“Non calpestate i fiori” di Lorenzo De Luna – a cura di Maria Rosaria Teni

Non calpestate i fiori
Lorenzo De Luna
 2018 Ed.Youcanprint
ISBN: 9788827856987

 “Scrisse di continuo e pensò a quanto quel 1999 fosse stato importante per la propria vita, per la propria storia. Adesso era arrivato il momento di raccontarla a qualcuno e questa sua necessità aveva fatto sì di arrivare a sognare un ipotetico Andrea al quale parlare di quei fiori calpestati conosciuti nel 1999. Quelli incontrati a Blace, fuggiti da casa senza nemmeno un orsetto di peluche oppure quello trovato senza vita in una fattoria dispersa; quei fiori caduti mentre facevano il loro ingresso a scuola dove ad attenderli vi erano dei gas vigliacchi che li facevano cadere come frutti maturi dai rami degli alberi. Ancora a ricordare quel fiore reciso anzitempo e giacente in una cassa di legno fatta dal padre, saltato in aria per aver deciso di lasciare la strada e attraversare un campo, magari per non fare tardi a casa.”

Un romanzo biografico in un caleidoscopio di eventi e fatti drammatici in cui il protagonista, Lunadue, racconta le sue esperienze a partire dal suo ingresso in Kosovo il 13 giugno 1999. Storie di uomini e  storie di vita, con un finale che lascia il posto alla commozione e a riflessioni profonde. Merita interesse e attenta lettura “Non calpestate i fiori”, opera prima di Lorenzo De Luna, pubblicata nel mese di ottobre da Youcanprint Self-Publishing e promossa da CulturaEdOltre, che si avvale di una copertina corredata da una fotografia originale di Eleonora Mello. Un libro  che cattura il lettore attraverso una narrazione esposta in maniera chiara, precisa, descrittiva, senza lasciare nulla di inespresso. Con uno stile essenziale e scorrevole, l’autore dà vita ad un racconto ispirato a drammatici fatti realmente accaduti in un momento particolare che ha profondamente trasformato l’esistenza di molte persone e ha segnato indelebilmente destini di gente inconsapevole, protagonista di avvenimenti così drammatici e dolorosi che ancora sconvolgono e producono sconcerto ad essere rievocati. La vicenda narra la storia di un soldato italiano, inviato in una peacekeeping operation, che si intreccia con tante storie, con varie umanità, col difficile compito di sottrarle giornalmente ai diversi attentati, trappole esplosive, mine e spedizioni punitive. Specchio di storie di coraggio, di eroismo, di solidarietà; storie che non sono frutto di fantasia ma “quadri viventi”, composti da donne, uomini e bambini che, grazie alla grande forza di vivere da cui sono sostenuti, credono ancora di poter assaporare il miracolo della vita e non il dolore della morte. Protagonisti degli episodi, realmente vissuti dall’autore del libro, Lorenzo De Luna, che si avvale di uno pseudonimo per la sua pubblicazione, sono persone vere, fatti effettivamente accaduti, eroi ed eroine che lottano per affrancarsi da ciò che impedisce loro di vivere da persone libere. È una grande opportunità poter leggere un libro come questo, scritto da un uomo che ha vissuto sulla propria pelle le storie narrate in queste pagine, accrescendo la sua esperienza umana e personale, maturando nel suo percorso di vita consapevolezze fondamentali. Potrebbe essere definito un “viaggio nella memoria”, un’occasione per tornare al passato attraverso il racconto di tutte le atrocità viste e per guardare al futuro, augurandosi che ci sia posto solo per la pace. È un romanzo sofferto, che si legge con partecipazione e che coinvolge sin dalle prime pagine, instillando nel lettore il desiderio d’intravedere un barlume di speranza al di là di ogni guerra, al di là di ogni conflitto che abbrutisce e deruba, calpestando i fiori.
Maria Rosaria Teni

“Non calpestate i fiori”di Lorenzo De Luna

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“Casa Museo Spada: il fascino e la storia” a cura di Lorenzo Putignano

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ph Roberta Greco

Dopo aver salito trentacinque scalini, ecco una porticina bianca che, aprendosi, ci permette di entrare in un mondo sconosciuto, ma allo stesso tempo affascinante; all’entrata un antico organo in miniatura che poi scopriamo essere un organo processionale, tutt’intorno altrettante tastiere e, sbirciando nel corridoio, si vedeva un fagotto che terminava a forma di drago.

ph Roberta Greco

Non siamo nel mondo delle fiabe, ma parliamo della casa museo Spada, situata a Lecce, in Via Sindaco Lupinacci 11; all’entrata una calorosa accoglienza a cura del Dott. Francesco Spada, il quale con molto entusiasmo ci racconta dettagli tecnici e infinite curiosità su ciascuno strumento che vediamo: ma non solo! Oltre alle caratteristiche particolari e alla possibilità di ascoltare il timbro di alcuni strumenti, non mancano mobili e indumenti d’epoca e dei contesti d’uso, criterio col quale sono classificati e disposti gli strumenti musicali.

Una magia che colpisce fin da subito, accendendo una curiosità che ci divora in pochi minuti, scoprendo, in ogni angolo della casa museo, cose nuove che non conoscevamo.

ph Roberta Greco

Procedendo nelle sale successive non manca l’estrema cura del dettaglio, notando anche la presenza di opere d’arte di vari artisti locali dell’epoca.

Un’atmosfera unica, che, provando a descriverla, modifica lo scorrere delle lancette, dandoci un’illusione della dilatazione del tempo; durante tutta la visita, ogni strumento musicale colpisce in modi diversi l’attenzione, a partire dalla forma, dalla sua storia, dalla sua unicità, fino al suo timbro. Ogni stanza nascondeva, al suo interno, un piccolo tesoro, talvolta corredato da un segreto, che andava scoperto di volta in volta. Una prima visita non bastava, così durante la seconda, ecco ripetersi quella catena di sensazioni uniche che non perdevano d’intensità. Grazie a Francesco, pareva di essere “in una sorta di arca di Noè, nel quale erano conservati un esemplare per ogni tipo”, citando le sue stesse parole.

