PER LA GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE di Myriam Ambrosini

Credo che sia assai riduttivo celebrare il fenomeno della violenza sulle donne soltanto in un un giorno celebrativo di tale infamia. La parola ” violenza” andrebbe cancellata dal vocabolario in relazione a tutti, ma ancor di più, come è ormai maggiormente in uso, per quanto riguarda il mondo femminile. Una violenza quella contro l’idea del femminino che, come il mostro Cerbero, ha tante teste. Accanto ” alla violenza bruta” ci sono infatti molti modi per ferire la sensibilità femminile e calpestarne la dignità: la violenza verbale e quella psicologica fanno a volte altrettanto male e lasciano segni persino più indelebili di quella fisica. Ritengo che sia divenuto ormai un problema culturale … Famiglia e scuola dovrebbero impegnarsi a formare i futuri uomini quando questi sono ancora dei bimbi. Educazione e buoni esempi potrebbero rivelarsi lo strumento migliore per arginare una piaga, ormai divenuta purulenta, in via di espansione.

Dove
Se ne va
Un’anima
Ferita?

Ha ancora
Battiti
Per un sole
Che brilla?

Un prato
Di margherite?
Un tramonto
Sul mare?

Dove
Se ne va
Un’anima
Ferita?

Può
Ancora
Credere
Ad una carezza
Sincera,
Una promessa,
Un domani?

Dove
Se ne va
Un’anima
Ferita?

Non è
Più intera,
Non è più
Innocente,
Non è più
La stessa.

Cielo
E deserto
Si confondono:
Una luce
In penombra
Quella che
Le è ormai
Destinata.

Myriam Ambrosini

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ph Eleonora Mello

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“Donne, quotidiano stillicidio” di Maria Rosaria Teni

Maria, Nadia, Antonella, Ester, Lucia e tante altre e tante ancora, come grani di un rosario infinito, le donne che non rispondono più alla chiamata della vita, che non hanno voce perché l’hanno perduta sotto i colpi inferti da mani assassine, nelle ore convulse di attimi irreali, ma realmente vissuti… Se ci fermiamo a riflettere su quanto sta accadendo giornalmente a donne che sono imbavagliate dalla paura, dal terrore di sfogare al mondo quello che vivono e che sopportano sulla propria pelle, ci accorgiamo che il 25 novembre è tutti i giorni, perché tutti i giorni ci sono donne che periscono e non si rialzano, sopraffatte da macigni che soffocano e annientano.  Oggi guardiamo alle panchine rosse, alle scarpe rosse, ai foulard rossi, scuotiamo il capo, ci rattristiamo, pur consapevoli che domani si tornerà a parlare d’altro e che i numeri da 109 saliranno, irrimediabilmente e aumenteranno le notizie di compagne, amiche, sorelle, madri, cadute sotto la spada di Damocle dell’indifferenza, della chiusura, del silenzio, della vergogna, dell’abitudine, zittite da una maschera di paura. È complesso e articolato il labirinto dell’angoscia in cui si muove una donna, in preda a mille situazioni, a volte apparentemente inverosimili e per questo ancora più agghiaccianti. Lo strato di pudore che riveste l’universo femminile di fronte a gesti di inaudita brutalità può essere di impedimento nello sviscerare situazioni difficili da raccontare e da confessare e di questo, purtroppo, si approfittano persone che non chiamo uomini, ma esseri malvagi e spietati, che si sfogano sulle madri dei loro figli o sulle proprie compagne, colpevoli di voler essere indipendenti e libere. Molto importante è la solidarietà e la divulgazione che, attraverso i vari mezzi di volontariato e di comunicazione, dà modo di conoscere e di operare nel soccorso di tante donne che si ritrovano sole e abbandonate, nel tentativo grande e virtuoso di arginare episodi di violenza e maltrattamenti, minacce, e coercizioni,cercando di assicurare una protezione, aiutandole a denunciare e offrendo loro un sostegno dopo la denuncia. La lunga scia di sangue che scorre dietro le storie di tantissime donne ammazzate, spesso da chi avrebbe dovuto amarle, impone una riflessione più seria e ampia sia da un punto di vista culturale sia per quanto riguarda le misure più concrete che devono adottare le istituzioni, cui spetta indubbiamente il compito di dare il primo segnale forte di assunzione di responsabilità. Fondamentalmente, alla base prevale la necessità di dare alle donne la possibilità di parlare, raccontare e raccontarsi e soprattutto di palesare ogni comportamento inusuale e violento, così che nessuna donna si senta più sola,   abbandonata e privata della  libertà, bene imprescindibile di ogni essere umano. Che di rosso resti solo una rosa, in un giardino fiorito a ricordare la bellezza di ogni donna…
Maria Rosaria Teni

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“La legge, la regola e lo stato nella tragedia greca antica” di Apostolos Apostolou.

