Il punto di vista – “Gino Strada” di Mariantonietta Valzano

lente ingrandimento

“Il punto di vista” di Mariantonietta Valzano

Non voglio fare uno dei tanti elogi alla persona straordinaria che era il Prof. Gino Strada. Voglio raccontare la prima volta che l’ho visto in tv al Maurizio Costanzo Show molti anni fa.

Un uomo comune con i capelli un po’ lunghi e la barba incolta, vestito con un maglioncino come un comune mortale e non inamidato barone che si ostenta alla platea. Parole molto semplici, efficaci per raccontare cosa è una guerra vista dalla parte di chi la subisce e non gioca a Risiko con la vita degli altri. Mi colpì la descrizione delle mine antiuomo a forma di farfalla che venivano raccolte dai bambini per poi venire deturpati, umiliati e annientati.

Col suo fare energico ma gentile, graffiante e pacato come chi parla perché le cose le ha viste e vissute stava letteralmente sbottando in faccia alla generazione yuppies anni 90 della Milano da bere, la triste realtà del redditissimo mercato della guerra fatta del dolore di chi non vorrebbe mai combatterla.

Da perfetto medico, che crede più nel suo ruolo che nel suo stipendio, raccontava di come negli ospedali EMERGENCY tutti, a prescindere da chi fossero, venivano soccorsi e curati. Il giuramento di Ippocrate era un valore e un valore ineluttabile anche quando avevi sotto le mani un demonio.

Oggi quel ricordo in me lascia tanto vuoto, non perché io tema che la sua opera non prosegua…anzi fortunatamente e grazie alla generosità di chi comprende il male nella sua inutile banalità, al momento il bilancio dell’ONG è più che solido (ho letto varie polemiche in merito, probabilmente chi se ne fregia non ha proprio contezza che la salute costa) e ha diversi ospedali di avanguardia e moderni in molti luoghi nel mondo.

Il mio senso di tristezza è dovuto alla perdita di un uomo senza paura, che ha messo al primo posto ciò che poteva fare per gli altri, non era un credente in Dio ma non avrebbe potuto testimoniare meglio il valore di un Vangelo sul campo, come direbbe Papa Francesco, un ospedale da campo…e ci mancherà tanto.

Mariantonietta Valzano

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“I PREDILETTI DEL SUOLO E IL LORO SIGNIFICATO”: L’ALSTROMERIA– di Maria Rosaria Perrone

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L’Alstroemeria conosciuta anche non il nome di giglio peruviano, giglio degli Incas e giglio delle Ande è una pianta di origine sud americana, in particolare del Perù e dell’area Andina. La sua denominazione fu data da C. Linneo in onore dell’amico, barone Klas Von Alstroemer che portò dal Sud America in Europa i semi di questa pianta, anche se la pianta è stata descritta la prima volta dal botanico francese Louis Feuillée.
Questi fiori incantevoli, che vagamente somigliano alle orchidee, hanno corolle che variano dal bianco al rosa, dal violetto al rosso e al porpora ed in virtù della specie possono avere sullo stesso petalo sfumature di colore diverse, impreziosite da striature e puntinature nere, oltre a lunghi ciuffi di stami e pistilli. Queste tonalità di colore rendono l’alstroemeria un fiore molto ornamentale, tanto che è stato protagonista indiscusso di molte cerimonie festose, di riti tribali nelle popolazioni Incas, pertanto eretto a simbolo di vittoria del bene sul male. In florigrafia è anche simbolo di devozione, prosperità e fortuna. In diversi paesi del mondo proprio per la delicatezza, la bellezza dei suoi petali e il significato è scelto come fiore nei bouquet dedicati alla festa della mamma.