Dopo la terza visita, c’erano ancora dei dettagli nuovi, che non conoscevamo: la casa museo era un testimone culturale che, grazie a Francesco, prendeva vita ogni volta, giungendo alla nostra sensibilità e stupendola, come fosse la prima volta.
Bisogna fare attenzione quando si entra nella casa museo Spada, dato che, una volta entrati, si rischia di non volerne più uscire, pur di scoprire nuovi strumenti o nuove storie, raccontate meravigliosamente da Francesco.

Francesco, come nasce la casa museo Spada prima di questa sede?
Allora la casa museo nasce, come per tutti gli accumulatori, nella propria casa. Io ho cominciato ad acquistare degli strumenti musicali che mi piacevano trovandoli nei mercatini, in giro per l’Italia, antiquari o altro e li acquistavo, li tenevo in casa; quando poi hanno raggiunto un certo numero, ha cominciato a diventare una vera e propria collezione, quindi ho cominciato a studiarli uno per uno per poi catalogarli e classificarli. E poi nasce l’esigenza anche di creare una casa-museo, ovvero uno spazio che sia contemporaneamente casa privata ed esposizione: le persone che vengono a vedere la collezione sono gli ospiti di questa casa, vengono accolti, prendono il caffè, mangiano qui. Questo a Montemesola non era possibile per le dimensioni di casa mia: era oramai impossibile ospitare in maniera accettabile la collezione, per questo ci fu l’idea di portarla a Lecce nel 2016 in una struttura che era una vecchia fabbrica di scarpe, la Fratelli Gidiuli, che si prestava benissimo a essere una sede espositiva.

Quanti strumenti ci sono?
Circa mille.

Qual è lo strumento a cui sei legato di più?
No, non esiste uno strumento. È chiaro che sono più vicino ai fiati, perché sono un fiatista. Ogni strumento ha la sua storia e di tutti questi strumenti io ho traccia precisa da dove vengono, da chi li ho comprati. Penso che mantener traccia delle transizioni e quindi poter dimostrare la liceità dell’acquisto è fondamentale per qualsiasi tipo di esposizione museale.

ph Roberta Greco

Quindi sei un fiatista: cosa hai studiato?
No, sono un autodidatta. Nel mio piccolo paese, Montemesola, avevamo un vecchio insegnante, si chiamava Francesco Trani. Era un insegnante peripatetico: per strada, insegnava a solfeggiare ai ragazzini e poi li inseriva nella banda di Montemesola.

E tu cosa suonavi nella banda?
Io ho suonato il flauto in banda.

Per quanti anni?
Ah bè, continuo a suonarlo ancora!

Per quanto riguarda la collezione, c’è stato qualcuno che ti ha aiutato particolarmente, o hai trovato singolarmente tu ogni strumento?
Li ho trovati praticamente io, ma prima di tutto c’è il sostegno morale, incredibile di mia moglie Silvana, a cui si deve l’organizzazione mentale di tutto.

Dietro un grande uomo c’è sempre una grandissima donna.
Certo. E poi c’è l’insieme delle persone che si occupano di strumenti, di musica, di organologia, con cui fai rete e l’insieme di queste persone poi ti permette di selezionare, di restaurare, di ampliare l’offerta espositiva che c’è nel museo.

Quali sono state e quali sono le difficoltà nel conservare e nel restaurare i vari strumenti?
Nel conservare la difficoltà maggiore è mettere a punto un sistema di mantenimento costante di temperature e umidità che in una casa museo, cioè in una struttura che non è pensata per essere un museo, è estremamente costosa. Per quanto riguarda il restauro invece la difficoltà maggiore è culturale. Perché chiunque possieda uno strumento antico, la voglia di farlo suonare è troppa. Per cui il rischio è quello di intervenire in maniera funzionale e non conservativa; cioè operando in maniera tale da farlo suonare però molte volte, per ottenere questo, il rischio è che perdiamo per sempre delle caratteristiche costruttive degli strumenti. La fatica maggiore è far capire che uno strumento conservato in maniera filologica vale molto di più di uno strumento che suoni, ma che ha perso le caratteristiche originali.

Tra le varie sale, ognuna ha un suo perché e una sua bellezza, ma una che mi ha colpito in modo particolare è quella dedicata all’infanzia.
Allora la sala dedicata all’infanzia è una sala pensata a strumenti più piccoli, a strumenti per uso didattico, ma anche ai giocattoli, dei normali giocattoli che però abbiano una forma di strumento musicale; questo perché la musica dev’essere intesa, prima di tutto come gioia, e quindi come gioco per i bambini. Solo così si può iniziare in maniera intelligente all’educazione musicale, che è una cosa successiva, e ti permette poi di assimilare i fondamenti della musica, che non è soltanto tecnica esecutiva, ritmo o altro, ma anche gioia di stare insieme. Bisogna che i bambini suonino, giochino, cantino, ballino insieme.

Cambiando un po’ argomento, l’11 novembre scorso è stato celebrato il centenario della fine della prima guerra mondiale. Ci sono degli strumenti che risalgono a quel periodo che vuoi citare particolarmente?
Sì, ovviamente. Ogni strumento si rifà a un’epoca storica e ogni strumento è testimone di quell’epoca, dei gusti, dei materiali, delle tecniche costruttive, dei contesti d’uso, ovviamente ci sono tanti strumenti legati a quell’epoca. In particolare c’è un flauto della Orsi fatto costruire apposta per un musicante di una banda militare milanese a cui era stata asportata una falange dell’indice della mano sinistra durante un evento bellico. Molto curioso è un bombardino per fanfara ciclistica che viene utilizzato a tracolla, ma la peculiarità è quello di avere tutta la meccanica estrusa sulla destra, in modo che il musicista fosse perfettamente equilibrato tra la mano destra che usava la meccanica e la mano sinistra che teneva il manubrio della bicicletta.

