“LE CONCHIGLIE DI ANGELITA” di Myriam Ambrosini

il tuo racconto

Attraverso la lettura del racconto scritto da Myriam Ambrosini si è trasportati in un mondo di inconsapevole e candida magia: la narrazione incentrata sulla bambina meravigliosamente descritta da parole di dolce compenetrazione è soffusa di lirismo e una patina di melanconia che avvolge l’intero percorso narrativo, liberamente ispirato come ci ricorda l’autrice a una storia che ha riguardato tutti noi italiani, lo sbarco alleato ad  Anzio il 21 gennaio 1944. Angelita era una bambina dell’età di circa cinque anni che fu trovata sola ed in lacrime su una spiaggia della costa di Anzio al momento dello sbarco alleato nell’ambito dell’Operazione Shingle nel gennaio del 1944, quando la seconda guerra mondiale entrava nella fase culminante. Secondo la versione più conosciuta della vicenda, alcuni soldati raccolsero la bimba e, poiché non riuscirono a trovare la sua famiglia né alcun’altra informazione su di lei, la adottarono dandole il nome di Angelita. Si narra che alcuni giorni dopo, quando la tardiva reazione tedesca si era ormai fatta concreta e decisa, la bambina sarebbe morta durante un bombardamento insieme ad una crocerossina, alla quale era stata affidata. La scomparsa della piccola, fece nascere nella città di Anzio il mito di Angelita, bambina morta durante la guerra e non più trovata. Il 22 gennaio 1979, in occasione dell’anno mondiale dei bambini, è stata inaugurata una statua in bronzo, opera dello scultore Sergio Cappellini, che raffigura la bambina esile e leggera colta mentre libera in volo un gruppo di gabbiani, che in realtà è insieme simbolo delle sofferenze patite dai bambini in tempo di guerra e in ogni tempo di violenza, ma anche voglia e coraggio di liberarsi dalla brutalità e dagli orrori dei conflitti e levarsi in volo  come gabbiani, al di sopra di tutte le atrocità.  Il mio personale apprezzamento a Myriam Ambrosini per aver rievocato una pagina della nostra storia attraverso il filtro del ricordo che rende poetico lo struggente mondo dell’innocenza e dell’infanzia. [ Maria Rosaria Teni]

Nelle conchiglie c’era la voce del mare … ed il mare conosce tante leggende … fragili favole fatte di spuma ed arcani silenzi.

Angelita passeggiava lungo la riva del mare ed ogni tanto si fermava per raccogliere qualche conchiglia; il logoro vestitino a fiorami a trasformarsi in un magico raccoglitore che avrebbe conservato in sé il sentore del mare.

Era una bambina fragile, la pelle di un biancore immacolato, i capelli color del grano, raccolti in lunghe trecce ribelli. A colpire di lei erano soprattutto gli occhi – immensi e perennemente spalancati sul mondo – dello stesso smagliante azzurro delle profondità marine.

Non ricordava perché si trovasse lì … qualcosa … qualcuno ve l’aveva condotta, ma era un ricordo sfumato quanto amaro che solo quelle acque  cristalline e la magia delle conchiglie avevano attenuato.

Poi … misterioso guscio di immense traversate, una lucente conchiglia rosa era stata portata a riva, proprio dinanzi a lei, da un’onda gentile.

Quando la ebbe tra le mani, Angelita tremò di felicità: quel guscio di madreperla dalle eleganti costolature pareva uno scrigno fatato, e forse realmente lo era perché, accostato al suo orecchio, iniziò a parlare … a raccontare  storie meravigliose di marinai, di immense lune silenti, di mostri marini e velieri scomparsi.

<Schh … schh … schh …> mormorò dapprima la conchiglia, come per ritrovare una voce da troppo tempo tacitata.

Poi il canto del mare accarezzò l’orecchio attento di Angelita, per poi trasformarsi in un sussurro melodioso, pieno d’incanto.

<Angelita … Angelita … >

Era il suo nome, proprio il suo nome quello che veniva pronunziato.

<Sì … sono qui!> rispose la bimba, accarezzando teneramente il guscio di conchiglia che, a quel contatto, parve fremere.

<Io ti conosco Angelita … ricordo quando tu eri una sirena ed abitavi nel castello in fondo al mare.>

E come un sospiro uscì allora da quelle valve rosate.

<Eri la più bella delle tue sorelle …>

<Sorelle?> la interruppe Angelita <Io .. io non ho sorelle!>

<Oh …. sì! Eravate dodici ed ognuna di voi conservava un particolare odore di mare … Annalisa sapeva di scoglio baciato dal sole … Alba di muschio … Alice di rosso corallo … Allegra di bianca spuma … Adele di sabbia cristallina … Anna di bonaccia … Asia di dolci zefiri … Ariel di anemoni di mare … Adriana di sassi levigati … Agata di spruzzi di mare … Alessandra di aromatico sale e tu, Angelita, portavi in te il profumo   delle fragili conchiglie.

E fragile eri … ma bella come l’oro dei tramonti che coloravano la superficie del mare.>

Angelita taceva, rapita da quella voce che aveva la grazia di una farfalla e la saggezza stessa del tempo.

<Come … come era il palazzo dove vivevo?> ebbe il coraggio di chiedere, accostando ancora di più all’orecchio il guscio di conchiglia.

<Splendido … immenso.> rispose la conchiglia <Le pareti, fatte di mare, erano trasparenti ed azzurrine … il pavimento era pulviscolo di sabbia d’oro, mentre il soffitto, di lucente cristallo, permetteva di osservare tutto il multiforme mondo colorato di pesci e piante acquatiche.

<E mio padre e mia madre com’erano? Come erano i miei genitori? E mi volevano bene?>

<Erano belli … di tua madre possiedi l’oro dei capelli, e di tuo padre l’azzurro profondo che abita nei tuoi occhi.

