IL PUNTO DI VISTA – “Il web del 21 secolo: delusioni e aspettative” di Mariantonietta Valzano

“Il punto di vista” di Mariantonietta Valzano

Tim Berners-Lee, inventore della rete qualche giorno fa agli inizi di settembre, ha rilasciato una intervista che pone tanti dubbi e tante domande a cui egli stesso sta tentando di dar risposte.
Contravvenendo al volere dell’informatico britannico, insignito del premio Turing, la world wide web non è più uno strumento di condivisione e diffusione culturale democratico, ma sempre di più un coacervo intricato di regole disattese o infrante con violazione alla privacy e cosa non ultima anzi agli occhi  del suo creatore il danno peggiore, una sede in cui manipolare la vita di tutti noi, arrivando a definire la rete uno strumento anti umano.
Ovviamente tutte queste riflessioni sono sorte dopo lo scandalo Cambridge Analityca pur essendo sotto gli occhi di tutti da diverso tempo. Questo strappo tra le intenzioni del suo inventore  e l’utilizzo anomalo della rete ha dimostrato quanto sia fragile la condivisione e divulgazione internet in momenti così cruciali per la politica o per l’opinione pubblica. Ha messo sotto i riflettori come sia facile manipolare l’opinione pubblica con notizie false e troll per fini al di sopra della volontà individuale.
Ci si chiede se, come tutte le scoperte tecnologiche e non, il progresso sia sempre al servizio del bene superiore che possa condurre ad un successivo grado di consapevolezza sia civile che culturale e economico – sociale, atte a trasformare la società odierna in un luogo migliore …Per Tutti
Il dubbio e il rammarico di Tim Berners-Lee è proprio quello di assistere a come il suo strumento, pensato per abbattere le barriere culturali di accesso al sapere e alla comunicazione, sia stato utilizzato come arma per ottenere non solo esiti elettorali ma anche mutamenti profondi in una società dove il rapporto umano viene sempre più filtrato da  barriere di protezione che talvolta possono assumere connotati di gabbia, permettendo di evitare l’assunzione di responsabilità del proprio essere e percepire oltre alla riduzione delle emozioni e sentimenti che vengono coinvolti in modo estremo, nelle discussioni sempre più aggressive e fuorvianti dei social, oppure sopiti dietro ai scarni messaggi delle chat.
Tutti noi non potremmo immaginarci più senza il supporto di internet per trovare una informazione urgente per una visita medica o una località, una ricetta una scuola e il suo programma, pervenendo  a tutto ciò che lo scibile umano possa aver prodotto nella sua storia millenaria. Tuttavia, accanto ci sono diffusioni planetarie di materiale che svilisce, offende  e danneggia l’Uomo, basti pensare a come si possano reperire in rete informazioni su come costruire un bomba, cosa a cui già qualcuno ha pensato, e alla diffusione planetaria della pedopornografia.
Non solo.
Quanti messaggi falsi e artefatti vengono diffusi, provocando un vortice di rabbia e talvolta derive razzistiche attraverso l’onda del malcontento e delle difficoltà sociali?
Siamo tutti in pericolo quando accediamo alla rete, poiché ci sono intrusioni continue, volte a scandagliare le nostre vite per conoscere e poi padroneggiare le loro pertinenze a fini di vario tipo…e nei casi peggiori intrusioni che possono inserire e manipolare i contenuti dei nostri pc materiali illegali  e pericolosi oltre virus e trojan di vario tipo.
Quindi l’inventore di un sistema ha visto traditi tutti i suoi principi e propositi. Nel mettere a disposizione di tutti la rete web, che prima della sua volontaria diffusione gratuita era appannaggio esclusivo del mondo militare, mirava a rendere le distanze virtualmente inesistenti, l’accesso democratico alle fonti e la comunicazione istantanea in ogni parte del mondo. Oggi accanto a questo vi è altro che va ad inficiare le sue buone intenzioni, altro a cui porre rimedio, altro da cui noi tutti dobbiamo stare in guardia utilizzando in modo oculato e pertinente il web, senza cadere nelle sue trappole.

