“La scissione” di Paola Liquori

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Nel climax iniziale si intuisce l’evoluzione poetica di Paola Liquori che sente empaticamente il fluire delle emozioni e le trasferisce in versi arditi e appassionati. Una musicista e compositrice che adotta  lo stesso sperimentalismo nelle composizioni letterarie, arrivando a coinvolgimenti originali e sinestetici. Una poetessa che la nostra rivista segue con attenzione e ammirazione e che si connota positivamente nel panorama poetico per la sua modernità e singolarità. [Maria Rosaria Teni]

Astenia, astinenza, lacerazione
di quel corpo mio scisso
abbandonato menomato.
Tremor convulso, astenia, nostalgia
negli occhi rossi e scavati, ombreggiati e appannati
dallo sguardo smarrito nello sforzo smisurato.

Ed oscilla sul bordo sottile scivoloso
mentre piove
lacrime con la mia vecchia sciarpa
logorata asciugo
de’ viaggi in quell’altra vita vana,
lontana,
quand’era di materia sana
ed avvolto era ben stretto senza tremore
da un lungo pannicolo di lana né freddo sudore.

Astenia cronica
del corpo lacerato:
non si ripara il pannicolo strappato
ed or s’avvinghia a quella sciarpa
sbriciolata
e col braccio pesante se l’avvolge per l’addome
dolorante
ove chele stritolano quelle viscere annodate provate
da un onnivoro gozzovigliare ossessivo
ed un paio di dita in gola per raschiar via dal palinsesto i pungenti segni
da quel misero corpo passivo
ed avvolto dalla lana
sbriciolata
il corpo mio come un baco nella bava
sempre lì su se stesso oscillava
nudo,
la veste srotolata.

E sotto è fango
e di schizzi s’acceca
e pe’l solletico e bruciore
col suo braccio appesantito trascinando il vecchio brandello fin lassù
s’oscura gli occhi
e finalmente non ci vede più.

Pieno il capo
di pidocchi
si dimena pe’l prurito,
forte è il colpo sul muretto ed è tale il mal di testa che va via anche l’udito.
Piove ancora ed ha tremore
infastidito dal raffreddore
s’asciuga il moccio ancor con quel logoro lembo
e ritrovandosi di sghembo ruota su se stesso
quel bozzolo oscillante
relitto perdente
vinto resistente
sui flutti di fango penzolante
che ormai più non vede
non fiuta
né sente.

Datemi da bere, datemi da bere!
E con quel braccio appesantito
incoraggiato
da un ruggito
butto giù il bicchiere e lecco la bramata liquida scintilla
insanguinata
non più pura
o trasparente.

Tutto ormai con la lingua
lacerata
per l’arsura
dopo un falso far prudente
perso ha il suo sapore
e il nutrimento
è solo
dolore.

Con un impeto improvviso
afferra il braccio in cancrena
e col più appuntito pezzo di vetro recide il soffocante brandello di lana.

Che venga fuori il baco!
Dolorante.
Mi nutro.
Mi chiedo se ne valga la pena.
Paola Liquori

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“Mattino” di Cesare Pavese

La finestra socchiusa contiene un volto

sopra il campo del mare. I capelli vaghi

accompagnano il tenero ritmo del mare.

Non ci sono ricordi su questo viso.

 

Solo un’ombra fuggevole, come di nube.

L’ombra è umida e dolce come la sabbia

di una cavità intatta, sotto il crepuscolo.

Non ci sono ricordi. Solo un sussurro

che è la voce del mare fatta ricordo.

 

Nel crepuscolo l’acqua molle dell’alba

che s’imbeve di luce, rischiara il viso.

Ogni giorno è un miracolo senza tempo,

sotto il sole: una luce salsa l’impregna

e un sapore di frutto marino vivo.

 

Non esiste ricordo su questo viso.

Non esiste parola che lo contenga

o accomuni alle cose passate. Ieri,

dalla breve finestra è svanito come

svanirà tra un istante, senza tristezza

né parole umane, sul campo del mare.

