“Le foglie che cadono” di Mariantonietta Valzano

La consuetudine allontana l’incombere del tempo, regalando l’illusoria speranza che  niente cambi mentre tutto cambia. Così ho letto questa lirica struggente e profonda, dettata da un sospiro di melanconico rincorrere un tempo che non torna. Una perla che si aggiunge nella produzione poetica di Mariantonietta Valzano e che denota ancora una volta la sua sapienza stilistica ed emotiva e la sua capacità di comunicare il suo sentire.
[M.R.Teni]

Le foglie che cadono docilmente
donano… uno spettacolo incantato
in cui il tempo srotola i suoi istanti.
Formano una soffice coperta
sul cammino ispido e tortuoso..
Tanto soffice da renderlo leggiadro
al piede
Così il tempo che passa
mi libera dalle foglie del mio passato
In una giornata di sole
mentre nell’aria la scia di un vento
sospeso tra cielo e terra mi accarezza
il volto strappando le ultime lacrime
per far posto al sorriso …
E agli occhi fissi nello spazio infinito
© Mariantonietta Valzano

ph Eleonora Mello

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Dalla BIOPOLITICA al BIODESIDERIO (Biodésir). Biodesiderio – soffio invisibile – di Apostolos Apostolou

Il desiderio occupa un posto fondamentale nella vita umana a tutti i livelli. E’ la prima volta che un saggio filosofico  descrive il biodesiderio (Biodésir). Un concetto fontamentale che ha un ruolo fondamentale per la filosofia francese.  

Biopolitica: «Ambito della riflessione socio-politica sviluppatosi in relazione alle esigenze di tutela e promozione della vita presente e delle generazioni future; viene costantemente sollecitata dal dibattito pubblico sulle questioni bioetiche emergenti dalle istanze poste dalla libertà di ricerca scientifica e dal progresso tecnologico. Nella pratica si configura come momento istituzionale di confronto politico e di elaborazione culturale per garantire il bene comune secondo i principi di responsabilità, giustizia e solidarietà umana, nello sforzo democratico di conciliare l’esigenza di universalità dei valori etici e delle strategie politico-legislative con il pluralismo etico e culturale della modernità.» (Enciclopedia Treccani).

La biopolitica apre una strada e in definitiva un “nuovo” pensiero che fa le sue prove e i suoi tentativi nel corso del XX – XXI. Molte delle intuizioni che stanno al centro di questa discussione sono suggerite dalle vecchie ricerche foucaultiane intorno al “biopotere” o “biopolitica” o “etopolitica”, avviate nei volumi della storia della sessualità gli anni Settanta e Ottanta. Molto spesso le ricerche prendono avvio da rappresentazioni corporee o da rituali attinenti ai corpi o i rapporti che ci sono tra corpo e potere (corpi disciplinati). E come dimostra M. Foucault sapere e potere coesistono o coincidono. “La verità non è al di fuori del potere, né senza potere (essa non è, nonostante un mito di cui bisognerebbe riprendere la storia e le funzioni, la ricompensa degli spiriti liberi, il parto delle lunghe solitudini, il privilegio di quelli che hanno saputo affrancarsi). La verità è di questo mondo, essa vi è prodotta grazie a molteplici condizioni. E vi detiene effetti obbligati di potere. Ogni società ha il suo regime di verità, la sua politica generale della verità.” [1]

Il sapere non è un’entità neutra come non è un’entità neutra la scienza, di cui possiamo vedere il paradigma biopolitico nazista e oggi abbiamo l’eugenetica economica come nuovo paradigma biopolitico. Potere – sapere – corpo, formano un insieme di storico – strategiche e danno insieme una complessità sintattico – politica, o una grammatica – politica. “La padronanza, la coscienza del proprio corpo non si sono potute raggiungere che per effetto dell’ investimento del corpo da parte del potere: la ginnastica, gli esercizi, lo sviluppo muscolare, la nudità. L’esaltazione del bel corpo… tutto questo è nella linea che conduce al desiderio del proprio corpo attraverso un lavoro insistente, ostinato, meticoloso che il potere ha esercitato sui corpi dei bambini, dei soldati, sul corpo in buona salute… Il potere si è addentrato nel corpo, esso si trova esposto nel corpo stesso” [ 2 ]

Il corpo disciplinato diventa uno spirito meccanico, un’anima del potere. “Quest’anima reale e incorporea, non è minimamente sostanza: è l’elemento dove si articolano gli effetti di un certo tipo di potere e il riferimento di un sapere, l’ingranaggio per mezzo del quale le relazioni di potere danno luogo a un sapere possibile, e il sapere rinnova e rinforza gli effetti di potere” [ 3 ]

In altre parole, secondo M. Foucault, il potere è dappertutto. “Il potere è dappertutto; non perché inglobi tutto, ma perché viene da ogni dove” [4 ]. Da qui Giorgio Agamben pone la sua problematica quando dice “sovrano è colui rispetto al quale tutti gli uomini sono potenzialmente homines sacri e homo sacer è colui rispetto al quale tutti gli uomini agiscono come sovrani”.,Riccardo Tavani, in un’ articolo con titolo “Che cosa è  biopolitica”, scrive: «Un importante contributo a chiarire i termini di tale questione lo hanno dato in anni più recenti proprio due pensatori italiani come Giorgio Agamben e Antonio Negri, i quali hanno ulteriormente elaborato e originalmente sviluppato la lezione di Foucault. L’assetto produttivo capitalistico è incentrato su una peculiare caratteristica umana: quella di cooperare, di entrare in rapporto, di relazionarsi collettivamente per conseguire dei risultati. Senza questa capacità umana relazionale la produzione capitalistica sarebbe completamente impossibile.»
Un conto è relazionarsi tra uomini dentro quel complesso apparato tecnologico che è una fabbrica, un ufficio, un servizio pubblico moderno, un conto su un latifondo feudale in cui si trattava solo di chinare la schiena e mietere o seminare o pascolare. Tanto più l’apparato produttivo, distributivo, amministrativo si fa complesso dal punto di vista tecnico-scientifico e si rivoluziona in continuazione sulla scorta di saperi sempre più avanzati e sofisticati, tanto più la capacità umana di cooperare, di rapportarsi è cruciale. Questa capacità relazionale è un che di astratto, di non materiale ma che dà risultati pratici immediati, tanto concreti quanto puramente intellettivi. Qualcosa di “sensibilmente soprasensibile” la definiva Marx. Inoltre tale caratteristica si configura e si espleta solo sul piano operativo collettivo, mentre ha meno senso individualmente. Eppure tale qualità immateriale e sopra individuale ha il suo corrispettivo fisico materiale proprio nel corpo biologico individuale. Il corpo diventa terreno d’intervento politico del potere economico proprio per questa sua peculiarità astratta. La vita deve essere garantita, condizionata, resa apertamente accessibile e disponibile, senza possibilità di difese, al fine di assicurare la continuità del flusso cooperativo umano, decisivo per la moderna produzione capitalistica. La biopolitica e il biopotere entrano sempre di più nella sfera biologica individuale, nel nostro respiro, nei nostri sogni notturni e nelle nostre pulsioni diurne per la necessità di un controllo e domini assoluti sul funzionamento sempre più articolato e delicato dell’intero apparato.»

