Cultura Oltre approda su Instagram

La rivista Cultura Oltre, da oggi, approda su Instagram per essere ancora più coinvolgente e consentire di creare un gruppo di lettori che hanno la possibilità di inetragire tramite la diretta e la messaggistica istantanea.

Cultura Oltre, che sta crescendo grazie al vostro interesse e partecipazione, è concepita essenzialmente come un luogo di incontro della cultura, uno spazio dove chi ama leggere e scrivere abbia voglia di condividere i propri interessi e la propria voce o di mettersi in ascolto di quella degli altri.

 Cultura Oltre  si arricchisce e diviene anche momento di condivisione con la creazione di un Gruppo di Lettura che, attraverso una diretta,  proporrà uno scambio di riflessioni e commenti su libri letti e da leggere, su brani particolarmente significativi e su approfondimenti, avvalendosi dei Social.

Per seguire il profilo Instagram: cultura_oltre

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“Non ho mai svenduto” di Roberto Luzi

Un incipit di forte impatto annuncia l’evolversi di un’anima che, attraverso la liricità, attinge alla natura sognante per affrontare un’esistenza altresì affidata alla speranza, ma contemporaneamente combattuta tra diverse sensazioni di “spasmi e carezze”, nell’innocente nudità infantile cui fa riferimento il poeta.  Una lirica che avvolge come in una spirale di sogno e realtà in cui si affaccia la percezione del reale, pervaso da ingannevoli illusioni. [M.R.Teni]

Non ho mai svenduto la fantasia di un sogno,
ho cercato sempre nuove realtà
a questa mia esistenza piena e sognante.

Possiedo l’anima di un bimbo
messo a dormire in un oceano
di spasmi e carezze.

Rinascerò con abiti nuovi
nella follia di un dubbio,
coltiverò l’eresia di questo amore,
saprò guardare con occhi diversi
questa vita che ubriaca i suoi eccessi
di falsa speranza.

Roberto Luzi

Roberto Luzi

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“Siamo qui…” di Maria Rosaria Teni

Siamo qui, nelle nostre dimore, a leggere, scrivere, dialogare e vivere le nostre emozioni e i nostri timori riflettendo tutto su uno schermo, filtrando i volti e le sensazioni attraverso un monitor che rimanda volti e voci, che riecheggia di umanità confusa, che vibra di parole non dette, ma inequivocabilmente espresse da occhi  parlanti. E poi c’è quel silenzio surreale di ore che passano e rimangono Infisse nel pensiero che risuona di immagini, di ricordi, di progetti. Decifrare questo particolare momento non è possibile: una sospensione aleggia intorno a giorni che si trascinano tangibili in un’atmosfera ovattata, ma fragile, pronta a smagliarsi dinanzi alle voci concitate che arrivano dal televisore, anima pulsante che tasta l’andamento di questo virus insidioso e subdolo che si nasconde tra le pieghe di invisibili artigli e che sfugge alle attenzioni di studiosi ed eminenti ricercatori. Indifesi e sguarniti di certezze, pare di abitare in una realtà parallela che ci illudiamo faccia parte di un sogno e che alle prime luci del mattino si dissolva con i rumori della quotidianità. Non avviene però niente di tutto questo e la consuetudine si dissocia dalla sua stessa radice semantica per diventare inconsueta abitudine indotta ad aggrapparsi a riti che investono canali di comunicazione virtuale per allacciare una socializzazione restituita nonostante tutto. L’isolamento, tuttavia, porta a interrogarsi più profondamente all’interno del proprio essere e, paradossalmente, suscita delle considerazioni che fino a poco prima erano impensabili. Messi di fronte al proprio Io, sondiamo ciò che esiste e che muove i nostri pensieri e i nostri gesti e, magicamente, ci conosciamo meglio, ci presentiamo nella nostra nudità primordiale e forse scopriamo qualcosa di noi che per tutta una vita non avevamo mai considerato. La libertà, straordinario e potente componente dell’essere umano, ci appare allora come un dono, un respiro profondo che è lo stesso respiro che regge l’intera esistenza. La libertà di pensare, di esprimersi, di muoversi, di gridare, di piangere, di esistere, diventa essenziale e alimenta quella sete di vita che ognuno di noi dimostra già all’origine. Una libertà conquistata di cui si comprende il valore quando non si possiede. Credo che questi giorni siano profondamente importanti per apprezzare il valore di tutto ciò di cui disponiamo e che finora non abbiamo giustamente stimato; non saranno giorni persi se ci porteranno ad un’umanizzazione più consapevole e profonda che possa condurci a dire che non esistono bianchi e neri, ricchi e poveri, ma solo uomini e per fortuna uomini veri.
Maria Rosaria Teni