a Nella tragedia greca, la legge, lo stato e la regola sono concetti fondamentali. Lo stato è strettamente connesso con la regola. La regola gioca su una concatenazione immanente di segni arbitrari, mentre la legge si fonda su una concatenazione trascendente di segni necessari. L’una (cioè la regola) è ciclo e ricorrenza di procedure convenzionali, l’altra (cioè la legge) è un’istanza fondata su una continuità irreversibile. L’una appartiene all’ordine dell’obbligo, l’altra a quello della costrizione e del divieto. La legge può e deve essere trasgredita perché instaura una linea di spartizione. Di contro, non ha alcun senso trasgredire una regola del gioco. In altre parole, nella ricorrenza di un ciclo non esiste linea da oltrepassare perché si esce dal gioco, punto e basta. Nella filosofia platonica, per esempio, in Gorgia chi codifica le leggi sono gli uomini deboli e la massa… a proprio tornaconto Ma è la natura a mostraci che è giusto che il più forte domini il meno forte. (Gorgia 483 bd). E ancora: “Voi tutti qui presenti siete parenti familiari per natura non per legge che compie molte violenze contro la natura”, (Protagora, 337cd) mentre nella filosofia aristotelica, legale, giusto, e politica sono insieme come potere in derivato. Del giusto politico (politikon dikaion) una forma è naturale (physikon), un’altra legale (nomikon). Naturale è quello che dovunque ha la medesima potenza, è non dall’essere secondo una o un’altra opinione. Legale (nomikon) invece è ciò che all’inizio non fa nessuna differenza che sia in questo o quel modo, ma quando l’abbiamo posto (hotan de zontai); ad esempio, pagare una mina per il riscatto o sacrificare una capra invece di due pecore. (Aristotele 1124 b).  Attraverso le commedie di Aristofane, soprattutto nelle Nuvole, la legge è la grande rivoluzione antropocentrica.

Per Sofocle, la legge appartiene all’ordine della rappresentazione ed è quindi soggetta a un’ interpretazione e a una decifrazione. Scrisse: “Le leggi sono fanciulle dal piede sublime, generate dall’etere uranio. Il loro padre è l’Olimpo. Non derivano da natura mortale, non potranno essere sepolte dall’oblio. Un grande dio è in esse……” (Sofocle Edipo Re 863 ss).

Rossana Venezia analizzando l’opera di Sofocle Antigone scrive: «Chiunque tenterà di violare il decreto emanato da Creonte verrà ucciso. Si può bene immaginare che sarà proprio Antigone a violarlo. Creonte, quando viene a sapere che proprio Antigone, sua nipote nonché futura sposa del figlio Emone, ha reso gli onori funebri a Polinice, è indignato. Nel primo dialogo tra Creonte e Antigone viene fuori la vera essenza della tragedia: da un lato vi è la legge scritta rappresentata qui da Creonte, e dall’altra vi è la legge morale, la legge non scritta rappresentata da Antigone. Creonte ha un forte senso dello Stato: tutti i cittadini devono subire lo stesso trattamento innanzi a uno sbaglio da loro commesso, dunque Antigone verrà giustiziata. In seguito alle profezie di Tiresia e alle suppliche del coro Creonte decide di risparmiarla, ma questa, sapendo di essere condannata a morte, si suicidia. Emone si uccide sul cadavedere di Antigone e alla notizia della morte di quest’ultimo anche Euridice, moglie di Creonte, si toglie la vita. Da solo vi è Creonte che maledice la sua stoltezza.

Ben sappiamo che qui Sofocle ha voluto mettere in scena il conflitto che permane tra la legge dello Stato e i principi morali. Antigone, che nella tragedia personifica la moralità insita in ogni uomo a prescindire dalle leggi che lo Stato impone, ritiene di non dover rispettare una regola nella quale non riconosce alcun fondamento etico. Antigone porta in sé le leggi degli dei, appartenti alla tradizione, quelle leggi non scritte che risultano essere indistruttibili. Sono regole che vivono da sempre e nessuno sa quando sono apparse. Creonte invece porta in scena le leggi che devono essere rispettate, quei decreti che anche se non condivisi, anche se ritenuti errati o ingiusti, devono essere applicati in ugual modo per tutti. Ma ritorniamo alla nostra cara Antigone, per la quale tutti hanno provato un senso di simpatia.

Tutti noi, e io in particolar modo, siamo stati colpiti dalla fermezza dei suoi principi, l’assenza di ripensamenti e di dubbi o incertezze: Antigone non mostra cenni di esitazione neanche quando deve scegliere tra la propria vita e i propri principi morali. Per tale motivo l’atteggiamento di Antigone appare spigoloso, altero, fiero ma anche un po’ attezzoso.»

