Terzo numero scaricabile della rivista Cultura Oltre – marzo 2018

È on line e scaricabile gratuitamente il terzo numero della rivista Cultura Oltre di Marzo- Anno 2018

Rivista Cultura Oltre Marzo 2018 – 3^ numero

Buona lettura!

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“Addio postmoderno, benvenuti nell’età dell’altermoderno” di Apostolos Apostolou

L’epoca moderna che precede la contemporaneità postmoderna era caratterizzata, secondo Lyotard, dal progetto di spiegare il mondo attraverso l’applicazione di principi unitari. Come si è detto, quindi, la modernità era contraddistinta dalla fiducia di poter comprendere stabilmente il senso del mondo per mezzo di un principio unitario. Questa fiducia si traduceva in una fede nel progresso, ovvero nel credere che le possibilità di miglioramento della conoscenza umana e dei mezzi di produzione in grado di garantire il benessere fossero crescenti, in una tendenza stabile lungo l’intero corso del tempo. Nell’epoca moderna la verità esiste sul piano, non solo storico ma anche antropologico, cioè sul piano dell’Altro. Però l’«Altro» diventa una causa sociale. L’«Altro» è il nemico e anche l’amico insieme. E, come diceva J Baudrillard, l’ «Altro» è colui di cui si diventa il destino, non familiarizzandosi con lui nella differenza e nel dialogo, ma investendolo come segreto, come eternamente separato. L’ «Altro» non è mai colui col quale si comunica, è colui che si segue, è colui che ti segue.  [1]

La modernità ha bisogno un’intera realtà, un universo essenziale teologico, a-politico, a-critico, come Nietzsche, quando proclama l’«innocenza di divenire» e Heidegger, quando presenta la storia come Ereignis e Geschick, come avvento dell’essere e donazione/destinazione da esso e attraverso di esso. Bisogna farla con la rispettabilità ecclesiastica, accademica, e letteraria. Ad esempio, i grandi movimenti della modernità quali, l’illuminismo, l’idealismo e il marxismo, possedevano la pretesa di racchiudere il senso dell’intera realtà entro un principio unitario: la ragione per il primo, il movimento totalizzante dello spirito per il secondo, le leggi materialiste della realtà per il terzo. Nel moderno esiste sempre un centro cosi come voleva il centro grande, secondo «Illuminismo –Terrore», cioè, un centro (centro fondante) come era il Dio, come era li Stato, come era la Storia. La politica era una politica della grande narrazione, e la storia, esisteva una fiaba grande. Il fondamento antropologico assoluto (come umanismo, razionalità, sostanziale, ecc), e il dittatore delle situazioni dell’Uomo. Il postmoderno parla di assenza di un fondamento antropologico assoluto, pone in crisi la capacità critica della storia sociale, che si ritrova priva di riferimenti ideali cui appellarsi per opporsi all’esistente. La ripetizione storica lascia il posto ad un’immagine che non rappresenta più teatralmente l’originale, ma prende il suo posto senza tuttavia essere né esemplare, né autentica. [2]

Michel Maffesoli

Il sociologo M. Maffesoli, quando parla di postmoderno, dirà: «La moda, la cultura, la visione e la non-partecipazione politica, il sesso vagabondo ecc, sono altrettanti indizi della perdita dell’individualismo e del sociale in un confusionale societario indefinite, […] Non bisogna dedurne che si tratti di un processo di uniformazione, tutt’ altro. In un insieme organico in cui la comunità è primordiale vediamo elaborarsi un intenso gioco delle differenze in ciò che chiamare reversibilità» (M. Maffesoli, L’ombra di Dioniso, p.27). L’individuo perde ogni riferimento forte che poteva determinarne con sicurezza l’identità. Sulla spinta della tecnologia, che rappresenta sempre di più la forza trainante della contemporaneità, l’uomo assiste ad uno sfaldamento e ad un frammentarsi delle sue certezze, della sua identità, del suo tempo. La velocità con la quale la scienza moderna modifica il senso della realtà rende quasi inutile il tentativo di definirsi e di permanere da parte di un qualsiasi significato. In questo clima di crisi del significato permanente, l’uomo, come soggetto cosciente che deve darsi necessariamente un senso stabile, vive irrimediabilmente la sua stessa crisi. Il tempo postmoderno è una successione d’istanti intensi, tutti equivalenti secondo sociologo M. Maffesoli sul piano del valore o dell’utilità e in cui importante è appunto solo l’intensità, dal momento che il piacere è perseguito per sé stesso. Possiamo dire che abbiamo un immoralismo generale che si muove cosi configurando di fatto una nuova etica, in opposizione alle ideologie virtuiste, che tentavano di addomesticare il gioco della passione.