I principi della biopolitica esistono già nel romanzo “Noi” di Yevgeny Zamyatin. Il Benefattore, la Trama (come campo di concentramento e di lavoro) e i personaggi che   vengono designati con numeri, (i nomi dei personaggi sono, 0-90, S-4711, D-503 ecc) è  la struttura della biopotere o biopolitica. Il mondo del romanzo di Zamyatin è un mondo della derealizzazione, che caratterizza la nostra esistenza tardo-moderna o post-moderna. Per analizzare il senso della derealizzazione bisogna vedere gli aspetti di dissonanza e di disarmonia della politica con l’uomo. Non ci sono fatti, solo interpretazioni. Per esempio scrive Zamyatin:
– Questo è insensato! È assurdo! Non capisci che ciò che voi tramate è la rivoluzione?
– Sì, la rivoluzione! Ma perché è assurdo?
– Assurdo perché la rivoluzione non può essere. Perché la nostra rivoluzione – non lo dici tu, ma lo dico io – è stata l’ultima. E non ci può essere nessun’altra rivoluzione. Lo sanno tutti.

Esiste l’idea di una liberazione delle interpretazioni, e non di una liberazione dell’uomo. Il luogo d’indebolimento della nostra realtà è la “società dello spettacolo” di cui parlano i situazionisti, non è solo la società delle apparenze manipolate dal potere, è anche la società in cui la realtà (come la politica) si presenta con caratteri molli, fluidi, ma anche neutri, e in cui l’esperienza può acquistare i tratti dell’oscillazione dello spaesamento d’azione. L’antropologia occidentale che studia il problema esprime il “riscatto” del nulla, la follia dell’Occidente follia che proviene dal razionalismo, e la sua negazione e di un “non senso” logico una pura negazione. Michel Foucault scrive: “L’antropologia in quanto analitica dell’uomo ha avuto, senz’ altro, una funzione costituente nel pensiero moderno dal momento che in gran parte non ne siamo ancora staccati. Si era resa necessaria da quando la rappresentazione aveva perduto il potere di determinare da sola e in un moto unico il gioco delle proprie sintesi e analisi. Occorreva che le sintesi empiriche fossero fondate altrove che nella sovranità dell’“io penso”. Occorreva cercarle proprio là dove tale sovranità trova il proprio limite, cioè nella finitudine dell’uomo, che caratterizza sia la coscienza sia l’individuo che vive, parla, lavora.

Immanuel Kant, the Sage of Königsberg

Kant aveva già formulato tutto questo nella Logica, allorché aveva aggiunto alla propria trilogia tradizionale un’ ultima domanda: le tre domande critiche (che cosa posso sapere? che cosa devo fare? Che cosa mi è consentito sperare?) vengono pertanto riferite e “addebitate” ad una quarta domanda: Was ist Mensch ? Tale domanda lo abbiamo veduto, traverserà il pensiero fin dagli inizi del XIX secolo; infatti essa effettua di nascosto e anticipatamente, la confusione tra empirico e trascendentale di cui Kant aveva pur indicato la separazione.” [5]

 Il Novecento ricopre l’alterità dell’altro, la sua differenza, e anche la sua estraneità, e fa affidamento proprio su questa “distanza”. Oggi nel mondo post-industriale ci vuole un altro esempio. Cosi alla domanda “chi è l’altro” siamo oggi alla domanda posso conoscere il mio biodesiderio? (biodésir). Secondo Epicuro ogni volere scaturisce da bisogno, ossia da mancanza, ossia da sofferenza e secondo Freud il desiderio è il gioco tra immaginario e reale. Cosi il desiderio appagato da tosto lungo a un desiderio nuovo. Però, oggi il volere stesso è mediato da modelli dalla volontà, da un far-volere, quali la persuasione o la dissuasione. Cosi le categorie come volere, desiderare, credere, agire, godere, ecc, sono stati per cosi dire sottilizzarsi da una sola modalità ausiliaria quella del “fare”. L’azione in sé stessa ha minore importanza del fato che essa venga prodotta, indotta, sollecitata, mediatizzata, tecnicizzata. (Vedi Jean Baudrillard).

Ma anche il biodesiderio (biodésir) non è il desiderio politico di Althusser, che riconosce nel congegno teorico della psicoanalisi una delle strade – come dice – “attraverso le quali un giorno arriveremo magari ad una migliore comprensione di tale struttura del disconoscimento che rappresenta un interesse primario per qualsiasi studioso dell’ideologia.” [6] Mentre la biopolitica è lo statuto del doppio, questo ectoplasma fantastico (come direbbe Nietzsche, per esempio il doppio: Psicologia l’Io e l’ideale dell’io. Religione Dio e l’anima. Morale la coscienza e la legge) è la fine della separazione e dello sdoppiamento, il biodesiderio (biodésir) è la spinta dei desideri.

La biopolitica, prodotto del pensiero occidentale con le sue “topiche” successive, per esempio, l’inferno / il paradiso – il soggetto / la natura – la conoscenza / l’inconscio, in cui il soggetto diviso non può che sognare una continuità perduta.  Anche il pensiero dell’inconscio di Freud è un pensiero della discontinuità come quello della coscienza. Esso sostituisce semplicemente alla positività dell’oggetto e del soggetto della coscienza l’irreversibilità d’un oggetto perduto e d’un soggetto che sfugge per sempre. Il biodesiderio (biodésir) non è autorealizzazione, ma è una meta che trascende la realtà e le potenzialità individuali. Non esiste ai drammatici eventi della quale tenti di riconoscere il cenno d’ assenso la certezza dalla ricompensa. Il biodesiderio (biodésir) esprime questo soffio invisibile.