Cesare Pavese
(Lavorare stanca, 1936)

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Scrittore italiano (Santo Stefano Belbo 1908 – Torino 1950). P. ha svolto un ruolo essenziale nel passaggio tra la cultura degli anni Trenta e la nuova cultura democratica del dopoguerra. La sua partecipazione al presente si è sempre legata a un profondo senso della contraddizione tra letteratura e impegno politico, tra esistenza individuale e storia collettiva, attraverso una tormentosa analisi di sé stesso e dei rapporti con gli altri e una ininterrotta lotta per costruirsi come uomo e come scrittore. Nacque da famiglia piccolo-borghese originaria delle Langhe. Visse per lo più a Torino, dove si laureò in lettere con una tesi su W. Whitman; discepolo di Augusto Monti, amico di L. Ginzburg e di altri intellettuali antifascisti, fin dagli anni Venti lesse numerosi autori americani e iniziò a tradurre scrittori inglesi e americani. Negli anni successivi svolse un intenso lavoro in questo campo traducendo, tra l’altro, opere di Defoe, Dickens, Melville, Joyce. Fra il 1935 e il 1936, per i suoi rapporti con i militanti del gruppo Giustizia e Libertà venne arrestato, processato e inviato al confino a Brancaleone Calabro; tornato a Torino, fu tra i principali collaboratori della casa editrice Einaudi. Ma la sua vita era dominata da un profondo senso di solitudine e vuoto, più forte dopo la fine di un’esperienza d’amore vissuta negli ultimi anni di università. A partire dal 1940 una nuova, difficile amicizia fu quella con F. Pivano. Nel 1942 fu assunto direttamente come dipendente della casa editrice Einaudi: dopo un soggiorno a Roma, si rifugiò durante l’occupazione tedesca in un paese del Monferrato, presso la sorella, guardando con amarezza gli eventi della Resistenza. Dopo la Liberazione, si iscrisse al partito Comunista e cominciò a collaborare all’Unità. Seguirono anni di lavoro molto intenso, in cui egli scrisse e pubblicò le sue opere di maggior successo. Venne trovato morto, per effetto di una dose eccessiva di sonnifero, il 27 agosto 1950.I suoi inizi di poeta, ma di una poesia (Lavorare stanca, 1936) che, nata in clima ermetico-decadente, tende a superarne l’ossessivo soggettivismo mediante la proiezione oggettiva di quelli che sono e più saranno i temi di fondo di P.: la ricerca di contatti umani, di incontri con la realtà quotidiana, di reimmersione nel mondo rurale da cui proviene, a difesa dalla meccanicità della vita cittadina, dalla solitudine interiore e dal congiunto pensiero della morte. Oggettivazione che, dal giro largo del verso (sull’esempio, appunto, di Whitman) alla discorsività del tono, già porta alla narrativa: e la sua opera successiva è infatti di narrazioni brevi o lunghe (non di romanzi propriamente detti) improntate a un realismo che, se risente della lezione verghiana, e più di quella letteratura nord-americana di cui frattanto P. si era fatto traduttore e introduttore (con Vittorini) in Italia, ha però profonde radici in quel suo amore di piemontese per la propria terra, per il linguaggio della sua gente, specie a livello contadino o operaio, da cui egli mutua vocaboli e cadenze per il frequente, agile «parlato» dei suoi racconti. Un realismo che peraltro non va disgiunto da una schietta vena di lirismo, scaturente da una memoria che, facendo centro sull’infanzia, s’innalza all’assoluto, al mito o sfocia nel simbolo; onde la sua narrativa, dopo un primo, violento balzo (quasi in polemica con la letteratura tradizionale) nel verismo più crudo, all’americana (Paesi tuoi, 1941), si svolgerà nell’alternativa di questi modi, da La spiaggia (1942) a Feria d’agosto (1946), da Il compagno (1947) e Dialoghi con Leucò (1947) a La luna e i falò (1950), da Notte di festa (post., 1953) a Festa grande (in coll. con Bianca Garufi, post. e incompiuto, 1959) a Ciau Masino (post., 1968). Non senza, certamente, squilibri e smagliature, ma molto spesso con intensità d’ispirazione e d’espressione, toccando i vertici artisticamente più alti là dove, con la mediazione di un paesaggio che è trepido contrappunto di senso (o natura) e sentimento, quei modi finiscono col convergere e compenetrarsi: come in Prima che il gallo canti (1949) e La bella estate (1949). Per dare tuttavia luogo, alla fine, quando vicende intime rafforzeranno, senza scampo, il pessimismo e la vocazione suicida di P., di nuovo alla poesia: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (post., 1951); ma questa volta lontana dalla prosasticità di Lavorare stanca, per quanto è vicina alla lirica «pura», anzi alla pura liricità. Testimonianza importante non pure del suo travaglio intellettuale e morale, ma di quello di tutta una generazione e un’età, sono anche gli scritti critici di P. (La letteratura americana e altri saggi, post., 1951), il diario (Il mestiere di vivere, post., 1952), e soprattutto l’epistolario (Lettere, 2 voll., 1966: I, 1924-1944, a cura di L. Mondo; II, 1945-1950, a cura di I. Calvino). La sua opera, pubblicata dall’editore Einaudi, è ora raccolta in 14 volumi.