Sul bene e il male…
“Non c’è mai stata una guerra buona o una pace cattiva”
-Benjamin Franklin-

Maria Rosaria Perrone

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“Consigli per lettura – settembre 2021” – a cura di Mariantonietta Valzano

“Fine pena: ora”
di Elvio Fassone

Questo scritto, basato su una reale esperienza vissuta dall’autore e giudice Fassone, è una riflessione sulle dinamiche del sistema carcerario e, in particolare, su un punto fondamentale che è la rieducazione e il recupero del condannato. Non è una lettura di facile ricezione poiché pone tanti dubbi e tanti interrogativi sull’attuale realtà carceraria, dubbi che possono mettere in discussione il nostro modo di pensare il detenuto, la sua pena e la relazione con la società. Dai frequenti fatti di cronaca che ci propugnano sovente delitti efferati, reiterati da detenuti che stanno beneficiando di semilibertà o simili attenuazioni di pena previsti dalla legge, offuscano un gran numero di detentori di pena che invece hanno intrapreso un percorso che non si può etichettare come redenzione, facoltà che sono appannaggio di altre vie relative all’anima, ma un profondo cambiamento della persona, con una consapevolezza matura e critica del proprio passato che talvolta è stato ineluttabile. Come fa notare l’interlocutore del Giudice, Salvatore, condannato al maxiprocesso, figura di spicco nell’ambito dell’organizzazione mafiosa di cui fa parte, quando si nasce in determinati contesti sociali dove il degrado e la povertà di risorse lascia mano libera alla criminalità di ogni genere, si ha quasi un destino scritto da seguire.

In un contesto che è quello della ricostruzione di sé, della prospettiva di un futuro che possa ancora offrire occasioni di umanità e libertà si innesta il sistema dei benefici della pena che incitano e motivano il detenuto a intraprendere una strada diversa del crimine, suscitando un miglioramento sia delle condizioni del medesimo reo sia a livello di novero della società, con il recupero e il reinserimento di risorse umane che non ne perseguono un “danno” ma creano un sentiero in cui poter “dare” un contributo proficuo. In questo ambito, dove i vantaggi sarebbero razionalmente evidenti, si innestano i più profondi dubbi, figli legittimi di dolori lancinanti dovuti a perdite di figli, mariti, padri e madri che in fondo alle nostre anime reclamano giustizia che odora di punizione e una certezza della pena, che non ha nulla a che fare con la norma legislativa sancitoria della chiarezza della pena in relazione al reato, ma altresì intesa come espiazione forzata della colpa. In questo ambito è molto difficile il percorso del perdono, soprattutto per i familiari di quelle innumerevoli vittime dell’atto volontario del reo, familiari a cui non si può non dare comprensione e valore.

Quindi il tema è molto importante e di profonda riflessione, sia per ogni cittadino che per le stesse istituzioni.

Leggendo questo libro non si può non accogliere questa parte di vita, la vita di chi ha sbagliato e cerca di reindirizzare le proprie energie per un riscatto e una prospettiva che hanno radici anche cristiane di cui tanto ci ammantiamo ma poco pratichiamo.

Consiglio di leggere in contemporanea l’opera di Antonio Manzini “Gli ultimi giorni di quiete” già oggetto di consigli di lettura.

Mariantonietta Valzano

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DIVAGAZIONI LETTERARIE: “ANDANDO PER BORGHI” di Myriam Ambrosini

Nuovo Documento di Microsoft PublisherScrigni preziosi i nostri piccoli borghi. In ognuno possiamo ritrovare la storia del nostro paese … Folklore, gastronomia e perle architettoniche. Tra questi messaggeri di un passato, se non glorioso, almeno culturalmente arricchente, voglio citare, per aver avuto più volte modo di visitarlo, lo splendido borgo medioevale di Sermoneta.