Con il postmoderno nella lotta contro l’alienazione naturale (la morte, la sofferenza, la malattia ecc) l’alienazione è diventata sociale. L’uomo cadeva nelle rovine della sua realtà. I desideri e i sogni lavoravano per il marketing, e la vita quotidiana era una serie di momenti interscambiabili come i gadget. E l’arte, in quest’economia dei momenti vissuti, è stata assorbita del mercato degli affari. Con postmoderno l’incapacità di fondare la propria vita sulla sovranità si tenta di fondare la propria sovranità sulla vita degli altri. E cosi quando non è accettata la disperazione tende il più delle volte a rendersi impercettibile. Non c’è di comunitario che l’illusione di essere insieme. Oggi siamo all’inizio dell’altrermoderno. E l’altermoderno va al di la della storia feticizzata.

La postmodernità è caratterizzata invece dalla caduta di queste pretese e dal conseguente sfaldamento delle certezze stabili che possono indicare all’uomo un qualsiasi sentiero definitivo. Il postmodernismo è un’offensiva non soltanto all’interpretazione dominante, ma anche al dibattito sociale imperante. Il postmodernismo mirava a qualcosa di più che pretendere semplicemente una rivalutazione delle strutture del potere. «Affermava che noi tutti come esseri umani altro non siamo che aggregati di quelle strutture. Sosteneva che non possiamo prendere le distanze dalle richieste e dalle identità che tali discorsi ci presentano […] Il postmodernismo, invece, afferma che ci muoviamo attraverso una serie di coordinate su vari fronti – classe sociale, genere, sesso, etnia – e che queste coordinate di fatto costituiscono la nostra unica identità.» (Dall’articolo “Addio Postmoderno”, Repubblica, 3-9-2011. Traduzione Anna Bissanti, dalla rivista, Prospect Magazine New, York Time) La struttura della società, della cultura, della politica, prende una forma di egalitarismo. (Egalitarismo è la parola “magica” per gli intellettuali che accettano una società, multi, culti, fans! L’egualitarismo è una teoria morale che pone in risalto l’uguaglianza di tutti gli esseri umani. Questo tipo di teorie sostengono che l’uguaglianza dei diritti e delle opportunità in ambito politico, economico, sociale e civile deve sempre prevalere in tutti gli aspetti della civile convivenza delle società umane. Un primo approccio per cercare di comprendere le differenze fra i diversi tipi di egualitarismo è porsi la domanda: ” chi e rispetto a cosa è ritenuto uguale?”).

L’individuo perde ogni riferimento forte che poteva determinarne con sicurezza l’identità. Sulla spinta della tecnologia, che rappresenta sempre di più la forza trainante della contemporaneità, l’uomo assiste ad uno sfaldamento e a un frammentarsi delle sue certezze, della sua identità, del suo tempo. La velocità con la quale la scienza moderna modifica il senso della realtà rende quasi inutile il tentativo di definirsi e di permanere da parte di un qualsiasi significato. In questo clima di crisi del significato permanente, l’uomo, come soggetto cosciente che deve darsi necessariamente un senso stabile, vive irrimediabilmente la sua stessa crisi. Il tempo postmoderno è una successione d’istanti intensi, tutti equivalenti secondo sociologo M. Maffesoli sul piano del valore o dell’utilità e in cui importante è appunto solo l’intensità, dal momento che il piacere è perseguito per sé stesso. Possiamo dire che abbiamo un immoralismo generale che si muove cosi configurando di fatto una nuova etica, in opposizione alle ideologie virtuiste, che tentavano di addomesticare il gioco della passione.