 L’immaginario individuale e l’immaginario politico
«
Nulla si sa, tutto si immagina.» Federico Fellini.

 La parola Immaginario proviene dall’imago. Secondo enciclopedia Treccani.  «Il termine, inteso nel pensiero filosofico come funzione e contenuto dell’immaginazione, e variamente definito in rapporto al variare del concetto di «immagine» nei diversi pensatori (produzione di stati di coscienza senza valore di realtà, in Cartesio, Spinoza, Hobbes; organo di sintesi del processo delle percezioni, in Kant; organo del pensiero nel quale la realtà viene rappresentata in assenza di essa, diversamente dalla percezione che dà la realtà in presenza, nella fenomenologia contemporanea), ha avuto via via o una interpretazione negativa, come movimento di diversione e fuga dalla realtà, o positiva, come funzione sintetica della percezione o come integrazione dei dati reali verso il possibile.»

Luca della Robbia (1400-1482), Platone (a destra) e Aristotele in La Dialettica (1437-39)

Nella filosofia greca antica il termine immaginario esiste come phantasia, phantasto, phantasiako. L’etimo della parola phantasia viene fatto risalire da Aristotele [7] dalla radice di phaos cioè luce, e già Platone [8] aveva posto la sede dell’immaginazione nel fegato, che e un organo lucido, capace di ricevere e mostrare le immagini rispecchiandole. Questo rispecchiamento può partire dalle apparenze fornite dai sensi, ma può anche essere determinato dall’altro, per esempio dagli dei nella divinazione. Da Platone si orina cosi una dottrina dell’immaginazione che la vede anche, benché non esclusivamente, come del tutto indipendente dall’esperienza sensibile. Platone nella Repubblica scrive: “ Un uomo che non è un uomo (un eunuco) tira e non tira (lancia e non colpisce) una pietra che non è una pietra (una pomice) ad un uccello che non è uccello (un pipistrello)”.[9].

Mentre in Aristotele l’immaginare resta essenzialmente legato alla sensazione, ma in questo legame trova anche la garanzia della propria funzione conoscitiva. Il filosofo Crisippo, filosofo stoico dirà che l’immaginario è passione dell’anima. Epitteto sosteneva che l’immaginario è senza consistenza, anche per Nemesio, nella sua opera con titolo apologetica, l’immaginario è fantasma.

Secondo Plotino (anche per Bergson) l’immaginazione può esercitare quella funzione che Aristotele le attribuisce, formando le immagini generali che aiutano l’intelletto a risalire dalle sensazioni molteplici ai concetti perché essa riveste già un ruolo nel processo di derivazione delle cose sensibili dall’Uno che, nel neoplatonismo sta al culmine di tutto il reale.
Kant esamina la sensibilizzazione dei fenomeni, che consiste nella rappresentazione immaginativa semplice di un oggetto determinato dell’esperienza. È la riproduzione in senso stretto, la copia, la riconsegna di un determinato “questo” dipinto o contrassegnato in un’immagine, in una fotografia. Kant dice: “L’immagine ha di mira un’intuizione singola sempre un questo-qui.” Husserl vede l’immaginario alla simbolizzazione numerica. Mentre Heidegger parla d’immagine non più nel senso del “rimando copiante” (riproduttivo) ad un altro, ma immagine come il “mostrantesi copiato” immagine come intuibile attraverso un copiante o meglio: “l’aspetto del copiato la “vista” che essa offre – species, il visto come tale, ciò che viene dato per un intuire”

Nel pensiero contemporaneo troviamo l’immaginario in una delle sue prime opere di J.-P. Sartre (L’ immaginazione, 1936) con un successivo scritto di più vasto impegno teorico (immaginario 1940) egli ha fornito una delle poche originali teorie novecentesche dell’immaginazione, elaborata a partire dalla fenomenologia di Husserl.

Carl Gustav Jung (1875–1961) e Sigmund Freud (1856–1939).

Il Novecento vede due altre rilevanti teorie dell’immaginario, quella che si colloca all’incrocio tra la psicologia analitica di Jung e l’antropologia strutturalistica e quella  nell’ambito di una ripresa e  reinterpretazione di Freud  e di Melanie Klein. L’immaginario è prodotto secondo Freud e Klein dal residuo del narcisismo infantile primario. Mente secondo J. Lacan l’immaginario è l’ordine della rappresentazione, ognuno costruisce il proprio modo di stare al mondo in rapporto all’immagine con cui il soggetto s’identifica. Quindi l’io si costituisce sulle rappresentazioni immaginarie che lo riguardano e queste rappresentazioni non si producono casualmente ma nel rapporto che il soggetto intrattiene con le figure fondamentali della sua vita, con i suoi “altri”. [10]

Secondo Castoriadis chiamiamo immaginario radicale «ciò che si pone nella psiche / soma come persa creazione, far essere l’immaginario radicale è come sociale-storico e come psiche/soma. Come sociale storico, è fiume aperto del collettivo anonimo; come psiche/soma, è flusso rappresentativo/affettivo/intenzionale». [11] «L’immagine di esso è creazione incessante ed essenzialmente indeterminata (sociale – storica e psichica) di figure, forme immagini a partire dalle quali solamente può esistere la questione di qualche cosa» [12]. Castoriadis sosteneva che Freud ha pensato il problema dell’immaginazione e del fantasma (come immaginario) sul modello del prodotto dell’immaginazione che pressato dalla pulsione. Non ha visto l’immaginario sociale.   Per Bachelard esiste all’immaginario una funzione complementare rispetto allo spirito scientifico, una radicale alternativa alle concezioni tradizionali.

L’immaginario trova la sua forza nella rappresentazione, e sempre al di là (epekeina) della rappresentazione. Però oggi, viviamo la colonizzazione dell’immaginario, la rappresentazione è finita prima ancora di cominciare, visto che la rappresentazione (e insieme l’immaginario) in quanto copia di un’altra non e’ accaduta mai. È un “inizio del non inizio”.

Las Meninas di Velazquez come mostrato nel Museo de Prado, Museo del Prado, Madrid, Spagna

Il primo che ha visto la crisi dell’immaginario e la fine della rappresentazione era Michel Foucault nel dipinto “Las Meninas” di Velasquez. Nel dipinto sono coinvolti almeno tre “sguardi”: del pittore, in pausa, verso i suoi modelli, i due reali Filippo IV e sua moglie Marianna; dei reali, riflessi nello specchio alle spalle del pittore; dello spettatore, assente nel quadro ma costretto a entrarvi dallo sguardo del pittore che lo investe. Tre sguardi che corrispondono alle tre funzioni del rappresentare: la produzione della rappresentazione, l’oggetto rappresentato, lo spettacolo della rappresentazione.