Per Sofocle la legge traccia un sistema di senso e di valore. Punta a un riconoscimento oggettivo. Sulla base della trascendenza che la fonda, si costituisce come istanza di totalizzazione del reale. Cioè tutte le trasgressioni e le rivoluzioni aprono la strada all’universalizzazione della legge, mentre la regola è immanente a un sistema ristretto e limitato lo traccia senza trascenderlo, e all’interno di questo sistema, è immutabile. Qui possiamo descrivere il dialogo tra Creone e Antigone:

CREONTE: Hai potuto spezzare norme mie?

ANTIGONE: Ah sì. Quest’ordine non l’ha gridato Zeus, a me; né fu Diritto, che divide con gli dèi l’abisso, ordinatore di norme come quelle, per il mondo. Ero convinta:gli ordini che tu gridi non hanno tanto nerbo da far violare a chi ha morte in sé regole sovrumane, non mai scritte, senza cedimenti. Regole non d’un’ora, non d’un giorno fa. Hanno vita misteriosamente eterna. Nessuno sa radice della loro luce. E in nome d’esse non volevo colpe, io, nel tribunale degli dèi, intimidita da ragioni umane. Il mio futuro è morte, lo sapevo, è naturale: anche se tu non proclamavi nulla. Se prima del mio giorno morirò, è mio interesse, dico: uno che vive come me, tanto in basso, e soffre, non ha interesse nella fine? E così tocca a me: fortuna, di quest’ora di morte, non dolore. Lasciassi senza fossa, per obbligo, la salma, quel frutto di mia madre spento,quello era dolore: ma il mio presente caso, ah no, non m’addolora. Logica idiota, penserai. Chissà. Forse è l’accusa d’idiozia idiota. [1]

La trascendenza della legge fonda l’irreversibilità del senso e del valore. L’immanenza della regola, la sua arbitrarietà e la sua circoscrizione comportano all’interno della sfera a lei propria, la reversibilità del senso e la reversione della legge. La regola non ha bisogno, per funzionare, di alcuna struttura o sovrastruttura formale anche morale o psicologica. Proprio perché è arbitraria, infondata e priva di referenti, non ha bisogno di consenso, anche né di una volontà o di una verità di gruppo in altre parole esiste e basta, esiste solo condivisa mentre la legge fluttua al di sopra degli individui sparsi. Qui possiamo vedere il dialogo tra Tiresia e Creonte.

TIRESIA: Ciò che in mente ho rinchiuso a dire m’ecciti.

CREONTE: Schiudilo pur; ma non t’ispiri lucro.

TIRESIA: Giudichi dunque tu che lucro io cerchi?

CREONTE: Ma non potrai dai miei disegni smuovermi.

TIRESIA: E questo sappi tu: non molti giri

dell’agili vedrai ruote del sole,

e un uom dal sangue tuo nato, cadavere

tu dovrai dare, in cambio d’un cadavere,

perché spingesti, all’Orco, di quassú,

e senza onor desti sepolcro a un’anima,

e un altro invece, che appartiene agli Inferi,

qui senza tomba e senza onor lo tieni,

cadavere nefando; e tal diritto

non appartiene a te, non ai Celesti

d’Olimpo; e pure, è tuo questo sopruso.

E l’Erinni dei Numi e dell’Averno

t’agguatano perciò, vendicatrici,

sterminatrici, perché tu procomba

nei medesimi mali. Or guarda bene

se corrotto dall’oro io parlo a te.

Di tempo un breve indugio, e udrai di femmine

suonar nelle tue case ululi, e d’uomini;

e tutte quante ostili si sconvolgono

le città dei cui figli, o cani o fiere

lanïarono i corpi, o qualche aligero,

l’empio lezzo recando ai patrii lari.

Queste pene, poiché tu mi vituperi,

a guisa d’un arciere, io, nel mio sdegno

dal cuor mio contro te scagliai securo,

né tu sfuggire al vampo lor potrai. –

Figlio, ora tu guidami a casa. E questi

sfoghi la bile sua contro i piú giovani,

e piú tranquilla la sua lingua, e piú

calmo il pensiero a mantenere apprenda.

(Parte)

CORIFEO: Dopo i tremendi vaticinî, o re,

il profeta è partito. Ed io ben so:

da quando il crine mio bianco divenne

da nero, a Tebe ei mai non disse il falso.

CREONTE: Anche io lo so: perciò sconvolto ho il cuore.

Cedere è duro; eppur, nella sciagura

cadrà di certo, ove s’opponga, l’animo.

CORIFEO: Convien, Creonte, al buon consiglio apprendersi.

CREONTE: Che devo fare? Dimmelo, e farò.

CORIFEO: Va, dalla stanza sotterranea libera

la fanciulla, e al defunto innalza un tumulo.

CREONTE: Ciò mi consigli, e a cedere m’esorti?