Dal 24 settembre 2011, possiamo ufficialmente parlare del morto di postmoderno. Perché in quella data al Victoria and Albert Museum si è inaugurato quella che viene definita la “prima retrospettiva globale” al mondo intitolata: Postmoderno – Stile e sovversione 1970 – 1990. Se il problema per i postmodernisti è stato che i modernisti avevano detto loro che cosa fare, allora il problema dell’attuale generazione è esattamente il contrario: nessuno ci sta dicendo che cosa fare. Idee, valori, autenticità, sono in aperto conflitto con il postmodernismo.

Riccardo Campa (“Dal postmoderno al postumano: il caso Lyotard”) sostiene che Lyotard passa al postumano con “un’utopia moderna e rischia di disorientare i conoscitori e gli estimatori del suo pensiero, rischia di fare apparire contraddittorio l’intero impianto del suo pensiero. Ritiene allora necessario spiegare i motivi per cui la favola è ancora postmoderna: «In primo luogo è una storia fisica, che concerne solo l’energia e la materia come stadio dell’energia. L’uomo è considerato come un sistema materiale completo, la coscienza come un effetto del linguaggio e il linguaggio come un sistema materiale molto completo. In secondo luogo il tempo posto in gioco in questa storia è solo diacronico. La successione è ritagliata su unità di orologeria arbitrariamente definite a partire dai movimenti fisici supposti come uniformi e regolari. Questo tempo è una temporalità di coscienza che esige che il passato ed il futuro, in sua assenza, siano considerati in tutti i modi come presenti allo stesso tempo del presente. In terzo luogo, questa storia non è orientata in alcun modo all’emancipazione. In quarto luogo il futuro (…) non costituisce l’oggetto di una speranza. La speranza è quella di un soggetto della storia che si promette o al quale è stato promesso una perfezione finale. La favola postmoderna narra un’altra cosa, completamente distinta. (…) Senza ragione alcuna gli Umani si credono di essere il motore dello sviluppo e lo confondono con il progresso della coscienza e della civilizzazione essendo suoi prodotti (…) incluso le critiche che essi possono opporre allo sviluppo, alle sue diseguaglianze, irregolarità, fatalità, inumanità”. La fine della storia e la fine della metafisica, come sostiene il postmoderno, guida al potere che diventa infine l’orizzonte unico della vita.
Così migliorare il mondo significa far violenza ed esercitare un potere sul mondo e il postmoderno, come diceva anche J. Lacan, è un pensiero che tende a considerare errore la certezza, ingannevole il ritenere di aver compresso. [3]

 

Nel postmoderno ogni valore è sinonimo di qualità, per esempio un libro, un film, un quadro, una canzone, sono di valore se sono di massa, se hanno venduto, se hanno avuto più fruitori. La nostra postmodernità sostituisce i modelli forti, crudeli, marziali con quelli della carnevalizzazione di tutti. Esiste una derealizzazione che è resa possibile dalle nuove tecnologie della comunicazione. Nella politica, secondo il pensiero postmoderno, i cittadini diventano pubblico spettatori e i paesi diventano organizzazioni senza scopo di lucro e la democrazia è una democrazia ibrida. I simboli politici sono diffusi come slogan di calcio e provengono dai regimi totalitari. Claude Levi-Strauss scriveva che nulla assomiglia al pensiero mitico più dell’ ideologia politica. Nella società odierna la politica ha in certo modo solo sostituito quello. (Vedi: Claude Levi-Strauss, Anthropologie structurale, Plon, Parigi 1958, p, 221).

Nicolas Bourriad

Però se il modernismo era un internazionalismo che ha voluto unificare e standardizzare i codici di espressione e il postmodernismo, in un certo senso è stata la scia del modernismo, la nuova convenzione, che prende il nome altermodernismo, (il primo che ha parlato di altermoderno era Nicolas Bourriaud) non è un concetto che si pone rispetto al postmoderno, non è il dopo del dopo del moderno, ma una cosa totalmente diversa. Quel che oggi chiamiamo altermoderno è il desiderio che ha qualcuno di agire in modo alternativo. L’altermoderno definito come quello che toglie la nostalgia di essere moderni cioè programmatici, ma anche come quello che rimuove il principio dell’incertezza di postmoderno; alter moderno considera che l’arte (anche la filosofia) è l’insinuazione che coesiste in quel che non si può esprimere. Moderno, postmoderno, altermoderno, teorie o miti. Però la questione che si pone è rispondere simultaneamente alla corrente sotterranea che si muove all’orizzonte degli orizzonti lontani che ci procura le sue luci. È quello che dice Nietzsche, in una pagina della Gaia Scienza: “Continuare a sognare sapendo di sognare”.