Situato tra i monti Lepini (Appennino centrale) che gli fanno da cornice e da corona, Sermoneta vanta una storia di tutto rispetto. Dominio secolare dei Caetani – di cui uno dei maggiori rappresentanti Onorato Caetani, V duca di Sermoneta, partecipò, con la nave GRIFONA e con una flotta da lui stesso costituita e con soldati sermonetani, alla leggendaria battaglia di Lepanto, dove la cristianità ottenne una vittoria memorabile contro i Saraceni (Arabi) -, visse una breve parentesi sotto i Borgia e Lucrezia, figlia di Rodrigo Borgia, alias Papa Alessandro VI, ne fu la feudataria, amando particolarmente sia il Castello Caetani –  sua dimora -, sia il privilegio di poter godere da lì del magnifico affaccio sull’agro pontino che spinge lo sguardo sino al Promontorio del Circeo.
Sermoneta vanta cinte murarie imponenti, un castello – Caetani – assai ben conservato, un duomo in puro stile gotico e, soprattutto, un’atmosfera fatata, con le sue stradelle che mostrano ancora l’originaria pavimentazione, le abitazioni di stampo medioevale – alcune risalanti addirittura all’anno mille, ottimamente conservate e preservate da un’attenta amministrazione comunale – arricchite spesso da piccoli balconi, con le balaustre in ferro spesso forgiate dagli stessi mastri ferrai medioevali, ricolmi di fiori. La cura dei dettagli è infatti essenziale in questo borgo e si ravvisa anche nei piccoli particolari, come appunto la mostra di  ricche fioriture presso ogni abitazione, mentre, dal vicino e romantico “Giardino degli Aranci, giunge l’intenso profumo degli agrumi, che siano aranci, limoni o pompelmi.
Visitare Sermoneta significa fare un vero tuffo nel passato – senza essere disturbati dalle automobili, che si è obbligati a lasciare fuori da tutto il centro storico -, tanto da poter immaginare di percepire il galoppo di cavalli lontani o la musica di un trovatore che regala serenate alla donna amata. Ed è anche per questa sua speciale atmosfera che Sermoneta è stata più volte scelta come un vero e proprio set cinematografico privilegiato, dando vita a molti film ad ambientazione storica: tra i più famosi voglio citare  “Non ci resta che piangere”, con protagonisti Massimo Troisi e Roberto Benigni.
Alle magie di Sermoneta – dove ho potuto avere il privilegio di presentare il mio ultimo romanzo PHANTAZO – ho dedicato diverse poesie e qui di seguito mi permetto di riportare le tre che ritengo più significative.

“ SERMONETA”
Dolce
E’ assaporare
Il tempo
Tra le tue
Antiche
Mura
E le ombre
Delle case
Raccolte,
sempre
profumate
di fiori.

La storia
E’ passata
Su di te,
ma ha lasciato
intatto
il tuo
splendore.

Dolce
Era
Tenere
Per mano
La mia
Illusione.

ACQUERELLO
Erano
D’argento
Le pietre
Sotto quella luna
Grande
Come un cuore
Innamorato.

Mute le case
Raccolte
Come
In preghiera
Attorno
Al suo campanile,
ma in tutto
quel silenzio
parlava
la storia.

Trame
Preziose
I monti
All’intorno;
sentinelle
di congiure
e di misteri.

La tua mano
Nella mia
A raccontarmi
L’eterna
Illusione
Dell’amore.

TORNERO’
Tornerò
A tuffarmi
Tra quelle
Stradelle
Scoscese
Ed alzerò
Lo sguardo
A quel cielo
Che,
quasi
timido
si affaccia
tra gli antichi
caseggiati.

Osserverò
Quei monti fieri
Che si protendono
D’intorno,
Ma nulla
Sarà
Come
Prima.

Si è spento
Quel sorriso,
migliore
di un abito
sontuoso,
e nei miei
passi
una stanchezza
antica
che affatica
il cammino.

​FIORE RARO
Occhi
Di laghi
Profondi,
ma trasparenti
comeil tuo cuore.

Spensierato
Quel tuo
Volto
Sotto
Il caschetto
Biondo
Che nasconde
Pensieri
Ed un dolore
Profondo.

Hai
La modestia
Dei grandi
Ed un sorriso
Lì dove
Dovrebbe
Esserci
Il pianto.

Fiore raro
Da conservare.