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“Portami il girasole” di Eugenio Montale

 EUGENIO MONTALE,
Ossi di seppia,(Torino, P. Gobetti Editore 1925).

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 Eugenio Montale – Poeta italiano (Genova 1896 – Milano 1981). Tra i massimi poeti italiani del Novecento, già dalla prima raccolta (Ossi di seppia, 1925; ed. defin. 1931) fissò i termini di una poetica del negativo in cui il “male di vivere”  si esprime attraverso la corrosione dell’Io lirico tradizionale e del suo linguaggio. Questa poetica viene approfondita nelle Occasioni (1939), dove alla riflessione sul male di vivere subentra una ‘poetica dell’oggetto’: il poeta concentra la sua attenzione su oggetti e immagini nitide e ben definite che spesso provengono dal ricordo, tanto da presentarsi come rivelazioni momentanee destinate a svanire. M. ricercò una densità e un’evidenza simbolica del linguaggio, portando a perfezione lo stile alto novecentesco, dove i termini rari o preziosi si adeguano a esprimere l’irripetibile singolarità dell’esperienza. Dopo aver seguito studi tecnici, si dedicò per alcuni anni allo studio del canto. Chiamato alle armi (1917-19), prese parte alla prima guerra mondiale come sottotenente di fanteria. Legato ai circoli intellettuali genovesi, dal 1920 ebbe rapporti anche con l’ambiente torinese, collaborando al Baretti di P. Gobetti. Trasferitosi a Firenze (1927), dove frequentò il caffè delle Giubbe Rosse e fu vicino agli intellettuali di Solaria, dal 1929 fu direttore del Gabinetto scientifico-letterario Vieusseux, incarico da cui fu rimosso nel 1938 perché non iscritto al Partito fascista (nel 1925 aveva aderito al Manifesto degli intellettuali antifascisti di B. Croce). Svolse allora un’intensa attività di traduttore, soprattutto dall’inglese (da ricordare il suo contributo all’antologia Americana di E. Vittorini, 1942). Iscritto per breve tempo al Partito d’azione, collaborò con Bonsanti alla fondazione del quindicinale Il Mondo di Firenze (1945-46). Nel 1948 si trasferì a Milano come redattore del Corriere della sera, occupandosi specialmente di critica letteraria (e di quella musicale sul Corriere d’informazione). Importanti riconoscimenti gli giunsero con la nomina a senatore a vita (1967) e il premio Nobel per la letteratura (1975). Con la sua prima raccolta di poesie (la già citata Ossi di seppia, pubblicata a Torino da Gobetti,) M. fissò i termini, che sarebbero divenuti popolari, di una filosofia scettica e pessimista in cui il “male di vivere” discende infallibilmente dalla inaccessibilità di ogni trascendenza. Nelle due raccolte successive che probabilmente costituiscono il risultato più alto della poesia di M. (Le occasioni, il cui primo nucleo è costituito da La casa dei doganieri e altri versi, 1932; La bufera e altro, 1956, che include anche i versi di Finisterre, 1943), a un approfondirsi della crisi personale, cui non furono estranei i drammatici avvenimenti dell’epoca, corrispondeva la ricerca di una densità simbolica e di un’evidenza nuove del linguaggio, con la rinuncia a quanto di impressionistico e ingenuamente comunicativo sopravviveva negli Ossi (nei loro modi di ascendenza pascoliana-crepuscolare, e vociana-ligure secondo la linea Sbarbaro-Roccatagliata Ceccardi) e con il coraggioso riconoscimento della inevitabile parzialità della rappresentazione e della inaccessibile privatezza dei referenti.Prendeva forma così quella peculiare interpretazione montaliana della lezione simbolista (per la quale si è parlato di “correlativo oggettivo” e il suo nome è stato accostato a quello di Th. S. Eliot), che è altresì all’origine dello stile illustre novecentesco proprio da