Apostolos Apostolou
Docente di filosofia.

Note:
[1] Jean Baudrillard. La Transparence du Mal. Editions Galilée. 1990 p, 174
[2] Mario Perniola La società dei simulacri Rivista Agalma volume 20-21, p,28
[3] Jean Lacan Le Séminaire livre III, Psychoses, du Seul, Paris, 1981, p, 67.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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” Chi trova un libro…” di Maria Rosaria Teni

Io, a volte, in queste mie montagne, ho momenti di estasi, guardo il tramonto seduto su un prato e vedo quella palla infiammata – il sole – che affonda dietro una sequela di montagne che si perdono nell’azzurro. Magari si alza un lieve vento e sento che la mia piccola, insignificante vita, è parte della vita di tutti: la vita del sole, del tramonto, delle valli, dell’albero […] E allora, se uno , a un tratto, sente che la sua vita è parte di tutto questo, e che la sua vita è la vita della formica, del filo d’erba, del vento, allora uno non ha più paura della morte […]”[1]

Parole ritrovate, parole vissute e forse pensate, parole scritte in un libro che è diventato compagno di vita: Le parole ritrovate di Tiziano Terzani, donatomi in un giorno speciale da una persona speciale. È possibile che un buon libro, giunto al momento giusto, possa aiutarci a capire meglio noi stessi e il senso della vita? Con questa domanda apro l’editoriale di questo mese; una domanda che vuole essere una riflessione sull’importanza imprescindibile che la lettura assume nella vita di una persona. Leggere migliora il nostro orizzonte non solo culturale, ma umano, psicologico, personale e ci dà la misura di quanto sia profondo il senso della nostra esistenza correlandolo con altre esistenze e traducendolo in esperienze. Un libro può cambiare la nostra visione delle cose, può aprire un mondo che a prima vista può sembrare lontano, ma si scopre poi tanto vicino, inducendo a rendere più ampio il nostro sapere e sondare la percezione dell’esistenza. Statistiche recenti hanno reso noti risultati che dimostrano che metà degli italiani, nel 2017, non ha letto neanche un libro e questo è tanto più deprimente se si considera invece quanti milioni di italiani (e tra questi, ahimè, tanti ragazzi) si “cibano” di surrogati mediatici e social o similari. Leggere un libro, tenerlo tra le mani, “annusare” il caratteristico profumo inciso nelle pagine, produce un’appropriazione di un universo che completa il proprio e che costituisce un incontro magico e assoluto che in sostanza infonde una nuova forma alla nostra vita, avendo trovato in quelle stesse pagine qualcosa di ognuno di noi. Incontrare un libro è come incontrare un amico, un amico vero, e rappresenta sostanzialmente l’occasione di operare anche una piccola trasformazione che si compie nella nostra interiorità.  In sostanza è proprio in questo incontro il valore formativo   e autentico della cultura, rappresentata non da sterili nozionismi e luoghi comuni, ma dall’insieme delle cognizioni intellettuali acquisite attraverso una lettura personale e profonda che consente di convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della propria personalità.  Mi piace concludere, a questo punto, parafrasando il famoso detto che mi pare quanto mai appropriato in questa circostanza: “Chi trova un libro… trova un tesoro”!