Myriam Ambrosini

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A settembre si riparte…

Con l’arrivo di settembre ripartono i vari approfondimenti e servizi relativi alle attività della nostra rivista culturale. Riprendiamo con una bella incursione letteraria nello splendido borgo medioevale di Sermoneta, situato tra i monti Lepini (Appennino centrale), curata magistralmente da Myriam Ambrosini, per procedere con l’inaugurazione di una rubrica “Gli autori di Vitulivaria”, una  vetrina che si aprirà con la Segnalazione letteraria delle sillogi di poesia, partecipanti al Premio Vitulivaria- memorial Gerardo Teni – 6 edizione – che godranno di uno spazio dedicato con  pubblicazione sul sito della scheda del libro (contenente copertina, sinossi, biografia dell’autore e indicazioni per l’acquisto), condivisa sulle pagine Facebook del Premio letterario Vitulivaria e di “Cultura Oltre”, nonché di una  Recensione  un’ Intervista all’autore, cui seguiranno le varie opere poetiche e narrative dei vari autori. Non mancheranno le consuete e preziose rubriche curate da Mariantonietta Valzano che offrirà i suoi Consigli di lettura e proseguirà con l’appuntamento del Punto di vista sull’attualità, e l’ospitalità offerta al Libro del Mese che a settembre proporrà un volume interessante di Marco Capocasa, antropologo molecolare dell’Istituto Italiano di Antropologia e dello scrittore Giuseppe Di Clemente dal titolo “Elbrus”, recensito da Eleonora Mello.
Cerchiamo di ritagliare, nel quotidiano andirivieni, un piccolo spazio per la lettura, la scrittura e tutto ciò che è cultura per crescere  ogni giorno un po’ di più e difenderci dai luoghi comuni e dagli stereotipi.
Buon proseguimento!

 

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SONETTO DI SETTEMBRE di Carlo Vallini

O Settembre, nel bel parco silente
ove assorto al mio sogno un dí vagai,
fa’ ch’io rivegga ancora dai rosai
fiorir le rose, prodigiosamente.

Ch’io rioda tra i boschi dolcemente
gemer le mie fontane dolci lai
e le gelide statue che mai
mutano gesto, interrogarmi intente.

Irrompa tra i cipressi, per le aperte
finestre, nel castello, la sovrana
fiamma sanguigna del gran sol che muore

e dilaghi via via per le deserte
plaghe, una voce triste che lontana
mi sembri e pianga invece nel mio cuore.
Carlo Vallini