Oggi ci troviamo in mezzo ad una crisi della rappresentazione, in mezzo ad una crisi dell’immaginario, al centro delle grandi assenze, nella decentralizzazione, nell’inizio dell’incertezza. Il soggetto non appare più come “centro fondante”.  La possibilità della metafora svanisce in tutti i campi. Questo è un aspetto della neutralità generale che si estende ben al di là del reale – a tutte le discipline, nella misura in cui esse perdono il loro carattere specifico ed entrano in un processo di confusione e di contagio, in un processo virale di in distinzione che è l’evento primo di tutti i nostri nuovi eventi. Cosi l’economia divenuta neutro-economia, la politica, divenuta neutro-politica, l’estetica divenuta neutro-estetica convengono in un processo neutrale e universale, dove nessun discorso potrebbe più essere la metafora dell’altro e nessun’immaginario idealità trascendente, giacche, perché ci sia metafora e immaginario, occorrono che ci siano dei campi differenziali e degli oggetti distinti. La coscienza non emerga a causa di un vero affievolimento della struttura di dominio, ma piuttosto nel momento in cui, avendo tale struttura raggiunto il massimo grado di oggettivazione, entrano in crisi le forme ideologiche che la legittimavano come sosteneva J. F. Lyotard.

Per Alain de Benoist viviamo la colonizzazione dell’immaginario. Scrive: «La colonizzazione dell’immaginario simbolico ad opera dell’utilitarismo e del “commercialismo” ambientale è in effetti un’altra delle grandi caratteristiche del nostro tempo. Occorre vedervi l’esito logico dell’espansione planetaria di un’ideologia liberale che, nella sua stessa essenza, spinge alla sottomissione della politica all’economia. Da questo punto di vista, solo a torto si considera il capitalismo liberale come un mero sistema economico. Esso è invece portatore di un’implicita antropologia, che si fonda sul modello dell’Homo economicus, vale a dire su di un uomo esclusivamente produttore e consumatore, che si suppone non abbia come scopo della propria esistenza altro che la massimizzazione del proprio interesse personale. Questa concezione implica a sua volta l’idea, già sviluppata da Adam Smith ma soprattutto da Mandeville nella sua Favola delle api, che i comportamenti egoisti concorrano, inconsapevolmente, al benessere comune. Deriva direttamente da ciò l’idea che il mercato, se libero da intralci, regoli e allo stesso tempo si auto-regoli. Ci troviamo innanzi a una concezione dell’uomo ma anche della morale che si trova fondamentalmente in rottura con i valori predominanti nelle società tradizionali (si veda, in proposito, la critica aristotelica alla crematistica).

Ma è anche un’asserzione regolarmente smentita dai fatti: l’attuale crisi finanziaria – che è una crisi strutturale, sistemica e non semplicemente congiunturale – è la prova che il mercato non è minimamente autoregolato e che, se portati all’eccesso, i “mercati liberi” e la “concorrenza pura e perfetta” non sono che meri punti di vista. Quanto al capitalismo liberale, lungi dall’essere in grado di darsi dei limiti, la sua stessa essenza risiede nella negazione della nozione di limite.

Come aveva ben visto Marx, tutto quello che impedisce l’estensione perpetua del mercato non può che essere percepito da quest’ultimo come un ostacolo da sopprimere. Le dinamiche del capitalismo si fondano sulla parola d’ordine “sempre di più!”. Questa illimitazione fondamentale del processo di accumulazione del capitale raggiunge ciò che Heidegger scrisse a proposito del Ge-stell, il movimento generale di ispezione del mondo. Storicamente considerata, la cultura “antimoderna” ha rappresentato una reazione salutare contro questa sommersione delle menti operata dai soli valori umanitaristi e mercantilisti. Gli autori di cui parla, ma anche molti altri, hanno contestato con forza l’idea secondo la quale l’uomo si ridurrebbe alla sua sola dimensione economica.

A mio parere, tuttavia, questa critica ha incontrato rapidamente i suoi limiti. Troppo spesso è stata legata ad autori ostili all’economia – in Julius Evola, questa avversione è pressoché caricaturale – che sfortunatamente ignoravano quasi interamente questo ambito. Denunciavano il “materialismo” delle idee economiche, vedendovi la realizzazione del “regno della quantità”, nell’incapacità tuttavia di fare un’analisi seria delle nozioni di mercato, concorrenza, libero scambio, plus-valore, ecc. Essi non nutrivano alcuna simpatia per il sistema capitalista ma erano incapaci di smontarne le fondamenta. Questo spiega il fatto che, presso questi ambienti, raramente vi sono state proposte alternative valide in maniera economica. La tendenza era invece il credere che, essendo l’economia un dominio subalterno, non fosse il caso di curarsene. È un atteggiamento che lasciava evidentemente via libera a coloro che se ne occupavano, anche se in modo contestabile.

Paradossalmente, a parte qualche eccezione (da Othmar Spann e Georges Valois fino a Francois Perroux o Maurice Allais), l’economia è diventata cosi il “vicolo cieco” di coloro che la criticavano. Una tendenza ancora più marcata presso coloro che immaginavano, decisamente a torto, che i domini economico e sociale fossero in fondo la stessa cosa. Da questo punto di vista, sono decisamente ostile agli equivoci arroganti lanciati da Evola contro tutto ciò in cui ebbe a rilevare del sociale e del popolare. Infine, la critica “antimoderna” si è troppo spesso sviluppata in un’ottica passatista e puramente “restaurazioni sta”: ci si accontentava di dire che “era meglio prima”, senza occuparsi oltremisura di sapere ciò che conveniva fare di fronte agli imperativi del presente e alle sfide dell’avvenire. Frequentare gli autori “antimoderni” è dunque una buona cosa, ma non è sufficiente allorché si cerchi di superare il semplice conforto intellettuale.» [13]

L’immaginario comprende tutti i rapporti oggettuali, consci e inconsci. Però i rapporti tra significante e significato dell’immaginario oggi sono mediati dal superreale e dall’equivalenza tra rappresentazioni, e cosi l’immaginario si riduce ai rapporti narcisistici. Cosi la colonizzazione dell’immaginario è qui. Siamo già al di là dell’ oggetto e della funzione, e questo al di là dell’ oggetto corrisponde ormai, nel sistema della relazioni e dell’ informazione attuali, a un al di là del soggetto. Nella postmoderna epoca l’immaginario esiste nella fatalità del neofunzionalismo. La stimolazione della fantasia e dell’immaginazione mediante uno sforzo sistematico. questo funzionalismo non può essere che quello di una nuova semantizzazione,  cioè risurrezione dei significati e pertanto della ripetizione del medesimo contradditorio circolo vizioso.

