, dove il sentimento si sacrifica cedendo il posto al tumulto incompiuto della maturità sentimentale. Siamo tutti rapiti dal vortice delle emozioni per distinguerle dai moti profondi dell’anima e dalle sue percezioni. Forse leggendo queste opere si potrà riscoprire che ci sono mille pieghe in ognuno di noi, ed ogni piega è una meraviglia della persona che siamo.

Basta solo rendere ‘’solido’’ ciò che è ‘’liquido’’.
Bauman docet.

Mariantonietta Valzano

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” Non solo… barriere” di Maria Rosaria Teni

indexPrima d’ora non avevo ancora provato il piacere – o forse dovrei dire il dispiacere? – di camminare insieme ad una persona che vive su una sedia a rotelle e che vuole godere di una passeggiata tra le vie della città. In una sera ottobrina, poco dopo il tramonto, ha inizio quello che oggi ricordo come il più rocambolesco e periglioso percorso a ostacoli. Dopo le manovre necessarie per uscire dalla macchina e salire su una due ruote speciale, che nella fattispecie è una sedia per diversamente abili, e dopo infinite peripezie per trovare un parcheggio – visto che quello per disabili era puntualmente occupato dai “veramente abili” –  e, di conseguenza, dopo aver deposto l’automobile ad una distanza ragguardevole rispetto al centro della città, ebbene dopo… ha avuto inzio l’avventura!
Non è ironia gratuita o retorica superflua, ma si tratta proprio di un’avventura bella e buona!
Tralasciando gli sguardi di tanti occhi “diversamente  curiosi”,  forieri di messaggi subliminali in direzione dell’amica che mi era accanto, ma su due ruote, ho assaporato quanto “e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”, ossia quanto fosse arduo percorrere un seppur breve tratto di vie cittadine pullulanti di vita in un sabato sera frenetico.
Marciapiedi invasi da autovetture invadenti e scivoli occupati selvaggiamente, cosicché inevitabilmente ostruiti al passaggio di una sedia a rotelle costretta gioco-forza ad insana gimcana tra rialzi e sconnessioni del manto stradale. Sconveniente poi desiderare di accedere al Teatro dove si tiene un concerto jazz, ovviamente proibito perché mancano scivoli per accedervi e quindi accessibile solo a patto di issare carrozzella e relativa ospite su braccia robuste e volenterose!
Una passeggiata che si tramuta in un paradossale tour con sdegno crescente da parte mia e umiliante sfinimento da parte di chi, non solo deve combattere con il proprio personale disagio e con la propria disabilità, ma deve affrontare una selva di barriere mentali che sono più avvilenti e pesanti di quelle architettoniche e che feriscono l’animo umano.
Maria Rosaria Teni

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IL PUNTO DI VISTA – “Il diritto di uccidere… Sparta o Atene?” di Mariantonietta Valzano

"Il punto di vista" di Mariantonietta Valzano

“Il punto di vista” di Mariantonietta Valzano

 Questo articolo è rivolto a tutti coloro che sono in possesso di granitiche convinzioni democratiche e a tutti coloro che agognano l’avvento de “l’uomo forte” capace di prendere decisioni velocemente e con efficacia…. un dittatore.

Siamo oramai da quindici anni in guerra con il terrorismo di matrice fondamentalista islamica. In questi anni ci sono stati tanti mutamenti all’interno dello stesso, con fazioni ed organizzazioni che si sono alleate o combattute. Lo stato attuale è che siamo talmente investiti da questa carneficina di civiltà e umana da non poter esser più tranquilli in nessun angolo della terra. Una delle organizzazioni attive in Africa è Al Shabaab. Il film è la cronaca di una giornata del colonnello Powell, una splendida Helen Mirren, che da mesi è sulle tracce dei vertici dell’organizzazione, per poter poi agire in merito secondo le decisioni prese in concerto con gli apparati governativi, keniota, inglese e americano. Tutto preparato e organizzato. Militari e polizia coinvolti. Nella war room il generale Benson, che solo Alan Rickman poteva interpretare con quella sua aria un po’persa e allo stesso tempo un uomo tutto di un pezzo, deve assistere con i rappresentanti del governo inglese all’operazione. Nel Nevada il tenente Watts, bravissimo Aaron Paul, è incaricato di guidare il drone che trasporta i missili solo come dotazione di sicurezza, lo scopo della missione è riportare in Inghilterra una cittadina inglese convertitasi all’Islam e diventata il numero quattro della lista dei terroristi più ricercati al mondo.