E ti amavano, Angelita, ti amavano tanto, forse anche più delle tue stesse sorelle.>

<Perché?>

<Perché tu sola, a differenza di tutte le altre, non avevi preferenze: amavi tutto ed il contrario di tutto.

Amavi il cielo quando era sereno, ma anche quando le nuvole ne offuscavano l’intenso colore. Amavi il sole e la pioggia, così come non ti spiaceva la distesa marina sia in bonaccia che preda delle tempeste.

Accarezzavi felice la pianta più esuberante, così come l’umile muschio.

Volevi bene e tentavi sempre di comunicare con ogni specie marina, dal pesciolino più innocuo ai predatori di mare.

Persino gli spiriti dei marinai, lì sepolti, t’incontravano volentieri e tu li rassicuravi con il tuo contagioso sorriso.

Il tuo però non era mai un amore passivo, quasi amorfo nel suo non distinguere una cosa dall’altra, ma piuttosto autentica vera passione per ogni cosa del creato.

<E poi … poi cosa accadde?> chiese Angelita <Perché non sono più nello splendido castello in fondo al mare? E dove sono le mie sorelle? Ed i miei genitori?>

Il lungo sospiro della conchiglia sibilò negli orecchi di Angelita e, quando riprese a parlare, la sua voce sembrò stanca … appannata.

<È quasi il tramonto … tra poco debbo lasciarti, Angelita.> disse infatti con tono triste.

Angelita guardò verso l’orizzonte e vide che il sole infatti, immenso come il suo potere sul mondo, stava lentamente scivolando dietro l’azzurra scriminatura del mare.

<No … non andartene, ti prego!> gridò allora, stringendo più forte la conchiglia.

<Non posso … la notte noi conchiglie dormiamo, per poter, a nostra volta, sognare. Ma non temere, Angelita, tu tornerai al tuo castello incantato e ritroverai tutta la tua famiglia … presto sarai argentea spuma che scivola eterea, eterna ed immutabile tra le acque del mare.>

Un ultimo raggio del sole colpì la superficie lucente della conchiglia che si appropriò allora  del suo colore, rosseggiando più intensamente.

La notte avvolse ogni cosa di buio e di silenzio ed Angelita ebbe paura di tutta quella minacciosa incombente oscurità. Percepì quel cielo senza luna come un pauroso sudario steso su di lei ed iniziò a piangere.

Poi le fredde stelle illuminarono qualcosa che giungeva dal mare.

Angelita, la rosea conchiglia poggiata in grembo, si sollevò a sedere sulla spiaggia per poter osservare ciò che le onde stavano conducendo verso di lei.

Al pari di mostruosi insetti, grandi imbarcazioni si stavano avvicinando.

Angelita tremò: erano plumbei scafi sgraziati, dove parevano agitarsi innumerevoli bizzarre formichine nere.

Poi fu l’inferno … Il caos che s’impadroniva di ogni cosa.

Tuoni possenti squarciarono l’aria e torrenti di fuoco s’innalzarono da ogni parte.

Angelita si sdraiò in terra, affondando quanto più poté nella sabbia: le mani premute sugli orecchi per attutire l’immane frastuono, la conchiglia, protetta dal suo scarno torace, vicina al suo cuore; gli occhi serrati da dove le lacrime seguitavano però a scendere copiose.

Stette così per un tempo che le parve infinito e non si accorse che dalle sue labbra dischiuse usciva un gemito straziante, continuo.

Poi vide un’ombra chinarsi su di lei ed una voce gentile che la chiamava.

Era un ragazzo giovanissimo con un strano abito a chiazze verdi e nere e con un copricapo di metallo, avvolto da una retina.

<Come ti chiami?> sentì che il giovane le chiedeva … aveva gli occhi dolci e buoni del color delle olive.

Lei provò a rispondergli, ma la voce non riuscì a raggiungere le labbra, mente il corpo era ancora scosso da brividi profondi.

<Non aver paura …> l’incoraggiò allora il ragazzo, accarezzandole i capelli, mentre un sorriso fioriva su quelle labbra screpolate dalla fatica.

<Ti porteremo con noi … Sarai in salvo … te lo prometto!>

Ed infatti, di lì a poco, Angelita vide che tanti altri uomini – con lo stesso abito a chiazze ed il copricapo in metallo – la circondavano e tutti si sforzavano di esibire almeno uno stento sorriso.

Poi il ragazzo la sollevò tra le braccia e, così facendo, la conchiglia scivolò in terra, affondando nella sabbia.

<No ..!> un solo grido strozzato uscì dalle labbra di Angelita che indicava intanto con un dito il guscio rosato.

Il ragazzo comprese e, raccolta la conchiglia, la riconsegnò ad Angelita.

Molti si fecero allora intorno al giovane che, come un fiore prezioso, teneva la bimba sollevata tra le braccia.

Di nuovo provarono a chiederle come si chiamasse, ma lei rispondeva ai loro sguardi, rimanendosene però muta.

<Sembra proprio un  angelo …> affermò all’improvviso qualcuno.

<Sì, hai ragione …> commentò allora un altro soldato.

<Allora la chiameremo … Angelita!>

<Sì … Angelita … Angelita!> approvarono allora tutti in un festoso coro.

Proprio allora un fiore rosse incandescente si aprì sotto di loro ed un acre puzzo di fumo fece seguito ad una intensa esplosione.

                                                                   ******

Angelita sognava felice, sentendosi trasportare dalle onde del mare … poi si percepì profumata spuma color dell’argento e corse a filo d’acqua per gran parte delle superficie marina, finché un gorgo lucente l’attirò e lei fu felice nel sentirsene risucchiata.

Girò … girò … scivolò … in una danza leggiadra fatta di lievi giravolte circonfuse di sole, finché, un’ultima gentile vibrazione  la depose sul fondo del mare.

Angelita, la rosea conchiglia stretta sul cuore, avanzò tra rossi coralli ed anemoni di mare, finché non scorse in lontananza il luminoso castello fatto soltanto di azzurra luce di mare.