[1] T. Terzani, Le parole ritrovate – testi inediti, a cura di M.  Bertini, Ed. La Scuola, 2015, pag. 76

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“Alessandra, il dono che salva” di Mariateresa Protopapa

C’è chi cantò vita
c’è chi amore
e chi col sudor la guerra
tra fiori e verdi viali
dipinse a parole
amori eterni

Versi di antico splendore che ci permettono un’immersione totale nel mondo puro della poesia, quella “alta”, quella dei grandi del passato che nell’arte poetica hanno espresso sentimenti altissimi e appassionati. La poesia di Mariateresa Protopapa, che i lettori di “Cultura Oltre” hanno già avuto l’occasione di apprezzare nelle interviste proposte nelle pagine della rivista, si sublima nella raccolta poetica appena pubblicata da Edit Santoro “Alessandra, il dono che salva”, tra l’altro finalista al Premio “Athos Lazzari”, un prestigioso riconoscimento in campo europeo, inserito nel Premio Internazionale “Città di Cattolica – Literary Awards 2018”, unica finalista italiana. Nell’articolazione della silloge, si coglie una scansione che asseconda un fluire di sentimenti e di narrazioni in divenire, attinenti a sfere diverse dell’esistenza. Il “cantor dell’anima” conosce i silenzi, ma sono silenzi che risuonano di vita, che si nutrono d’amore per ogni sfumatura colta, per ogni sogno vissuto o agognato, per ogni speranza ridata o illusione svelata, perché il cantor dell’anima riconosce il dono della vita. Conosce i silenzi il cantor dell’aria; leggiadro velo / fiorente sogno scivola sui ghiacciai… Siamo di fronte a una poesia dell’anima, come sapientemente indicato dal prefatore della silloge Rocco Aldo Corina, una poesia che diviene metafora di antichi sentimenti che tornano nei versi di profondo lirismo: Il cantor tutto deve, e senza sotterfugi nasconder non può. Non può nasconder amore/ né virtù, né peccato/ cantor dell’umana sorte… Atmosfere idilliache che riportano al primo Leopardi e riecheggiano di romantico ardore, seppur venato da riflessi di nostalgico rimembrare. Nella consapevolezza dei tempi in cui vive, martoriati da una perenne lotta per sopravvivere, Mariateresa riesce a carpire, nonostante tutto, il bello che si cela nell’animo di ogni uomo, in ogni manifestazione di vita.
Nell’isola dei versi che costruisce con la sua sensibile penna, Mariateresa trova un’ancora cui aggrapparsi e salvarsi così dal naufragio in cui si rischia di incorrere vivendo quotidianamente nella realtà contemporanea. Nel nobile intento di rinvenire il “divino” in ogni essere vivente, specchio di un’Essenza che sovrintende l’Ordine delle cose, Mariateresa esalta lo scrivere come mezzo per innalzarsi e continuare a credere nell’umana natura. In questa ricerca del “bello” sta tutto il tentativo di superare le incertezze e le insidie del mondo di oggi e cogliere l’ineffabile bellezza della vita. Ridando speranza alla notte/ schiarendo e filtrando con soffice velo di vere parole/ le albe color arancio e avorio/ le rose in petali/ sprazzi d’inverno di lama tagliente/ con gelido fare risponde al destino/ profumandolo di brezza marina… Versi liberi, in intrecci sinestetici, in cui il profumo del mare, che denota l’amore per la sua Gallipoli, si mescola al profumo delle rose; versi sciolti in un susseguirsi di figure retoriche eleganti e raffinante, dispiegate in armonico combaciare di elementi visivi ed emozioni intrinseche: questa è la poesia di Mariateresa Protopapa.
Tutta la struttura compositiva della silloge “Alessandra, il dono che salva” si avvale di una configurazione prevalentemente classica, soprattutto all’inizio della silloge per poi passare ad una scrittura più concisa e moderna nelle liriche che concludono il volume, in un’agevole percorso di svelamento e contemporaneamente comprensione amorevole. Un libro che è un dono per chi ha il privilegio di leggere e assaporare totalmente il mondo ricco, prezioso e spirituale di una poetessa di valore e di spessore sia umano che letterario. Non mi resta, pertanto, che augurare a Mariateresa Protopapa tutto il successo che merita e mi sembra opportuno congedarmi con questi versi di straordinaria bellezza:

Nel  silenzio dell’Universo
son sempre qui
a cantare
la vita,
a osannare polvere e terra.