Ps. Tim Berners-Lee, coerente con la sua indole onesta e visionaria, sta realizzando uno strumento Solid, un progetto del Mit, con il quale ribaltare il percorso che ha preso la sua creatura per toranre ad essere ciò che è stato preposto ad essere: uno strumento umano.

Mariantonietta Valzano

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“Panta rei” di Marcello Marenaci

«Tutto scorre»- πάντα ῥεῖ – e la realtà nel suo eterno divenire diventa la metafora di un fiume che scorre, apparentemente identico, ma che in effetti continuamente si rinnova e si trasforma. In questa lirica, invasa un’aura di delicata armonia, è l’amore che, pur nella sua immutabilità, assume trasformazioni che lo riportano ad una più profonda consapevolezza che lo rende, nel contempo, più prezioso e grande. In questi versi, il poeta Marenaci, interpreta l’amore nella sua essenza emozionale e intrinseca, attraverso una dolce e sognante  ispirazione poetica.[ M.R.Teni]

È l’ora più incantata della notte,

se il cuore nostro palpita d’amore.

L’innamorarsi nelle prime cotte

è come febbre che tormenta il cuore.

L’adolescenza è amore prorompente,

avverti sensazioni di magia

e vedi che ogni stella è più lucente

e intorno senti musica e poesia.

Ma come il fiume scorre verso il mare,

così si acqueta pure ogni passione

e impari cosa sia il vero amare.

A volte basta un bacio, un’attenzione,

una carezza che ti fa sognare

e proverai profonda un’emozione.

ph Eleonora Mello

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“Autunno del mio cuore” di Maria Rosaria Teni

Siamo a settembre! La frizzante energia estiva, mitigata a volte dal caldo opprimente, lentamente cede il passo a più miti consigli e indulge verso un ripiegamento interiore che stimola, in maniera più acuta, riflessioni e sensazioni più intrinseche al senso della vita. Non si può evitare di considerare con quanta leggerezza sia affrontata la tematica del rispetto e dell’osservanza delle regole che disciplinano la vita civile di ognuno di noi. Durante il periodo che è appena trascorso, schiaffeggiato da rumori assordanti, da invasioni di turisti ossessionati dal divertimento ad ogni costo e da ogni genere di afflizioni disperatamente vacanziere e inevitabilmente vanesie, si è visto un bailamme indescrivibile di comportamenti e di gesti che mi hanno fatto credere di vivere in una babele di sovrastimata proporzione. Al mare, schiamazzi, musica compulsiva, discorsi gridati si sono sovrapposti al dolce sciabordio delle onde, invano tese ad affiorare sul frastuono generale, tra brezza confortante che spesso era indotta a trasportare profumi gastronomici misti a olii e creme abbronzanti… Le notti magiche di lune fantasiose,  violentate da fari di discoteche da sballo e voci sbraitanti alzatesi nell’aere senza pudore… Tutto un correre senza senso, a volte senza direzione, quasi sempre senza ragione… Ritornare nell’angolo di noi stessi e pensare, nel silenzio della propria anima, a tutta la bellezza di cui disponiamo e che siamo così incredibilmente bravi e sapienti nel distruggere e annientare, solo per un breve sospiro di una stagione di inspiegabile furore. Benvenuto, dunque, autunno del mio cuore!
Maria Rosaria Teni

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“Mattino di Settembre” di Eduard Mörike

Nella nebbia riposa ancora il mondo,
sognano ancora il bosco e i prati.
Presto vedrai, quando cala il velo,
il cielo azzurro immutato
e il vigor d’autunno del sopito mondo
in caldo oro fluire.