Passiamo un po’ ad altre culture: ci sono degli strumenti che non prevedono l’uso del temperamento equabile, pensando alla sala degli strumenti extraeuropei?
Il temperamento è qualcosa che è recentissimo e in tantissime culture, ancora oggi, non c’è il rigore del temperamento, ma manco il rigore della modalità. Nella musica araba per esempio ci sono i microtoni, cioè tra un tono e l’altro si possono trovare dei salti di 0,2. Quindi non solo il bemolle non è uguale al diesis, ma tra un tono e l’altro ci sono quattro toni intermedi e non soltanto uno, il mezzo tono. Il Kanun arabo, specialmente, ha dei ponticelli molto ravvicinati che possono essere attivati o disattivati velocemente e che suddividono lo spazio tra una nota e l’altra in cinque microtoni diversi. C’è un fatto molto importante: secondo degli studiosi tedeschi che hanno tentato di decodificare le prime notazioni musicali, due notazioni lapidee persiane e una su papiro egiziano, probabilmente la scala adottata era quella pentatonica. Come gli shakuhachi  attuali, che sono i flauti da meditazione giapponesi. E probabilmente la scala pentatonica è quella più vicina alla biologia, alla sensibilità primordiale umana; poi dopo il temperamento l’ha suddivisa in dodici semitoni.

Un’altra sala che mi ha colpito particolarmente è quella degli strumenti del Novecento. Al giorno d’oggi noi ragazzi (nello specifico) siamo abituati alle nuove tecnologie e a un tipo di qualità visiva e sonora molto elevata. Ci sono persone come te che hanno vissuto in prima persona questo cambiamento radicale della società, in cui la tecnologia ha cambiato la vita di tutti i giorni. Invece ci sono molti giovani come me che questo passaggio non l’hanno visto. Ora, non avendolo vissuto, lo conosciamo soltanto grazie ai racconti dei genitori, dei nonni o grazie a qualche documentario, qualche film o a qualche fotografia dell’epoca. Quanto è importante per i ragazzi conoscere la storia del Novecento per capire e comprendere meglio i traguardi che sono stati raggiunti oggi?
Per prima cosa tutti gli strumenti meccanici, pianoforti a rullo, carillon, eccetera hanno portato un salto di qualità enorme permettendo a chi non aveva alfabetizzazione musicale di produrre della musica in maniera meccanica. Subito dopo abbiamo una cosa importantissima: la riproduzione della musica. Cioè delle musiche eseguite da delle persone, che potessero essere ascoltate all’infinito, sentite in luoghi diversi da quello in cui era stata prodotta in quel momento. Questo è il passo fondamentale che è stato quello di sdoganare la musica dalla sala di concerto per la musica colta, dalle strade, la banda o anche dai campi per quando riguarda la musica popolare, i canti pastorali e altro e poterli ascoltare in ambiti diversi da quelli per cui sono nati. Avvenne così la proletarizzazione della musica che fino a quel momento aveva un connotato borghese. Tutti i tentativi poi di riproduzione, dai primi rulli di cera di Edison, ai dischi in gomma lacca, poi in vinile, poi le riproduzioni su filo d’acciaio, poi su nastro magnetico, eccetera fino ad arrivare ai nostri CD sono soltanto un’evoluzione. L’analisi e lo studio dei vecchi supporti musicali, partendo dai rulli di cera, poi, ha invece un altro valore, estremamente importante che è quello di capire quali erano i canoni estetici, fonetici. Per capire la grandezza o i limiti, naturalmente dei cantanti di allora, quali fossero, anche i rapporti con le orchestre, con i direttori, con i compositori; altrimenti non capiremmo come arriviamo ai nostri criteri di qualità sonora e quali saranno anche i futuri. E questo poi ci permette anche di capire quali fossero le potenzialità sonore, i timbri, i colori, di strumenti oggi scomparsi, desueti, o sostituiti dagli strumenti moderni.

Come le nuove tecnologie e tutto questo processo di modernizzazione sono entrate a far parte della musica e degli strumenti, pensando anche al theremin?
Il theremin è il primo strumento elettromagnetico: è uno strumento rivoluzionario, il primo che si suona senza doverlo toccare e che sfrutta le onde elettromagnetiche. Ciò permise di capire che la produzione musicale poteva essere fatta in maniera differente e questo poi ha permesso di dotare alcuni strumenti di nuovi elementi, pensiamo per esempio alla chitarra elettrica; dagli amplificatori, ai moog e ai distorsori, che permettono di ottenere degli effetti che amplificano l’offerta musicale. L’amplificazione ha permesso che la musica fosse trasmessa ovunque: quindi democratizzazione della musica. La musica che viene poi utilizzata come fenomeno di aggregazione sociale, come fenomeno culturale, diventando un fenomeno antropico.

La tua idea di casa museo e l’idea della collocazione per contesti d’uso è molto interessante: potresti spiegarla?

Due sono le esigenze. Una quella di offrire un percorso che non fosse per addetti ai lavori: quindi chi entra qui deve portarsi dietro le sue conoscenze che alcune volte potrebbero essere molto importanti, altre volte assolutamente nulle. L’idea di affiancare alle classificazioni accademiche, quella di Curt Sachs in particolare, un’altra classificazione, che è quella per contesti d’uso, permette la fruizione di questi strumenti a un pubblico molto più vasto.

La seconda è quella di rendere il museo attrattivo per i visitatori, per cui la strategia vincente è quella dell’accoglienza, di far sentire il visitatore la cosa più importante all’interno di questo museo, di accoglierlo, di coccolarlo e questo lo puoi fare accogliendolo in un ambiente domestico, come quello di una casa. Questo oltre tutto ti permette di riaccoglierlo: uno degli obiettivi è quello di farlo tornare, offrendogli qualcosa di diverso, sempre. Certo, gli strumenti si prestano benissimo, perché non avendo una classificazione rigida tu li puoi anche spostare nei vari contesti, possiamo quindi raggruppare gli strumenti per epoca di provenienza, per luogo di provenienza, per modo di produrre il suono o altro. E lo stesso strumento quindi può migrare.