da “La rinunzia”, Streglio, Torino 1907

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ph Eleonora Mello

Carlo Vallini macque a Milano il 18 luglio 1885 da Tito, ispettore delle ferrovie, e da Maria Zanoni. Ebbe una sorella, Enrica. Trascorse a Genova l’infanzia, dove frequentò il ginnasio Cristoforo Colombo, per poi trasferirsi con la famiglia a Torino e proseguire gli studi presso il liceo Vittorio Alfieri. Insofferente a ogni forma di disciplina, a causa della cattiva condotta scolastica fu costretto dal padre a imbarcarsi come mozzo sul veliero Adelaide, salpato da Genova il 22 novembre 1902 per la Giamaica. Il viaggio, durato sei mesi, permise a Vallini di scrivere un diario, nel quale raccontò giorno per giorno la difficile vita di bordo (pubblicato in parte postumo: Calcaterra, 1941). Se il 1902 segnò la sua prima esperienza di scrittura in prosa, quello stesso anno fu fondamentale anche per il suo esordio in versi; infatti su I diritti della scuola apparvero il 29 novembre i primi due componimenti valliniani dati alle stampe, Burrasca vicina e Meriggio campestre, che facevano parte di un ciclo di cinque sonetti intitolato Acquerelli scoloriti, frutto di un apprendistato poetico nato sotto il segno di Giovanni Pascoli e soprattutto di Gabriele D’Annunzio. Conseguita la licenza liceale, nel 1905 Vallini si iscrisse alla facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Torino, dove sostenne otto esami, tra i quali quello di letteratura italiana con Arturo Graf, di cui seguiva le lezioni nella famosa ‘aula VII’, insieme a Guido Gozzano, con il quale strinse uno stretto rapporto di amicizia e di fratellanza poetica.Ne sono testimonianza le lettere di Gozzano all’amico dal 1907 al 1914, tra battute ironiche, consigli, scambi di versi, commissioni da svolgere, e, soprattutto, un’estrema attenzione alla diffusione delle loro opere nell’ambiente torinese e genovese. Oltre il normale corso accademico gli studenti si incontravano con il professore il sabato pomeriggio alle cosiddette sabatine, durante le quali si discuteva soprattutto di letteratura contemporanea. Proprio nel corso di uno di questi incontri, il 13 gennaio 1906, Vallini lesse pubblicamente un suo scritto su La satira politica di Giuseppe Giusti. Dalle lezioni universitarie si passava alla Società di cultura in via delle Finanze, dove avvenne insieme la presentazione della raccolta La via del rifugio di Gozzano e di Un giorno di Vallini, entrambe uscite presso l’editore Streglio nel 1907 (Torino-Genova). Ma per la stessa casa editrice Vallini aveva pubblicato mesi prima la sua prima raccolta poetica: La rinunzia (Torino-Genova-Milano 1907). Con La rinunzia, una raccolta di sonetti e canzoni, intrisa di atmosfere dannunziane, egli approdò anche a tematiche proprie della poetica crepuscolare come nei Sonetti della casa, composti insieme ad altri a Montecavolo in provincia di Reggio nell’Emilia, dove si trovava la casa del nonno materno. L’opera riscosse giudizi positivi da parte di amici quali Giuseppe De Paoli, Mario Vugliano, che la recensirono rispettivamente sulla genovese Rassegna latina e sulla Gazzetta di Torino, Amalia Guglielminetti. Maggiori difficoltà si incontrarono invece con la seconda opera, Un giorno: il poemetto, in ottonari e novenari liberamente rimati, è diviso in dodici capitoli nei quali il poeta, supino sopra uno scoglio di fronte al mare ligure, lascia andare liberi i suoi pensieri durante un’intera giornata. Vallini indaga, riflette sulla realtà, sulla vita e il suo senso attraverso una meditazione esistenziale-marina, al tempo stesso ripone nella distanza ironica la coscienza della sua poetica, sentendo di partecipare a quella ‘scuola dell’ironia’ torinese nella quale Gozzano ricopre un ruolo di primo piano. Non a caso proprio il poeta dichiara come per lui «la scuola migliore / è la scuola dell’ironia. / È più saggia, se tu sapessi, / della saggezza tua calva: / è quella che ancora ci salva / dal ridicolo verso noi stessi». E chiama direttamente in causa l’amico: «Amico pensoso e lontano, / ben io nei miei soliloqui / ancor mi rammento i colloqui / tenuti con guidogozzano!» (Un giorno e altre poesie, a cura di E. Sanguineti, 1967, pp. 71, 79). Dalla poesia della raccolta La rinunzia a quella di Un giorno il passaggio fu radicale: Vallini riuscì ad «attraversare D’Annunzio», per utilizzare un’espressione montaliana a proposito di Gozzano. Il poemetto, concepito durante una visita a Gozzano presso San Francesco d’Albaro, località dei suoi soggiorni liguri, suscitò stupore negli amici più stretti e perplessità anche tra chi si sentiva fraterno al poeta. Gozzano, che si adoperò per la promozione dell’opera, alla fine scrisse egli stesso una recensione, apparsa