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Panorama Internazionale Arti & Sculture Festival 2022 – a cura di Elisa Mascia

FB_IMG_1652949051763Il programma firmato dalla Writers Capital Foundation, che si dedica alla diffusione dei potenti valori dell’umanità attraverso le arti e la letteratura, il Panorama International Arts Festival (PIAF) ha lo scopo principalmente di aiutare lo scambio culturale e di consentire agli artisti di espandere i loro orizzonti di comprensione del mondo.
A differenza di altri festival artistici, PIAF è concepito come santuari artistici in cui i delegati hanno l’opportunità unica di visitare vari luoghi nell’area in cui si svolge il festival e avere un’esperienza approfondita del luogo e della vivacità culturale che riteniamo aiuterà nel plasmare il futuro di un artista.
A causa della pandemia, PIAF 2022 si svolge virtualmente, tuttavia è progettato in modo da garantire un maggiore impatto tra i partecipanti.

TEMA: GUERRA E PACE

Dopo il completamento unico di The Sphere Of Freedom (Esposizione di poesia e arte) nel 2021 e dopo aver ottenuto il riconoscimento globale con il PANORAMA

Internazionale Letteratura Festival 22, vincitore del record mondiale, come il Festival Internazionale di Letteratura multilingue più lungo, meglio strutturato e presentato, che unisce le culture in 6 Continenti e unendo più di 60 nazioni in tutto il mondo, torniamo ora con l’annuale Panorama International Arts Festival 22 per illuminare ancora una volta l’umanità; per ispirare le persone verso il sentiero della luce e della pace, lontano dalla violenza e dalle tenebre.

Voltando una nuova pagina dai mali della guerra alle conquiste luminose e miracolose della Pace, abbiamo bisogno che tutti voi stiate al nostro fianco, a sostegno della nostra nobile causa. In un’epoca in cui il nostro Pianeta sta soffrendo per la piaga della guerra, noi della WCIF ci dedichiamo più che mai all’instaurazione della PACE in tutto il mondo. Noi, come ferventi umanitari, ci sforziamo per un futuro migliore per tutti noi, soprattutto per le prossime generazioni.