Cercando di interpretare volta per volta le esigenze della comunità in cui stai: quindi qui abbiamo ospitato presentazioni di libri, musica dal mondo, con le università abbiamo lavorato sulle minoranze etniche, presentando musiche e libri, studi di universitari con la facoltà di minoranze linguistiche e culturali dell’Università di Lecce, col Dams, con tutte le scuole del territorio. Ma poi cerchi di essere anche presente nel sociale. Sono tantissimi anni, già da quando ero a Montemesola, che tutti gli anni partecipiamo a M’illumino di meno, e quindi questo significa essere vivi nel proprio territorio, mantenendo ovviamente traccia di quelle che sono le nostre tradizioni culturali.

Ovviamente non manca una ricerca certosina nell’arredamento e di alcuni indumenti, di accessori, legati allo studio dello strumento, come il metronomo, le sordine per il violino, ecc. secondo te perché sono indispensabili questi dettagli all’interno della casa-museo?

Perché gli strumenti di per sé comunicano qualcosa, specialmente agli esperti, però rischiano di essere poco comunicativi agli occhi del visitatore occasionale; quindi devi cercare di rendere l’ambiente evocativo. Lo strumento dev’essere descritto ed evocato all’interno di una stanza che permetta un coinvolgimento multisensoriale del visitatore.

Ogni stanza ha anche un corredo sonoro, per esempio nella stanza dei bambini, c’è un file che io ho realizzato, lasciando aperto un microfono, all’insaputa di insegnanti e bambini, in una scuola dell’infanzia di Montemesola. Per cui senti quello che succede in una classe di una scuola materna: dai bambini che strillano alle insegnanti che rimproverano: il visitatore si sente così immerso in questa sonosfera, in questa videosfera.

Assumiamo per assurdo che un musicista ti criticasse il fatto che la maggior parte di questi strumenti non viene più utilizzata e che molti di questi sono esperimenti unici. Cosa risponderesti?

Il fatto che lo strumento non sia utilizzato è importante per ridurre al minimo i danni dell’usura, garantendo una conservazione nel tempo. Nessuno di questi strumenti ha più soltanto la funzione di produrre suono. Tutti gli strumenti che entrano nella casa museo perdono, superano questa loro funzione e assumono qualcosa di più importante, che è la funzione di documento antropico, di documento culturale. Quindi si portano dietro il loro valore di documento storico, per come è stato costruito, per chi l’ha costruito, per chi l’ha utilizzato, in quale luogo, in quale occasione è stato utilizzato, quali erano i contesti sociali, economici, politici, religiosi in cui è stato utilizzato. Ancor più importanti sono gli strumenti unici, gli esperimenti, perché ci dimostrano quali erano le esigenze di rinnovamento degli strumenti, di chi li ha costruiti, riconoscendo quelli che poi hanno avuto un domani perché sono state delle esperienze fruttuose e quelli che non hanno avuto fortuna perché avevano dei limiti. Questi esperimenti unici testimoniano le esigenze di un cambiamento, di un uso diverso dello strumento.

In tutti questi anni che tu hai accolto innumerevoli turisti, quali sono le difficoltà che hai riscontrato particolarmente, specie nei turisti italiani?
Nessuna gran difficoltà, no anzi, il problema è interessarlo: il trucchetto sta nel capire quali sono le sue competenze, le sue aspettative e andargli incontro, capire quali sono le nozioni che lui si porta dietro.

Quindi sfrutti le sue esperienze.
Sì, glielo propini da un punto di vista antropologico, non tecnico.

Torniamo all’idea della casa museo; la museologia odierna si divide in piccoli e grandi musei. La casa museo fa parte dei primi, ovviamente…
È una specificità dei piccoli musei, un sottogruppo.

Ecco, cosa può dare la casa museo a un grande museo e viceversa?
Allora fondamentale è che le due reti si parlino. Io faccio parte naturalmente dell’Associazione Italiana Piccoli Musei ed è importante mettere in rete il nostro patrimonio, le nostre conoscenze e poter usufruire del patrimonio e delle conoscenze dei grandi musei. Questa è una cosa fondamentale: poter lavorare insieme. Poi c’è un’altra cosa fondamentale, che è poter organizzare il flusso turistico in modo che sia possibile per il turista, per lo studioso, per il residente aver contezza delle varie espressioni artistiche, quelle somme di cui essere fieri, quindi la capacità del grande museo di esporre la massima opera d’arte, immortale nel tempo e quella del piccolo museo invece identitaria della propria storia, delle proprie radici. C’è un altro aspetto intermedio che viene poco visto, pensando al territorio come museo all’aperto. Pensate a Lecce, la Grecìa salentina, quello che rappresenta. Certo esiste il museo del tamburello, esistono questi luoghi fisici, ma un museo diffuso, un museo aperto è tutta la Grecìa: l’architettura, il paesaggio, l’enogastronomia, quindi tutto questo fa sistema e fa economia del territorio. Il piccolo museo è il luogo fisico dove si concentra il meglio del territorio, nel mio caso musicale, ma che ha l’obbligo di essere diffuso su tutto il territorio. È bello immaginare di non dover andare al museo, ma di esserne parte, pensando alla Grecìa salentina.

Ma quanto è bello quest’organo processionale, dove lo hai trovato?
Questo l’ho trovato a Vallo della Lucania, da un pronipote di un cardinale nato a Vallo della Lucania, che ha svolto la sua missione sacerdotale prima a Napoli e poi a Roma e il cui nipote se lo ritrovava.