Eduard Mörike

ph Eleonora Mello

Eduard Mörike, Poeta e narratore tedesco (Ludwigsburg 1804 – Stoccarda1875). Dopo aver studiato teologia a Tubinga, dove ebbe un’infelice relazione con Maria Meyer, fu dal 1826 vicario in piccole località del Württemberg, e dal 1834 parroco nel villaggio di Cleversulzbach. Malfermo in salute e insofferente dei compiti che la carica gli imponeva, fu collocato a riposo nel 1843 e andò a risiedere a Mergentheim con la sorella minore Klärchen, che tenne con sé anche dopo il matrimonio con la cattolica Margarethe von Speeth (1851). Dal 1851 al 1866 insegnò letteratura in un collegio femminile a Stoccarda. M. abbandonò raramente la Svevia, e il legame con il mondo provinciale caratterizza fortemente la sua produzione poetica. Esordì come narratore nel 1832 con il romanzo Maler Nolten, opera non del tutto riuscita anche se ricca di squarci lirici. Nel 1838 apparve la sua prima raccolta di poesie, Gedichte, in cui M. si mostrò capace di armonizzare liricamente conflitti passionali e contrasti psicologici anche profondi e oscuri. Tra le Gedichte, che M. completò con diverse aggiunte nelle edizioni successive (la quarta, ultima in vita dell’autore, è del 1867), fanno spicco – oltre al ciclo delle 5 liriche a Peregrina, composto nel 1824 e ispirato da Maria Meyer – le liriche sulla natura (Gesang zu zweien in der Nacht; An einem Wintermorgen vor Sonnenaufgang; Um Mitternacht; Septembermorgen; Im Frühling; Mein Fluss), le liriche classicheggianti (Erinna an Sappho; Auf eine schöne Lampe; Auf eine Uhr mit den drei Hören), le ballate e le composizioni popolareggianti (Die Geister am Mummelsee; Agnes; Das verlassene Mägdlein), e altre oscillanti tra l’idillio e l’umorismo (Scherz; Märchen vom sicheren Mann; Häusliche Szene; Der alte Turmhahn), molte delle quali sono state più volte musicate (Schumann, Brahms, Wolf). M. diede poi alla luce Die Idylle vom Bodensee (1846), in 7 canti, e le traduzioni degli idillî di Teocrito (185356) e di Anacreonte (1864). Notevole anche la sua produzione narrativa: oltre a Das Stuttgarter Hutzelmännlein (1852), che comprende la Historie von der schönen Lau, spicca la rievocazione storica di Mozart auf der Reise nach Prag (1855), capolavoro della novellistica tedesca dell’Ottocento. Isolato e poco compreso nel suo tempo, M. appare oggi come l’unica personalità davvero eminente della provincia poetica tedesca, in grado di esprimere, a contatto con un mondo chiuso e circoscritto, un temperamento lirico eccezionale. [ da Enciclopedia Treccani]

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“Commiato alla foglia” di Rosario Belmonte

Talvolta capita di incontrare voci poetiche che, a una prima lettura,  catturano subito e provocano sensazioni di svanite nostalgie e ricordi sommessi. È il caso della lirica di Rosario Belmonte, che presento oggi nello spazio dedicato ai poeti,  che mi ha affascinato per la sua simbologia intrinseca e per il tratto raffinato dell’ articolato verseggiare. La foglia, metafora di una condizione di precarietà che ben si allinea con l’esistenza stessa dell’uomo e che, nella mutevolezza degli eventi,  prende commiato, irrimediabilmente sconfitta, adagiandosi sul fogliame autunnale che la accoglie pietoso. Una lirica intensa, ben scritta e che induce a riflessioni profonde. [M.R.Teni]

Caduca é la foglia

al tramontar del giorno,

affida il suo destino

ad un alito di vento.

Di vita non ha più voglia,

perché tutto cambia attorno

e guarda al volger del mattino,

esecutore del compimento.

E giù viene spoglia,

roteando a far da contorno

all’avanzante grigior novembrino,

che ne cattura ogni momento.