TEMA: GUERRA E PACE – DATA: 1-31 luglio 2022 – MODALITÀ: virtuale – Scadenza: 15 GIUGNO
REGISTRAZIONE:
Globale: https://rzp.io/l/PIAFGlobal
India: https://rzp.io/l/PIAFIndia

Unisciti a noi nel grande festival delle arti per il bene dell’umanità!
ESSERE l’ispirazione – ESSERE il cambiamento!
Fondazione del capitale degli scrittori del team
www.writersedizione.com
www.wcifcentral@gmail.com
Elisa Mascia

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DIVAGAZIONI LETTERARIE: “La sacralità del corpo” di Myriam Ambrosini

Nuovo Documento di Microsoft PublisherViolentare o, meglio, stuprare, dal latino ” stuprum”= costringere con la forza ad un atto sessuale … Nonostante le cronache, soprattutto negli ultimi tempi, ci abbiano ormai abituati a vicende legate a questo immondo atto di violenza, è quasi impossibie immaginare cosa realmente provi un corpo – e di conseguenza una mente ed un’anima – costretto a subire questo atto vile ed infame. Soltanto chi, per sua disgrazia, ne è stato vittima può capire sino in fondo quali devastazioni siano a tale “pratica” legate.
Se infatti esiste ” una sacralità del corpo” … Ed esiste, perchè questo abito di carne, sangue, muscoli ed organi – prestato o regalato che sia – possiede realmente una sua sacralità (per i credenti vale il dogma “homo corpore et anima unus”), ci connota e ci rappresenta nel mondo.
Un abito prezioso dunque di cui siamo responsabili e che, pur dotati di libero arbitrio, dovremmo comunque impegnarci a preservate dal degrado, dallo sfruttamento, dagli insulti fisici e morali. Un impegno che andrebbe a nostro totale beneficio, ma al quale spesso, per scelta personale, deroghiamo.
Ma cosa accade se è qualcun altro … Qualcuno al di fuori di noi che del nostro corpo se ne appropria e ne approfitta?
Considerandolo non soltanto ” cosa sua”, ma alla stregua di un oggetto, spesso persino di scarso valore e che può, se non DEVE per questo subire umiliazioni e sfregi?
Nell’analizzare questo doloroso ed anche scabroso tema, vorrei però sottolineare e porre alla vostra attenzione alcuni lati del fenomeno che, se non oscuri, almeno presi in minore considerazione e sui quali si tende a non soffermarsi troppo.
Se infatti è facile comprendere la violenza bruta di uno stupro – che sia individuale o, peggio, di gruppo – si sottovaluta spesso quella che può verificarsi in quello che sembra un normale contesto quotidiano e famigliare … Che si tratti di un marito, un compagno, un amante.
Qui la violenza è più sottile … Subdola direi, perche da un marito, un compagno, un amante ci si aspetta un’attività sessuale, più o meno soddisfacente o regolare che sia, legata a dell’affettività, della complicità e del rispetto reciproco. Spesso invece non è così e purtroppo in tali frangenti diviene non solo ancora più difficile denunciarla, ma, almeno all’inizio, persino comprenderla … Per ignoranza stessa della materia – a che livello di può arrivare per considerare ” nella norma” un atto sessuale? – , per quieto vivere, per paura oppure – e qui la ferita dell’anima è anche maggiore – per amore, soltanto per amore: quel sentimento così totalitario che ti toglie le difese e persino l’intelletto.
Eppure è proprio questo tipo di violenza ” Intra moenia” che tende, con il tempo, a trasformarsi in una ” cronicità degli stupri”, perché, se nella sfera sessuale tutto è permesso o possibile con il consenso di entrambi, non lo è più con la volontà predominante di uno solo ed il non consenso e la mancata accettazione dell’altro.
Qui ” la sacralità del corpo” viene omessa, calpestata … UN CONTINUUM … Un orribile divenire.
Il ” Mostro” non è dunque soltanto il predatore solitario o il branco sovraeccitato dall’appoggio numerico, con il supporto spesso di alcool o droghe, ma piuttosto uno stillicidio che, un po’ alla volta, ruba l’integrità anche dell’anima, mina l’autostima, calpesta ed uccida la dignità, proprio perché IL MOSTRO ha un volto noto, spesso anche amato.