Scommetto che hai scelto subito di metterlo all’entrata della casa museo.
Ovviamente sì. Anche quell’organo ha subìto un restauro rigorosamente filologico, praticamente sono state ricostruite circa sette canne, rispettando il rapporto tra stagno e piombo di quello originale. Pensate che Palestrina ha scritto cinque brani processionali con un’estensione massima di due ottave e mai nessuno aveva capito perché le avesse scritte con un’estensione così modesta. L’organo processionale ha soltanto due ottave, è coevo non solo come età ma anche come luogo del Palestrina, quindi molto probabilmente lui scriveva per quel tipo di strumento, se non proprio per quello.

Facendo una percentuale approssimativa, di tutti gli strumenti che ci sono, quanti funzionano e suonano?
C’è un buon 75% di strumenti che riescono a emettere suoni in maniera accettabile, tale quanto meno da connotarne i colori e i timbri.

Pensi che l’ambiente un po’ stretto di questa sede si ripercuota sulla fruibilità?
In effetti questa sede è pensata e tagliata come casa museo, per visite di un numero molto contenuto, dieci-quindici, massimo venti persone; così la visita è fruibile. Ovviamente per grossi numeri è impossibile, però questo è anche un vantaggio, nel senso che anche il visitatore tra virgolette se lo merita, se la guadagna la visita, contattandomi, concordando insieme i tempi, il giorno di visita. Questo è l’ottica del piccolo museo.
Lorenzo Putignano

Servio fotografico a cura di © Roberta Greco

“Casa Museo Spada: il fascino e la storia” a cura di Lorenzo Putignano

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“In una pozzanghera un lembo di cielo” di Maria Rosaria Teni

Catturare l’anima delle cose in una fotografia è una straordinaria forza che porta a creare una correlazione emotiva fra l’immagine e la sensazione che questa immagine produce in chi la guarda. E ciò che mi ha portato a questa considerazione è stata la fotografia scattata da Eleonora Mello che riproduce il riflesso di un lembo di cielo autunnale, sorprendentemente azzurro, in una pozzanghera creatasi sul manto stradale dissestato. L’atmosfera di questa fotografia è tangibile e si coglie nello squarcio di sereno che si attesta superiore rispetto alla superficie grigia di un asfalto corroso da fatiscenti rappezzature di catrame. Penetrando nell’immagine, sono entrata in un mondo metaforico e la pozzanghera adornata del prezioso riverbero d’azzurro, mi ha fatto pensare a quanto sia paradossale guardare solo l’apparenza senza scendere nel sottobosco di un’umanità che vive, soffre, pulsa, e che aspira a un lembo d’azzurro inaspettato. “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”, cantava De André, scavando nel degrado e scoprendo perle di rara bellezza. La pioggia e una strada, con buche insidiose, che si trasformano in un angolo di paradiso e ribaltano le prospettive assegnateci dalle convenzioni, riscoprendo la dignità di luoghi che da un apparente abbandono si elevano verso un’ascesi insperata, antitetica alla povertà icastica. Un punto di partenza da cui avviarsi per andare nella direzione giusta, verso un’attenta considerazione nei riguardi di valori profondi e non di futile apparenza.
Maria Rosaria Teni

© phEleonora Mello

 

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Decimo numero scaricabile della Rivista Cultura Oltre – Ottobre 2018

Un ringraziamento agli autori che ancora una volta hanno inviato il loro prezioso contributo a questo numero.

 È on line e scaricabile gratuitamente il decimo numero della rivista Cultura Oltre di Ottobre Anno 2018 – © Tutti i diritti riservati

 

Rivista Cultura Oltre – Ottobre 2018 – 10^ numero

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“Solo io e l’universo” di Marco Messina

Il poeta Marco Messina presenta, nello spazio dedicato alla videopoesia, una suggestiva lirica, resa ancora più magica dalla voce di Clara Russo.

 

Marco Messina – Solo io e l’universo  voce recitante di Clara Russo

 

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“La metamorfosi è morta. Viva la metastasi” di Apostolos Apostolou

La metamorfosi è morta. Viva la metastasi.
Dal riferimento all’ambito della fantasia e del sogno della metamorfosi al disordine metastatico della società clonica.

 

Frontespizio di una edizione della Metamorfosi, datata 1632

 La metamorfosi che conosciamo tutti è quando il bruco diventa farfalla. Il bruco e farfalla non avrebbero alcun legame genetico, però una serie di trasformazioni accompagnano il bruco nel percorso che lo condurrà verso una trasformazione radicale, la metamorfosi. Le metamorfosi (Metamorphoseon libri XV) è il titolo di un poema epico – mitologico di Publio Ovidio Nasone (43 a. C – 18) incentrato sul fenomeno della metamorfosi. Il racconto più noto di Kafka,”La metamorfosi”, è uno dei più ‘impressionanti’, ed è anche quello che si presta alle più disparate interpretazioni. il giovane Gregor Samsa un mattino si risveglia senza ‘essere più luì, perché nel corso della notte si è trasformato, senza nemmeno rendersene conto, in un insetto.

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Oscar Wilde

Nel mondo letterario il tema della metamorfosi, tra l’altro, è stato trattato da Stevenson in lo strano caso del Dr Jekill e Mr Hyde, anche Oscar Wilde con il ritratto di Dorian Grey.  Nella mitologia greca spesso sono gli dèi a cambiare forma: Giove si muta in toro per rapire Europa, in cigno per Leda e in pioggia d’ oro per Danae. Ma anche in Esiodo (e successori) essa avviene attraverso un intervento divino, per ristabilire un ordine violato dall’uomo.

Un altro esempio dalla mitologia greca può essere Aracne, la tessitrice che, dettasi più abile di Minerva, viene trasformata in un ragno che tesse incessantemente la sua tela. Metamorfosi è un termine che può riferirsi a diversi contesti, stati, situazioni e indica una trasformazione radicale. Mentre abbiamo la metamorfosi del neutrino, una delle particelle più piccole e sfuggenti finora note che riesce a cambiare identità, trasformandosi da un tipo di neutrino in un altro tipo di neutrino.