M. portato a perfezione: una sorta di classicismo virtuale, in cui il poeta riesce a fornire un equivalente (e non un’imitazione) delle forme chiuse e della precisa definizione dell’enunciato, proprie della tradizione, e a far convivere l’aulico e il prosaico in un processo di scambio delle rispettive funzioni, dove i termini rari o preziosi naturalmente si adeguano a esprimere l’irripetibile singolarità dell’esperienza così come le parole del linguaggio quotidiano e “parlato” si caricano di un più inquieto rapporto con le semplici cose da esse designate. L’ultimo tempo della poesia montaliana, inaspettatamente fecondo e cordiale, prende l’avvio da Satura (1971), in cui confluiscono anche, con altre successive, le liriche del volumetto Xenia (1966), scritte per la morte della moglie Drusilla Tanzi, e prosegue, come un’ininterrotta rivelazione, attraverso Diario del ’71 e del ’72 (1973), Quaderno di quattro anni (1977) e Altri versi (1981), una raccolta quest’ultima già anticipata nell’ed. critica complessiva, L’opera in versi (a cura di M. Bettarini e G. Contini, 1980), che comprende anche il Quaderno di traduzioni (1948; ed. accr. 1975), con versioni poetiche da Shakespeare, Hopkins, Joyce, Eliot, ecc., e offre una sezione di Poesie disperse edite e inedite. Ma proprio la finale correzione di tiro compiuta da M., con l’esplicitezza dei riferimenti alla società contemporanea, la passione militante delle prese di posizione e l’ammirevole stile colloquiale degli ultimi libri, autorizza una lettura unitaria di tutto il suo percorso, evidenziandone, sia pure in una sorta di esagerazione didattica, l’aspirazione di fondo a far uscire la poesia fuori di sé, nella direzione di una ritrovata pertinenza e concretezza. Alla sua lunga attività pubblicistica e giornalistica si devono gli altri libri di M.: dai “bozzetti, elzevirini, culs-de-lampe” riuniti sotto il titolo Farfalla di Dinard (1956; edd. accr. 1960 e 1969) alle prose di viaggio di Fuori di casa (1969), dalle prose saggistiche di Auto da fé (1966) e di Nel nostro tempo (1972) a quelle riunite in Sulla poesia (1976). Accanto al critico letterario, cui si deve fra l’altro il “lancio” italiano di Svevo (sulla rivista L’esame, 1925), va ricordato il critico musicale di Prime alla Scala (1981). Postumi sono apparsi un volume Sulla prosa (1982), le note del Quaderno genovese (1983), risalenti al 1917, il Diario postumo, prima parte: 30 poesie (1991), a cura di A. Cima. Dell’epistolario si hanno edd. parziali, tra cui quella del carteggio con Svevo (1976); dei Mottetti, che costituiscono la 2ª parte delle Occasioni, D. Isella ha curato un’ed. separata con commento (1980); una Concordanza di tutte le poesie di E. M. è stata pubblicata da G. Savoca (2 voll., 1987) – [ Enciclopedia Treccani]

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“A proposito di donne… Julia Pastrana” di Maria Rosaria Perrone

E’ una storia triste e sfortunata quella di Julia Pastrana, meglio conosciuta come la “donna barbuta”; misurava solo 137 centimetri di altezza, il suo corpo era coperto di peli,aveva capelli foltissimi neri e ricci,i denti pronunciati,mascella sporgente e il mento barbuto. Julia era di origine messicana, infatti, fino all’eta di 20 lavorò come dipendente nella casa di un’autorità del Messico fino a quando incontrò un uomo senza scrupoli Theodore Lent, impresario teatrale che la sfruttò come un fenomeno da baraccone esibendola sui palcoscenici europei e la sposò nel 1854 . Julia era una donna dolce, educata e molto intelligente. Danzava in modo leggiadro e cantava romanze in diverse lingue, sapeva leggere e scrivere, cosa non da poco per una donna di umili origini nella metà dell’Ottocento.