Sulla soglia, sempre più nitidi man mano che si avvicinava, i genitori e le sorelle che l’aspettavano.

<Ben tornata!> sentì che le dicevano non appena fu in grado di udirli.

<Ben tornata, Angelita!> lo stesso sorriso di gioia su ogni volto.

Ed anche il suo volto irraggiava felicità, mentre il suo corpo, d’azzurro e d’argento, scivolava sinuoso verso di loro, spinto ed accompagnato dalla lunga risplendente coda.

Dalla conchiglia rosata si levò allora un canto di paradiso …

 Myriam Ambrosini

Liberamente ispirato ad “Angelita di Anzio”

shell-1031290_1920

Pubblicato in Narrativa | Lascia un commento

“Un attimo di libertà” di Apostolos Apostolou

    a “Se vuoi chiamarti uomo/non smetterai nemmeno per un momento/di batterti per la pace e la giustizia… Perché le Persone esistono dall’attimo/che trovano un posto nella vita dell’altro…” Scrive il poeta greco Tasos Livaditis.

È fatto noto che niente si misura in tempo e in minuti ma solo in attimi. Lo scrittore e giornalista Romano Battaglia sosteneva: “In un attimo può mutare il tempo, il nostro modo di pensare, tramontare il sole, spuntare la luna cadere la pioggia, alzarsi il vento. In quel breve spazio di tempo dobbiamo appellarci a tutte le nostre risorse per decidere che cosa fare perché stiamo vivendo l’attimo fuggente della nostra vita.” E in quest’attimo nasce anche la libertà dell’uomo. Perché  che cosa  è la libertà?  È una successione di attimi; lo scopo della vita è la libertà che si trova nel tempo. Ma il tempo in realtà è costituito da attimi, attimi  in cui succede qualcosa che modifica radicalmente tutto quello che è esistito fino all’attimo che li ha preceduti: ecco che cosa è  libertà.

Il poeta Luigi Visciglia, scrive:

Un attimo di libertà

Vicina è la tirannia.

Corri fratello, corri lontano lascia che il vento ti dia la mano.

Al di là dei monti, al di là del mare vive la libertà.

Hanno atteso rabbiosi, sfiduciati

doloranti, lacrimosi, il tuo tardivo arrivo.

Libertà! Umana speranza, rispetto, dell’altrui diritti.

Ti attendono, ansimanti, speranzosi.

Si !

Forse domani, busserai alla nostra porta.

L’umanità ! Schiavizzata, oppressa, soggiogata.

Aspetta !

La libertà sorniona, vaga sull’umanità.

 Nelle piazze la calca è incontenibile, stremata è l’umanità.

Dall’alto, invisibile, aleggia la libertà.

Piazza della Concordia s’illumina a festa, suoni, canzoni diffondono fratellanza, uguaglianza, gioiosi i cuori umanizzano.

Il soffio leggero dello zefiro, elargisce, solo per un attimo, una goccia.

Si !

Solo una goccia di Libertà.

La libertà risiede nel riconoscimento del tempo. Se vogliamo scoprire ciò che è vero, dobbiamo trovare il nostro tempo come attimi.

Apostolos Apostolou

Pubblicato in "L'Angolo della Filosofia" | Lascia un commento

“Stralci di fuoco all’orizzonte” di Mariantonietta Valzano

Originalissimo il parallelismo, insieme poetico e filosofico, tra il rutilante tramonto dagli “stralci di fuoco”, di cui pare sentirsi quasi il “crepitio” e il cuore ribelle e indomito- il tassello primordiale, emozionale del tutto e voce nostalgica dell’anima. Il pensiero indugia sulla soglia di una porta, che dalla vita conduce alla dimensione metafisica. Il Crepuscolo è chiaramente un limbo, una zona di frontiera. È un fronte incandescente, sul campo di battaglia del cielo, tra la luce e il buio. Ogni giorno la luce, a prezzo di fuoco e “sangue”, si arrende al buio e al silenzio della notte. Il fuoco,tuttavia, cova sotto la cenere, crepita sommessamente… e una scintilla, ancora , accenderà l’alba di un nuovo giorno!
Così, “l’anima indomita non vuole rassegnarsi alle rotte già segnate”; e “continua ad abbandonarsi ai sogni”. La ragione, il freddo intelletto, non fa che nutrire il pensiero di postulati e teorizzazioni euclidee. Lo imbavaglia e lo vuole manichino nelle mani di “ciò che ovvio è alla comprensione”. Ma il desiderio è un “cavallo che scalcia e morde” e rifiuta le “redini”.
Il suo galappo libero va sempre verso l’alba, verso la luce. Un infinito verso l’Infinito! Molto molto bella! [ Antonio Teni]

Stralci di fuoco all’orizzonte
sorgono a rammentare
laddove si si lotta tra luce e buio
sovrastando zolle di vita rigogliosa
che sotto il cielo resta in silenzio
nel crepitio di un crepuscolo quotidiano
morde la debolezza della fatica
mentre gli occhi desiderano solo
scorgere il dopo
per rasserenare l’anima indomita
che non vuole rassegnarsi
alle rotte già segnate
e continua ad abbandonarsi ai sogni
che graffiano la ragione
quasi a volerne dominare l’esatta tesi
che non dà molto scampo.
Stralci di fuoco
sul cuore ribelle della sera
cuore che scalcia
e morde le redini dell’intelletto
perché rifiuta di capire
ciò che ovvio è alla comprensione
e mentre volge il desiderio verso l’infinito
sente l’illusione farsi largo
in una tenue carezza di speranza…
Ultimo baluardo per il viaggio verso domani