CORIFEO: Quanto puoi prima. A chi mal pensa, il tramite

taglia dei Numi la vendetta rapida.

CREONTE: Faccio forza al cuor mio, m’induco all’opera:

sconvien contro il destino un’ardua pugna.

CORIFEO: Or va’, còmpila, ad altri non rimetterla.

CREONTE: Andrò senza piú indugio. – Orvia, miei servi,

e presenti ed assenti, in pugno l’asce

stringete, e al poggio andate. Ed io, poiché

il mio disegno fu cosí travolto,

io stesso, a scioglier ciò che avvinsi, andrò.

Temo che il meglio sia vivere illeso,

serbando ognor le costumanze avite. [2]

Con la regola siamo liberi della legge. Liberati dalla necessità di scelta, di libertà di responsabilità di senso. L’ipoteca terroristica del senso può esser tolta solo in virtù di segni arbitrari. Mentre la legge fonda un’uguaglianza di diritto. Per esempio: tutti sono uguali – secondo Sofocle – davanti a lei (la legge). Di contro non esiste uguaglianza davanti alla regola, poiché questa non è giurisdizione del diritto, e bisogna essere separati per essere uguali. E i compagni di gioco non sono separati, sono sin dall’inizio istituiti in una relazione duale e agonistica, mai individualizzata. Non sono solidali, cosi la solidarietà è già il sintomo di un pensiero formale del sociale, l’ideale morale di un gruppo concorrenziale. In altre parole, sono legati, cioè la parità è un obbligo che non ha bisogno di solidarietà, la sua regola l’avvolge senza che abbia bisogno di essere riflessa o interiorizzata. Sofocle, rappresentando nella sua Antigone, lo sdegno di Antigone contro Creonte che, in dispregio ad ogni legge non scritta, aveva vietato di seppellire il cadavere di Polinice, fa dire alla sua eroina che vi sono leggi non scritte che derivano dalla natura e che non è lecito violare. Ma, anche concedendo che questo concetto non appartenga ai tempi mitici dell’ Antigone e che costituisca perciò il riflesso di una tesi valida ai tempi di Sofocle, è indubbio che tutta la filosofia presocratica dagli ilozoisti, da Eraclito e Parmenide a Pitagora ed atomisti, concepisce la giustizia come conformità ad una necessità cosmica che è legge inviolabile dell’essere e che la loro valutazione del diritto positivo, ed in genere del comportamento degli uomini, muove da questa fondamentale misura per cui la volontà legislativa trova un limite insuperabile nelle leggi della natura. La legge esiste ai drammatici eventi della quale tenti di riconoscere il cenno d’assenso la certezza della ricompensa, mentre la regola e lo stato insieme esprimono la vita di rinnegamenti sbagliati, di intempestivi congedi, cioè una vita gravata dalla paura dell’inevitabile disperazione.

Apostolos Apostolou
Professore di Filosofia

Note:
[1] Antigone 456.
[2] Antigone 998 – 1114.

 

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Rivista Cultura Oltre – settembre 2021 – numero 8 

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Un ringraziamento agli autori che ancora una volta
hanno inviato il loro prezioso contributo a questo numero

Rivista Cultura Oltre – settembre 2021 – 9° numero

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GLI AUTORI DI VITULIVARIA: Marcello Signorini – “Elegie” – Premio Speciale “Vitulivaria”

“Gli Autori di Vitulivaria”

MARCELLO SIGNORINI – Milano
con la silloge poetica “ELEGIE”
(Aletti editore, 2020)

 Il PREMIO SPECIALE “VITULIVARIA” è  assegnato all’autore    che    si è distinto per la capacità di cogliere e sviluppare valori e aspetti culturali che presentano una spiccata attinenza col tema proposto nell’edizione del Premio, ripercorrendo momenti significativi e di forte impatto emotivo. Riconoscimento che viene conferito in virtù di un alto punteggio ottenuto, in considerazione dei criteri esposti in precedenza, nonché per l’adozione di una “poetica del ricordo” che rifulge di un bagliore di umanità.

Inizia da qui la conoscenza di Marcello Signorini e della sua silloge poetica “Elegie”, con cui, tra l’altro, si è classificato al 3° posto nella sesta edizione del Premio letterario “Vitulivaria-memorial Gerardo Teni”

