Rivista Cultura Oltre – gennaio 2020 – numero 1

Un ringraziamento agli autori che ancora una volta hanno inviato il loro prezioso contributo a questo numero:

Mariantonietta Valzano
Apostolos Apostolou

Ospiti
Rita Mazzotta Mazzotta
Angela Perulli
Teresa Pascali
Maria Rosaria Perrone
Rosalba Magis
Roberto Luzi

Contributi d’Autore
Salvatore Quasimodo
Franco Fortini
Primo Levi

È on line e scaricabile
gratuitamente il primo numero
della rivista Cultura Oltre di gennaio– Anno 2020 –
© Tutti i diritti riservati

 

Rivista Cultura Oltre –gennaio 2020 – 1° numero–

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“Stazione di campagna” di Marcello Marenaci – letta da Mariantonietta Valzano

Una poesia che è stata letta  da Mariantonietta Valzano, vicedirettore della nostra rivista, che così commenta: “Nelle poesie di Marcello Marenaci ci si nutre di delicatezza d’animo, la medesima che l’autore dimostra di avere nel cogliere dalla realtà sentimenti ed emozioni che sono fondanti dell’essere umano. Penetra nei ricordi fino a musicare con le parole le immagini impresse nella mente, dando palpiti di vita, rivoli di vivace linfa che fa vibrare il lettore. Si vivono quei ricordi, si condividono e infine sono fonte di bellezza, quella bellezza che rende incantevole ancora una volta questa vita”.

“Un padre che resta impresso nella mente e nel cuore, come il sigillo che si dà alle opere d’arte, fino a forgiarne la tempra. La stazione che resta una meta di fuga dopo le ore di studio, come un obiettivo del giorno, come simbolo di un tempo che scorre si fugace ma che dona attimi…in cui il vento sul viso è la libertà da cui fioriscono gli ideali.”

 

Le corse,

all’uscita della scuola,

con il cuore in gola;

raggiungere la piccola stazione,

per vedere il treno partire,

insieme al volo della fantasia.

Noi che abitavamo, nella casa rossa

della ferrovia.

Ricordi che svaniscono nel tempo,

ma la memoria di mio padre

è sempre viva.

Lo vedo ancora,

con la paletta verde in mano,

col treno che lentamente ripartiva,

io che corro dietro l’ultima vettura,

finché lo sbuffo di una nuvola di fumo

lo portava via.

Sul mio viso solo vento

e libertà nella mia mente.

Iniziavo a creare i miei ideali

e, a volte, mi accorgevo

che i silenzi fanno male.

E mio padre, come un sogno andato in fumo,

è partito per quel viaggio

oltre il tempo,

dove non c’è più ritorno!

Ricordo le carezze che rimangono nel cuore,

la stazione con il piccolo giardino

dove correvamo insieme

fino all’ultimo respiro.

Arrivo primo io…

Com’era grande il cielo

quando sorridevi.

Il tempo è trascorso più veloce

di tanti sogni miei

e, nel dolce gioco dell’infanzia,

chissà perché, io mi domando,

non ho fermato quegli attimi d’incanto.

Marcello Marenaci

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“Curiosando tra le origini delle maschere di Carnevale: Dottor Balanzone” di Maria Rosaria Perrone

Il Dottor Balanzone è originario di Bologna. E’ una maschera della Commedia dell’Arte che rappresenta, in chiave satirica, il giurista e cioè “il dottore”. E’ una maschera legata alla tradizione della scuola giuridica dell’Alma Mater Studiorum, dell’antica università di Bologna. Il dottor Balanzone è il simbolo della persona dotta, bonaria, saccente e presuntuosa, che si lascia andare spesso in verbosi discorsi, infarciti di citazioni colte in latino maccheronico. Il nome Balanzone deriva proprio da balanza, bilancia, allegoria della giustizia. Balanzone veste sempre di nero, ha una grossa pancia, ha le guance rosse ed è solito gesticolare in modo pacchiano ed eloquente. Indossa una piccola maschera che copre solo le sopracciglia ed il naso, ha due grandi baffi e veste la divisa dei professori bolognesi, la toga nera, dove spiccano su di essa i polsini e il colletto bianchi, la giubba il mantello e un gran cappello. Ha un carattere cavilloso, sempre pronto ad aiutare le altre maschere quando hanno bisogno di un suo parere che lui dà  facendo discorsi ampollosi e rimarcando ogni volta i suoi titoli di studio e le sue conoscenze in legge, medicina, filosofia…In realtà i suoi consigli sono sempre inutili e sono più che altro l’occasione per parlare.

