Rivista Cultura Oltre – maggio 2020 – numero 5

Un ringraziamento agli autori che ancora una volta hanno inviato il loro prezioso contributo a questo numero:

Mariantonietta Valzano
Apostolos Apostolou
Lorenzo Fiore

Ospiti

Rita Bompadre
Elda Chindemi

Contributi d’Autore
Ugo Betti
Vittorio Sereni

È on line e scaricabile
gratuitamente il quinto numero
della rivista Cultura Oltre di maggio – Anno 2020 –
© Tutti i diritti riservati

Rivista Cultura Oltre – maggio 2020 – 5° numero

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“La notte passerà senza miracoli” di Daniele Vaienti – recensione a cura di Rita Bompadre

Con piacere pubblico la recensione a cura di Rita Bompadre, cui va il nostro saluto e un ringraziamento per aver scelto la nostra rivista per condividere le sue note critiche al libro di Daniele Vaienti “La notte passerà senza miracoli” (Edizioni del Faro 2019 – Collana “Sonar. Parole e voci” diretta da Paolo Agrati), con l’approfondimento di testi scelti tratti dal libro stesso.

“La notte passerà senza miracoli” di Daniele Vaienti (Edizioni del Faro 2019) è un libro d’esordio, dalla libera e smaniosa tenacia descrittiva in un andamento sonoro che emana le sue radici nella misura tagliente e drammatica dell’umanità celebrata come “un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo”(Jack Kerouac). I versi ricercano l’esistenza della familiarità e si riappropriano delle espressioni private, quotidiane e semplici, comuni alle confessioni emotive che rivelano il rifugio consolatorio di ogni esperienza ideologica e pratica, tangibile e autobiografica. La diffusione della poesia è la magnetica registrazione esistenziale incisa su materiale resistente all’usura del tempo. La deformazione di visioni concrete e carnali, (una foto, le sigarette, l’autunno) permette di immaginare una licenza onirica e reale, in cui la vita è il passaggio comunicativo di ciò che si scrive con passione e per la propria felicità. La scrittura ipnotica e confidenziale di Daniele Vaienti è una benevolenza dell’ebbrezza nella padronanza di un vissuto in cui la tecnica ed il ritmo serrato ed incisivo decantano un’autonomia sentimentale che tormenta le imprevedibilità e le contraddittorietà degli affetti, gli ostacoli della disperazione nella loro profondità allusiva. L’intensità scritta oltre i versi segue il distacco dalla poetica convenzionale e si nutre dell’improvvisazione letteraria coinvolgendo i simboli emotivi del magico vortice teatrale, compagno, in ogni commento, delle risorse emotive del poeta. Il poeta esiste nell’istantaneo presente liberando l’agguato della nostalgia e del ricordo nelle vibrazioni svincolate dei sentimenti. I testi catturano l’inviolabilità dell’amore, contro l’inevitabile sconfitta del mondo e la lacerazione delle sue costrizioni ed esortano alla necessità di una nuova concezione di beatitudine, di salvezza verso il richiamo alla vita autentica e alla complicità dell’istante. La scoperta di sé stessi, del pensiero assolto dai pregiudizi, dei valori umani, della coscienza collettiva è la meta di una compiuta affinità poetica con il viaggio individuale verso un’assegnazione alla speranza. L’esigenza artistica nasce da un desiderio di libertà di espressione, di dinamismo vitale e indagando nel senso del bene comprende l’universalità dei contenuti e la ricerca intima del tutto.
Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

Nient’altro

 Si tratta di imparare

l’esistere

senza la pretesa

d’essere.

 

Accadere,

attenti

a non cadere.

 


 

Quel silenzio

 Sparo sorrisi a salve

contando i treni

persi e da perdere

per riuscire a scordare

quella voce che assente

alza di una tacca

il volume del silenzio.

 


Autunno

 Cosa me ne dovrei fare

di questo autunno

bagnato

che fa paura

tutto sbagliato

come la mia punteggiatura

questo autunno

che ha tolto il sorriso alla città

che ci si abbraccia per necessità

ché fuori fa freddo

e dentro

non si può fumare.

 

Ecco

di questo autunno

cosa me ne dovrei fare?

…………………………………………… 

La foto

Conservo una foto di noi sui polpastrelli

tu che mi saluti, mi abbracci e dici:

“torna a trovarci”.