MYRIAM AMBROSINI

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“Consigli per lettura – maggio 2022” – a cura di Mariantonietta Valzano

copertina definitiva

Nella casa del vento
Maria Rosaria Teni

Cultura Oltre edizioni, 2021

Siamo immersi in un tempo fatto di guerra e di resistenza, di pandemia e di vaccini, pieno di difficoltà socio-economiche, di piani di ripresa e di resilienza, tempi bui e difficili con soluzioni di flebili luci alla fine del tunnel. Allora perché la poesia? Perché il pensiero scritto tra le righe di una pagina, che ha le radici nelle pieghe dell’anima? Che utilità ha la poesia? Ha il pregio di guardare dentro l’Umanità, nei suoi sentimenti, nei suoi sogni, sapendo che ogni uomo e ogni donna é un poeta, se solo si fermasse e lasciasse fluire tra i suoi sospiri la parte migliore di sè. Siamo Umani e quindi Poeti. Nell’opera “La casa del vento”, Maria Rosaria Teni dà voce a tutti noi, scrive i nostri pensieri e scende nell’animo umano per illuminare il senso di questo tempo, che é stato violato da tutte le nuvole e le tempeste che ho detto prima. Con semplice profondità, analizza l’amore e ne trae versi delicati che ti fanno amare, con la mestizia del dolore, osserva e descrive la guerra nel suo violare l’innocenza dei bambini chiamati ad imbracciare un fucile come fosse una cosa naturale. In ogni verso possiamo trovare i nostri sogni “sfilacciati di illusioni” e il sole “che illumina ombre di pensieri” che sorgono all’alba di ogni vita.
Nell’opera c’é tutto ciò che costella il cielo in questa vita e con la tenerezza di una carezza si possono chiudere gli occhi e lasciare che le parole disegnino le riflessioni dando voce alle nostre emozioni.

Ogni giorno si dovrebbe leggere una poesia e passare le ore a respirare i suoi versi, forse in questo modo…nascerebbero più fiori e più sorrisi, senza perdersi nelle maglie di una Storia che ci ripropone i soliti dolori senza voce.

Per questo motivo “Nella casa del vento” è un buon viatico, per assaporare la bellezza del nostro cuore…che deve restare sempre umano.

Mariantonietta Valzano

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I POETI E LE POESIE, di Gregorio Asero

Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

Photo by KoolShooters on Pexels.com

I POETI E LE POESIE, di Gregorio Asero

La cultura è cibo per l’anima, di Pier Carlo Lava

I POETI E LE POESIE

Chi non ha mai, seppur per gioco, scritto una poesia? Tutti abbiamo provato a mettere in rima i nostri pensieri, le nostre emozioni, poi capita che alcuni continuino e altri si fermino dopo poche parole, ma il bello è che tutti in quel momento ci sentiamo dei grandi artisti. Credo comunque che questo sia un esercizio abbastanza difficile e tortuoso, dove solo pochi alla fine, hanno la costanza, la forza e anche la sfacciataggine di continuare a comporre. Pubblicare poesie sicuramente non è un’attività economicamente redditizia, si fa solo per passione, per vanità, per rendere partecipi delle nostre emozioni chi ci legge, o forse anche per solitudine. Da parte mia sto cercando di capire perché ho deciso di pubblicare le mie “opere”…

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“Profondamente tace sulla terra il cielo” di Antonio Teni

Il destino dell’uomo e l’inconsolabile precarietà cui è soggetto sono sfondo a  una lirica struggente che sublima la morte nell’atto poetico e la circonda di un silenzio carico di simbolismi e metafore. La ricercatezza stilistica rende palpabili i silenzi delle stelle, in una personificazione ardita che le avvicina al sentire umano mentre  si eleva alta  l’invocazione di Eco a un Amore che tace, sopraffatto dalle rovine dei sogni. [ Maria Rosaria Teni]

Fresco il bacio
d’aprile
quando si è vela sul far della
sera!
Appena ieri,
sulla gondola della
luna,
per la laguna,
si veleggiò…
L’ oggi è come un chioccolìo
lontano…
come un’acqua che
trema per i fulgidi
silenzi delle
stelle.
Non odi,
per bianche
colline,
il trascolorar
dell’erba?
Immane ombra, tenebra
infinita,
dal silenzio dei
vivi,
greve s’alza,
srotolando il cielo la nefasta
notte.
Un salmodiare
vano,
quando salma diviene
lo strazio del
morire.
Violati i templi, franti
i sogni.
Di già ghiacciato
il canto.
Invano Eco
Amore
invoca:
profondamente tace
sulla terra
il cielo.
Antonio Teni