 Mariantonietta Valzano

index
Foto Paola Trono

Pubblicato in Poesia | Lascia un commento

“Nuove prospettive” di Maria Rosaria Teni

index

Questo breve spazio mi offre l’occasione di parlare del cantore del Novecento come è stato definito dalla critica contemporanea Adam Zagajewski, protagonista tra l’altro di una suggestiva raccolta antologica di poesie “Guarire dal silenzio”, curata da Marco Bruno per i tipi Lo Specchio di Mondadori che ho appena terminato di leggere e in cui sono presenti versi tratti dal libro “La vera vita” 2019 e “Comunicato” 1972. In questi giorni ho pensato spesso al silenzio. Un silenzio particolare che progressivamente si sta arricchendo di voci e di suoni, di vibrazioni impensabili, frutto di una libertà ritrovata, fatta di mille parole. Con l’arrivo dell’estate anche i colori stanno prendendo il sopravvento, dipingendo le ore e dando un nuovo significato allo scorrere del tempo. Sembra quasi dimenticato il tetro spettro di strade vuote che oggi cominciano a ripopolarsi di rinnovata speranza mentre stiamo percorrendo un cammino nuovo, che ci ha fatto scoprire diverse realtà e situazioni. In questo periodo mi sembra sia stato significativo aver saputo conservare la capacità di riscoprire il valore delle piccole cose, apprezzando anche la solitudine e la magniloquenza delle mille sfaccettature del silenzio. Ripenso a quanto asseriva Sant’Agostino con la sua frase che ricordo mi ha colpito sin dai tempi dell’esame di Filosofia all’Università, una verità che spesso ho adottato nella mia vita: “ex malo bonum”, ossia trarre da questo tempo il bene che sembra sepolto sotto la coltre delle disgrazie, trovare una luce tra le intemperie che stanno abbattendosi in un mondo globalizzato e sempre più atomizzato. Sembra naturale anche il rimando a Bauman, quando descrive la solitudine come condizione in cui si raccolgono vari pensieri ed emozioni che in realtà non fanno altro che restituire una più vasta opportunità di comunicare proprio perché sono più ricchi di valore aggiunto. Leggere e approfondire i grandi può essere di aiuto per trovare la forza di rialzarsi e rinascere perché, a prescindere da ogni ostacolo, la vita continua in un viaggio ricco di incognite. Ripercorriamo i passi di Emily Dickinson che, nella sua infinita sensibilità, ha avuto il merito di espandere nella sua poesia tutta la bellezza dei piccoli momenti di vita quotidiana, vissuta in una sorta di solitudine quasi sacrale. È sublime la sua aspirazione ascetica verso una fusione con il cielo, ma nello stesso tempo, paradossalmente, la scelta della solitudine diviene la sua libertà più vera tanto da definire la notte il suo giorno preferito. Intanto noi abbiamo imparato a convivere col silenzio, a sentirne la voce, compagna di solitudini apparenti, abbiamo cominciato ad ascoltare il nostro pensiero nella profondità dei sentimenti e nel disvelamento delle emozioni, nella speranza di essere proiettati verso una migliore prospettiva di umanità ritrovata.
Maria Rosaria Teni

Pubblicato in Editoriale | Lascia un commento

“Estate ‘95” di Adam Zagajewski

Era l’estate sul Mediterraneo, ricordi?
vicino a Tolone, un’arida estate, entusiasta
entusiasta di sé, che parlava uno strano dialetto,e noi
capivamo solo brandelli di salate parole;
era estate nella sghemba luce della sera, nelle pallide
macchie delle stelle, la notte, quando taceva il brusio
di innumerevoli fatui discorsi e solo il silenzio
aspettava la voce di un uccello sonnolento,
un’estate nella quotidiana esplosione del meriggio,
e le stesse cicale si sentivano mancare, un’estate
in cui l’acqua azzurra si apriva ospitale, così ospitale
da farci scordare le anfore giacenti
da migliaia di anni sul fondo del mare, nell’oscurità,
nella solitudine; era un’estate, ricordi?,
le foglie sempreverdi del ligustro ridevano,
era luglio, e facevamo amicizia
con quel giovinetto gatto nero
che ci sembrava così intelligente,
era la stessa estate in cui a Srebrenica
venivano uccisi uomini e ragazzi;
innumerevoli, secchi gli spari
e certo c’erano un caldo torrido e la polvere,
e le cicale, terrorizzate a morte.

Adam Zagajewski da Asimmetria (2014)

ph Eleonora Mello

Adam Zagajewski,nato a Lepoli in Ucraina nel 1945 e morto nella giornata mondiale dedicata alla poesia  il 21 marzo a Cracovia;  è considerato il cantore del Novecento e della condizione umana.  Ha vissuto in Slesia e poi a Cracovia, dove si è laureato alla Jagiellonian University.
Zagajewski è conosciuto tra i poeti della Generation of ’68’ o Polish New Wave (Nowa fala).
Tra le sue opere: Pragnienie (1999); Ziemia ognista (1994); Jechac do Lwowa (1985); Sklepy miesne (1975); Komunikat (1972).  I suoi poemi e saggi sono stati tardotti in molte lingue.
Tra i premi vinti: il Berliner Kunstlerprogramm, il Kurt Tucholsky Prize, il Prix de la Liberté, e Guggenheim Fellowship. È stato Visiting Associate Professor of English in the Creative Writing Program alla University of Houston e ha vissuto tra Parigi e Houston.
Ha vinto il Neustadt International Prize for Literature nel 2004 ed è stato candidato al Premio Nobel per la Letteratura. Dall’Introduzione del volume Tradimento, edito da Adelphi nel 2007:
“Ha detto Miłosz che a scrivere versi non è l’abilità della mano, ma «il cielo, a noi caro ancorché scuro, / qual videro i genitori e i genitori dei genitori / e i genitori di quei genitori / nel tempo che fu».  Per Adam Zagajewski – «voce sommessa sullo sfondo delle immense devastazioni di un secolo osceno, più intima di quella di Auden, non meno cosmopolita di quelle di Miłosz, Celan o Brodskij» (Walcott) – quel cielo è Leopoli (oggi l’ucraina L’viv), la città della Galizia «dove dormono i leoni», che alla fine del secondo conflitto mondiale intere famiglie dovettero abbandonare per essere deportate nella Slesia sottratta alla Germania e assegnata alla Polonia.  Cristallizzata dalla memoria e purificata dalla nostalgia, Leopoli si trasforma così in luogo concreto e insieme invisibile, familiare e sconosciuto, sacrario che «non è opportuno visitare», come se «la bella definizione di docta ignorantia  avesse abbandonato le pagine dei libri per divenire una ferita aperta sulla verde mappa dell’Europa».
Ma senza il grigio approdo di Gliwice (nell’Alta Slesia), mortificata dai modelli imperanti del socialismo reale, città terrena e regno dell’immanenza, la trascendente e celeste Leopoli, per sempre perduta, non potrebbe continuare a vivere. Né il viaggiatore-poeta saprebbe ritrovare «la vita di prima della catastrofe, la folla di prima della catastrofe, le nuvole, le vetrine, i cespugli di sambuco di prima della catastrofe». E, sempre straniero e sempre in cerca di una patria, scorgere il proprio volto.”
In Italia sono stati pubblicati: Polonia: uno Stato all’ombra dell’Unione Sovietica (Marietti 1982), Tradimento (Adelphi 2007).
Inoltre suoi testi sono presenti in: A questo servono le lacrime di Paola Malavasi, con una nota di Ennio Cavalli e due poesie di Derek Walcott e Adam Zagajewski (Interlinea 2006) e Luci ed ombre di una città: immagini di Genova di Adhaf Soueif con testi di Adam Zagajewski e John M. Hall (De Ferrari 2003).