©Maria Rosaria Perrone

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“Il primo amore” di Giacomo Leopardi

X – I Canti

 

Tornami a mente il dì che la battaglia
D’amor sentii la prima volta, e dissi:
Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia!

Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi,
Io mirava colei ch’a questo core
Primiera il varco ed innocente aprissi.

Ahi come mal mi governasti, amore!
Perchè seco dovea sì dolce affetto
Recar tanto desio, tanto dolore?

E non sereno, e non intero e schietto,
Anzi pien di travaglio e di lamento
Al cor mi discendea tanto diletto?

Dimmi, tenero core, or che spavento,
Che angoscia era la tua fra quel pensiero
Presso al qual t’era noia ogni contento?

Quel pensier che nel dì, che lusinghiero
Ti si offeriva nella notte, quando
Tutto queto parea nell’emisfero:

Tu inquieto, e felice e miserando,
M’affaticavi in su le piume il fianco,
Ad ogni or fortemente palpitando.

E dove io tristo ed affannato e stanco
Gli occhi al sonno chiudea, come per febre
Rotto e deliro il sonno venia manco.

Oh come viva in mezzo alle tenebre
Sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi
La contemplavan sotto alle palpebre!

Oh come soavissimi diffusi
Moti per l’ossa mi serpeano, oh come
Mille nell’alma instabili, confusi

Pensieri si volgean! qual tra le chiome
D’antica selva zefiro scorrendo,
Un lungo, incerto mormorar ne prome.

E mentre io taccio, e mentre io non contendo,
Che dicevi, o mio cor, che si partia
Quella per che penando ivi e battendo?

Il cuocer non più tosto io mi sentia
Della vampa d’ amor, che il venticello
Che l’aleggiava, volossene via.

Senza sonno io giacea sul dì novello,
E i destrier che dovean farmi deserto,
Battean la zampa sotto al patrio ostello.

Ed io timido e cheto ed inesperto,
Ver lo balcone al buio protendea
L’orecchio avido e l’occhio indarno aperto,

La voce ad ascoltar, se ne dovea
Di quelle labbra uscir, ch’ultima fosse;
La voce, ch’altro il cielo, ahi, mi togliea.

Quante volte plebea voce percosse
Il dubitoso orecchio, e un gel mi prese,
E il core in forse a palpitar si mosse!

E poi che finalmente mi discese
La cara voce al core, e de’ cavai
E delle rote il romorio s’intese;

Orbo rimaso allor, mi rannicchiai
Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi,
Strinsi il cor con la mano, e sospirai.

Poscia traendo i tremuli ginocchi
Stupidamente per la muta stanza,
Ch’altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi?

Amarissima allor la ricordanza
Locommisi nel petto, e mi serrava
Ad ogni voce il core, a ogni sembianza.

E lunga doglia il sen mi ricercava,
Com’è quando a distesa Olimpo piove
Malinconicamente e i campi lava.

Ned io ti conoscea, garzon di nove
E nove Soli, in questo a pianger nato
Quando facevi, amor, le prime prove.

Quando in ispregio ogni piacer, nè grato
M’era degli astri il riso, o dell’aurora
Queta il silenzio, o il verdeggiar del prato.

Anche di gloria amor taceami allora
Nel petto, cui scaldar tanto solea,
Che di beltade amor vi fea dimora.

Nè gli occhi ai noti studi io rivolgea,
E quelli m’apparian vani per cui
Vano ogni altro desir creduto avea.

Deh come mai da me sì vario fui,
E tanto amor mi tolse un altro amore?
Deh quanto, in verità, vani siam nui!

Solo il mio cor piaceami, e col mio core
In un perenne ragionar sepolto,
Alla guardia seder del mio dolore.

E l’occhio a terra chino o in se raccolto,
Di riscontrarsi fuggitivo e vago
Nè in leggiadro soffria nè in turpe volto:

Che la illibata, la candida imago
Turbare egli temea pinta nel seno,
Come all’aure si turba onda di lago.

E quel di non aver goduto appieno
Pentimento, che l’anima ci grava,
E il piacer che passò cangia in veleno,

Per li fuggiti dì mi stimolava
Tuttora il sen: che la vergogna il duro
Suo morso in questo cor già non oprava.