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“Il terremoto dell’Anima” di Gabriella Petrelli

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       Quando la terra trema
           Nadia Terranova
             Einaudi,2022

È il ventotto dicembre del 1908, è notte fonda sullo stretto di Messina quando la terra trema portando con sé distruzione e morte. La città si riempie di cumuli di macerie e di cadaveri. Uomini e donne si aggirano come spettri in cerca dei loro cari sepolti sotto gli edifici sventrati. Una giovane donna in fuga dalla propria casa e da un passato che la rende prigioniera di se stessa ed un bambino, deprivato della propria infanzia a causa della figura incombente ed ossessiva della madre, incroceranno i loro destini e cambieranno in modo ineludibile il corso delle loro esistenze.

Barbara è una giovane donna che ama la letteratura ed il teatro. Ha raggiunto la nonna a Messina perché desidera realizzare se stessa, svincolandosi da un destino progettato dal padre che rispecchia gli stereotipi dell’epoca. La sua fuga da Reggio Calabria avrebbe dovuto rappresentare la libertà di scegliere e decidere della propria vita, inseguendo il sogno della letteratura e della scrittura Quella notte, invece, lei si trova indifesa e spaurita dinnanzi al dolore ed alla morte. Ma il buio ha dei piccoli spiragli di luce: Barbara incontra delle persone che sembrano condurla, dopo la cupa disperazione, verso la speranza: una comunità monastica che sta organizzando i soccorsi della città ed una vecchia conoscente della nonna che l’ha riconosciuta.

La città è assetata, le tubature sono distrutte. Barbara cammina come una disperata insieme ai sopravissuti alla catastrofe alla ricerca dell’acqua, giungendo fino al porto dove una nave diretta a Reggio Calabria è ferma. L’incontro con il piccolo Nicola avviene qui. Il bambino miracolosamente salvato, era rimasto illeso nella cantina dove la madre lo costringeva a dormire per preservarlo dalla “presenza del diavolo”. Nicola subisce indifeso diverse traversie. Il suo dolore diviene un vero e proprio trauma quando dinnanzi ai suoi occhi terrorizzati un marinaio prende con violenza Barbara, infierendo sul suo corpo. Nicola rimane pietrificato dall’evento che drammaticamente lo rende muto. Barbara fugge, la sua angoscia è infinita. Il suo unico rifugio diventa il convento in cui lei fa di tutto per cancellare la violenza subita, vivendo il pesante dilemma di un figlio frutto della violenza. Barbara decide di tenersi stretta questa nuova vita, aiutando anche altri bambini in difficoltà.

Intanto, Nicola ha trovato un’altra famiglia disposta a dargli quell’amore che fino adesso gli è stato negato. Il rapporto con i genitori adottivi è difficile e complesso. Nicola è diventato un bambino muto che ha paura e rifiuta l’amore. Egli non si fida più di nessuno malgrado la dimostrazione d’affetto dei nuovi genitori. Il trauma rimosso emerge all’improvviso e, nel dolore tremendo della memoria riaffiorata, Nicola tende le braccia verso la nuova figura materna che lo accoglie e lo consola.

Barbara, intanto, sulle macerie di se stessa ha costruito una nuova esistenza. Ha messo al mondo la sua creatura e si è dedicata all’insegnamento. Sono passati anni dal terribile terremoto ma Nicola desidera rivedere quella ragazza che si è impressa nella memoria. Il nuovo incontro fra i due segna la rinascita: Nicola ha riconosciuto se stesso ed il proprio valore e Barbara ha edificato su nuovi pilastri l’edificio della propria vita.