[a cura di Maria Rosaria Teni]

 

 

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“Ancora mi solleverò” di Maya Angelou

Tu puoi scrivere di me nella storia,
con le tue bugie amare e contorte.
Puoi calpestarmi nel fango
ma io, come la polvere, mi solleverò.

La mia impertinenza ti irrita?
Perché sei così cupo?
Perché io cammino come se avessi pozzi di petrolio
che sgorgano nel mio salotto.

Proprio come le lune e come i soli,
con la certezza delle maree,
proprio come speranze liberate,
di nuovo io mi solleverò.

Volevi vedermi spezzata?
Con la testa china e gli occhi bassi?
Le spalle cadenti come lacrime.
Indebolita dalle grida dell’anima.

La mia superbia ti offende?
Non prenderla a male.
Perché io rido come se avessi miniere d’oro
nel mio cortile.

Puoi spararmi con le parole.
Puoi ferirmi con gli occhi.
Puoi uccidermi con l’ odio,
ma io, come l’aria, mi solleverò.

La mia sensualità ti disturba?
È una sorpresa
ch’io danzi come se avessi diamanti
all’incrocio delle cosce?

Fuori dalle capanne dell’ignominia della storia,
mi sollevo.
In alto, da un passato radicato nel dolore,
mi sollevo.
Sono un oceano nero, immenso nel balzo,
scrosciando e ingrossando, dò frutti nella marea.
Lasciando alle spalle notti di terrore e angoscia,
mi sollevo.
In un’alba meravigliosamente chiara,
mi sollevo.
Portando i doni che i miei antenati mi diedero,
Io sono il sogno e la speranza dello schiavo.

Mi sollevo.
Mi sollevo.
Mi sollevo.
(Still I Rise – da  “And Still I Rise” di Maya Angelou)

Maya Angelou, nata Marguerite Ann Johnson (Saint Louis, 4 aprile 1928 – Winston-Salem, 28 maggio 2014), è stata una poetessa, attrice e ballerina statunitense. Ragazza madre a diciassette anni, Angelou ha svolto i lavori più diversi, tra cui la tranviera, la cameriera, la cuoca, la mezzana, la prostituta, la spogliarellista, la ballerina, la cantante; ha fatto parte del cast dell’opera di George Gershwin Porgy and Bess, la giornalista in Egitto e l’insegnante nel Ghana durante il periodo della decolonizzazione, la coordinatrice dell’associazione per i diritti civili Southern Christian Leadership Conference, la compositrice, la scrittrice, l’attrice, l’autrice, regista e produttrice di drammi teatrali e programmi televisivi. Dal 1982 è stata docente alla Wake Forest University di Winston-Salem, nella Carolina del Nord, di cui detiene la cattedra Reynolds di primo professore a vita in studi americani. Attiva nel movimento per i diritti civili, ha lavorato a fianco di Malcolm X, conosciuto nel Ghana, e, dopo il suo assassinio, con Martin Luther King, Jr. Dagli anni novanta ha partecipato a circa ottanta conferenze l’anno, attività che ha continuato a svolgere anche da ottantenne. Nel 1993 Maya Angelou ha declamato la sua poesia «On the Pulse of Morning» alla cerimonia di insediamento alla presidenza di Bill Clinton, in questo risultando il primo poeta a recitare un proprio testo all’inaugurazione presidenziale dai tempi in cui, nel 1961, Robert Frost lesse i propri versi durante l’insediamento di John F. Kennedy. Con Il canto del silenzio, Maya Angelou ha messo in piazza aspetti della propria vita privata, con una efficacia che l’ha portata ad esser ritenuta una portavoce sia delle istanze della popolazione afroamericana che delle donne nere, al punto che le sue opere vengono considerate un baluardo della cultura afroamericana. I suoi libri sono incentrati su temi come il razzismo, l’identità, la famiglia e i viaggi.  Oltre alla copiosa mole di dottorati ricevuti dalle università, Maya Angelou ha vinto numerosi premi letterari e per i diritti civili, onorificenze statali e di singoli gruppi di interesse. È stata finalista, tra l’altro, del Premio Pulitzer per la poesia con la sua prima raccolta di versi Just Give Me a Cool Drink of Water ‘fore I Diiie; ha ottenuto una nomination al Tony Award come migliore attrice non protagonista del dramma teatrale Look Away di Jerome Kilty (1973); ha vinto tre premi Grammy per il miglior album parlato. È stata nominata due volte membro di comitati e commissioni della Presidenza degli Stati Uniti (1975-76 e 1977); le è stata conferita la Medaglia nazionale delle arti dal Congresso nel 2000 e la Medaglia presidenziale della libertà da Barack Obama nel 2011. In Italia sono usciti la raccolta di saggi Il semplice viaggio del cuore (1993, tit. or.: Wouldn’t Take Nothing for My Journey Now), edito da Guanda nella traduzione di Laura Noulian nel 1994, e, per Frassinelli, i primi due volumi autobiografici Il canto del silenzio e Unitevi nel mio nome (1974, tit. or.: Gather Together in My Name), rispettivamente nel 1996 e nel 1999, entrambi nella traduzione di Maria Luisa Cantarelli. Oggi può essere considerata un’importante esponente per la difesa dei diritti civili e rilevante portavoce della cultura afroamericana. Maya Angelou muore nel 2014 ed il suo corpo è stato cremato.