TrovarCi

Ti nascondi dietro un plurale

di gente che non importa.

Io

codardo più di te

capisco

non dico niente

conservo la foto.

 


Occhi chiusi

 A volte

quando chiudo gli occhi

capita

che poi non vedo niente

e fa paura.

Ci sono sogni mancati

e sogni mancanti.

La differenza è enorme,

credimi.

Daniele Vaienti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Conversazioni in Salotto: Walt Whitman

Ospite della seconda “conversazione” è Walt Whitman e, in occasione della diretta svoltasi sul canale Instagram di Cultura Oltre cultura_oltre diverse letture si sono avvicendate e tanti sono stati i commenti e le riflessioni sulla sua poetica e sulla sua personalità. Di seguito alcuni approfondimenti sono stati raccolti nel video pubblicato in questo spazio, curato da Maria Rosaria Teni, con la preziosa collaborazione di Antonio Teni e la pregevole partecipazione di Mariantonietta Valzano, Anna Maria Mazzotta e Arturo Teni. Saranno graditi contributi da inviare alla redazione: cultura.oltre@libero.it

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“Un raggio di sole” di Mariantonietta Valzano

Lascia il posto alla speranza questa lirica dolcissima, impreziosita di metafore e giochi di emozioni che vibrano attraverso le corde del sentimento. In un ricamo di parole che sembrano perle di un monile pregiato, la poetessa rivela in una similitudine magnifica il desiderio di “… chiudere la mente alle brutture…” e di abbandonarsi al sentimento di aspettazione fiduciosa di un giorno nuovo, di un raggio di sole che illumini il cammino. [M.R.Teni]

Un raggio di sole
rischiara questo risveglio tra le nubi
morsi di vita che si svelano
nel chiarore di un mattino
pieno di attese.
Il profumo del domani
insito nel cuore
scrive parole di gratitudine
col filo di luce
e ancor oggi si guarda lontano
chiudendo la mente alle brutture
come un bocciolo che si ritrae
per non essere sfiorato dalla tempesta

Mi appresto a un nuovo passo
con cautela e timidezza
fino a sciogliere il respiro
nella speranza di questo giorno

© Mariantonietta Valzano

foto Paola Trono

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“Come siamo cambiati” di Maria Rosaria Teni

Gradualmente e con una punta di timidezza, apriamo nuovamente i nostri luoghi e le nostre vite, dopo un periodo in cui siamo vissuti all’interno delle nostre abitazioni, al riparo da possibili contagi e complicazioni. Riabituarsi alla libertà non è un’operazione molto semplice; mentre sembra tutto scontato e le azioni più banali si sono sempre svolte con la massima disinvoltura, oggi, dopo quasi tre mesi di arresto o rallentamento, ogni attività sembra una piccola conquista, proprio perché è stata ritrovata nel momento in cui sembrava non dovesse essere più recuperata. Come siamo cambiati, se siamo cambiati, dopo questo periodo di isolamento e quali sono i valori che abbiamo imparato ad apprezzare in maniera più giusta e appropriata? Innanzitutto, guardando i comportamenti delle persone, non sembra che ci siano stati grossi cambiamenti, considerato il modo in cui è esplosa la corsa all’individualismo e alla ripresa delle abitudini precedenti che rischiano di vanificare tutta la mole di sacrifici fatti in pieno lockdown.  Prevale l’ansia di tornare alla vita di prima, con la frenesia di vivere come se non fosse successo nulla, quasi non avessimo compreso l’importanza della presenza di un sistema sociale improntato sulla corretta gestione della sanità pubblica, della scuola e delle infrastrutture digitali che, a tutt’oggi, presentano un quadro di carenze che hanno contribuito all’aggravarsi delle conseguenze della pandemia. L’unica risposta positiva che può contrapporsi ad un sistema organizzativo insufficiente e supplire in un certo modo alle sue mancanze è senz’altro la rete di volontariato che ha speso e continua a spendere le energie più recondite per portare aiuti e soccorrere chi ha maggiormente bisogno, affiancandosi agli operatori sanitari che non si sono risparmiati in un momento di emergenza conclamato. Questa è stata una dimostrazione che crediamo ancora nella filantropia e nella generosità come veicoli di fraternità e che dobbiamo impegnarci a costruire un sistema sociale molto più concreto e solidale. La forza degli uomini è rappresentata dall’unione e dal bene comune e non serve costruire barriere ideologiche, bensì lavorare sui punti in comune perché la lezione che dovrebbe rimanere è che nel mondo globalizzato, di cui facciamo parte, “nessuno si salva da solo”, parafrasando il celebre libro della Mazzantini.
Maria Rosaria Teni

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“La mia vita non è quest’ora ripida” di Rainer Maria Rilke

La mia vita non è quest’ora ripida
che mi vedi scalare in fretta.
Sono un albero innanzi all’orizzonte,
una delle mie molte bocche,
e la prima a chiudersi.