Dalla Prefazione di Alessandro Quasimodo:”…La silloge di Marcello Signorini si ricollega alle parole di Bocelli per l’importanza attribuita al ritmo e alla musicalità dei versi: “Musica, / Musica celeste / le notti che son triste / il freddo che m’investe / io non lo sento più…/ Musica, / Sei un dono delle stelle / le ore più belle / che inebriano la pelle / le passo io con te.”
La scelta di utilizzare, sovente, rime baciate non nasce solo dalla ricerca di effetti formali, ma è dettata dal desiderio di riscoprire le filastrocche dell’infanzia, di assaporare le gioie di umili passatempi: “Ridevo una volta di nulla: / di motti, di trilli, trastulli, / del canto dei grilli.”
Da bambini si provano, comunque, piccoli dispiaceri, sofferenze dovute, magari, a motivi banali. L’autore si riconnette alla poetica crepuscolare, in particolare, a Desolazione del povero poeta sentimentale in cui Sergio Corazzini si definisce “un piccolo fanciullo che piange”. Nonostante la nostalgia per “un passato di favola” ormai lontano, Marcello Signorini ribadisce l’amore per la vita e per i propri cari. È bello condividere esperienze e situazioni insieme al rammarico per chi abbiamo perduto. Gli anni, purtroppo scivolano via, veloci, in un attimo da giovani adolescenti ci ritroviamo anziani. Eppure resta in noi la speranza di continuare a costruire e progettare: “Sembra ieri, e ora ne ho già ottanta: / oh, ci credi? / Gli anni mi pesano sempre meno!

Silenzi

 Penso

A tutti quei silenzi

Che ci siam detti,

Mano nella mano,

Senza parlare.

Tu nei miei pensieri,

Io nella tua mente…

 

Ho colto un fiore

Sono una bimba come tante,

ma il mio destino volle

ch’io fossi nata Ebrea:

e qui ad Auschwitz mi hanno relegata.

Ho tredici anni e i miei genitori

non so dove li hanno deportati:

se sono vivi, se sono segregati

in qualche altro campo per gli Ebrei.

Ogni volta che ci son nuove persone

che sfilano dinanzi alle baracche,

le guardo in faccia, ad una ad una,

col cuore che mi batte dentro al petto:

spero di ritrovare almeno un volto amico

che mi sappia dire dove sono,

se son vivi i miei cari genitori,

s’io sono ancor nei loro cuori affranti.

Qui sono in preda a sordidi soldati:

uno ha tentato, ci ha provato,

con le lusinghe e le minacce,

di farmi sua, di intenerirmi il cuore.

PREMIO SPECIALE “VITULIVARIA” 2021
 Nella silloge emerge la purezza dei sentimenti che sopravvivono all’inesorabile scorrere   del   tempo.  La raccolta poetica rappresenta pienamente il linguaggio assoluto del ricordo in tutte le sue sfaccettature e, come tale, esprime perfettamente il tema della sesta edizione del Premio. L’autore ben conosce l’arte di filtrare le emozioni, lasciandole fluire con leggerezza dalla penna perché possano trasfondersi nel cuore dei lettori.

 

Marcello Signorini
 Milano
“Elegie”
Terzo Premio ex aequo

Una lacrima sola,

una stilla di pianto,

che al lume sfavilla,

che scorre sul viso, scintilla,

ridona un istante di vita:

non scorre…

Vorrei sollevarmi da terra:

mi sento annientato dal nulla!

Ma ecco che oggi ho pianto di nuovo!

Sì, ho pianto!

Dall’occhio che stanco

dormiva il suo sogno di morte,

ormai inaridito

dal lungo e straziante aspettare,

è sorta una lacrima:

non una, ma tante, e poi tante,

e poi ancora tante!elegie

Riprovo il calore di un tempo,

non sento più il fango!

Sì, mamma, ritorno fanciullo,

sì, babbo, io piango!

 Commento critico: Poesia che universalizza il senso delle cose perdute, il ricordo del nostro passato, assecondando il ritmo del cuore, il respiro dell’anima.Notevole il senso di compartecipazione e di empatia verso le vicende e le tragedie che sconvolgono l’umanità.

Marcello Signorini

è nato a Milano il 26 luglio 1939 da genitori toscani. Nonostante la Guerra Mondiale incombente, scoppiata subito dopo, ha vissuto un’infanzia serena, sfollato con la famiglia a Comerio in provincia di Varese. È cresciuto poi a Milano con la mamma Rina, casalinga, e il padre Duilio, ingegnere alla Pirelli. Ha conseguito la Laurea in Economia alla Università Bocconi di Milano. È stato Alpino della Tridentina durante il servizio militare, che ha svolto in Alto Adige, a Brunico e a San Candido. Ha inizialmente svolto le funzioni di Responsabile Amministrativo presso alcune Aziende di Milano e provincia. Nel 1972 si è trasferito all’Estero, nel Principato di Monaco, come Dirigente Industriale presso una importante Multinazionale Americana. Rientrato in Italia, ha continuato a lavorare per alcuni anni per la stessa Azienda Americana, a Belluno e nel Canavese vicino ad Ivrea. Lasciata la Ditta Americana, si è trasferito in provincia di Ancona, a Senigallia dove attualmente vive e dove inizialmente ha aperto uno Studio di Consulenza Aziendale. Attualmente in pensione e si dedica a diverse attività culturali e ricreative. Da 15 anni recita infatti a teatro con Compagnie teatrali dilettantistiche marchigiane, interpretando indifferentemente ruoli comici e ruoli drammatici. Tiene Corsi di Dizione e di Lettura della lingua italiana presso Associazioni di Volontariato della zona. Ha pubblicato “Il sogno incantato”, Booksprint ed.,2015 e la silloge “Elegie”, Aletti, 2020.