Dall’accoglienza del sottobosco sulla soglia,

al giunger lento di un plenicorno,

che con fare, all’apparenza, assassino

pone fine al suo tormento!

Rosario Belmonte

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“Quando la «cura» diventa un’etica del presente e del futuro” di Apostolos Apostolou

(σκηνὴ πᾶς ὁ βίος καὶ παίγνιον· ἢ μάθε παίζειν τὴν σπουδὴν
μεταθείς, ἢ φέρε τὰς ὀδύνας.)

«Ogni vita è una messa in scena ed un gioco. O impari a
giocare abbandonando la sapienza, o sopportane le pene».

Martin Heidegger

Uno dei più rilevanti paradigmi teorici del pensiero filosofico era l’etica della “Cura”. L’enunciato, la struttura d’essere dell’esserci è “Cura”, è una fenomenologia, con prescientifica auto interpretazione. L’interpretazione dell’esserci sul fenomeno della “Cura” non discende da un determinato punto di vista filosofico, ma si propone semplicemente all’analisi delle cose. Niente è appioppato all’esserci. Alle cose, ma tutto è da esse creato. L’esserci stesso è essente auto-interpretantesi ed esprimentesi. A Sant’Agostino, ai fondamenti ontologici della sua antropologia risale l’ispirazione del concetto della “Cura”, che a partire dal 1918, e ha svolto un ruolo determinante nell’ indagine fenomenologica di Heidegger. L’auto interpretazione dell’esserci che si considera come “Cura” viene ravvisata un’antica favola di Igino. (Gaio Giulio Igino (latino: Gaius Iulius Iginus; Spagna, 64 a.C. circa – 17 d.C. circa) è stato uno scrittore e bibliotecario dell’Impero romano. «La «Cura», mentre stava attraversando un fiume, scorse del fango cretoso; pensierosa, ne raccolse un po’ e incominciò a dargli forma. Mentre è intenta a stabilire che cosa abbia fatto, interviene Giove. La «Cura» lo prega di infondere lo spirito a ciò che essa aveva fatto. Giove acconsente volentieri. Ma quando la «Cura» pretese imporre il suo nome a ciò che aveva fatto, Giove glielo proibì e volle che fosse imposto il proprio. Mentre la «Cura» e Giove disputavano sul nome, intervenne anche la Terra, reclamando che a ciò che era stato fatto fosse imposto il proprio nome, perché aveva dato ad esso una parte del proprio corpo. I disputanti elessero Saturno a giudice. Il quale comunicò ai contendenti la seguente giusta decisione: «Tu, Giove, che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito; tu, Terra, che hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo essere, fin che esso vive lo possiede la Cura. Per quanto concerne la controversia sul nome, si chiami homo poiché è fatto di humus (Terra).» [1]

Il comprendere significa avere o essere la possibilità di qualcosa. Ma risulta per la “Cura” che l’esserci stesso sia possibilità. Il fenomeno della scoperta “si mostra primariamente nella “Cura”, che non essa è caratterizzata. Se comprendere è un modo di essere a qualcosa, al mondo, determinato di esecuzione – l’interpretazione – è determinazione dal modo d’ essere dell’ essere. Ossia qui della “Cura”. Ogni interpretazione, (secondo Heidegger), come rivolgersi a qualcosa come qualcosa “interpreta in un essere – già- con”, ossia con ciò su cui verterà il discorso. Ciò su cui verte il discorso per una primaria precomprensione è sempre già scoperto in qualche senso. Anche qui esiste la potenza della “Cura”, come nell’anticipazione (Vorgriff) secondo Heidegger. L’anticipazione è appunto questo tracciato che appartiene alla struttura dell’interpretazione. Cosi tra interpretazione, comprensione ed esserci con la “Cura” secondo Heidegger, appare qui stabilirsi una stretta connessione che spesso appare perfino fusione. La “Cura” è la sintesi dell’“essere- con – altro, essere – con mondo”.