Apostolos Apostolou
Docente di filosofia.

Note
[1] M. Foucault. Microfisica del potere. Einaudi, Torino, 1977,  cit, p, 25.
[2] M. Foucault. Microfisica del potere. Potere – corpo, cit, p, 138.
[3] M. Foucault.  Nascita della prigione. Einaudi, Torino 1976, cit, p, 32,33.
[4] M. Foucault.  La volontà di sapere. Feltrinelli, Milano, 1978,cit, p, 83
[5]  M. Foucault Le parole e le cose. Rizzoli, Milano. 1967, cit, p, 366
[6] L. Althusser  Freud e Lacan. Riuniti, Roma. 1977 cit , p, 30
[7]  Aristotele: L’ anima ,III,3,492a,
[8]  Platone: Timeo,71a
[9]  Platone: Repubblica V479 B-D
[10] J. Lacan: Le Séminaire. Tome 3 Les psychoses 1955-1956 Jacques Lacan (Auteur) Jacques-Alain Miller (Direction) Paru en novembre 1981 Essai (broché) Vous consultez Fondements imaginaire, symbolique, réel par Paul-Laurent Assoun Professeur à l’Université de Paris-VII-Diderot.
[11] C. Castoriadis. Socialise ou Barbarie. Luttes Ouvrières 1963 – 1967
[12] C. Castoriadis. Lo stesso.
[13] Intervista ad Allain de Benoist teorico delle nuove sintesi. Giovanni Sessa. Sito: Bietti.it

 

 

 

 

 


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“Il Candore della Purezza” di Daniele Lo Russo

Un giovane poeta, Daniele Lo Russo, che oggi presentiamo nella nostra isola dedicata alla poesia e che mi ha colpito per la sua spontaneità e passione per la scrittura. È un ragazzo ch e viene da un piccolo paese della Puglia, di nome Carapelle, e mi racconta di essersi  appassionato alla scrittura già all’età di circa 20 anni. Prima ancora ha iniziato a studiare musica  come autodidatta non avendo mezzi economici, spinto dalla passione per  la cultura, ampliando poi i suoi studi nel campo della filosofia e della storia. Nei suoi versi una semplicità apparente che cela una profondità di pensiero e uno spirito anelante la vita pur consapevole dell’incombere dell’oscuro destino. Una lirica ben armonizzata e che denota una struttura sapientemente articolata su figure retoriche meditate.
[M.R.Teni]

Immagino il pallore
della neve d’inverno
illuminata da un raggio
di sole ed il suo sciogliere
è come l’ardere del legno,
come la foschia che
circonda le vette più alte.

Ed il sole scolpisce
un sogno fatto di luce
creando i colori dell’esistenza
finché non giungerà
l’ombra delle nubi
ad oscurare i cieli.

E con essa la pioggia.
Daniele Lo Russo

ph Eleonora Mello

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Viva l’opera comica! Riflessioni su “Superficie Boh” di Biagio Putignano e Paolo Peretti – a cura di Paola Ciarlantini

Merita attenzione e plauso l’ottima recensione curata dalla compositrice e musicologa Paola Ciarlantini sull’ultima opera in un atto Superficie Boh di Biagio Putignano (testo di Paolo Peretti), presentata nel programma del 38° Festival di Musica Contemporanea diretto da Ada Gentile e svoltasi, in prima assoluta, lo scorso 10 ottobre nel Foyer del Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno.È con grande piacere, dunque, che presentiamo un’altra opera del Maestro Putignano e ci addentriamo nell’universo musicale contemporaneo,  pronti a coglierne il fascino e la profondità nonché la grande raffinatezza e innovazione.

Paolo Peretti e Biagio Putignano

Viva l’opera comica! Riflessioni su Superficie Boh
di Biagio Putignano e Paolo Peretti
a cura di Paola Ciarlantini

“Operine tascabili”: così sono simpaticamente definite le opere in un atto Superficie Boh di Biagio Putignano (testo di Paolo Peretti) e Il contratto perfetto di Roberta Vacca (testo di Luca Capannolo) nel programma del 38° Festival di Musica Contemporanea diretto da Ada Gentile, che le ha commissionate, presentandole in prima assoluta lo scorso 10 ottobre nel Foyer del Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno. Di tascabile, però, c’è solo l’organico, effettivamente ridotto a due voci soliste (soprano e basso), una voce recitante femminile e pochi strumenti, con maggiore spazio compositivo dato al pianoforte. Per il resto, parliamo di opera, anzi voglio scrivere la parola con la maiuscola: vivace, colta, altissima Opera italiana contemporanea! E di un genere che tanti Soloni della musicologia del secolo passato avevano dato più volte per morto: il brillante genere comico.