 

 

 

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“Straniera è la terra” di Antonio Teni

L’autunno che si fa metafora dolce di un grembo che custodisce i brividi della vita, smarrita tra un dedalo di contrapposizioni, nelle vie tortuose e insondabili di giorni mai uguali eppure puntuali. La profonda evocazione della figura materna rappresenta la forza rigogliosa che accompagna  il poeta attraverso le sue peregrinazioni, simboleggiando il  filo dell’umana vita, quando si rischia di perdersi in situazioni complicate  senza via d’uscita, che scolorano la gioia di vivere, il coraggio di sperare in” uno sfolgorio di farfalle”. Una lirica intensa e ricca di allegorici rimandi che inducono ad un’analisi interiore di grande impatto emotivo. [Maria Rosaria Teni]

Nel grembo dell’autunno
rabbrividisce l’alba.
Solitudini gremite di colori
sorti d’arborea sete.
Ora che straniera
la terra è al cielo
il giorno si scalda al fuoco
del crepuscolo.
Nei bozzoli crisalidi,
pur di uomini,
sognano sfolgorio di farfalle.
Mia Madre,
chiara driade,
va per per il bosco
dei pensieri:
filo d’Arianna
della mia vita.
Antonio Teni

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“ROMA” e ” I VICOLI DI ROMA” di Myriam Ambrosini

Un affresco accorato e nostalgico che la poetessa dipinge in strofe incisive e straordinarie di forte impatto emotivo. Suggestiva, la città eterna si ammanta di rimpianti nel riecheggiare di antichi fasti ora avviluppati in una crosta di stanca malinconia. La luna onnipresente accarezza le strade secolari con la sua confortante presenza mentre i ricordi giocano a rimpiattino sui sampietrini sconnessi. Un affetto profondo mi lega a Roma, per motivi personali e culturali, e sono grata a Myriam per aver dato vita a dei versi sublimi che  mi hanno trasportato tra i vicoli dove  pare ancora di udire i passi della storia.[Maria Rosaria Teni]
index

 

Le liriche sono state insignite del diploma di benemerenza e della medaglia al Premio “Roma aeterna” durante la premiazione che si è svolta a Castel Sant’Angelo il 10 ottobre scorso.

 

 

 

 

 

I sette colli
ora
come spine
amare
a cingerti
la fronte.

A cantare
rimpianti
fontane
ammalate
di nostalgia.

Passi stanchi
di Cesari
imbronciati
a calpestare
un suolo
degradato.

Miagolano
i gatti
ad una luna
diversa,
dimentica
di una grande
bellezza
ormai
svanita.
Silenzi
di cuori
offesi
da tanta
indifferenza.

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Nei vicoli
ritrovo
il tuo passato
sommerso
ed il tuo presente
urlante.

E procede
il mio cuore
ugualmente
sussultante
e sconnesso,
come
un sampietrino.

Scorci
di grigi palazzi
in attesa
di sole,
ed un odore
che sa
di sporcizia,
di risse
e di urina,
ma anche
di straniante
follia.

Ogni pietra
un ricordo,
ogni angolo
un incontro.
Lontano
un vecchio
“nasone”
sussurra
alla luna
di perduti
giochi
di bimbi
ed amori
finiti.

Un gatto
passeggia
indifferente,
ignaro
di tutto.

Myriam Ambrosini

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Spettacolo teatrale “Nei giardini che nessuno sa” – a cura di Rosanna De Nigris

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“Nei giardini che nessuno sa” è il titolo che ho voluto dare allo spettacolo che sarà rappresentato il 29 e il 30 dicembre p.v. nel Teatro comunale di Novoli dagli allievi del laboratorio teatrale “E quindi???… Teatro!”. La scelta del titolo rimanda a una frase della canzone di Renato Zero che recita: “Siamo noi gli inabili che pur avendo a volte non diamo“. È uno spettacolo sulla diversità! E quale diversità è più profonda se non quella creata dal non voler capire per non sentire il desiderio di dare? La canzone sarà proposta da Chiara Gaetani, sensibile interprete di profondi contenuti.