Pubblicato in Poesia | Lascia un commento

“Consigli per lettura – maggio 2021” – a cura di Mariantonietta Valzano

9788899782702_0_0_524_75

“Scrigni di sale”
Aurora Cacciatore

È un racconto corale quello narrato, con maestria e una nota di piacevole leggerezza, da Aurora Cacciatore. La vita di un paese immaginario che già nel nome dà un senso di bellezza: Fiordiloto. Qui si intrecciano storie a formare una rete non sociale ma familiare. Le pagine descrivono il fluire del tempo con il suo carico di sogni, dolori, speranze, illusioni e sentimenti… tanti sentimenti. Un turbinio di umanità che si cela in ogni “SCRIGNO” viene alla luce in un dipanarsi di storie in cui ognuno di noi può riconoscersi: dall’entusiasmo e la felicità di Sophie, alla solitudine celata di Irene che resta bella nella sua silente tristezza; dai sogni di libertà di Yuri, alla forza inconsapevole di Leonardo; dal dolore di Livio alla testardaggine di Paolo, dall’ amore infinito di Wanda e Sandro fino alla speranza di un nuovo inizio di cui l’incipit è proprio nel finale.

Un mondo che ruota e gira su se stesso con “andate” e “ritorni”, con la delicatezza della descrizione quotidiana, fatta di piccoli passi, piccoli “scrigni” colmi di ogni goccia di vita.

 Tutto lo scritto, pregevole per linguaggio e forma, stilla positività, speranza, una dolcezza di sogno che vince sulle brutture e il dolore.

 Il divenire dialettico dei sentimenti che caratterizza i personaggi cattura il lettore che vive la storia di Yuri che insegue i suoi sogni di libertà come quelli di Sandro che finalmente trova l’amore.

 Alla fine si arriva all’ultima pagina con il cuore leggero e pieno di emozioni, uno “scrigno” di bellezza in questi tempi bui.

Mariantonietta Valzano

Pubblicato in Recensioni | Lascia un commento

“Cos’è la poesia” di Maria Rosaria Perrone

Nuovo Documento di Microsoft Publisher (2)

In questo periodo la nostra rivista è pervasa dall’atmosfera densa di poesia, suscitata dall’onda del riscontro assai lusinghiero che si sta ricevendo dalla partecipazione dei tanti poeti al Premio letterario Vitulivaria. Ci si rende sempre più consapevoli del bisogno di poesia che invade l’animo di tutti noi, esseri umani confusi e disorientati. Mi ha emozionato leggere una poesia inviata da una nostra affezionata collabroratrice Maria Rosaria Perrone che, in versi liberi e di raffinata eleganza, trasferisce la bellezza del mondo poetico e la sua universalità, valorizzando la funzione salvifica e catartica del “fare poesia”. Ci si interroga ancora oggi cosa sia la poesia, a cosa possa servire, ma è proprio leggendo gli straordinari versi finali credo che si trovi la giusta riposta: “… continua a consolare coi suoi versi ogni animo in affanno, accarezzando il cuore di tutti senza alcuna distinzione”. [Maria Rosaria Teni]

Cos’è la poesia?

La poesia è

la lingua dell’anima.

Un bene imperituro,

che gli amanti dell’economia

giudicano superfluo –

invendibile.

Al suono della parola poesia,

ai ragionieri del sapere

il naso si deforma,

s’arcuano le sopracciglia

e le labbra si stringono con

un ghigno.

La preferenza è

per il notabilato,

poco importa

cosa racconta,

ma il poeta

non s’abbatte,

continua a consolare

coi suoi versi

ogni animo in affanno,

accarezzando il cuore

di tutti senza alcuna

distinzione.