In questo romanzo le parole inseguono il filo delle emozioni senza tuttavia renderlo pienamente manifesto. Non abbiamo che le parole per sfuggire all’oblio. Ma le parole dicono solo, in chiaroscuro, ciò che avvenuto nella profondità della nostra anima. Le parole traducono le emozioni ma riescono anche a tradirle. Non ci rimangono che piccoli barlumi nella notte ed un lieve volo di farfalla che ci sfiora.
Gabriella Petrelli

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“Un raggio di sole” di Charles LaBarre

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Un giovane poeta, originale, che usa un lirismo, a tratti classico, di impronta evocativa e nostalgica. I suoi versi richiamano le antiche ballate che, in questo caso, sono rivestite di sentimenti e introspezioni nettamente contemporanee. E nella chiusa finale, la lirica si apre a nuova vita, portando in primo piano l’importanza di rinnovarsi ogni giorno, con un inizio nuovo. [Maria Rosaria Teni]

Un raggio di sole, così piccolo e

Così tenue da sembrare un fremito

Di foglie: rosse, senza più aver

Nessun altro luogo ivi riposar.

Le more hanno un sapore

Impossibile da dimenticare.

 

Et voilà! Eccola, la mia infanzia

Che scorre a me dinnanzi;

Mamma e papà gridano, danza

La mia tristezza in questa vuota

Stanza mentre mi chiedo: amarsi?

Nulla v’è di più complicato

In codesto orrendo,

Ma al contempo così meraviglioso mondo.

 

Mi seggo sulle gambe d’Artemide

Così bella e giovine, la vergine

Selvaggia della luna crescente.

Sciocchi voi che perseguite un fine;

Ogni fine è un inizio, mi ripeto

Mentre lento vo’ passeggiando

E lentamente va spegnendosi la sigaretta.
Charles LaBarre
( pseudonimo)

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Charles LaBarre è il suo pseudonimo; è originario di Avellino e ha 20 anni. Così si presenta: “Sono un poeta. Per scrivere, fondamentale è l’incomprensibilità; questa, che è il grande teatro e dunque poesia: magia”.

 

 

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“L’EQUILIBRIO di BEN-ESSERE”: DALLA DEPRESSIONE ALLA POESIA – un persorso di ben-essere – a cura di CIPRIANO GENTILINO

rubrica di Cipriano Gentilino

La pioggia rimbomba come formiche rosse,
ognuno rimbalza sulla mia finestra.

Le formiche soffrono molto
e gridano mentre colpiscono
come se le loro piccole gambe fossero solo
cucito e le loro teste incollate.

E oh fanno venire in mente la tomba,
così umile, così disposto a essere picchiato
con le sue terribili scritte e
il corpo che giace sotto
senza ombrello.

La depressione è noiosa, credo
e farei meglio a fare
un po ‘di minestra e illumina la grotta.

La furia dei temporali
Anne Sexton

Dire o sentire dire: sono depressa/o è esperienza frequente e comune a tutti noi, tanto da diventare spesso un modo di dire per alludere a un mal-essere attuale di natura reattiva a difficoltà   contestuali.
Ma cos’è la depressione clinica e cosa la differenzia dal momentaneo tono dell’umore basso e dalla tristezza?
Non ci addentriamo nelle recenti definizioni differenziali di una patologia tanto complessa da poter parlare di ben 8 depressioni misurate secondo dati genetici, bio-marcatori, neuroimaging cerebrale, indicatori di una maggiore probabilità di resistenza alle terapie.
Non lo facciamo non solo per la estrema e vasta complessità ma anche per un motivo etico e professionale.
Se da un lato infatti l’informazione generale è utile alla prevenzione e alla richiesta di un aiuto dall’altro non può e non deve essere di supporto ad auto diagnosi e, ancora peggio ad auto terapie.
Quindi semplicemente diciamo che per fare una diagnosi clinica di depressione bisogna che il tono dell’umore permanga basso per un tempo medio-lungo (superiore a due settimane) e venga accompagnato, in maniera variabile in presenza ed intensità, da:

-forte stanchezza che non passa con il riposo

-difficoltà a trovare e mantenere la concentrazione

-forte indecisione e forte senso di incertezza

-perdita o aumento dell’appetito

-mancanza di desiderio sessuale

-perdita o aumento del sonno

-forte senso di colpa

-mancanza di fiducia in se stessi e nel futuro

-irritabilità e ansia

-riduzione delle attività quotidiane e isolamento sociale

-auto-svalutazione e autocritica

-pensieri di morte e ideazione suicidaria

sintomi che vanno a inficiare la qualità generale della vita, causando sofferenza forte e persistente e quindi compromettendo le normali attività quotidiane.
Ovviamente non è consigliabile affidarsi alla sola auto-diagnosi e i sintomi descritti vanno valutati nella loro intensità e variabilità da un professionista della salute mentale.
Sentirsi giù per qualche giorno è normale e fisiologico soprattutto in seguito a eventi della vita stressanti o a malesseri fisici così come sentirsi empaticamente tristi per difficoltà di amici cari o preoccupati, come attualmente, per la guerra o per il covid.
Allora sono importanti ai fini diagnostici la durata (almeno due settimane) e le diverse contemporaneità dei sintomi nonché la sofferenza tanto forte e persistente da compromettere le normali attività quotidiane.
Prima di proseguire è, a questo punto, necessaria una riflessione sul fatto che chi ne soffre può trovare risposte dalle persone attorno a lui controproducenti: “sei uno sfaticato, non hai voglia di fare nulla, o molto più frequentemente, datti una mossa…”.
Così facendo, pensando di aiutare la persona ad affrontare la propria quotidianità, si rischia invece di aumentare in lei il senso di inefficacia e inutilità che già prova, alimentando quindi il circolo vizioso della depressione.
Il dolore psicologico è, senza dubbio, difficile da gestire in contesti amicali o familiari e spesso non viene percepito come tale e pertanto misconosciuto.
Un comprensibile allontanamento difensivo dal dolore che trova spazio anche in chi ne soffre in prima persona quando invece di rivolgersi al medico curante ricorre a strategie compensatorie quali uso di sostanze stupefacenti, alcool, ritiro sociale fino ad orari di lavoro estenuanti onde evitare il vuoto interno e le relative emozioni sottese che, se percepite, risulterebbero insostenibili.
In termini di ricerca del maggior bene-essere possibile è importante che tenere conto che la precocità dell’intervento terapeutico psico-psichiatrico è una delle componenti favorenti una prognosi migliore.
La informazione psico-educativa dovrebbe essere, per questo considerata elemento centrale della prevenzione.
Il percorso considerato più praticabile, anche al fine di superare il dubbio per un impatto con la psico-psichiatria considerato ancora come tabù e stigma, è rivolgersi al proprio medico di fiducia che può già fare una diagnosi con elementi di diagnosi differenziali da altre patologie che possono secondariamente comportare depressione e può iniziare una terapia idonea.
In seconda battuta c’è il ricorso allo specialista che alle terapie farmacologiche ha la possibilità integrare un approccio psicoterapico.
In genere, sempre più frequentemente, la presa in cura è di fatto integrata tra curante e psico-psichiatri e psicoterapeuti.
Le psicoterapie più applicate sono quelle individuali cognitive, analitiche fino al couseling filosofico o quelle gruppali.
Significative sono quelle che vanno sotto il nome di arteterapie con centralità di espressioni artistiche dal disegno, al racconto, alla poesia stessa.
In particolare la poesia-terapia, nata in America negli anni 80, praticata attraverso la composizione in gruppo di versi, la loro lettura e l’espressione dei sentimenti sottesi permette una relazione caratterizzata dal sentirsi con l’anima dando spazio a vissuti spirituali ed emozionali spesso troppo coartati.
Un inter-esse poesia-depressione ben noto e che ci dice quanto debba essere sensibile, delicato e attento il rapporto non solo il rapporto con la persona depressa ma anche e, primariamente, il rapporto con le nostre normali valenze tristi o malinconiche.
Cipriano Gentilino

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