Un’altra canzone sarà interpretata da Alice Pezzuto, già vincitrice di numerosi concorsi canori. I brani interpretati dagli allievi affrontano la diversità uomo/donna a partire dalla terminologia che fa riferimento all’uno e all’altro genere, passando poi attraverso le differenze di carattere e per età, soffermandosi sulle problematiche per condizione fisica e di categoria, fino a trattare omofobia e transessualità. Gli argomenti, se pure molto profondi, vengono trattati con grande rispetto e delicatezza. Essi sono impreziositi da coreografie, da me curate solo nella parte teatrale in quanto sono affidate a Gloria Panigas e Martina Cannizzo che frequentano validissime scuole di danza. Come sempre nei miei spettacoli, scelgo personalmente brani, musiche immagini con il valido supporto informatico di Antonio Carrino.

Ho curato variazioni e adattamento di testi già esistenti in considerazione della giovane età degli allievi (12/17 anni) ai quali peraltro non faccio riferimento nominandoli “attori” allo scopo di non togliere loro quella purezza e umiltà senza le quali non potrebbero continuare a crescere artisticamente e pur nella convinzione della loro grande impegno e professionalità. Hanno accolto di buon grado anche questa sfida dopo quella sostenuta nel 2019, quando hanno affrontato il tema della violenza, dalla quotidianità sociale, dalla mafia alla guerra. Ricordiamo che il laboratorio teatrale cura gli spettacoli in tutte le sue dinamiche: scenografia della parola, dizione, movimento scenico, rapporto parola/musica, maschera neutra, interpretazione. Con soddisfazione ringrazio qui i miei allievi-attori: Gloria Panigas, Sofia De Luca, Francesco Chiriatti, Martina Cannizzo, Eugenio Mignone, Alessia Cannizzo, invitandovi ad assistere al nostro spettacolo, certa che ne uscirete tutti un po’ “diversi”. Potete chiedere informazioni e già prenotare telefonando allo 0832 71 21 29 e al cellulare 377 31 37 512.
 Rosanna De Nigris

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“Non può essere così…” di Maria Rosaria Teni

editorialeUna coltre di melanconia si percepisce nelle sempre più corte giornate di novembre, mentre aleggia il ricordo di affetti che miracolosamente non si affievolisce con il passare degli anni. Un languore inspiegabile pervade gesti che, pur rientrando nella quotidianità, assumono contorni più grevi e si dilatano fino a sera, quando le ombre precocemente si distendono sul paese che si avvolge nel silenzio notturno. In  giorni come questi, il pensiero corre a chi non ha una dimora, a chi affronta viaggi in acque insidiose, a chi combatte una guerra dolorosa e senza tregua, a tutti quei bambini con occhi sgranati che si stagliano davanti a macchine da presa che scrutano e raccontano. Con l’approssimarsi del freddo, con l’arrivo delle prime tramontane, la casa diventa un rifugio accogliente, il fulcro della famiglia che in alcuni paesi del mondo si è già rassegnata a essere un’utopia. Siamo in relazione con il mondo e grazie al tamburo che batte e ci raccoglie dinanzi a schermi di televisori, computer, smartphone e quant’altro, ormai conosciamo le storie di tante vite, l’epilogo di mille vicende che non appartengono a finzioni cinematografiche, ma sono verità, portando a compimento la metafora del “villaggio globale”, adottata da McLuhan negli anni 60 del secolo scorso per indicare come, con l’evoluzione dei mezzi di comunicazione, il mondo sia diventato “piccolo” e abbia assunto di conseguenza i comportamenti tipici di un villaggio, consentendo di conoscere angoli lontani ma non tanto da essere ignorati.
All’interno della teoria del sociologo canadese si inserisce il principio della globalizzazione che ormai si articola su diversi livelli, che interagiscono spalmandosi in ogni campo, dal geopolitico all’economico, dal sociale al culturale e accade così che ciò che avviene in un punto qualsiasi del pianeta è come se accadesse vicino a noi. Ne consegue allora, ovviamente, che non sarà possibile fingere di non sapere che i due terzi della popolazione mondiale, ancora oggi, di contro all’opulenza e allo spreco alimentare di alcune categorie, muoiono di fame. Allo stesso modo non si può ignorare la marea di persone che premono alle nostre frontiere, chiedono accoglienza, lavoro e integrazione ponendo nuovi problemi economici. Il villaggio diventa mondo e tutti noi che lo abitiamo dovremmo responsabilizzarci e cercare di creare condivisione perché coabitare nello stesso pianeta significa entrare in stretto contatto con l’altro. Vorrei che cadessero ancora tanti muri, ideologici soprattutto, e sapere che non ci sono più bambini che hanno fame, disperati che si affidano a legni marci e a nocchieri incarogniti nelle stive cariche di denaro sporco. Novembre non è solo il mese della rimembranza ma, per me, rappresenta soprattutto il mese della consapevolezza che la vita ha un valore sacro che deve essere rispettato, al di là di ogni barriera.
Maria Rosaria Teni

Ma non era così
Che mi credevo di andare
No non era così
Come un ladro, di notte
In mano a un ladro di mare
E mio padre alla porta di casa
Che guardava per terra
Come se avesse saputo
E mio padre che guardava per terra
Come se avesse saputo…

Gian Maria Testa, tratto da “Da questa parte del mare”

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“Il crisantemo” di Matilde Serao

 

Il crisantemo è il fiore della malinconia,
è il fiore della tomba. Esso è azzurrino, è roseo,
è violaceo, ma le sue tinte sono pallide, come se le
lacrime lo avessero fatto scolorire.