Nel 1860 durante un viaggio a Mosca Julia partorì un bambino e il marito vendette i biglietti per far assistere il pubblico al parto. Fu un parto difficile e il bambino che mise alla luce era affetto dalla sua stessa malattia, sopravvisse solo tre giorni. Dopo due giorni di agonia morì anche Julia .I corpi furono imbalsamati e mostrati ad un pubblico pagante. Il marito reclamò i corpi ed egli stesso continuò a sfruttare Julia e il neonato facendosi pagare per farli vedere al pubblico. I corpi di Julia e del figlio hanno subito un continuo passaggio di mani, ora si trovano a Oslo ed è vietato esibirli al pubblico Julia Pastrana era affetta da ipertricosi congenita ed ora pare siano state scoperte le mutazioni genetiche legate a questa patologia così come scrive “Le Scienze”: “Julia Pastrana passò anche alla storia della medicina come caso esemplare di ipertricosi congenita generalizzata,una disfunzione legata a mutazioni genetiche mai ben chiarite anche a causa della loro rarità. Ora uno studio cinese pubblicato sull’American Journal of Human Genetics ha permesso di identificare le radici molecolari di questa patologia. L’Ipertricosi congenita generalizzata (CGH) costituisce un gruppo di condizioni caratterizzate da un’eccessiva crescita pilifera su tutto il corpo, molto al di là di quelli che sono i limiti medi per una data età, sesso o razza. L’ipertricosi congenita generalizzata terminale (CGHT) con ipertrofia gengivale (che porta a difetti di dentizione) ne rappresenta un particolare sottogruppo che comporta anche altri disturbi, fra cui una distorsione dei tratti facciali, secondo il fenotipo, appunto, di Julia Pastrana.”Per quanto da molto tempo si ritenga che le persone con CGH siano portatrici di un qualche difetto genetico, la mutazioni specifiche legate alle CGHT, con o senza iperplasia gengivale, non erano state finora identificate”, ha spiegato Xue Zhang dell’Accademia cinese di scienze mediche, che ha diretto lo studio. Zhang e colleghi hanno eseguito una dettagliata analisi genetica di diversi membri di tre famiglie cinesi con CGHT e di un caso sporadico di CGHT con iperplasia gengivale, scoprendo difetti sul cromosoma 17 (q24.2-q24.3) che possono essere ritenuti responsabili della CGHT con o senza iperplasia gengivale. Le tre famiglie mostravano differenti delezioni nella catena di DNA, mentre il caso sporadico era associato a una duplicazione in quella stessa regione del cromosoma. Le mutazioni andavano a interessare da quattro a otto geni. (gg).”

© Maria Rosaria Perrone

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Rivista Cultura Oltre – febbraio 2020 – numero 2

Un ringraziamento agli autori che ancora una volta hanno inviato il loro prezioso contributo a questo numero:

Mariantonietta Valzano
Apostolos Apostolou

Ospiti
Maria Rosaria Perrone
Stefano Caranti
Enrico Biasotto
Vincenzo Calò
Marcello Marenaci

Contributi d’Autore

Giacomo Leopardi
Anna Andreevna Achmatova
Fernando Pessoa

È on line e scaricabile
gratuitamente il secondo numero
della rivista Cultura Oltre di febbraio – Anno 2020 –
© Tutti i diritti riservati

Rivista Cultura Oltre –febbraio 2020 – 2° numero–

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“Dalla magia alla seduzione. Psicoanalisi e arte italiana. (La differenza fra psicoanalisi e arte: La magia della psicoanalisi, la seduzione dell’arte)” – di Apostolos Apostolou

 