Al cielo, a voi, gentili anime, io giuro
Che voglia non m’entrò bassa nel petto,
Ch’arsi di foco intaminato e puro.

Vive quel foco ancor, vive l’affetto,
Spira nel pensier mio la bella imago,
Da cui, se non celeste, altro diletto

Giammai non ebbi, e sol di lei m’appago.

Giacomo Leopardi

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IL PUNTO DI VISTA – “La Storia e le Memorie” di Mariantonietta Valzano

“Il punto di vista” di Mariantonietta Valzano

Dal mio semplice punto di vista, una delle materie che si dovrebbero studiare in modo approfondito è la Storia.

Negli anni di insegnamento ho visto deprivare questa fonte del sapere dei suoi contenuti, perché nozionistici e superflui, a vantaggio di programmi più brevi e schematici, su cui esercitare e consolidare competenze. Per cui i libri sono cambiati, sono spariti blocchi di vissuto dell’Umanità…e di conseguenza molte domande senza risposta e molto non sapere che giace nel fondo delle generazioni, che nel mare magnum della confusione e del caos generato dalla relativizzazione della conoscenza, parlano di cose che sanno solo per sentito dire o attraverso letture non oggettive e adeguate alla storicità di uno studio serio del nostro e altrui passato.

In quest’ottica si innestano una pletora di revisioni e giustificazioni di evidenti fatti criminosi, di guerre civili mai accettate, di genocidi che non si vogliono ricordare per non essere disturbati dal passato pesante sulle spalle di questo mondo.

I genocidi sono molteplici: indiani d’America, Armeni, Curdi, Indios…Ebrei…e ancora …ancora….

In questi giorni stiamo ricordando l’orrore disumano, oso dire demoniaco, dell’Olocausto, pianificato e voluto, oso dire… desiderato, da una razza che non aveva senso di sé se non nella soppressione dell’altro. Una strage figlia della Storia, di quelle condizioni capestro inflitte alla Germania sconfitta nella Grande Guerra, che tuttavia non giustifica e non costituisce attenuante all’atto perpetrato contro l’intera Umanità. Sì, perché in qui piani di sterminio, in quei campi di sterminio, in quegli orrori dello sterminio …c’era l’Umanità intera non solo gli Ebrei.

Oggi si assiste ad un revisionismo storico sfacciato e imbarazzante, si giustifica e non si comprendono le cause e gli effetti del nostro passato e di conseguenza siamo tutti sottoposti al rischio di ripetere gli stessi errori, ricadendo nel buio di quella Banalità del Male di cui Hannah Arendt descrive gli sviluppi e gli effetti mentre assiste al processo di Adolf Eichmann.

Io sono convinta che non si possa costruire un futuro degno di essere vissuto se l’uomo ricadrà sempre negli stessi devastanti stereotipi di odio. Un odio indotto verso un capro espiatorio che a seconda dell’evenienza diventa un vessillo contro cui combattere.

Sono convinta che i giovani meritino la verità, su cui costruire le proprie vite, per farle essere migliori di quelle vissute dai loro avi.

Io sono convinta che la memoria non sia solo un mero ricordo su pagine di tomi pesanti da mettere nello zaino e portare sui banchi di scuola, ma la memoria è il valore che ci portiamo dentro, scritto nelle pagine del nostro passato, da cui imparare …sapere …e scrivere un futuro migliore, dove non esista più alcun uomo cosi inetto da eseguire ordini legittimando una male che alla fine nella sua miseria e disumanità è banale.

Mariantonietta Valzano

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“Curiosando tra le origini delle maschere di Carnevale: Colombina” di Maria Rosaria Perrone

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Colombina è il nome di una maschera veneziana della commedia dell’arte; è il personaggio femminile più famoso del Carnevale. Colombina impersona il tipo comico della servetta graziosa. Nelle rappresentazioni è spesso oggetto di attenzioni da parte del padrone Pantalone, provocando la gelosia di Arlecchino. Colombina è una maschera molto antica, la sua figura era già menzionata nel 1530 nei testi degli Accademici degli Intronati di Siena.(*)
Virgilio Verucci, un drammaturgo italiano del 1600,scrisse nel 1628,tra le tante commedie sulle maschere italiane, una su Colombina dal titolo “La Colombina”.