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IL PUNTO DI VISTA – “Maria Fida Moro – la dignità e la compostezza ” di Mariantonietta Valzano

Da pochi giorni è trascorso l’anniversario del rapimento di Aldo Moro in via Fani.

Ho visto il video in cui Maria Fida Moro rispondeva alla brigatista Barbara Balzerani in seguito alla sua espressione di disturbo per la commemorazione del tragico evento. La brigatista liquidava con l’epiteto “che palle st’anniversario” tutta la rievocazione dell’accaduto: la strage degli uomini della scorta e la conseguente cattura di un uomo politico che di lì a poco avrebbe fatto della storia un nuovo corso, probabilmente cambiando le sorti di noi oggi, con un patto che, oltre ad essere ‘compromesso storico’, sarebbe stato una rivoluzione per il mondo suddiviso e diviso in due blocchi comunista e capitalista.

Ripercorriamo gli eventi.
Il 16 marzo 1978 l’onorevole Aldo Moro esce di casa alle 8.55 per recarsi a formalizzare quell’accordo sancito con una stretta di mano con Enrico Berlinguer. Il nuovo governo presieduto dalla Democrazia Cristiana avrebbe avuto in Parlamento la fiducia del Partito Comunista Italiano.
Arrivati all’incrocio con via Mario Fani un commando di Brigatisti coordinati da Mario Moretti, capo della colonna romana, blocca la macchina su cui viaggia Moro e quella che ne fa da scorta. Avviene un cruento scontro a fuoco.
Cinque saranno i morti lasciati sul campo, in onore a quella democrazia che hanno tutelato e protetto in ordine alla costituzione.
Aldo Moro viene rapito, coperto con un plaid, fatto salire prima su un’auto poi trasbordato su un pulmino e condotto in un appartamento di via Montalcino. In seguito si verrà a sapere che quell’appartamento era insito in un palazzo del SISMI.
Durante i 55 giorni di prigionia lo statista viene sottoposto al processo del popolo, scrive un memoriale mai ritrovato e diverse lettere in cui chiede l’intervento dello Stato, che si era dichiarato contrario ad ogni tipo di trattativa.
Alla fine Aldo Moro viene ucciso e il suo corpo fatto ritrovare in via Caetani a metà strada tra la sede della DC e vicino alla sede del PCI.

Questi i fatti crudi, senza interpretazioni. Senza appelli….

Per chi volesse approfondire la vicenda che, ancora oggi è e resta una ferita nell’onore e nella vita politica di uno Stato dilaniato in quegli anni bui, detti anni di piombo, in cui è ormai assodato l’intervento della Gladio e dei vari attori stranieri, si rimanda al bellissimo film di Renzo Martinelli ‘Piazza delle cinque Lune’ e al documentario di Ezio Mauro ‘Il Condannato’ trasmesso da Rai 3 il 16 marzo.