I soggetti sono interessanti e, in un certo senso, complementari, nel mostrare in modo ironico ma partecipe attuali esempi dello sfruttamento della persona umana e delle sue debolezze, nel primo caso da parte dell’industria televisiva, nel secondo caso da parte di certa imprenditoria che offre ai giovani lavori cosiddetti ‘flessibili’ (l’opera è ambientata nel mondo dei call center). Vorrei concentrarmi sul lavoro di Putignano che, dopo l’enorme impegno profuso nell’opera La verità nascosta incentrata sulla figura e i testi di Aldo Moro (Lecce, maggio 2017), ha confermato in Superficie Boh l’alta qualità del suo magistero artistico. Il soggetto non è originale: Paolo Peretti, noto musicologo marchigiano prestato alla librettistica (e la cosa deve divertirlo, visto che ha già proficuamente collaborato in tale veste con il compositore Roberto Molinelli) lo ha tratto da un racconto di Valeria Parrella, L’incognita Mah (in Tre Terzi, Torino, Einaudi, 2009). La vicenda riguarda un fenomeno televisivo di fine secolo scorso, la ‘consulenza’ parapsicologica di sedicenti maghi verso sprovveduti telespettatori, attuata da molte emittenti private. Il titolo vuole parafrasare quello dello sconclusionato manuale che la maga protagonista ha pubblicato per guidare gli utenti alla scoperta… dell’ottava dimensione! Il telespettatore Vittorio tenta infatti di mettersi in contatto, tramite una bislacca chiromante-medium, con la scomparsa moglie Sofia. Vorrebbe comprare al nipote Mario, che sta per sposarsi, una casa, ma dovrebbe essere svincolato dal giuramento fatto alla donna, in punto di morte, di dare tutto in beneficenza. Nel corso della divertente e assolutamente movimentata rappresentazione, si scopre però che Mario è il frutto dell’amore clandestino tra Vittorio e la sorella della moglie defunta… Tutto si conclude, però, al meglio: Vittorio farà testamento a favore di Mario, impegnandosi comunque a fare della beneficenza. Deliziosa l’idea di inframmezzare i tre quadri (ispirati ai nuovi criteri estetici del nostro tempo secondo la sociologa nippo-statunitense Sianne Ngai, il “carino”, il “curioso” e l’ “interessante”) con intermezzi pubblicitari che reclamizzano prodotti per la bellezza maschile e femminile di fine Ottocento. Putignano, coerente con la sua formazione, ha usato una scrittura colta e complessa, all’ascolto abilmente dissimulata, valendosi utilmente anche del dialogo tra stili musicali diversi. Il momento medianico è stato efficacemente reso tramite un’inedita atmosfera sonora costruita sulla sovrapposizione tra la voce sopranile e la voce femminile recitante. Ottimi tutti gli interpreti delle due opere, cantanti e strumentisti: il soprano Annalisa Di Ciccio, il basso Stefano Stella, l’attrice Pamela Olivieri, il polistrumentista Gianluca Ciavatta, il percussionista Luca Ventura e la pianista Sabrina Gentili, con un apprezzamento particolare per la verve della Olivieri, che con la sua talentuosa presenza scenica ha conferito continuità ai due lavori.

L’intero cast: Annalisa DI CICCIO, soprano Stefano STELLA, bassoPamela OLIVIERI, voce recitante e Sabrina GENTILI pianista, insieme al librettista Paolo Peretti e al compositore Biagio Putignano

 L’esperimento di Ascoli Piceno ha dimostrato, semmai ce ne fosse ancora bisogno (e pare di sì, se si considerano i finanziamenti pubblici esigui e inadeguati che vengono erogati in Italia per la musica contemporanea cosiddetta ‘colta’, il che ha portato alla fine di festival e rassegne storiche, con la conseguente colpevole dispersione di esperienza e professionismo preziosi…) che l’opera comica è più che mai viva, che può essere uno strumento potente di comprensione e analisi del nostro presente, con il valore aggiunto di riuscire a coniugare l’alta tecnica necessaria con la leggerezza, il linguaggio musicale contemporaneo con il generale divertimento. Il pubblico si è infatti dimostrato entusiasta, applaudendo a lungo autori e interpreti. Un plauso al Comune di Ascoli Piceno che, con altri enti (tra cui la Regione Marche e l’Istituto musicale “G. Spontini”) sostengono il Festival; un grazie speciale al direttore artistico Ada Gentile (nomen, omen!), che da decenni, pur importante autrice in proprio, s’impegna in modo generoso, sotterraneo e faticoso nel  promuovere e divulgare la grande musica contemporanea italiana.
Paola Ciarlantini

Paola Ciarlantini

Paola Ciarlantini, recanatese, ha compiuto i suoi studi musicali presso i Conservatori di Firenze e Bologna, diplomandosi in Pianoforte, Musica Corale e Direzione di Coro, Composizione. Si è inoltre laureata in Lettere Moderne  sotto la guida del celebre musicologo rossiniano Alberto Zedda presso l’Università di Urbino. E’ Dottore di ricerca in Italianistica.  La sua attività è incentrata principalmente sulla composizione, in particolare per voce, sulla ricerca musicologica nel campo dell’opera italiana della prima metà dell’Ottocento e sul recupero e valorizzazione della civiltà musicale marchigiana, con oltre cento pubblicazioni tra saggi e monografie e collaborazioni con i principali enti musicologici italiani.  A lei dobbiamo, tra l’altro, l’edizione critica dell’opera “Ines de Castro” di Giuseppe Persiani, data al Teatro di Jesi nel 1999 e incisa dalla Casa Bongiovanni di Bologna, la storia del Teatro di Recanati con cronologia degli spettacoli, la costituzione, con Ermanno Carini, di un ingente fondo musicale presso il Centro Nazionale di Studi Leopardiani di composizioni ispirate al Poeta, per il Bicentenario, con pubblicazione del relativo catalogo. Su nomina ministeriale, è socio effettivo dell’Accademia Marchigiana di Scienze, Lettere ed Arti. Nel 2017 è stata eletta Presidente dell’ARiM-Associazione Marchigiana per la Ricerca e la Valorizzazine delle Fonti Musicali. E’ docente ordinario di Poesia per Musica e Drammaturgia Musicale; dopo aver insegnato presso i Conservatori di Trento-Riva del Garda, Bari e Adria,  attualmente insegna al Conservatorio “A. Casella” dell’Aquila.

Link del tg regionale delle Marche: 
https://youtu.be/SD4s6gZN1wo

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“Spalla di Murgia” di Rocco Carella – a cura di Maria Rosaria Teni