Maria Rosaria Perrone

per vitulivaria

Pubblicato in Poesia | Lascia un commento

Cultura Oltre e la collaborazione con il Premio letterario nazionale Vitulivaria – memorial Gerardo Teni

FAC SIMILE LOCANDINA

Parliamo oggi della belllissima esperienza che la nostra rivista ha condiviso con il Concorso letterario Vitulivaria – memorial Gerardo Teni, che si avvia verso la realizzazione di una cerimonia di premiazione che si svolgerà il 2 luglio, nel suggestivo Chiostro del Convento dei Padri Passionisti di Novoli. Dopo un percorso irto di difficoltà, si è giunti alla conclusione migliore che si potesse auspicare: dare vita a una serata che illumini una fase di rinascita, grazie alla presenza dei tantissimi poeti e scrittori partecipanti alla sesta edizione del Premio. Dal 2011, anno in cui è nato, il Premio è diventato un appuntamento che progressivamente si è andato consolidando nel panorama della produzione poetica e letteraria italiana.  Si è costruita progressivamente una storia del premio e soprattutto il desiderio di mettere in luce le potenzialità del proprio territorio, procedendo anche nella scoperta di nuove voci nonché nella valorizzazione della poesia e dell’impegno sociale. Il premio è dedicato a un uomo di grandi valori, Gerardo Teni, padre della fondatrice e presidente Maria Rosaria Teni, che organizza il concorso sin dall’inizio e che crede nel valore di fare poesia, con passione e serietà. E questo è anche il motivo per cui da sempre è selezionata una giuria di alto livello e dotata della più assoluta correttezza in ogni fase procedurale del premio. Per la sesta edizione si è costituita una doppia commissione giudicatrice che ha offerto un fondamentale supporto, grazie a doti di altissimo livello culturale e professionale. Per la poesia e i libri editi la Commissione di Giuria era così rappresentata: Stefania Arnesano, docente Pari opportunità, promotrice culturale; Myriam Ambrosini, scrittrice e poetessa romana, Antonio Teni, poeta, scrittore e Apostolos Apostolou, docente universitario all’Ateneo di Padova, critico letterario e scrittore. La Commissione di Giuria per la sezione dedicata alla narrativa era rappresentata da: Mariantonietta Valzano, docente, scrittrice, anch’essa di Roma, Laura Casciotti, giornalista, addetta stampa, Antonio Teni, poeta, scrittore e Dario Quarta, giornalista, direttore di quiSalento. La presidenza di entrambe le Giurie è stata affidata a Maria Rosaria Teni. Protagonista della poesia a tema della sesta edizione del Premio è stata l’eco del tempo, rallentata e carica di densità emotiva che si insinua nella linea d’ombra oscillante tra sogno e realtà, in quella piccola nicchia dove solo il ricordo può sfuggire alla perdita di memoria. Nella sesta edizione del 2021 (il Premio ha una cadenza biennale), si è compiuto un ulteriore passo in avanti, inserendo una sezione – Sezione D –  dedicata ai libri editi di poesia, e consentendo agli autori di far conoscere più a fondo e in modo più completo il proprio universo interiore e aprendo la partecipazione ai giovani UNDER 20 i quali hanno potuto cimentarsi in tutti le sezioni (eccetto la D). Con enorme soddisfazione devo riconoscere l’alta qualità dei libri editi di poesia pervenuti e, pur considerando la numerosa partecipazione, ciò che si è notato è stato il livello elevato delle composizioni e la raffinatezza delle opere, la cura dei dettagli, l’uso di stili e forme che abbracciano tematiche articolate e a volte complesse. La poesia, espressa nelle raccolte esaminate da una giuria attenta e scrupolosa, dà voce a un mondo “altro”, dove la realtà quotidiana è filtrata da sensazioni ed emozioni  e dove l’interiorità si esalta nel confronto con il verso. Difficile e arduo è stato definire una classifica, perché ogni silloge ha già vinto, ha conquistato una posizione nel cuore di ogni lettore che potrà godere di versi suggestivi e universali. È stata una scoperta conoscere tanti autori, ricevere la fiducia di chi  ha permesso di leggere e analizzare pagine che si animano di pensieri e riflessioni di stupefacente bellezza. Visto l’elevato numero di sillogi poetiche che sono giunte da ogni parte d’Italia, non si può che essere soddisfatti e onorati da questo ottimo risultato. Per questo motivo, per dare un giusto riconoscimento ai poeti, autori delle opere a concorso, si è deciso che i libri di poesia, partecipanti al Premio Vitulivaria, avranno uno spazio dedicato all’interno della rivista Cultura Oltre. Le prime tre Opere vincitrici saranno promosse presso il pubblico di “Cultura Oltre”, la nostra rivista di approfondimento culturale, letterario e di attualità (distribuita online e scaricabile). Gli autori vincitori riceveranno, pertanto, una Segnalazione letteraria con pubblicazione sul sito della scheda del libro (contenente copertina, sinossi, biografia dell’autore e indicazioni per l’acquisto), condivisa sulle pagine Facebook del Premio letterario Vitulivaria e di “Cultura Oltre”, una  Recensione pubblicata sulla Rivista e un’ intervista all’autore. Il Premio letterario “Vitulivaria – memorial Gerardo Teni”, da questa sesta edizione, si avvale della collaborazione della rivista culturale online “Cultura Oltre 14” , del  canale YouTube Cultura Oltre nonché della collaborazione e patrocinio della rivista mensile “QuiSalento”. Il concorso ha ottenuto il Patrocinio:
della Provincia di Lecce – Salento d’Amare, “per gli obiettivi che si propone e, in particolare perché rappresenta un valido momento di crescita culturale, sociale e civile dell’intera collettività”;
del Consorzio Valle della Cupa – Comuni del Nord Salento;
del Comune di Novoli, con la seguente motivazione: “Si tratta di un importante momento culturale nel panorama della produzione poetica e letteraria italiana. Il concorso è intestato alla memoria del nostro conterraneo 𝐆𝐞𝐫𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐓𝐞𝐧𝐢, 𝐮𝐨𝐦𝐨 𝐝𝐢 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐞 𝐢𝐦𝐩𝐞𝐠𝐧𝐨 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞, 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐜𝐫𝐞𝐝𝐮𝐭𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚. Il concorso punta alla valorizzazione della poesia favorendo le nuove voci emergenti”
del Comune di Carmiano (Lecce)
il Patrocinio Culturale di WikiPoesia che patrocina e promuove su apposita pagina enciclopedica le iniziative che vengono proposte sul territorio nazionale e permette di essere inseriti d’ufficio nel Catalogo Nazionale del Premi di Poesia.  Un ringraziamento agli Enti suddetti per aver creduto nel Premio e aver dimostrato stima per un evento che è cresciuto negli anni con serietà e correttezza.
È possibile seguire tutte le notizie relative al Premio collegandosi alle seguenti pagine:
https://premioletterariovitulivaria.wordpress.com/2020/05/27/premio-letterario-nazionale-vitulivaria-memorial-gerardo-teni-vi-edizione-2021/
http://associazionevivamente.blogspot.com/2020/06/premio-letterario-nazionale-vitulivaria.html