Esso ha un odore pungente che sale al cervello
e lo immelanconisce: esso ha odore di cose
morte per sempre.
Il crisantemo è un fiore che sa di dolore.

Matilde Serao

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Matilde Serao, romanziera e giornalista, nata il 7 marzo 1856 a Patrasso (Grecia), da Francesco, profugo napoletano, e Paolina Bonelly, di nazionalità greca; morta a Napoli il 25 luglio 1927. Studiò a Napoli, e finita la scuola normale fu impiegata per tre anni ai telegrafi dello stato. Prese a pubblicare bozzetti e novelle su fogli locali; collaborò alla Gazzetta letteraria piemontese, finché entrò nella redazione del Corriere del mattino, diretto da Martin Cafiero. Nel 1882, trasferitasi a Roma, scrisse sul Capitan Fracassa, Fanfulla della domenica, Nuova Antologia, Cronaca bizantina. Stampò nel 1883 il suo primo romanzo notevole: Fantasia. Nel 1884 sposò E. Scarfoglio, insieme col quale fondò il Corriere di Roma e poi il Corriere di Napoli (per le vicende di essi, v. scarfoglio, eduardo). Nel Corriere di Napoli la S. creò una rubrica mondana: Api, mosconi e vespe, che fece la fortuna del giornale. Condirettrice del Mattino fino al 1904 quando si separò dal marito, la S. fondò allora Il Giorno, che diresse fino alla morte. In apposita rubrica, intitolata Paravento, con lo pseudonimo “Gibus” già adottato per i Mosconi del Mattino, dava nel Giorno un breve articolo quotidiano di vario argomento. L’opera giornalistica della S. non oltrepassa un interesse locale. Il nome di lei essenzialmente si raccomanda ad alcuni romanzi e novelle (in una produzione d’oltre quaranta volumi; ediz. Treves, Bemporad, ecc.; e molte edizioni abusive), in special modo: Fantasia; La virtù di Checchina; Piccole anime; Il romanzo della fanciulla, ecc., tutti del tempo giovanile. La ballerina (1899), Suor Giovanna della Croce (1901) sono forse gli ultimi libri nei quali, descrivendo ancora una volta miserie e affanni del piccolo ceto napoletano, la S. ritrovò gli accenti più schietti. Ché intanto, e poi sempre più, veniva avvolgendosi in un misticismo confuso e verboso, in un romantico cosmopolitismo di cattivo gusto. Ma è inutile insistere su tali deviazioni, dal momento ch’ella seppe dare tanto di meglio. Come notò B. Croce in un saggio rimasto fondamentale, la S. che conta e conterà è quella che s’ispira alle angosce degli umili, che appassionatamente rievoca aspetti mutevoli e toccanti della vita napoletana, continuamente dimenticando i programmi della narrativa “verista”. Il suo dialogo è allora spigliato e convincente; sicura l’intuizione delle anime, specialmente giovani. Lo stile è inadorno, ma capace di tenere suggestioni, di penetrazioni sottili; talvolta anche d’una certa barocca grandiosità. Così nelle pagine sul carnevale, nel Paese di cuccagna (1890), che sarebbe fra gli ottimi romanzi della S. se non l’avesse guastato l’intento polemico. Si può notare che a codesta vita popolaresca attinge anche il misticismo della S., il suo cristianesimo ingenuamente paganeggiante; escluse s’intende le presuntuose alterazioni di tono bourgetiano. Gran parte dei libri della S. è tradotta in molte lingue. [ Enciclopedia Treccani]

Bibl.: Indicazioni bibliografiche in La critica, I, p. 434 segg.; R. Garzia, M. S., Rocca S. Casciano 1916. Sull’opera: B. Croce, La letteratura della nuova Italia, 3ª ed., III, Bari 1929, pp. 33-72; G. A. Borgese, La vita e il libro, 2ª ed., Bologna 1928; L. Russo, I narratori, Roma 1923. Biografia, aneddoti, ecc.: L. Lodi, Giornalisti, Bari 1930; U. Ojetti, Cose viste, II, IV, Milano 1924 e 1928; Lettere di E. Scarfoglio, in Pégaso, sett. 1931. Buona antologia: A. Consiglio, Le più belle pagine di M. S., Milano 1934.

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