 Ella è seducente, astuta, vivacissima, bugiarda e parla veneziano.  E’ molto affezionata alla sua graziosa signora, Rosaura, ed è disposta a progettare ogni forma di raggiro, pur di compiacerla. Non va d’accordo invece con  i padroni vecchi e brontoloni, e a coloro che osano importunarla mancandole di rispetto, riserva qualche ceffone  senza alcuna esitazione. E’ briosa, civettuola, ma anche sapiente, ironica e pronta a beffare chi le gira intorno. Colombina di solito non porta la maschera, indossa una cuffia e un vestito a strisce bianche e blu che risalta sulla gonna azzurra e sulle calze rosse.  Ha il grembiule a balze e sul lato è abbellito da un fiocco rosa. Sulla fibbia delle scarpe c’è un fiocchetto azzurro.

©Maria Rosaria Perrone

(*)https://www.accademiaintronati.it/storia-dellaccademia/

 

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“Voltarsi indietro” videopoesia di Stefano Caranti

Ho il piacere di ospitare Stefano Caranti il quale ha inviato una videopoesia di straordinario impatto emotivo che si snoda  in una prospettiva multisensoriale, coinvolgendo totalmente e dando vita a una nuova atmosfera poetica.

E mi volto indietro,
immerso in un tempo
passato che sa di presente,
e mi vergogno,
sì, mi vergogno
di questo mondo folle,
distorto, rovesciato.

Riemergo dai ricordi,
lo stato di amarezza mi pervade,
non s’appiana il senso d’impunità
che m’imprigiona
in un mare di parole,
frenetico vociare che
inganna il tempo.

Allora affondo ampie bracciate
in questo mare, ed entro,
oltre il confine dell’umano
o almeno quel che penso,
mi sento soffocare
da ipocriti pensieri,
scruto abissi di avidità,
valli d’incoerenza
tra promesse e azioni,
indifferenza,
e poi… respiro.

Sì, è un profondo respiro
di salvezza che mi desta
dall’odio che divora il cuore,
ci disgrega,
avrei voluto non essere più umano,
spogliato da logiche terrene,
ma lo sono,
e mi ritrovo ancora in questo spazio,
vuoto,
con il coraggio di gridare ancora
che è giunta l’ora di tendere la mano
a chi difende la vita e vuole amare.

Tra le fioche luci delle stelle,
io cerco verità
e volgo altrove
il mio peregrinare.

Può una lacrima
ribaltare il mondo ?

Stefano Caranti, nato a Imola (BO) e residente a S.M.Maddalena-Occhiobello (RO), consulente informatico, ha iniziato a comporre versi già durante gli anni dell’adolescenza, nel 2008 ha presentato la sua opera prima “Cercatori d’albe-ombre e luce” e nel 2018 ha realizzato l’innovativa silloge multisensoriale “I custodi dell’aurora” (poesie e videopoesie) casa editrice Doge Edizioni, parte integrante del progetto che ha varato nel 2018 “videopoesie in tour”.

E’ riuscito a coniugare due passioni apparentemente distanti tra loro, quella per la poesia e quella per l’informatica, con un duplice obiettivo: non solo trasformare in versi il suo essere più profondo e la sua visione della vita e della realtà, ma anche avvicinare la gente a questa straordinaria e intima forma di espressione, presentando coinvolgenti e stimolanti serate multisensoriali, abbracciando persone di tutte le fascie di età.

Anche per questo ha cominciato a realizzare dal 2009 video-poesie, coinvolgendo spesso i ragazzi delle scuole, che hanno così la possibilità di accostarsi a questa forma d’arte di straordinario impatto emotivo.
Ha presentato diverse serate multisensoriali di poesia e video-poesia con introduzione alla Poetry Therapy e avviato il percorso “Videopoesie in tour” un viaggio tra classico e moderno dove tradizione e tecnologia si fondono in una nuova dimensione poetica.

Alcune video-poesie sono state selezionate e presentate alla mostra d’arte moderna e contemporanea di Padova, ottenuto riconoscimenti in Campidoglio nella sezione “innovazione” e  proiettate in sala cinematografica.

Membro in diverse giurie di concorsi nazionali e internazionali di poesia e videopoesia, numerosi i prestigiosi riconoscimenti ricevuti.

Membro dal 2012 del “Movimiento Poetas del Mundo” è stato nominato nel 2019 Segretario Nazionale per l’Italia.

Le sue composizioni sono state inserite e recensite in antologie nazionali, internazionali e riviste, alcune tradotte in lingua greca, spagnola e serba.

Compone anche Haiku, un genere poetico giapponese.

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