Spalla di Murgia

Ho conosciuto Rocco Carella in occasione del Premio letterario “Vitulivaria” 2017, dove ha ottenuto la Menzione d’onore per il suo racconto: “Un ricordo per tornare a vivere”, una breve storia assai apprezzata dalla Giuria del Premio per la qualità narrativa caratterizzata da una forte valenza emotiva. Sono quindi ben felice di apprendere che è appena stata pubblicata la   sua ultima fatica letteraria Spalla di Murgia (settembre 2017, 110 pagine, prezzo 12 Euro, ISBN 9788869120961), edita da Edizioni Creativa che si viene ad aggiungere alle altre, ugualmente notevoli, opere di Carella – Il limonio di Punta Rossa e La nostra spiaggia – pubblicate sempre da Edizioni Creativa nel 2016.
Il nuovo romanzo di Rocco Carella è ispirato alla Murgia di Nord-Ovest, che egli ha frequentato sin da ragazzo quando, di tanto in tanto, accompagnava il nonno durante il fine settimana, alla ricerca di erbette, funghi, asparagi selvatici che crescevano spontanei, o ancora quando seguiva  il nonno che si spingeva nelle più isolate masserie del posto per incontrare qualche vecchio amico che lì dimorava. Il racconto è ambientato alla fine degli anni Ottanta, un periodo piuttosto delicato per la zona, e mostra il legame dell’autore con luoghi della propria amata terra, portando il lettore in un’atmosfera d’altri tempi con la descrizione di greggi numerose, altipiani affascinanti di una Murgia ancora incontaminata e per questo preziosa nella sua purezza atavica. Si coglie in queste pagine il ritratto di un mondo che  ancora non correva il rischio di scomparire a causa dello spietramento subito soprattutto per rendere più agevole la coltivazione a scapito di una inevitabile trasformazione del territorio, con la minaccia incombente di una graduale  modificazione dell’assetto paesaggistico. Ed è proprio da quegli ambienti inviolati che ha inizio il romanzo che vede la protagonista – Belle, una giovane canadese – vivere una storia dibattuta nell’eterna lotta fra anima e denaro, fra cinismo e amore, fra apparire ed essere, mentre sullo sfondo la coralità di una popolazione che si attacca al principio di custodire e tutelare la propria terra, le radici cui è ancorata. L’intera storia dei protagonisti si svolge ad Altamura (anche se non è mai citata esplicitamente nel testo) e si snoda attorno alla vicenda che vede contrapposti interessi contrastanti tra frange di modernità che ruotano attorno alla progettazione di strutture di accoglienza per incentivare il turismo e la salvaguardia della tradizione e del territorio, bello e stupefacente nella sua selvaggia ed apparente ostilità morfologica. Una storia che denota grande amore per l’ambiente, un rispetto quasi religioso per i templi che la natura possiede e che regala a chi, con gli occhi dell’anima, sa coglierne il giusto significato e apprezzarne la disarmante bellezza. Si intravede, leggendo tra le pagine di fluida narrazione e profondità, una sottile nostalgia che si percepisce attraverso le vicende di uomini e donne che sanno ascoltare la terra, i ritmi della natura e la semplicità della vita autentica. Un ritorno al passato da parte di un uomo che vive nel presente e si rende conto del disfacimento di alcuni valori imprescindibili che non dovrebbero essere intaccati per inseguire la logica dell’economia e del commercio. Un libro che merita attenzione e che dovrebbe essere letto da chiunque abbia ancora fiducia nella nobiltà della tradizione.
Maria Rosaria Teni

Rocco Carella

Rocco Carella, nato nel 1973 nella periferia di Bari, nutre sin da bambino un profondo amore per la natura, per il mare, i boschi, gli alberi, che lo porterà poi a conseguire una laurea in Scienze Forestali, successivamente il titolo di dottore di ricerca in Studio e Progettazione del Paesaggio, e quindi a divenire l’oggetto della sua occupazione professionale. Ha realizzato svariati saggi, saggi brevi, capitoli in libri editi, e numerose pubblicazioni scientifiche inerenti i temi della conservazione della biodiversità e dei più importanti aspetti vegetazionali spontanei del territorio pugliese.

Il limonio di Punta Rossa

La nostra spiaggia

E questo profondo amore per la natura e per la sua terra, in particolare per alcuni luoghi cari, come Bari, la sua città, il Gargano, la Murgia di Nord-Ovest, permeano i tre testi narrativi sinora pubblicati: Il limonio di Punta Rossa (Edizioni Creativa, 2016), La nostra spiaggia (Edizioni Creativa, 2016), Spalla di Murgia (Edizioni Creativa, 2017). Nell’aprile 2017 il suo racconto Un ricordo per tornare a vivere ha ricevuto la Menzione d’onore nell’ambito del IV Premio Letterario Nazionale Vitulivaria (Sezione C – Racconto breve inedito in lingua italiana a tema: La poesia è la memoria bagnata dalle lacrime. La musica è la memoria del mare.); un suo breve componimento Sull’Aurelia a testa in giù, ispirato ad un celebre brano di Pino Daniele, ha ricevuto il 2° Premio nella Sezione Prosa del Concorso Nazionale Letterario Il Rovo (VI edizione, Cagnano Varano, luglio 2017).

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“Consigli per lettura” – novembre 2017 – a cura di Mariantonietta Valzano

Una donna e la sua musica: Maddalena Laura Lombardini Sirmen e la Venezia del XVIII secolo di Maria Rosaria Teni – Bibliotheca Minima, Collana “Scriptorium”, anno 2007 pagine:125 – ISBN:88-85204-53

Consigli per letture

 Gentili lettori, in questi giorni stiamo assistendo sempre più frequentemente a discussioni incentrate sul ruolo della donna, sulla questione di genere e sulla personalità femminile in generale che viene messa sotto la lente della ricerca e della storia. A questa tematica mi affiderei  per  parlare  di un saggio che ho letto ultimamente e che analizza la storia delle donne nel percorso che queste hanno compiuto in un contesto storico, affascinante e poco conosciuto,  rappresentato da Venezia, offrendo un ritratto dell’esuberante realtà musicale della Serenissima in Età Moderna all’interno dei quattro Ospedali (dei Mendicanti, della Pietà, degli Incurabili e dei Derelitti, noto quest’ultimo anche come Ospedaletto), istituti di accoglienza presenti nella Repubblica veneziana e divenuti emblematici per aver rappresentato luogo di recupero, redenzione, dimora per tanti poveri, miserabili, emarginati dell’epoca. Il saggio – “Una donna e la sua musica: Maddalena Laura Lombardini Sirmen e la Venezia del XVIII secolo” – è stato scritto da una ricercatrice salentina, Maria Rosaria Teni, la quale da storica della musica ha sentito il bisogno di indagare nel patrimonio storico e artistico della nostra Italia, in cui sono esistite tante figure, specialmente femminili, assai interessanti ma poco conosciute e soprattutto scarsamente divulgate. La stessa autrice, in diverse interviste che ha rilasciato per spiegare l’origine delle sue ricerche, ha affermato di essere stata attratta dall’attività musicale di giovani musiciste che hanno creato pagine di musica di ottimo livello e qualità.
 Il panorama di Venezia e degli Ospedali Veneziani è stato ispiratore da questo punto di vista, perché all’interno di esso c’era una fiorente attività di musiciste, caso molto particolare visti i tempi – nel XVIII secolo –  in cui la musica era preclusa alle donne. In realtà il fenomeno si andava già manifestando in altre città come Napoli, Bologna, con allievi di sesso maschile, ma a Venezia questi istituti, precursori dei Conservatori divengono una vera e propria fucina di talenti con la prestigiosa l’attività dei Cori composti esclusivamente da fanciulle. La studiosa indaga con scrupolosità l’attività degli Ospedali, studiando la storia delle musiciste che vivevano al loro interno: erano le “putte” dei cori” e, attraverso i documenti che vengono presentati nel volume, si scopre che trascorrevano le giornate sottoposte una ferrea disciplina secondo cui il tempo era scandito dallo studio e dalle altre mansioni a cui ciascuna di loro era tenuta. Si conosce così la storia di queste giovani donne che, dopo aver studiato in uno degli Ospedali, sono diventate famose in Europa per le loro capacità artistiche, sia come strumentiste che come compositrici, ricoprendo ruoli all’epoca assegnati ai soli uomini.
Il volume che consiglio in questa sede, si propone di esaminare le dinamiche relazioni esistenti tra gli Ospedali Veneziani, istituzioni assistenziali presenti nella Repubblica Veneta fin dal XIV secolo e la nascita di “Cori” all’interno di essi, con lo sviluppo dell’attività musicale ad opera di fanciulle ivi alloggiate. Si approfondisce inizialmente il contesto storico e sociale, importante per l’affermazione delle strutture assistenziali, sempre più famose per la caratteristica specializzazione musicale acquisita dalle giovani donne ospitate all’interno. Si analizza in seguito l’ampliarsi di un fenomeno che vede giovani musiciste di grande talento in grado di esibirsi davanti ad un pubblico accorso a Venezia da ogni parte d’Europa e che determina l’attribuzione di scuole di musica conferita agli Ospedali, visti ormai come naturali antesignani dei moderni Conservatori di musica. La fama dei concerti eseguiti dalle “Figlie di Coro” degli Ospedali ha generato una piccola rivoluzione nel mondo musicale europeo, tradizionalmente dominato dalla presenza di musicisti di sesso maschile.