Nella filosofia greca antica la “Cura” si comprende come legame di finalità: mi occupo di me per potermi occupare degli altri.Per esempio possiamo vedere in Platone  come Alcibiade deve occuparsi di sé per potersi occupare degli altri. Il sé di cui ora ci si preoccupa non è un elemento di transizione verso qualcos’altro (città o altri), ma lo scopo unico è la cura di sé. E come scrive Luigina Mortari, (vedi il libro “Conoscere se stessi per aver cura di sé”) “Quando ci si trova a pensare il proprio essere si scopre che «è un essere inconsistenti», nel senso che la condizione ontologica è quella per la quale ad ogni istante ci si trova esposti al nulla1. Ma nello stesso tempo in cui ci si scopre mancanti d’essere, ci si trova anche chiamati alla responsabilità di dare forma al proprio essere possibile così da vivere una vita buona. Si nasce dunque gravati da un compito che altri viventi non hanno: quello di dare forma al proprio tempo, ossia di disegnare di senso i sentieri dell’esistere. Si tratta di imparare ad aver cura dell’esistenza; detto in altre parole di imparare l’arte di esistere, quella sapienza delle cose umane di cui parla Socrate (Platone, Apologia di Socrate, 20d.)”.

Leggiamo nella filosofia platonica come sostiene Francesca Caputo “La cura pedagogica come relazione d’ aiuto» “…dunque, quando si migliora qualcosa…è quello prendersene giusta cura?” (Platone Alcibiade I 128b 8-9). É Alc. I 128b5-9, scelto qui quale esergo, a  confermare  che  ci  si «prende giusta cura» (orthos epimeleisthai) di qualcosa, quando – come prescritto nell’Apologia per l’anima –  «lo si renda migliore» (hotan tis ti beltio poiei): “migliore” allude a sua volta alla piena attualizzazione del-le potenzialità naturali, esattamente nell’ottica, dalla parte del curato, dell’auto trascendimento ed in quella, dalla parte del curante, dell’odierna care.– Dunque, colui che ci ordina di conoscere se stesso ci ordina di conoscere l’anima. — Così pare. — E colui che conosce qualcuna delle parti del suo corpo conosce le cose che sono sue ( ta autou ), ma non conosce se stesso ( all’ouch hautòn ) Platone, Alcibiade I,130 6-10.

L’epimeleia heautou «rappresenta anche una certa forma di attenzione, di sguardo. Curarsi di se stessi implica infatti che si converta il proprio sguardo, e che lo si faccia convergere dall’esterno verso… stavo per dire l’‟interno”. Ma lasciamo da parte tale termine (che, ammetterete, comporta un bel po’ di problemi), per dire semplicemente che è necessario convertire il proprio sguardo distogliendolo dall’esterno, dagli altri, dal mondo, e così via, per farlo convergere verso ‟se stessi”. La cura di sé implica un certo modo di vigilare intorno a quel che si pensa e a quel che accade nel pensiero. Vi è infatti affinità della parola epimeleia con meletē, che significa al contempo esercizio e meditazione; (Vedi Gabriele De Retis “Un nuovo punto di partenza teorico: la cura di sé”)»

Michel Foucault

Da qui comincia la filosofia foucaultiana per la «Cura in sé» M, Foucault, sostiene che la Cura di sé, è il governo del desiderio, e insieme sono le strategie idonee per guadagnare una piena autonomia, per cercare il divenire, per quel che si può liberi, per istituire giuste e riuscite relazioni con gli altri.