Rivista culturale online “Cultura Oltre 14” e   canale YouTube Cultura Oltre;

Pubblicato in Premio letterario "VITULIVARIA" | Lascia un commento

IL LIBRO DEL MESE: “Gli edifici di culto di Carmiano. Fonti e storia dal XV al ventunesimo secolo” di Mattia Spedicato – Maggio 2021

il libro del mese_page-0001

Il Libro del mese è una nuova rubrica che vuole essere una proposta di lettura, nella consapevolezza che leggere contribuisca ad accrescere se stessi e il proprio mondo interiore. Un appuntamento ispirato dall’amore incondizionato per il libri che intende approfondire la lettura di un testo e la scoperta dell’autore. Non a caso vede la luce nel mese di Maggio, in ordine alla campagna di promozione della lettura ideata dal Centro per il Libro e la lettura del Ministero della Cultura, denominata “Il Maggio dei Libri”.

Per inaugurare questo nuovo spazio  ho deciso di scegliere un  saggio scritto nel 2020 da un giovane studioso, Mattia Umberto Spedicato, dottore in archeologia e scienze religiose, il quale ha svolto una ricerca asssai approfondita sugli edifici di culto siti nel comune di Carmiano, località a pochi km da Lecce nel nord Salento. Il volume dal titolo ” Gli edifici di culto di Carmiano. Fonti e storia dal XV al ventunesimo secolo” è una accurata e ricca  ricostruzione della storia delle chiese presenti in questo piccolo centro salentino, attraverso una dettagliata analisi delle fonti storiche cui il ricercatore ha attinto con competenza e dovizia di particolari. Fonti che sono costituite in prevalenza dalle visite pastorali da parte dei Vescovi leccesi nell’arco di tempo che va dal  1594 al 1952. Nella prefazione, curata da Don Adolfo Putignano, si evidenzia l’importanza delle chiese che sono in realtà “simbolo delle radici di una comunità, pilastro di identità ecclesiale e cittadina”. Continuando si trova una bella riflessione sul significato che i luoghi di culto possano avere nel raccontare nei secoli la storia della gente, i riti e i momenti che si sono avvicendati nel cammino dell’umanità, indipendentemente se siano minuscole cappelle di campagna o insigni santuari e cattedrali. L’attenzione per il proprio territorio e la necessità di raccontarlo danno vita a un’articolata ricerca bibliografica e archivistica, attraverso l’esame di una poderosa documentazione che rivela, peraltro, come le chiese rappresentino luoghi di cultura e non solo di celebrazioni liturgiche. Un approfondimento sulle origini storiche di Carmiano rappresenta il punto di partenza da cui si dipana una puntuale evoluzione degli edifici esaminati, vista attraverso uno sviluppo diacronico che consente all’autore di soffermarsi sulle varie epoche storiche che hanno visto le principali trasformazioni di tali edifici.  Degno di rilievo il corredo fotografico posto al termine del volume: si compone di immagini che rappresentano planimetrie delle antiche chiese e anche dell’antica Chiesa Matrice, abbattuta negli anni sessanta, nonché immagini di affreschi non ancora studiati e rinvenuti negli ultimi anni. Un cenno a parte merita la scrupolosa e attenta tabella riassuntiva delle visite pastorali compiute dagli ecclesiastici leccesi  e un glossario relativo alle suppellettili sacre, posto in appendice al saggio. Nella conclusione l’autore pone l’attenzione su un punto fondamentale, a mio parere, che dimostra quanto sia coinvolto nella funzione di  valorizzazione del proprio territorio, affermando quanto sia  potenzialmente  ricco e prezioso il nostro patrimonio artistico, ma anche quanto sia poco apprezzato e messo in evidenza, per consentire di riconsegnare una migliore memoria storica non solo al paese , ma agli stessi cittadini che potrebbero acquisire un valore identitario più consapevole.  Alla luce di quanto è emerso dalla lettura di questo saggio appare notevole il contributo storico dato al Nord Salento dal nostro studioso, destinato sicuramente ad arricchire la cittadina salentina, favorendo la sua conoscenza anche al di fuori del territorio salentino. Bisogna ricordare che la memoria storica è patrimonio di tutti e deve essere salvaguardata e anche tramandata. Mattia Spedicato è  un autore attivo anche su Facebook dove ha creato una pagina dedicata al suo studio “Pillole su Carmiano” in cui sono inseriti i video prodotti da Spedicato su alcuni temi centrali della sua opera. [Maria Rosaria Teni]

121073951_357368988839198_7471113482225252925_nL’autore si presenta

Sono Mattia Umberto Spedicato, classe 1989, sin da piccolo ero appassionato di storia ed archeologia ed ero affascinato da tutto ciò che i grandi e i piccoli del passato ci hanno lasciato come testimonianza della loro vita. E così sono riuscito a fare della mia passione una professione, mi sono laureato in archeologia ed in scienze religiose perché oltre alla lettura storica delle fonti e all’analisi artistica delle opere d’arte, amo unire la dimensione teologica e spirituale per meglio comprendere il patrimonio tramandatoci dalle generazioni precedenti.

Nel 2020 ho pubblicato due libri: entrambi incentrati sugli edifici di culto di Carmiano che si sono susseguiti dal XV al XXI secolo, il secondo, in particolare, vede la trascrizione fedele di alcuni documenti fondamentali utili per la storia del paese. Da poche settimane ho iniziato la stesura del terzo libro che sarà incentrato non solo su Carmiano ma anche su Magliano.