Deucalione e Pirra è un dipinto a olio su tavola (65,5×145 cm) di Domenico Beccafumi, databile al 1520-1525 circa e conservato nel Museo Horne di Firenze.

Il tema delle metamorfosi, espone un dipinto del pittore cinquecentesco Domenico Beccafumi che illustra la storia di Deucalione e Pirra, una delle metamorfosi più celebri narrate da Ovidio. Anche ci sono metamorfosi come le donne che si trasformano in alberi Delvaux, o delle foglie che hanno forma di uccelli Magritte. “La Pioggia Nel Pineto” “La pioggia nel pineto” è una delle più belle liriche di Gabriele d’Annunzio. Il tema centrale della lirica quindi è quello della metamorfosi: il poeta e la donna amata si fondono gradualmente con lo spirito stesso del bosco. Ma  proprio l’opera di Hermann Hesse “Le metamorfosi di Piktor”  parla di eterna metamorfosi di vita attraverso la personalità di Piktor. “ Piktor  fu trasformato, perché questa volta aveva raggiunto la giusta, l’eterna trasformazione, perché da una metà era diventato l’intero. D’ora in poi avrebbe potuto trasformarsi quanto volesse. Continuamente scorreva il flusso incantato del divenire attraverso il suo sangue, eternamente prendeva parte al creato che sorgeva ogni ora nuovo. Egli diventò capriolo, diventò pesce, diventò uomo e serpente, nuvola e uccello. Ma in ogni forma era completo, era una coppia, aveva la luna e il sole, aveva in sé il maschio e la femmina, scorreva come un fiume gemello attraverso le terre, stava come una duplice stella nel cielo.” 

Il discorso delle “Tre Metamorfosi” di Zarathustra (di Friedrich Nietzsche) ha come oggetto il passaggio dell’uomo dalla sua condizione inferiore alla coscienza di sé: il cammello, il leone e il fanciullo sono simboli del progredire umano verso la propria autoliberazione dalla religione e dalla morale, in direzione dell’innocenza dell’Oltreuomo. Si apre così il capitolo delle “Tre metamorfosi” del “Così parlò Zarathustra” del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche. Qui le metamorfosi alludono alla condizione del genere umano attraverso le epoche. Il cammello è l’animale da soma che accetta ciò che gli viene imposto, che viene caricato dei pesi maggiori e inginocchiandosi dinanzi al suo destino è la categoria dei razionalisti, che da Socrate a Kant si impone nella storia della filosofia.Come l’uomo cristiano, che ha deciso di subordinare la sua vita alla fede e al comando di qualcun altro. Nella prima metamorfosi il cammello diventa leone, l’animale che si caratterizza per il rifiuto continuo ad accettare il mondo così com’è. Ma anche il leone, secondo il filosofo, è troppo legato al passato. l’uomo affermando con forza la propria volontà è in grado di uccidere Dio, dicendo no al Tu devi, e creandosi la propria libertà, ma ancora non ha la forza per fare nuovi valori. Per la fondazione di nuovi valori e l’affermazione della propria volontà di potenza, a cui Nietzsche vuole indirizzare il genere umano occorre ricercare un altro modo di dire “sì”, innocente e nuovo come quello di un fanciullo. Dopo la morte di Dio che, liberata dalle catene del “Tu devi”, si manifesta ora pienamente nel suo carattere di volontà di potenza. Solo il fanciullo può annunciare l’avvento del Super-uomo, colui che si sottrae dal peso della storia e del passato e che al rifiuto accompagna lo spirito creativo e il gioco.

La nuova metamorfosi dell’uomo sono i cloni, cioè la società clonica.  Un tempo il corpo era la metafora dell’anima, poi divenne la metafora del sesso, oggi non è più la metafora di nulla, è il luogo della metastasi, della concatenazione macchina di tutti i suoi processi, di una programmazione all’infinito senza organizzazione simbolica, senza obiettivo trascendente, nella pura promiscuità con stesso che è anche quella dei sistemi reticolati e dei circuiti integrati. Con altre parole la metamorfosi è morta viva la metastasi. La metastasi è la nuova macchina che si chiama Metà uomo. Sono gli androidi, cioè robot umanoidi, provvisti di apporti biologici, spesso allo scopo di aumentare la loro somiglianza con l’essere umano. Tutti parlano di cyborg o organismo cibernetico – anche organismo bionico – indica l’unione omeostatica costituita da elementi artificiali e un organismo biologico. Tutti i tentativi attuali tra cui ricerca biologica più avanzata, tendono verso la messa a punto di una tale sostituzione genetica, di riproduzione sequenziale lineare di clonaggio, di partenogenesi, di piccole macchine celibi.
9788888865508_0_200_0_0Antonio Caronia nel libro, “Il cyborg – Saggio sull’uomo artificiali”, p.106, scrive: «Mentre l’automa settecentesco, quello concreto e materiale costruito dai grandi atomisti, aveva anche l’effetto di rassicurare riguardo all’eccellenza del corpo dell’uomo (così complesso da essere imitato) e dalla sua mente (così acuta da essere capace di realizzare quell’imitazione), il robot, l’androide, il cyborg della fantascienza annunciano invece il declino dell’uomo quale noi lo conosciamo, o quale pensiamo di conoscerlo da ciò che la storia e l’abitudine ci hanno tramandato, e la nascita di un nuovo uomo, simbionte della creatura che egli stesso ha costruito ma ormai in qualche modo automatizzato».
“Quando il bruco diventa una farfalla? Quando scopre il desiderio di volare”. Diceva Antonio Curnetta. Però oggi il bruco non scopre il desiderio di volare. Perché l’uomo oggi entra in un processo di virale di in distinzione.

Metamorfosi e corpo.