Come scrive Gabriele De Retis: «Foucault si chiede come sia stato possibile che una nozione così importante per il mondo antico sia stata trascurata dalla filosofia quando essa si è apprestata a ricostruire la sua storia. C’è sicuramente qualcosa nel principio della cura di sé che appare come perturbante. Sicuramente ha giocato il fatto che tutte le formule che ne sono derivate suonano come affermazione eccessiva di sé o sfiducia nella morale collettiva. L’etica generale del non-egoismo, che le regole debbono guidare l’azione si fondino su austere pratiche di vita, in antico sicuramente riposava sul principio della cura di sé. La ragione essenziale, tuttavia, dell’abbandono di questo principio andrà ricercato in quello che Foucault chiama ‘momento cartesiano’, cioè attraverso la riqualificazione del gnōti seauton e la squalificazione dell’epimeleia heautou. La prima operazione è fortemente affermata nelle Meditazioni, dove il principio di evidenza, da cui parte ogni scelta filosofica, si esprime come forma di coscienza, senza che sia possibile alcun dubbio. Inoltre, collocando il principio di evidenza all’origine dell’accesso all’essere nella forma dell’indubitabilità dell’esistenza personale, Cartesio fa del “conosci te stesso” uno degli accessi fondamentali alla verità. Anche se la distanza è immensa tra il gnōti seauton socratico e il procedimento cartesiano, il principio socratico viene assunto all’interno del procedimento filosofico anche dopo il XVII secolo. Per questa via, il principio dell’epimeleia heautou è stato progressivamente svalutato e dimenticato…Il secondo carattere della spiritualità è rappresentato dal fatto che la conversione, la trasformazione del soggetto può avvenire secondo differenti forme, nella forma di un movimento che sottrae il soggetto al suo statuto e alla sua condizione attuale (si tratta del movimento ascensionale dell’eros), nella forma di un lavoro di sé su di sé (attraverso il lungo sforzo dell’ascesi).»

Pierre Hadot

E secondo Pierre Hadot la «Cura in sé», della cultura greca antica è più una fantasia che una realtà e insieme è una conquista non è un dono, e anche un’aspirazione all’infinito.

 

 

 

 

 

 

 

Aristotele

La «Cura in sé» in Aristotele prende un’altra forma. È ciò che Aristotele chiama «vivere bene», «vita buona», «vera vita». La vita buona deve essere nominata per prima perché è l’oggetto stesso della prospettiva etica. Quale che sia l’immagine che ciascuno si fa di una vita compiuta, questo coronamento è il fine ultimo della sua azione. E’ questo il momento di ricordare la distinzione che Aristotele tra il bene, quale è perso di mira dall’ uomo e il Bene platonico. La distinzione tra «Φιλείν» (amato) e «Φιλείσθαι» (essere amato). [2]

Nell’etica aristotelica non si può far questione che del bene per noi. Questo esser relativo a noi non impedisce che non sia contenuto in alcun bene particolare. Esso è piuttosto, ciò che manca a tutti i beni. Tutta l’etica presuppone quest’uso non saturabile del predicato «buono». Con Aristotele possiamo capire anche la prima distinzione tra etica e morale. L’uno viene dal greco, l’altro viene dal latino ed entrambi rinviano all’idea intuitiva di costumi, con la duplice connotazione che cercheremo di scomporre.

Di ciò che è stimato buono e di ciò che s’impone come obbligatorio. Qui abbiamo secondo Aristotele l’obbligatorio della libertà ridotta, cosi come la vede con un’analisi il filosofo e psicoanalista S. Zizek.  Cioè l’analisi del plusvalore quella del “plus-godere”, il meccanismo per cui “più bevi coca cola più hai sete, più profitto ottieni più ne vuoi, più compri più devi spendere”.

Secondo Aristotele esiste la distinzione fra prospettiva e norma si riconoscerà facilmente l’opporsi di due eredità. Un’eredità aristotelica, in cui l’etica è caratterizzata dalla sua prospettiva teleologica, e un’eredità kantiana, in cui la morale è definita dal carattere di obbligazione della norma, dunque da un punto di vista deontologico. Nel pensiero di Aristotele esiste la differenza tra «φιλείν» cioè l’energia, e «φιλείσθαι» cioè la passiva situazione. La «Cura in sé», secondo Aristotele è l’uscita dalle paure «τους φόβους», e il contenuto delle ansie «τας μερίμνας». Mentre secondo Eraclito la “Cura” è il concetto di partecipazione. [3]

Aristotele stabilisce tra la phronesis, e il paronimo, legame che assume senso soltanto se l’uomo dal giudizio saggio determina nello stesso tempo, la regola e il caso, cogliendo la situazione nella sua piena singolarità. Aristotele non esita nell’accostare la singolarità della scelta secondo la phronesis a ciò che percezione «aisthesis» è nella dimensione teoretica.