però a firma di De Paoli, nel Corriere di Genova del 1°-2 gennaio 1908 con il titolo Poesia che diverte…, nella quale rimproverò all’amico il ricorso a un’ironia non sapientemente temperata che invece andrebbe professata con una specie di delicato pudore. E proprio a causa della stretta fratellanza poetica con il poeta della raccolta La via del rifugio, quello di Un giorno venne spesso accusato di essere un gozzaniano, accusa per esempio mossa dalla stessa Guglielminetti. Dopo le esortazioni dell’amico, Vallini sembrò ravvedersi sul tipo d’ironia da utilizzare come mostra la successiva poesia edita, Dopo il teatro, uscita in Pagine libere il 31 gennaio 1908. Lasciata l’Università di Torino, si laureò il 10 novembre 1909 presso quella di Bologna, dove intanto si era trasferito, discutendo una tesi dal titolo La conoscenza e l’ideale estetico in Leonardo. Dopo la laurea iniziò l’attività di insegnamento presso licei e istituti superiori del Nord e del Centro Italia, tra i quali l’istituto tecnico E. Manfredi di Bologna. Vallini si dedicò anche al teatro. Tra il 1910 e il 1911 scrisse, sul modello della tragedia dannunziana, il poema fantastico Ecce homo (Firenze 2016), mentre pubblicò nel 1912 Radda. Dramma lirico in un atto (Milano): musicato da Giacomo Orefice, fu messo in scena al Lirico di Milano il 25 ottobre dello stesso anno. Sempre nel 1912 scrisse La taglia, dramma borghese in tre atti rimasto inedito, e poi nel 1914 Le Prince de la Mer. Fable mimée pour musique, en trois actes et neuf tableaux (Reggio Emilia). Intanto nel 1913 aveva pubblicato un Dizionario della mitologia classica, a carattere scolastico (Rocca San Casciano). In quegli anni suoi articoli erano apparsi sulla Gazzetta del popolo della domenica, sulla Rivista ligure di scienze, lettere ed arti e su La Nova Italia. Insegnante presso le scuole tecniche di Cividale del Friuli, allo scoppio della prima guerra mondiale Vallini fu chiamato alle armi, dapprima nel 35° fanteria sul Podgora, successivamente nel 6° alpini, 108ª compagnia, come sottotenente in trincea in Trentino. Nel 1916 si distinse prima per aver recuperato la salma di un ufficiale caduto sotto la trincea nemica, poi per la presa del Forte Matassone, per la quale fu insignito della medaglia al valore: all’impresa dedicò l’ode Per una altezza, composta al fronte e pubblicata nello stesso anno (Pavia 1916). Rientrato dalla guerra, riprese il progetto – avviato nel 1914 – di scrivere un poema lirico in tre libri dal titolo I regni perduti, che tuttavia non portò mai a termine. Compose solo i tre cicli di sonetti Aegyptia, Assyria e Persica (di cui alcuni apparvero in rivista: Horo, Lo scriba, Nel màstaba, in Andromeda, I (1918), 2, pp. 16 s.; poi questi stessi testi, insieme con L’offerta del Re, in Ardita, III (1921), 1, pp. 44 s.), in controtendenza rispetto al genere di poesia cui era approdato con Un giorno e facendo ritorno alle atmosfere dannunziane delle prove giovanili. Nell’inverno dal 1919 al 1920, ritiratosi a Marina di Massa, ritornò alla scrittura di favole con il ciclo Nove favole per un amore, delle quali riuscì a pubblicare solo I presagi (in Novella, II (1920), 20, pp. 955-958), mentre uscì postuma L’isola del sogno (in Convivium, XXVII (1959), pp. 598-607). La sua scrittura si indirizzò anche verso il cinema: La donna che offese l’amore. Favola cinematografica, Sogno di Gogò. Commedia cinematografica in 4 parti, entrambi progetti rifiutati, e La lettera chiusa. Dramma cinematografico in 4 parti, scritta con Guglielmo Zorzi, direttore della Olympus Film di Roma che acquistò l’opera, passata in pellicola nel 1920 per la regia dello stesso Zorzi. Il film ottenne il visto della censura il 1° marzo 1920, per essere proiettato a Roma il 14 febbraio dell’anno successivo. Nel 1920 Vallini pubblicò una traduzione del poema La ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde (Milano). Morì a Milano l’11 dicembre 1920. Scrittore poliedrico come mostrano le sue opere, molte delle quali rimaste inedite, che spaziano dalla poesia al teatro, dalla favola al cinema, Vallini fu uno dei principali protagonisti, insieme a Gozzano, di quella ‘scuola dell’ironia’ tutta torinese che contribuì a dare avvio e rinnovare la poesia del XX secolo. Alla ricerca di un nuovo percorso poetico novecentesco in grado di attraversare in primis l’opera dannunziana, il poeta con i suoi versi, quelli del poemetto Un giorno, si spinse oltre lo stesso Gozzano. La sua poesia dell’indagine, la sua meditazione esistenziale immersa nel paesaggio ligure, non rimasero indifferenti a poeti destinati a segnare la poesia del Novecento come Eugenio Montale. [ Eleonora Cardinale – Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 98 (2020) ]