Cercando il corpo al paesaggio di un nuovo realismo. Cercando il corpo del desiderio dentro la poesia del reale, che cosa possiamo dire? La verità è che non vi è neppure una parola in Omero in grado di dire il corpo nella sua totalità. Il soma in greco antico (cioè il corpo) è un’invenzione platonica, in esso il corpo diviene quella totalità chiusa, e aperta insieme, gerarchica e psicocentrata in Platone come filosofico – scientifica, che è tutt’ora imperante. Nella filosofia antica e medioevale possiamo rintracciare due concezioni di questa relazione anima-corpo: la prima risale all’interpretazione orfico – pitagorica secondo la quale il corpo è un’entità di natura completamente diversa e separata rispetto all’anima. Platone sostiene che il corpo è la tomba dell’anima. (Fedone 66b), cioè un ente corruttibile e mortale di cui l’anima, caduta dal suo stato meramente intellettuale ed eterno sarebbe prigioniera. Un’altra concezione del rapporto anima-corpo troviamo in Aristotele che sostiene che le due entità non sono separate ma costituiscono elementi separabili di un’unica sostanza: il corpo è la materia intesa come potenzialità, quella che offre possibilità di sviluppo, l’anima è la forma, la realizzazione di quelle possibilità materiali tramutatesi in attuali. L’anima è la vita che possiede in potenza un corpo. Il corpo cioè è un puro e semplice strumento dell’anima: ma non uno strumento inerte ma tale che possiede “in se stesso il principio del movimento e della quiete”. Spinoza concepisce «la mente e il corpo come un solo identico individuo, che è concepito ora sotto l’attributo del pensiero, ora sotto quello dell’estensione» Nel pensiero filosofico moderno e contemporaneo come per esempio nella filosofia di Nietzsche il corpo esiste come principio di verità. (Gli odiatori del corpo). Mentre per la filosofia idealistica  di G. Berkeley soltanto la mente e le sue percezioni esistono (Trattato sui principi della conoscenza umana).
Schopenhauer1788-1860.jpgSecondo Arthur Schopenhauer, il corpo è nella sua essenza, cioè come “volontà di vivere”. Cosi il corpo diventa uno strumento degli oggetti materiali semplici oggettivazioni della volontà.  Henri Bergson sostiene che il corpo è un semplice strumento dell’azione pratica di una coscienza spirituale. Secondo E Husserl il corpo è un’esperienza vivente che viene isolata mediante una serie di riduzioni fenomenologiche (Meditazione cartesiane). “Gli spiriti sono qui, dove sono i corpi, nello spazio e nel tempo naturali, ogni volta e fintanto che i corpi sono corpi viventi. Husserl”. Alla concezione husserliana del corpo richiamano in modi diversi, come J. P. Sartre (L’ essere e il nulla) è presente in ogni progetto della coscienza in quanto rende possibile l’apertura al mondo e agli altri. e anche M. Merleau – Ponty (Fenomenologia della percezione) qui M. Ponty torna il tema dell’apertura al mondo, resa possibile da quella dimensione originaria in cui la consapevolezza che abbiamo del nostro corpo.

Però il corpo parla. Il corpo racconta e possiamo anche dire che il corpo chiede aiuto. E proprio il corpo è il luogo in cui s’inscrive il potere, è il dominio esteso di una torsione di senso. Sostengono M. Foucault, Gilles Deleuze, e Giorgio Agamben. “Il potere si è addentrato nel corpo, esso si trova esposto nel corpo stesso.”  Il corpo diviene una totalità in cui le differenti parti si trasformano in “organi”, ognuno finalizzato all’efficienza e produttività dell’intero, e il potere vuole il corpo come si fa chiusura difensiva verso tutto ciò che è “fuori” e che è visto come negativo, pericoloso, da eliminare. Viviamo quello tecnico-politico, costituito da tutto un insieme di regolamenti militari, scolastici, ospedalieri, e da processi empirici e ponderati per controllare o correggere le operazioni del corpo. Il corpo diventa come Il cilindro beckettiano (possiamo ricordare Le dépeupleur, 1970 “Lo spopolatore” di Samuel Beckett), non è dunque semplicemente un edificio di reclusione, ma un dispositivo architettonico del controllo e della sorveglianza, in cui ciò che conta è l’insieme dei meccanismi grazie ai quali il singolo scompare per lasciare il posto ad una massa anonima di individui separati e incapaci di relazioni. La libertà del corpo è libertà in situazioni. Il corpo diventa il feticismo dei bisogni. Quando i valori di scambio organizzano il mondo, anche il corpo spetta nella situazione di scambio. K Marx scisse: “L’uomo, infatti, è un ente corporeo che ha nulla natura il suo corpo inorganico con il quale egli deve rimanere in un processo continuo”.

Nella psicoanalisi il corpo diventa voce e presenza. Binswanger scriveva: “Si deve pensare soprattutto e unicamente al modo con cui il corpo assume rilevanza psicologica e psicopatologica come dato corporale o come presenza corporale con tutte le sue essenziali modalità a priori e con tutte le sue possibilità fattuali di alterarsi.”

Ma anche il corpo diventa un senso, che compone sensi. “Il corpo è un carniere di sensi, il segno è un corpo disincarnato” sosteneva J. Baudrillard. Nel rapporto preciso tra significante e significato il corpo diventa un sistema di segni. Nell’arte il corpo diventa un riflesso diretto della percezione del sé. Il nostro corpo nell’arte è il percorso che  significa la percezione del sé e degli altri nella storia.  Il filosofo indiano Svami Prajnanpad diceva che il corpo dovrebbe diventare sensibile come un occhio.

konstantinos kavafis

Il poeta greco K. Kavafis scrisse una poesia con titolo: “ Ricordati, mio corpo”:

Corpo, ricorda non solo quanto sei stato amato
non solo i letti dove hai giaciuto
ma i desideri, anche,brillanti, chiari per te negli occhi
che tremavano nella voce – da un qualche
ostacolo casualmente impediti.
Ora che tutto ormai è nel passato, pare
che in qualche modo a quei desideri
tu avessi ceduto – come brillavano,
ricordalo, negli occhi su te fissi;
e nella voce, come tremavano per te, ricorda, corpo.