Le più moderne teorie psicoanalitiche credono che il lavoro dell’artista e quello dello scienziato, come vie della vita, non siano diverse ma parallele e acquisiscano le stesse verità. «Ho notato spesso – scriverà S. Freud, ne “Il Mosè di Michelangelo” (1913) che il contenuto di un’opera d’arte esercita su di me un’attrazione più forte che non le sue qualità formali e tecniche, alle quali, invece, l’artista attribuisce un valore primario. Per molte manifestazioni e per di più di un effetto dell’arte mi manca propriamente l’esatta comprensione.» (vedi: S. Freud, Saggi sull’arte la letteratura e il linguaggio, Torino 1969, pag, 187). L’arte è una sublimazione della libido, così ogni figura, ogni immagine, ogni scena ha una propria spiegazione sessuale, una spiegazione della libido ma anche una spiegazione dell’inconscio. Cosi secondo la concezione freudiana la considerazione scientifica dell’arte, funziona come sublimazione del desiderio, come sintesi di principio del piacere e proprio della realtà. L’arte diventa una sorta di “riserva psichica” in cui lasciar sfogare liberamente le pulsioni umane, altrimenti destinate o ad essere sopraffatte dal principio di realtà o a generare un pericoloso disordine. Però abbiamo anche le visioni di Lacan e anche di Sara Kofman (vedi: L’enfance de l’arte, une interpretation de l’esthetique ed, Payot, Paris 1970) che parlano d’arte come   un punto di rottura dell’ ordine simbolico da parte dell’ immaginario.

 

(Sara Kofman)

L’arte non è solo un fenomeno psichico ma una rappresentazione. Una rappresentazione dei fantasmi dell’autore e cioè non tanto delle sue visioni allucinatorie, quanto di quelle forme in cui si configura tutto un ordine di percezioni di parole ed effetti. Scrive Freud: «Un’altra di queste opere d’arte impenetrabili e meravigliose è la statua marmorea del Mosè di Michelangelo, nella Chiesa di San Pietro in Vincoli a Roma. Come sappiamo, è solo un frammento della gigantesca tomba che l’artista avrebbe dovuto erigere per il potente papa Giulio II. Mi fa sempre piacere leggere una frase elogiativa di questa statua, come quella che la definisce «la corona della scultura moderna». Infatti nessuna altra statua ha mai prodotto in me impressione più forte. Quante volte ho salito le ripide scale che dalla brutta via Cavour portano alla piazza solitaria dove si trova la chiesa deserta, ed ho cercato di sostenere l’irato sprezzo dello sguardo dell’eroe. A volte sono uscito furtivamente dalla semioscurità dell’interno come se io stesso appartenessi alla folla verso la quale è rivolto il suo sguardo – la folla che rifiuta ogni convinzione, che non ha fede né pazienza, e che si rallegra quando recupera i propri idoli illusori. Ma perché dico che questa statua è impenetrabile? Non c’è il minimo dubbio che rappresenti il Mosè, il Legislatore degli Ebrei, con le Tavole dei Dieci Comandamenti…l Mosè di Michelangelo è rappresentato seduto; rispetto al corpo la testa con l’imponente barba è volta a sinistra, il piede destro poggia per terra e la gamba sinistra è sollevata cosicché solo la punta del piede tocca per terra. Il braccio destro collega le Tavole della Legge con una parte della barba, il braccio sinistro giace in grembo. […] Secondo me non si può caratterizzare meglio l’espressione del viso di Mosè che con le parole di Thode, che vi vede «un misto d’ira, dolore e disprezzo: ira nelle sopracciglia contratte e minacciose, dolore nello sguardo e disprezzo nel labbro inferiore sporgente e negli angoli della bocca piegati in giù.»  Come sosteneva J. J. Spector, Freud non trattò mai l’ arte in modo sistematico: si occupò dei problemi di estetica soltanto nella misura in cui interessavano il suo lavoro psicanalitico.