La “Cura di sé” finalmente che cosa è? Un’etica? Una pedagogia? Un’arte della vita? Un’ingiunzione di diventare ciò che si è? Francesca Caputo scrive:  “Pedagogicamente parlando, la cura documenta, invece, una semantica molto più articolata e ricca che ha probabilmente origini pre-ontologiche e che la collocano, quindi, nel  fatto  che l’essere  umano non è solo nel mondo, ma  di quest’ultimo è parte e partecipe consapevole. Questo senso semantico pre-ontologico è da recuperare, come le analisi abbozzate qui documentano, in quanto  la cura non  è  solo sapere  su  se  stessi,  ma  la conditio  sine  qua  non  dell’abitabilità  nell’umanità  del  mondo. Se l’umanità dell’umano non è solo conoscenza di sé e del mondo,  ma  anche  azione  e interazione dell’uomo con se stesso e col mondo, la cura è allora quell’elemento fondante che  guida  e  costituisce  i  rapporti  umanamente  possibili  anche  e  soprattutto  nella  loro dimensione  normativo-interrelazionale. La cura diventa così non solo conoscenza, ma anche preoccupazione  per  l’altro.  Quell’altro che sarà quell’irriducibile che è e che la cura aiuta a essere. Quell’irriducibile che sono Io e che è ogni Altro, per cui il prendersi cura è atto continuo e reciproco d’interrelazione e non di esclusione. In definitiva, la cura pedagogica come relazione d’aiuto non è un percorso riservato a una categoria particolare di educandi, piuttosto il sostrato comune di ogni educazione. Ogni educando si avvale di questo sostrato e ogni  educazione  si  struttura  all’interno  di  questa  semantica  della  cura come   rapporto   vissuto,   rapporto   da   sperimentare,   rapporto   all’interno   del   quale l’educando sperimenta se stesso nella relazione con l’altro o nella cura reciproca che poi non è altro che il fine di ogni educazione: essere se stessi nell’armonia con l’Altro in un rapporto di corresponsabilità e di amore reciproco per noi stessi e il mondo di cui siamo parte e a cui dobbiamo la nostra possibilità di esistenza”.

Nietzsche

Nella cultura greca antica la “Cura” è una categoria estetica (aistetike da aistesis) che diventa una dottrina della conoscenza sensibile, mentre nella cultura Occidentale la “Cura” diventa, un’estrema riserva del proprio della cosa, un supplemento d’anima, e anche un’immanenza senza immediatezza. Perché le cose secondo Nietzsche non divengono oggetto di una rappresentazione per un soggetto, nè suscettibili di una comparabilità.

Note:
[1] Martin Heidegger, Essere e Tempo, Longanesi, Milano, 1976, p.247
[2] Το μεν γάρ φιλείν, ενέργεια τις ηδονής και αγαθόν, από δε του φιλείσθαι ουδεμία τω φιλουμένω ενέργεια γίνεται.
[3]«διὸ καθ᾿ ὅ τι ἃν αὐτοῦ τῆς μνήμης κοινωνήσωμεν, ἀληθεύομεν, ἃ δ᾿ ἃν ἰδιάσωμεν, ψευδόμεθα» (Testimonia, ἀπόσπ. 16, 37-38).
  • Dalla mia proposta in convegno a Parigi, con titolo «La consulenza filosofica oggi».

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia. 

 

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Ferragosto 2018

Anche le stelle si fanno da parte

per far passare gli angeli che volano lassù,

dove il dolore trova riposo nella luce…

ph mrt

 

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