Sono l’attimo tra due suoni
che male s’accordano
perché il suono morte vuole emergere.

Ma nella pausa buia
si riconciliano
entrambi tremando.

E bello resta il canto.
Rainer Maria Rilke

 da Il libro d’ore, Giulio Einaudi Editore, Torino

Rainer Maria Rilke, poeta boemo di lingua tedesca (Praga 1875 – Muzot, Svizzera, 1926). Indirizzato dal padre alla carriera delle armi, tradizionale nella famiglia, a 16 anni abbandonò l’accademia militare. Passando da Linz a Praga, di qui ancora a Monaco e a Berlino, fece studi irregolari. La certezza di una vocazione poetica gli venne a Monaco, dove fu nel 1896 e dove conobbe Lou Andreas-Salomé, di 14 anni più anziana, legandosi a lei in un singolare rapporto affettivo. Determinanti per lo sviluppo della sua personalità furono le esperienze di viaggio in Toscana (Florenzer Tagebuch, 1898) e soprattutto in Russia (1898 e 1899), dove fu ricevuto dal vecchio Tolstoj. La sensibilità per le arti figurative spinse R. a vivere per due anni (1900-02) a Worpswede, villaggio di artisti nei pressi di Brema, dove si unì in matrimonio di breve durata alla scultrice Clara Westhoff, allieva di Rodin. Dal 1903 R., che non aveva ancora avuto una stabile residenza, trovò a Parigi una specie di patria, e in Rodin un interlocutore privilegiato e un modello per la sua ricerca formale. Ma anche durante gli anni parigini continuò la serie dei suoi viaggi per tutta l’Europa e anche in Africa; tra l’altro a Roma (1903-04) e al castello di Duino presso Trieste (1911-12), dove fu ospite della principessa von Thurn und Taxis. Allo scoppio della guerra nel 1914, fu trattenuto in Germania, dove prestò servizio, a Monaco, in un ufficio di estrema retrovia. Finita la guerra, distrutto in Europa, dall’Austria alla Russia, il mondo in cui aveva posto fiducia, R. si stabilì, dopo un nuovo e più breve soggiorno a Parigi, nel piccolo castello alpino di Muzot, nel Vallese, ospite di un nuovo mecenate. Gli ultimi anni furono molto penosi, a causa del rapido declino fisico; morì di leucemia, all’età di 51 anni. ▭ R. fu narratore squisito (Am Leben hin, 1898; Zwei Prager Geschichten, 1899; Die Letzten, 1902) e si cimentò anche nel teatro, recependo suggestioni naturalistiche (Ohne Gegenwart, 1898; Das tägliche Leben, 1902). Ma fu soprattutto, o forse esclusivamente, un lirico, fra i più significativi e fra i più fortunati del secolo. Già le sue prime esperienze poetiche sono caratterizzate da musicalità malinconica (Leben und Lieder, 1894; Wegwarten, 1895-96; Larenopfer, 1896), tentativo anche di un ancoraggio alle tradizioni della città natale, che però, per lui di radice e cultura tedesca, non fu mai interamente sua. Traumgekrönt (1897) e Advent (1898) preludono a Mir zur Feier (1899), in cui per la prima volta emerge la tematica dell’angelo, centro di una religiosità sofferta e ben presto discosta da ogni confessionalità. È di quello stesso anno, anche se pubblicato solo nel 1906, il volumetto in prosa lirica Die Weise von Liebe und Tod des Cornets Christoph Rilke, serie di rapide impressioni su cui corre, con languore neoromantico, una struggente nostalgia di vita sospinta verso la meta di una prematura dissoluzione. Intanto nel 1902 uscì Das Buch der Bilder, raccolta di liriche di ricca suggestione figurativa, dettata dall’esperienza di Worpswede, e nel 1905 Das Stundenbuch, libro di meditazioni religiose, testimonianza di una sete di Dio ricercato sotto ogni forma e presso ogni creatura, primo capolavoro di R. per carica concettuale e per rigoglio stilistico. Nei Neue Gedichte (2 voll., 1907-08) R. assorbì la lezione di Rodin, affidandosi alla lirica per attingere quella che egli definiva “visibile inferiorità delle cose”, plastificando in un linguaggio di ricercata semplicità una sfera che di continuo sfiora l’ineffabile. Un momentaneo ritorno alla prosa si ebbe col romanzo Die Aufzeichnungen des Malte Laurids Brigge (1910), nel cui giovane protagonista, poeta e nobile, si riflette l’esasperata sensibilità fisica e spirituale dell’autore. Passarono varî anni prima che R. tornasse a pubblicare; ma quando lo fece, nel 1923, diede insieme, in una sintomatica polarizzazione, le sue prove più organicamente coordinate, le Duineser Elegien e Die Sonette an Orpheus. Le 10 Elegien, concepite e scritte, con ampî intermezzi, lungo l’arco di oltre 10 anni, ripropongono ed esaltano la tematica dell’angelo e, per suo tramite, una nuova mistica cosmica, che ignora Dio ma non il divino, pervasa da un’aspirazione non sempre tutta espressa ed esprimibile verso l’unità dell’essere germinale, tanto più urgente per quanto più funesta si è fatta, con gli sconvolgimenti intervenuti e con quelli incombenti, l’età presente. I Sonette, in integrazione e insieme in contrapposizione alle Elegien, cantano la gioia della contemplazione poetica in un’epoca impoetica, espressione di un simbolismo decadentistico giunto, nel momento stesso in cui si esalta, alla sua estenuazione. [Enc. Treccani]