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Immagine tratta da “Gli abiti dei veneziani” di Giovanni Grevenbrock, Biblioteca del Museo Correr

Nella seconda parte del libro si approda alla conoscenza di Maddalena Lombardini, figura emblematica di “Figlia di Coro”, allieva di uno dei quattro grandi Ospedali, quello dei Mendicanti, dotata di doti straordinarie, una delle prime compositrici a guadagnarsi il merito di protagonista nei più grandi teatri d’Europa, raffinata esecutrice e virtuosa interprete accanto a musicisti di indiscussa notorietà. In appendice al volume è, infine, riportata la famosa lettera scritta da Tartini alla giovane allieva Lombardini, primo esempio di lezione per corrispondenza in quanto indica gli esercizi da eseguire per una perfetta esecuzione della tecnica del violino.

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Maddalena Laura Lombardini Sirmen – Venezia, 9 dicembre 1745 – Venezia, 18 maggio 1818

Maddalena Lombardini è stata una delle prime a rompere il vincolo a cui erano sottoposte le Figlie del Coro, quello di non esibirsi pubblicamente, e ad intraprendere un’intensa carriera concertistica, E questa è senz’altro una grande conquista, se pensiamo che qualche decennio prima papa Innocenzo XI aveva dichiarato in un editto che “la musica è completamente ingiuriosa per la modestia che è propria per il sesso femminile” e ancora che “nessuna donna nubile, sposata o vedova di qualsiasi rango, stato o condizione, incluso quelle che per l’educazione o altro vivono in conventi o conservatori, possono, sotto qualsiasi pretesto imparare la musica”.
Pur essendo un saggio, il libro è tuttavia coinvolgente: l’autrice ci racconta, con passione e rigore scientifico,  la vita negli Ospedali, la storia delle putte, la loro personalità, grazie anche ad una serie  di riferimenti illuminanti, che ne arricchiscono  la descrizione, consegnandoci un testo chiaro nei contenuti, prezioso e molto ben documentato che  offre alcuni spunti per ulteriori approfondimenti anche per l’accuratezza dei riferimenti bibliografici e per la ricchezza delle note, indice di serietà e fedeltà storica. Si apprezza anche il fatto che l’autrice abbia inserito un paio di riproduzioni in bianco e nero; permette piacevolmente una qualche visualizzazione della realtà descritta. Molto interessante leggere accenni alla struttura politica e sociale specifica di Venezia attraverso una scrittura scorrevole e fluida. Non mi resta, pertanto, che augurarvi una buona lettura!
Mariantonietta Valzano

ospedale pietà oggi

Ospedale della Pietà nella Venezia di oggi

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“Altro non sento” di Giorgia Deidda

Non riesco ad esprimere pienamente le sensazioni che provo ogni qualvolta un giovane poeta scrive alla nostra rivista e invia una sua opera. Uno spicchio di umanità palpitante che si offre, umilmente, teneramente, sinceramente. Uno spiraglio di emozioni che si disvelano affidandosi alla mia lettura e alla mia analisi, con sussiego e un misto di trepidante attesa, con l’ansia di essere letti e compresi, amati nelle loro sfaccettate e complesse sfumature poetiche. Sono straordinariamete affascinata dai tanti poeti che si celano  apparantemente per poi aprirsi dinanzi a me, che percepisco attraverso le loro parole un mondo meraviglioso, ma anche travagliato, un universo profondamente autentico, ma anche tanto confuso. Detto questo, presento oggi una giovane poetessa che mi ha colpito per la sua scrittura matura, forte, vibrante. Si chiama Giorgia Deidda, ha 23 anni, proviene  da Orta Nova in provincia di Foggia. Dice di sé: «Mi è sempre piaciuta la letteratura, soprattutto quella straniera, infatti frequento il terzo anno di lingue e letterature straniere all’università di Bari. Coltivo la passione della scrittura da molti anni ormai, scrivendo giornalmente. Mi piace la poesia confessionale e il racconto. Studio pianoforte e faccio danza classica.» Benvenuta e presto ci saranno altre perle della tua collana che riempiranno le pagine di Cultura Oltre!

Altro non sento che il vociare dei ruscelli
tra formicolii di stelle,
balugini di candida neve che si posano
rosate su un fiume di languore.

Mi cucio sulla lingua
qualcosa che assomiglia
a fiato di zucchero e cinnamono,
un retrogusto amaro.

Che cosa cerchi così pensoso?

Le separate, innumerevoli identità,
la voce estinta dentro le grida d’aiuto,
il suolo scettico, il cupo destino,
l’antichissimo impulso che rende liberi.

Tutto questo ai limiti, incollato alla lingua
come verità assoluta,
nella vita che diventa vita
e rinasce in se stessa.
Giorgia Deidda

ph Eleonora Mello

 

 

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