Attualmente sono il genealogista della pagina Facebook “Radici ritrovate” con la quale aiuto le persone a ritrovare le loro origini scoprendo i nomi, i luoghi, le attività e la storia dei loro antenati, attraverso la creazione del loro albero genealogico fino al 1700.

Per chi volesse approfondire o contattare l’autore, si indica il suo indirizzo mail: Mattia Spedicato

Pubblicato in IL LIBRO DEL MESE | Lascia un commento

“21 grammi di solitudine” di Gianni Venturi (Giuliano Ladolfi Editore, 2020) – recensione a cura di Rita Bompadre

Foto libro 21 grammi di solitudine di Gianni Venturi

“21 grammi di solitudine” di Gianni Venturi (Giuliano Ladolfi Editore, 2020) è il peso poetico di un respiro, il soffio intimo, l’impalpabile essenza del dolore umano, l’evanescenza di sentimenti puri e autentici. Il poeta, attraverso la fermezza descrittiva, essenziale e distensiva nelle immagini, fende il terreno emotivo tracciando la superficie dei solchi interiori, imprimendo la traccia profondamente radicata delle espressioni viscerali, del mondo sensibile, del patrimonio familiare delle origini e della terra sopra il tempo della vita indifesa e fragile. Si narra che 21 grammi sia  il peso dell’anima, pochi granelli inconsistenti sul peso di un destino che ognuno di noi riconosce nella fatalità prestabilita ed imperscrutabile degli eventi. La poesia di Gianni Venturi si inoltra lungo le condizioni e i sentimenti umani sradicando ogni passaggio spazio – temporale della memoria, frequenta le lacerazioni impulsive e la resistenza nelle intuizioni drammatiche e nostalgiche, nei frammenti di una disperazione in cui la solitudine è al centro di tutto. Il tragitto privilegiato della poesia verso la personale testimonianza dell’autore è presenza illuminata, eco deformata dell’anamnesi, rifugio ancestrale, richiamo ad una trama remota che si svolge oltre i limiti consueti della conoscenza, solitaria e sofferente, dell’umanità. I versi, affatturati all’efficacia espressiva degli abbandoni, suggeriscono un altrove quieto, un nascondiglio protettivo, dove custodire l’incondizionata immutabilità dell’assenza, nell’ostentato distacco di ogni atteggiamento intellettivo e carnale. L’estrema limitatezza della coscienza umana circoscrive l’evocazione del passato e domina il segno del presente. L’intensità accentuata ad ogni mutamento individuale è luogo di transito e di sosta della creatività, materializza la rappresentazione esplicita e cruda della infranta condizione umana. Il poeta è nel disamore della malinconia, nella perdizione del recupero di un passato che non muore ma che dilata una sconfitta insofferente e vagabonda e pone lo sguardo sulle essenze illusorie dell’uomo, accenna ai turbamenti e ai disorientamenti emotivi, è l’ombra cupa di ogni tormento. “21 grammi di solitudine” approda ad un’introspettiva identità, assapora l’incanto suggestivo dei colori e delle forme delle possibilità, assorbe il sollievo dei cambiamenti, prolungando la corposità e la generosità dei ricordi. La dissolvenza rarefatta delle stagioni vitali congiunge la volontà di estendere l’accogliente risposta alla propria natura, alle radici, alle fondamenta che trattengono l’inclinazione di ogni qualità emotiva, in ogni alchimia delle proprie tensioni, confessando la consistenza rivelata dalle percezioni. I versi maturi sono consumati in una misurata e toccante lacerazione spirituale nella lontananza dell’isolamento. Nella semplicità e nella determinazione dei frammenti di un’esistenza svuotata, il poeta delinea scaglie di vita consumata, alla deriva nella nebbia esistenziale dell’uomo, segue la direzione della speranza e della rassegnazione, del coraggio e della paura, donando al valore della coscienza, il riscatto e l’accordo alla salvezza. Il peso sostenuto da chi sopravvive, libero di trasmigrare in altri luoghi del cuore è l’ispirazione per la più dolce elegia.

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”
https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

abitavo un paese gentile dall’aia fiorita

e danze di fisarmoniche sussurranti

odoravo le campagne di settembre con sorrisi

la canapa era dura come il tempo

in quest’ora d’abbondanza infelice

sorseggio un’acqua fetida non più di fonte

—————————

la terra ha brividi

che scuotono

paludi

come la nebbia errante

che di casa in casa si raggruma

un sole amorfo si raggomitola

tra monti di cenere

all’orizzonte

————————-

le pietre parlano

la lingua sconosciuta dell’ontano

lo sciamano alti scopre i canti

alla dea del fiume che ravviva novembre

è il canto del vento tra le foglie

questa terra ha silenzi circolari

memorie granitiche

orari definitivi per la vita

————————–

come gelo le parole dette

tutto appare chiaro

la maestra scuote dolce il viso trema

il parroco intona il verbo scivola

la vita oltre fondamenta fragili

sono uno sputo di luce e arranco

come l’inverno carezze sperse

tutto perduto memoria e dignità

——————————

è tempo di condividere l’assenza

tempo di estrema partenza

c’è un ponte di nebbia che separa le strade

poco battute che conducono ovunque

partecipare condividere aggregare

mi sento la pietra lapidaria

non angolare nel muto dialogare

fuori tempo l’estremo abbandono

———————————

L’archeologo osserva compiaciuto i reperti umani

in divenire noi un chicco di luce persiste

l’universo che ha voce accoglie la stella che implode

entropia o fine del clamore

come altari sulla sabbia

lo scorrere delle ere cancella le cose

e nulla resterà

——————————-

vecchi curvi avanzano dimenticati

come roccia che si sgretola

il tempo che scorre e racconta il silenzio

sono querce nel traffico impetuoso

questa distonia dimentica il passato

spaventa il bimbo in corpo di vecchio

———————————

basterebbe un filo di vento qui nella stasi

dove tutto appare bloccato

quasi vuoto il movimento

l’assoluto si tende.

Gianni Venturi

Pubblicato in Recensioni | Lascia un commento