Anche A. Artaud, descrive la struttura del  corpo e la struttura è sempre struttura d’espropriazione. La divisione del corpo in organi, la differenza interna della carne apre la carenza, attraverso la quale il corpo si fa assente a se stesso, dando a intendere di essere, o credendo di essere lo spirito. Come diceva Derrida: “Il corpo è il corpo, / esso è solo / e non ha bisogno di organi, / il corpo non è mai un organismo, / gli organismi sono i nemici del corpo, / le cose che lo costituiscono / avvengono da sole / senza il concorso di alcun organo, / ogni organo è un parassita, / ricopre una funzione parassitaria / destinata a far vivere un essere / che non avrebbe dovuto essere là. […] La realtà non è ancora costruita perché i veri organi del corpo umano non sono ancora composti e piazzati.” (A.Artaud, Ci-gît in Artaud le Mômo, Ci-gît e altre poesie, op. cit., pag. 29.)

Deleuze e Guattari sottolineano il fatto che il corpo “sotto gli organi sente larve e vermi ripugnanti, e l’azione di un Dio che lo sconcia o lo strangola organizzandolo”, specificando come, allo stesso tempo, “il corpo soffra d’essere così organizzato, di non avere un’altra organizzazione o assolutamente nessuna organizzazione” G. Deleuze e F. Guattari, L’anti-Edipo, p, 9 -10.

 Il corpo ha un destino. Un destino come prontezza creativa. Ogni corpo, come afferma lo studioso José Gil, è segnato da simile destino che lo costringe a portare le stigmate di una manipolazione occulta: i corpi saranno condannati a ripetere all’infinito il rito della conformità al Significante supremo: cercheranno senza sosta di incarnarsi, ossia di obbedire alla regola che li porta ad apparire nella loro carne (in sfacelo) come presenza pura del Significante supremo e dispotico. È la via insegnata da tutte le religioni, sia nell’eucarestia (dove l’incarnazione del corpo di Cristo ha il fine di cambiare il corpo – e lo spirito – del fedele), sia in qualsiasi pratica che, come nel buddismo, mira a riprodurre nel corpo umano il “corpo glorioso” del Buddha. Si tratta sempre della presenza di un Senso supremo che deve essere realizzato. Questa si chiama incarnazione. ( J. Gil, Corpo in Enciclopedia, Torino, Einaudi, 1978, vol. III, pag. 1132.)

Apostolos Apostolou
Docente di filosofia.

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“E c’erano ancora tante cose da fare…” di Antonio Teni

Una lirica contro la logica di  potere di ogni organismo istituzionalizzato che si macchia del più grave delitto nei confronti degli individui: annientare i sogni, la dignità, l’anima e  annichilire il pensiero soffocando tutto ciò che fa parte della persona nella sua pulsante vitalità. “Ogni morte di uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell’umanità; e così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te!». Questa massima di John Donne a conferma del profondo significato di ogni vita umana e dell’assurdità di ogni morte  in ogni latitudine. [M.R.Teni]

 

Il pallore del crepuscolo/ di un crepuscolo
l’epilogo inatteso di un’umana vicenda
la triste vicenda terrena!

Il sole è accecato! sbiancato il cielo!
esanime è il vento! esangue la vita!

E laggiù…bocconi nella polvere,
nel fumo acre delle carni bruciate
sgorga il sangue caldo di un uomo
e scivola via a bagnare la terra
una terra lontana / non sua
terra di pietre e deserti
terra di montagne in catene
terra di polvere e cenere…

e lassù…sanguina il cielo!

Un rantolo…e l’ultimo respiro senza respiro!
Con gli occhi sbarrati
ammutoliti dal terrore di un istante
esterrefatti in un grido senza grido
annichiliti nel pensiero
forse senza poter realizzare che si muore così
inopinatamente
indifferentemente
irreversibilmente…

E avevi ancora così tante cose da fare
così tante cose da dire
o mio soldato di vent’anni!

Il cuore pulsante in macerie
per un sogno in brandelli /morto in missione….
per la libertà di altri uomini
(così ti hanno detto!)

Silenzio
profondo …
ineluttabile…

Il pianto di una tromba fende la cortina
della tua immobilità ab aeterno…
Spari a salve nell’aria in attesa
in memoria dell’eroe in uniforme
per la memoria di uomini senza memoria.
È il suono della vita che ti saluta
che ti afferra per il bavero
che ti prende per i capelli
quando sei ancora sulla soglia della porta
che conduce al profondissimo sonno!

Ci saranno le esequie
i funerali di Stato
avvolgeranno il feretro nella bandiera
(per te senza colori)
e nel corteo silente sfileranno le ombre lente
di funerea gente
le alte uniformi e le più alte cariche dello Stato
i potenti e i ricchi
quelli che a morire per la libertà
ci mandano gli altri e i figli degli altri.
Impettiti e vivi
seguiranno l’eroe morto
e i tuoi commilitoni
con la stessa divisa di eroi in divenire
ti piangeranno…

E già ti piange tua madre
sola ai piedi della tua croce
senza consolazione…

Ti hanno avvolto in un drappo colorato
o mio soldato di vent’anni!
Hanno avvolto nelle pieghe del silenzio senza luce
il tuo sorriso luminoso
i tuoi sogni di bravo ragazzo
le rosse labbra che non bacerai
i fianchi che non cingerai
il mare in cui non ti tufferai
la voce di un figlio che non vedrai
il profumo della vita che ti ha lasciato
o mio soldato di vent’anni!

… E c’erano ancora tante cose da dire!
… E c’erano ancora tante cose da fare!
    al giovane soldato morto di ogni paese

Antonio Teni

ph mrt

 

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