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“Aurora” di Antonio Teni

 Brillano come raggi di sole nel monotono traversare il tempo le strofe scandite da un ritmo puro di antica compostezza, rinnovando il miracolo del sole nascente che riporta alla vita il pensiero affranto dell’uomo che percorre una strada di grigia sembianza. Il poeta tocca il risveglio con pennellate di rinascita che conferiscono alla lirica un’atmosfera di rigogliosa luminosità. [M.R.Teni]

Coi piedi levigati
da isole smeraldine
giunge Aurora,
portando la luce
del vento!
Riverbera ovunque
il mormorio
del sole nascente…
Sorseggia
l’azzurro calice
il fresco mattino!
Piumato volteggia
il pensiero
nel dormiveglia
del sogno inesausto
delle maree.
Sfoglia il fogliame
dell’iride superstite
un corteo immemore
di cari sembianti.
Ancora,
il canto del gallo
sorprende il sogno
nel rinnegare il grigio
della strada.
Antonio Teni

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“Consigli per lettura” – giugno 2020 – a cura di Mariantonietta Valzano

Enciclica “Laudato Sì” di Papa Francesco: quando preservare il Creato coincide con la sopravvivenza e la prosperità dell’Umanità intera

Questa enciclica si inserisce a gran voce nel novero delle grida di allarme del mondo scientifico, che in tutti i modi sta cercando da diversi decenni di porre l’attenzione sulla deleteria azione dell’uomo verso la Natura e, allo stesso tempo, è un atto dottrinale per il popolo cristiano che è chiamato a prendersi cura del Creato che gli è stato affidato.

Tuttavia bisogna distinguere cosa è questo affidamento del Creato, cosa è il bene  della Natura: non è una dotazione, un equipaggiamento, un pacchetto di cose da sfruttare, ma è un dono che con le sue risorse preziose, con la vita che pulsa in ogni singola parte del tutto aiuta e contribuisce allo sviluppo, insito in una convivenza tra Uomo – Natura nell’ambito  di una crescita armoniosa e simbiotica, il cui fine ultimo non è la mera produttività ma il ben-essere e la sublimazione dell’Umanità.

In quest’ottica Papa Bergoglio prende in esame come si stia osannando e perseguendo da molto tempo una “tecnocrazia” totalizzante che partendo dallo scibile e arrivando al mondo del lavoro, avvilisce lo stato sociale acuendo le differenze tra ricchi e poveri, tra continenti all’avanguardia e prosperi e continenti poveri e sfruttati, mentre lentamente ma inesorabilmente sta distruggendo il nostro pianeta e con esso il bene Natura. In questa distruzione si tralascia l’attenzione al pericolo della disgregazione e dell’annientamento dell’intera Umanità, che ancora stenta a prendere coscienza del danno che sta arrecando a sé stessa. Gli eventi naturali il cambiamento climatico hanno attirato e mobilitato le giovani generazioni ma non hanno ancora creato una reale risposta attiva dei genitori che stanno lasciando in eredità i prodromi di una catastrofe da cui non ci si rialzerà.