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” A settembre, un vuoto…” di Maria Rosaria Teni

editorialeSiamo più soli in questa fine estate martoriata da notizie devastanti e da una guerra infinita; siamo più tristi in giornate in cui la vita sempre più incenerisce sotto luoghi senza pace e si contano macerie dove prima brillava il verde della speranza. Ci ha lasciato un grande uomo e lo ha fatto improvvisamente, senza clamore, come senza clamore era vissuto tra ospedali da campo e colpi di mitraglia, tra feriti e uomini deturpati da odi e crimini irragionevoli. Non è facile parlare di Gino Strada, ho aspettato un po’ prima di scrivere di lui anche perché non si può parlare di una persona eccezionale senza rischiare di cadere nella banalità, nella retorica, convinta tuttavia che oggi sia sempre più difficile incontrare persone eccezionali. Ma Gino Strada era eccezionale e soprattutto lo era perché non dava l’impressione di esserlo, perché dava l’impressione che tutto ciò che faceva fosse normale, fosse la logica conseguenza di dimostrare il nostro essere tutti fratelli e tutti in dovere di aiutare il prossimo in difficoltà. Non ripeterò, enunciando le sue innumerevoli doti, quanto sia stato immenso nel prestare la sua professione, tra l’altro indirizzata al servizio di tutti e senza riscontri economici e carriere superbe tra corsie di gente ricca. Gino Strada era così: umile, riservato, umano e semplicemente ha ridato fiducia, sorriso e vita a chi aveva perso tutto e non aveva speranze.  Era anche un uomo arrabbiato, lui che vedeva le atrocità più impensabili e, nei salotti televisivi, con cipiglio autorevole tentava di far capire che la guerra è tra noi e non solo in paesi lontani e su schermi televisivi corredati da commenti a volte stereotipati e sterili. Il suo sdegno traspariva dagli occhi che mandavano lampi di indignazione di fronte a politiche asettiche e personalistiche che, pure a conoscenza di dinamiche assurde, non hanno mai modificato comportamenti superficiali e inefficaci. Gino Strada dava fastidio quando percuoteva le sopite coscienze di gente perbene che ha vissuto elargendo ogni tanto un po’ di denaro ma mai un po’ di reale partecipazione, accontentandosi di mandare un bonifico e tacitare un refolo di senso di colpa. Egli non aveva riguardo perché gli altri non ne avevano nei confronti di tanti esseri umani dilaniati da bombe e fame, vessati da violenze e brutalità inenarrabili che cercava di raccontare anche in libri che, ahimè, non hanno mai vinto nessun premio se non quello di una umanità senza confini. Soleva dire che ignorare la sofferenza è una sorta di violenza verso i più deboli, verso più fragili e la guerra colpiva soprattutto coloro che non potevano difendersi depredando nella vita. Militante sotto la bandiera dell’umanità da salvare ha investito le sue energie per salvare la vita sempre anche sotto tendoni fatiscenti e con strumenti rudimentali.
Maria Rosaria Teni