 Secondo Freud l’effeminatezza delle figure leonardesche, sarebbe dovuto ad un trauma psichico, provocato nell’ artista da un sogno avuto durante l’infanzia. Possiamo dire che i nudi secondo Freud di Michelangelo con le ipotesi psicoanalitiche ripropongono ai nostri occhi l’immagine dell’intimo tormento dell’artista sessualmente anormale. Analogicamente possiamo trovare elementi psicoanalitici anche nell’opera di Tiziano, possiamo vedere il quadro cosiddetto «Amore Sacro e Amore Profano». Qui abbiamo l’espressione della donna simbolo dell’amore è un altro mondo di pensarla Un significato d’amore che non appare manifestamente nel quadro. Una donna vestita e una donna seminuda, l’una e l’altra in un atteggiamento che non suggerisce necessariamente un’interpretazione d’amore. La sessualità può essere nello spettatore, soprattutto in quello spettatore del Settecento che per primo lo catalogò «Amore Sacro Amore Profano». Con altre parole possiamo dire che, qui   ambiamo una sublimazione dell’amore. E secondo l’Enciclopedia della psicoanalisi, (La Planche e Pontalis, 1968) la sublimazione è quel «processo postulato da Freud per spiegare certe attività umane apparentemente senza rapporto con la sessualità, sessualità, ma che avrebbero la loro molla nella forza, della pulsione sessuale. Freud ha descritto come sublimate soprattutto l’attività artistica e l’indagine intellettuale. La pulsione è detta sublimata nella misura in cui essa è deviata verso una nuova meta non sessuale e tende verso oggetti socialmente valorizzati.»

La psicoanalisi cerca anche una spiegazione del momento dell’ispirazione nell’artista, che risulterebbe anch’esso come un erompere dell’inconscio che scompagina la struttura ordinata della coscienza e intellettiva. Per esempio con il film di F. Fellini «Otto e mezzo» come scriveva A. Miotto abbiamo una problematica psicoanalitica neojunghiana. (vedi: A. Miotto, Otto e mezzo sarebbe piaciuto a Jung; Felini sul divano dello psichiatra .1963). Se l’arte è come il sogno, allora, a livello interpretativo, si tratta soltanto di individuare nuclei tematici che riconducono a motivi inconsci, per lo più fantasie, desideri, conflitti risalenti all’infanzia dell’autore. Tutti conosciamo che nell’opere di L. Pirandello ci sono radici autobiografiche della malattia mentale della moglie di Pirandello, Maria Antonietta Portulano. Il paradosso è che L. Pirandello non è sicuro che leggeva Freud, ma leggendo i romanzi di Pirandello si potrà convenire che non è solo la psicoanalisi a fornire una chiave interpretativa della mente e della realtà ma, anche attraverso la narrazione è possibile orientarsi nel labirinto della vita e nei meandri della psicopatologia umana, come riferisce Andrea Fiorucci in articolo intitolato come «Un viaggio nella psiche tra narrazione e psicoanalisi». Nella letteratura l’influenza dalla psicoanalisi era decisiva. Italo Svevo era influenzato in particolar mondo di Sigmund Freud, (vede: La coscienza di Zeno)  anche alleati preziosi nella descrizione della vita interiore dell’ uomo era D’ Annuncio (Il piacere), Alberto Moravia (La vita), Carlo Emilio Gadda (La cognizione del dolore), Elsa Morante (Aracoeli). E poi i poeti come mistici e alchimiste, con un monologo interiore per la forma del mondo esprimono il viaggio esperienziale interiore. Freud nel 1906 scriveva: «I poeti sono alleati preziosi, e la loro testimonianza deve essere presa in attenta considerazione, giacché essi sono soliti sapere una quantità di cose fra cielo e terra che la considerazione, giacché essi sono soliti sapere una quantità di cose fra cielo e terra che la nostra filosofia neppure sospetta. Particolarmente nelle conoscenze dello spirito essi sorpassano di gran lunga noi comuni mortali, poiché attingono a fonti che non sono ancora state aperte dalla scienza.». In Italia poeti come D’ Annuncio, Saba, Montale, Pasolini, (la poetica dell’Ermetismo lasciava ogni tanto apparire qualche traccia di consapevolezza psicopatologica) sono influenzati dalla psicoanalisi e rappresentano le intime resistenze dell’uomo. M. Serrano filosofo, scrittore, e politico cileno, racconta una storia che catturi il pensiero di K. Jung per la poesia e la bellezza.  Un giorno – scrive Serrano – la psicanalista Jung, mi ha raccontato una storia strana, ma piena della forza che la trasforma in maniera essenziale. Dirà Jung: «In qualche luogo c’era una volta un Fiore, una Pietra, un Cristallo, una Regina, un Re, un Palazzo, un Amante e la sua Amata, e questo accadeva molto tempo fa, in un’isola nell’oceano cinque mila anni fa… Questo è l’Amore, il Fiore Mistico dell’Anima. Questo è il Centro, Il Sé…». Jung parlava come se fosse in trance. «nessuno comprende ciò che voglio dire; soltanto un poeta potrebbe iniziare a comprendere…». «Lei è un poeta», dissi, spinto da quello che avevo udito». (Vede: M., Serrano Il cerchio ermetico. Carl Gustav Jung e Hermann Hesse, Astrolabio, Roma, 1976, p.60). P. P. Pasolini nella Religione del mio tempo che abbia posto il tema del limite della poesia verso la vita, in un mondo, scrive: «Io non so cosa sia questa non – ragione, questa poca ragione: / Vico o Croce o Freud, mi soccorrono / ma con la sola suggestione / del mito, della scienza nella mia abulia. / Non Marx…Oh Marx – tutto è oro – ho Freud – tutto / è amore – ho Proust – tutto è memoria – / oh Einstein – tutto è fine – oh Charlot – tutto / è uomo – oh Kafka – tutto è terrore – / oh popolazione dei fratelli – / oh patria – oh ciò che rassicura…» Arte e vita, ο cultura e vita, secondo psicoanalisi è un incontro essenziale con la realtà, è una percezione o forse penetrazione in una visione del mondo.   Eugenio Montale descrive il rapporto di associazione di vita – arte – vita come un «pellegrinaggio attraverso la coscienza e la memoria degli uomini, il suo totale riflusso alla vita donde l’arte stessa ha tratto il suo primo alimento.»