Se questi non sembrano argomenti teologici, è solo perché il nostro pregiudizio chiude l’orizzonte a qualsiasi discussione critica e contestuale di fatti ed eventi che vogliamo relegare al di fuori di certe responsabilità…. perché certi argomenti quando si inseriscono nell’ambiente intellettuale hanno la necessità endemica di rispecchiarsi in una corrente ideologico-politica.

Niente di più sbagliato.

Il messaggio teologico e sociale dell’enciclica si innesta nell’ambito della Pastorale del Lavoro, in cui si pone attenzione ad uno sviluppo strutturale, fattivo e proficuo di tutte le componenti sociali, perseguendo la crescita e la distribuzione equa delle ricchezze.

Nella Laudato Sì non vi sono messaggi di depauperamento sociale, ma una proposta di percorso di crescita, che parte da una decrescita che non significa “diventare tutti poveri”, ma che tutti possano accedere alle opportunità di ben-essere.

Questo punto cruciale va a disinnescare la bomba del conflitto sociale che si genera nel momento in cui le diversità sono così evidenti e radicali, che sfociano in periodi difficili da superare, come insegna la Storia.

Concludendo la Laudato Sì è un’opera da leggere con altri occhi e con uno spirito verso il futuro, con cui una nuova Umanità si possa approcciare al Creato con rispetto e cura, per costruire un mondo in cui le nuove generazioni possano “essere felici”.

Mariantonietta Valzano

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SUI CIBI E SULLE BEVANDE: “Mala aurea” di Maria Rosaria Perrone

Pubblico con piacere un articolo scritto da Maria Rosaria Perrone, poetessa e scrittrice, che ama cogliere le sfumature delle cose che la circondano, non tralasciando di evidenziarne gli aspetti più intrinseci e significativi. Oggi si parla delle origini del pomodoro e, tra curiosità e documentazioni storiche, si scopre che ha radici antiche e degne di approfondimento.

Il cibo è cultura? Secondo me sì. Scoprire le origini di alcuni cibi, le curiosità e i poeti che hanno tratto ispirazione da essi, contribuisce a nutrire non solo il corpo, ma anche l’animo. Questo nutrimento bivalente ha dato vita ad alcuni mie scritti sui cibi e sulle bevande un po’ di tempo fa. E’ stato bello intraprendere questi brevi viaggi e spesso mi sono trovata in una sorta di piacevole serendipità.