Grazie Gino Strada, un saluto e un ricordo che si imprime nei nostri cuori attraverso le tue parole: “Quel che facciamo per loro, noi e altri, quel che possiamo fare con le nostre forze, è forse meno di una gocciolina nell’oceano. Ma resto dell’idea che è meglio che ci sia, quella gocciolina, perché se non ci fosse sarebbe peggio per tutti. Tutto qui. È un lavoro faticoso, quello del chirurgo di guerra. Ma è anche, per me, un grande onore.”
Lettera da un chirurgo di guerra, trascrizione da “Pappagalli Verdi”

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“La luna di settembre” di Sandro Penna

La luna di settembre su la buia
valle addormenta ai contadini il canto.

Una cadenza insiste: quasi lento
respiro di animale, nel silenzio,
salpa la valle se la luna sale.

Altro respira qui, dolce animale
anch’egli silenzioso. Ma un tumulto
di vita in me ripete antica vita.

Più vivo di così non sarò mai.

Sandro Penna
(da ‘Poesie‘, Garzanti, 1957)

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“Ulivo del Salento” – ph Eleonora Mello

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“PICCOLI PASSI” di ALBERTO DEL GRANDE

Copertina WebUn passo alla volta e si arriva in cima

A un anno di distanza dall’uscita di “Appunti di Vista”, torna lo scrittore veronese con un nuovo lavoro. “Piccoli Passi” è la naturale evoluzione e conseguenza della precedente opera e l’autore, per confermare il suo stile narrativo, ha voluto mantenere lo stesso formato di racconti. Sono otto le storie che muovono i loro Piccoli Passi tra cime innevate, sottoboschi e roccia, senza dimenticare il regno animale, compreso quello umano. Rimane forte la presenza dell’amore per la semplicità che lo scrittore ricerca costantemente e tutela con tutte le sue forze. Con questa seconda opera ricalca il suo percorso, lasciando l’impronta dei suoi scarponi consunti dal cammino che la vita lo porta a compiere, immerso nella Natura. Un sentiero affrontato sempre con maggior lentezza e attenzione ai dettagli, alle sensazioni. Se fu “Il bosco degli urogalli” di Rigoni Stern a spingerlo nella prima avventura, durante la scrittura di Piccoli Passi ha fatto delle grandi scorpacciate tra le immagini raccontate da Thoreau nel celeberrimo “Walden, ovvero vita nel bosco”, dalle e delle quali si è nutrito nei momenti lontani dai boschi e dalla tanto amata brezza montana. Dice l’autore: “Il contesto e l’ambiente in cui si svolgono i racconti sono fondamentali, ma è sulle emozioni che cerco sempre di focalizzarmi. È come se tenessi un occhio puntato esternamente e lontano, all’orizzonte, e uno profondamente ancorato all’interno dell’anima e di ciò che quelle sensazioni provocano in noi.” L’esigenza continua di raccontare, tramite storie con alcuni agganci autobiografici, una Natura fatta di esseri viventi e di rapporti fra questi, è costantemente presente nelle giornate che vedono l’autore chino sulla sua (e ormai consumata) tastiera del pc. Se per Kerouac la scrittura fu on the road, per Alberto del Grande è senza ombra di dubbio in the wood. Come nel precedente libro, lo stile rimane scorrevole e senza troppi fronzoli, come è l’autore stesso, e punta a trasmettere la pace data dai suoni della Terra, quelli dentro di noi.
Alberto del Grande, classe 1985, è uno scrittore, copywriter e ghostwriter professionista dal 2020. Amante della Natura e dell’ambiente, protegge le idee e il territorio grazie alle scelte quotidiane e grazie anche ai messaggi che cerca di trasmettere attraverso la parola scritta.

www.albertodelgrande.com

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Rivista Cultura Oltre – giugno 2021 – numero 6

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Un ringraziamento agli autori che ancora una volta
hanno inviato il loro prezioso contributo a questo numero

  Rivista Cultura Oltre – giugno 2021 – 6° numero

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