 (Franz Kafka)

Però la psicoanalisi ha soppresso la seduzione che esprime l’arte per mettere in atto una meccanica o una struttura d’interpretazione eminentemente operativa, una struttura o una meccanica di rimozione eminentemente sessuale, che offre tutte le caratteristiche di oggettività e di coerenza. (Qui possiamo vedere le principali osservazioni svolte da Freud e legittimate dall’esperienza psicoanalitica sulla figura di una madre fallica e le conseguenze di una tale immagine sullo sviluppo della sessualità. Tuttavia le osservazioni di Freud avevano un errore: traducendo la parola “nibbio” con la parola “Geier” che significa “avvoltoio”,  aveva indotto Freud a una serie di considerazioni sulle raffigurazioni dell’avvoltoio nell’antico Egitto che si rivelano, dunque, infondate.) Tutti conosciamo che Freud aveva rotto con la seduzione e s’era deciso per l’interpretazione  fino all’ ultima meta psicologia. E non c’è la seduzione nel pensiero di Lacan, perché la seduzione nel gioco di significanti o meglio nella forma allucinata di un gioco di significanti, di cui la psicoanalisi, nella sua forma e nella sua esigenza rigorosa, nella forma che le conferì Freud, muore con altrettanta certezza, con ben maggiore certezza della sua banalizzazione. Esiste una differenza tra psicoanalisi e arte? Sicuramente sì. La psicoanalisi cerca la magia nella quale ci troviamo.  È la sensazione che tutti sono nascosti, anche  la sensazione che la persona di fronte a cui troviamo, è un mondo da scoprire, una terra incognita, un’avventura inesauribile. Mentre l’arte esprime la seduzione e la seduzione non è opera dall’altro da cui ci si sente affascinati nella realtà, è un’illusione creata dalla propria immaginazione, che sembra venirci incontro dall’esterno uscendo fuori dal vuoto lasciato dal senso, al margine del silenzio, all’inizio dell’incertezza.

Apostolos Apostolou
Docente di Filosofia

 

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