Bene il quadro?

Tutto fila liscio fino a quando per una serie di eventi i tre terroristi ricercati cambiano zona di Nairobi e si trasferiscono nel quartiere controllato da Al Shabaab, per cui le truppe di terra non possono entrare in azione senza causare un massacro. Quindi si ricorre al drone…. ai missili del drone. D’improvviso tutto cambia all’interno della casa ci sono due kamikaze che si stanno preparando, indossando i giubbotti esplosivi per perpetrare l’ennesima strage di innocenti. Ultima ratio… i missili.

Ma cosa succede se nel computo dei danni collaterali c’è la vita di una bambina che sta vendendo pane fuori della casa da bombardare?

Ecco il tema del film

E questa è la mia domanda: chi deve assumersi la responsabilità di scegliere tra una strage di innocenti e una bimba?

Una scelta che non si dovrebbe mai fare, la vita umana ha un valore infinito, non si può quantificare ‘’una’’ contro ‘’tante’’, perché l’incommensurabile non si misura.

La risposta quindi non è ovvia, nei momenti che seguono si dipana il dilemma tra una struttura decisionale plenipotenziaria come quella americana, che avendo fatto i conti della serva non ha alcun dubbio su cosa debba essere fatto, e una struttura governativa democratica in cui si assiste ad un rimbalzo di responsabilità e di decisioni fino alla paradossale affermazione ‘meglio ottanta persone uccise in un centro commerciale mentre fanno shopping, che una bambina uccisa mentre vende il pane. Perché nel primo caso l’opinione pubblica sarebbe dalla nostra parte contro il terrorismo, mentre nel secondo passeremmo per dei carnefici’

Ecco Sparta

Ecco Atene

E in mezzo?

In mezzo c’è il tenente Watts, che richiede un ricalcolo dei danni collaterali, con la speranza di procrastinare il lancio dei missili affinché la bimba possa vendere tutto il pane e andar via mettendosi in salvo…

In mezzo c’è il colonnello Powell con molto pelo sullo stomaco, che cerca di evitare in tutti i modi una strage imminente…

In mezzo c’è il poliziotto keniota che comprando tutto il pane alla bimba si fa scoprire getta il pane e scappa per non farsi ammazzare, mentre lei sta ancora lì, raccoglie tutto il pane e torna a venderlo. Perché la fame è fame…

In mezzo c’è il generale Benson, che ne ha vissute di guerre, ne ha visti di morti, e cerca di far capire che non c’è tempo….

In mezzo ci siamo noi, che demandiamo e deleghiamo la nostra coscienza a chi non è in grado di gestirla…

Non aggiungo altro tranne l’invito ad andare a veder il film, a riflettere.

Tra Sparta e Atene ci sono i Romani ai tempi della Repubblica fino alla morte di Giulio Cesare. Nei momenti di crisi conferivano pieni poteri al Dittatore, solo per il periodo limitato alla crisi da affrontare. Ovviamente come Dictator era individuato un uomo di specchiate capacità e con spessore morale che andasse bene sia ai Tribuni che ai Senatori.

Avevano trovato un giusto compromesso alla lungaggine della democrazia e all’assolutismo di Sparta?

Non lo so. Ma ho un dubbio. E voi?

 Vi lascio con la frase con cui il Generale Benson risponde al politico di turno che con le terga al sicuro si permette di fare la morale a chi, tra le lacrime deve premere quel pulsante che non ucciderà solo il nemico ma anche la propria anima:

‘mai dire ad un militare quanto sia dura la guerra, solo lui lo sa veramente, perché la combatte ’

Dimenticavo la dedica più importante

Questo articolo è dedicato ad Alan Rickman che con il suo ultimo film ci ha regalato ancora uno spaccato di quella umanità, in cui si è cimentato con maestria e bravura ad interpretare durante la sua carriera.
Mariantonietta Valzano

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