Mi limito a dire due cose:

  1. Aldo Moro è Stato sacrificato ad una ragione di stato che ci ha impedito di sperimentare una democrazia attiva e che probabilmente ha messo sempre paura,
  2. né la Russia comunista né gli Stati Uniti vedevano di buon occhio l’accordo fatto da Moro e Berlinguer, a tal proposito quest’ultimo era visto come un pericolo dal mondo sovietico per la sua palese avversione a ogni tipo di dittatura.

Nessuno saprà mai come sarebbe stato il nostro tempo se la questione morale politica si fosse sposata con un nuovo corso economico e sociale ispirato dalle due figure politiche guida dei maggiori partiti di quel tempo. Certo è che sarebbe stata una rivoluzione civile e culturale scaturita dalle urne e non dai coltelli o fucili.
Sarebbe stata … democrazia.
E mi permetto di sottolineare che avremmo dato a tutto il mondo lezione di democrazia. Il popolo italiano sempre bistrattato e deriso sa essere grande.
…ma ci sono equilibri e ragioni di stato che non si possono discutere.

In un passo del film di Martinelli c’è una frase che spiega il tempo passato molto bene: ‘’Il rapimento di Moro è stato deciso a Yalta’’.
Torniamo a Maria Fida.
Barbara Balzerani era la compagna di Moretti, uno degli ideatori del rapimento. Ha dichiarato con insofferenza che il quarantennale dell’evento ha comunque prodotto morte e dolore. La figlia di Moro ha reagito con compostezza e signorilità, con cui pochi hanno dimestichezza, affermando che chi ha causato tanta sofferenza non ha diritto di essere ‘’stufa’’ dalle conseguenze di ciò che hanno fatto.

Io voglio solo manifestare la mia ammirazione e la mia vicinanza ad una donna, una famiglia che, insieme alle altre, quelle dei membri della scorta, hanno subito la lama del dolore che ha cambiato loro la vita per sempre.
La vicenda ha colpito tutti in qualche modo. Anche noi, inermi spettatori di un teatrino tragico che ci ha legato in un destino condotto da altri, in nome di dubbi principi, per scopi che il divenire politico dei nostri tempi ha reso sempre più noti. Forse la dignità non è appannaggio di tutti, ma il buon senso dovrebbe esserlo. E in questi casi la riflessione potrebbe essere una buona pratica da seguire per chi ha seguito un ideale confutato dalla Storia, non studiata mai abbastanza.
Concludo auspicando che nelle scuole si possa approfondire quel momento storico e che possa insegnare alle nuove generazioni una strada differente per perseguire il progresso culturale, politico e sociale di cui il nostro tempo ha tanto bisogno.

Mariantonietta Valzano

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“Consigli per lettura” – Marzo 2018 – a cura di Mariantonietta Valzano

“The hours “
Michael Cunningam

Cosa unisce tre donne che vivono in tre spazio/tempo diversi e con vite differenti?
Per scoprirlo, la lettura del libro di Cunningam è un buon inizio.

L’opera si snoda sulla vita di Virginia Woolf, partendo dalla sua fine, e la vita di due donne, Laura Brown e Clarissa Vaughan. Hanno tutte e tre storie di solitudine e insofferenza verso un mondo fatto di regole che attanagliano il loro animo libero. Il flusso inarrestabile della loro coscienza svela i loro desideri, le loro aspirazioni e le loro mancanze. Sotto un’apparente normalità si oppone la profondità di una ricerca del vivere che, per ragioni sociali o culturali o semplicemente perché gli accadimenti sono avversi, resta un’ineluttabile tristezza che condanna ad una “non realizzazione” della persona.
Le vite di queste donne hanno come filo conduttore il libro della Woolf  “Mrs Dalloway’’. La scrittrice è ritratta mentre lo scrive, Laura mentre lo legge e Clarissa mentre lo vive. In tutte e tre, le storie intrecciate da linee sottili comuni. Cunningam sviluppa il suo modo inconfondibile di descrivere il flusso di coscienza che affronta le giornate misurandole in ore, simile a quello della Woolf, con riflessioni profonde e sempre attuali in cui ogni lettore può ritrovarsi.

Alla fine del libro, un inaspettato colpo di scena rivela che la forza della vita talvolta travolge e sconquassa nel suo seguirla, lasciando sul campo caduti che non si possono recuperare.
Mariantonietta Valzano

 

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