La prima classificazione botanica del pomodoro  la fece C. Linneo nel 1753,in genere Solanum, come Solanum  lycopersicum  il nome lyco-persicum, deriva dal  greco  e significa letteralmente “pesca dei lupi”. E’ originario delle regioni basse delle Ande zona compresa oggi tra il Messico e il Perù; Incas e Aztechi  lo chiamavano xitomatl , ne furono i primi coltivatori ed  era un alimento talmente diffuso che nel cinquecento i pomodori costituivano, con il mais e la manioca, una parte predominante della dieta degli  dell’area compresa tra il Messico ed il Perù.
Fu scoperto dagli Europei nella prima metà del Cinquecento quando i Conquistadores spagnoli  entrarono in America, infatti,  Il pomodoro giunse in Europa nel 1540 quando il conquistador Hernán Cortés, di ritorno in patria, ne portò alcuni esemplari.
In Italia il pomodoro giunse alla fine del cinquecento, dapprima era utilizzato per scopi ornamentali soprattutto nel nord, quando giunse nel meridione il clima favorevole mutò le dimensioni e il colore del pomodoro, infatti, divenne più grande e di colore rosso aranciato e non più giallo. I contadini furono i primi a consumarli crudi, cotti, fritti nell’olio e in salsa e successivamente a condirne la pasta. In ordine alla pasta col pomodoro la rivista  Taccuini storici riporta quanto segue: “A cavallo fra Sette e Ottocento la pasta veniva ancora comunemente condita con il formaggio, come testimonia Goethe nel suo “Viaggio in Italia”, ma sarà proprio in questo periodo che farà la sua comparsa il gioiello rosso. Il padre della pasta con il pomodoro nell’odierna accezione è stato Pellegrino Artusi, ma il primo documento che ne attesterebbe l’uso alimentare è il “Loscalco alla moderna” di Antonio Latini del 1692-4, dove lungi dall’essere associato alla pasta è utilizzato per insaporire altre verdure. La prima ricetta di salsa di pomodoro è quella contenuta nel “Cuoco galante” di Vincenzo Corrado, consigliata per arricchire carni e pesce, e caratterizzata oltre che dalla presenza di poco olio, da quella di cannella e chiodi di garofano. Il primo cuoco che propose una salsa di pomodoro in abbinamento alla pasta fu Antonio Nebbia autore nel 1779 del “Cuoco maceratese” nel quale tra l’altro è contenuta anche la celebre ricetta dei vincisgrassi. “
Pare comunque che le prime notizie sul pomodoro e le sue salse presenti nel mercato di Tenochtitlàn, la capitale del regno di Montezuma, sono descritte nell’Historia general de las cosas de la Nueva España(Codice Fiorentino)di Padre Bernardino de Sahagun (Berardino d Rivera),un francescano giunto nella “Nuova Spagna” nel 1526 con dodici confratelli con l’intento di convertire gli indigeni alla nuova fede, ma l’opera di Padre Bernardino sarebbe stata pubblicata solo nel 1829 e per di più in Messico mentre l’Europa non sfruttava pienamente  il potenziale gastronomico del pomodoro.
Storie, notizie e ricette sul pomodoro ce ne sarebbero ancora tante da raccontare, purtroppo anche tristissime, ma mi fermo qui e concludo questo post con una splendida poesia di Pablo Neruda.

-©Maria Rosaria Perrone-

ODE AL POMODORO
La strada
si riempì di pomodori,
mezzogiorno,
estate,
la luce
si divide
in due
metà
di un pomodoro,
scorre
per le strade
il succo.
In dicembre
senza pausa
il pomodoro,
invade
le cucine,
entra per i pranzi,
si siede
riposato
nelle credenze,
tra i bicchieri,
le matequilleras
la saliere azzurre.
Emana
una luce propria,
maestà benigna.
Dobbiamo, purtroppo,
assassinarlo:
affonda
il coltello
nella sua polpa vivente,
è una rossa
viscera,
un sole
fresco,
profondo,
inesauribile,
riempie le insalate
del Cile,
si sposa allegramente
con la chiara cipolla,
e per festeggiare
si lascia
cadere
l’olio,
figlio
essenziale dell’ulivo,
sui suoi emisferi socchiusi,
si aggiunge
il pepe
la sua fragranza,
il sale il suo magnetismo:
sono le nozze
del giorno
il prezzemolo
issa
la bandiera,
le patate
bollono vigorosamente,
l’arrosto
colpisce
con il suo aroma
la porta,
è ora!
andiamo!
e sopra
il tavolo, nel mezzo
dell’estate,
il pomodoro,
astro della terra, stella
ricorrente
e feconda,
ci mostra
le sue circonvoluzioni,
i suoi canali,
l’insigne pienezza
e l’abbondanza
senza ossa,
senza corazza,
senza squame né spine,
ci offre
il dono
del suo colore focoso
e la totalità della sua freschezza.
-Pablo Neruda-

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IN PROSA E IN POESIA : “L’evoluzione” e “À rébours”– a cura di Lorenzo Fiore

          L’evoluzione

             Il lavoro più breve è una conquista,

            ma rischi crea di degenerazione:

            nel tempo libero può un masochista

            chiedersi che cos’è l’evoluzione.

 

            La risposta, peraltro, è già prevista:

            è il frutto di brutal competizione,

            forse guidata da una man non vista,

            giunge con l’uomo alla sua perfezione.

 

            Ma mentre è così elusa la questione,

            lavora l’uomo al suo superamento:

            con la genetica e l’automazione

 

            crea più efficienti vie di avanzamento,

            e senza chiara aver la situazione

            produce ignaro il suo pensionamento.

 

          À rébours

             Da quando l’uomo ha usato la ragione

            l’ha rivolta a conoscere se stesso;

            dapprima, ingenuo e senza alcun complesso,

            di sé aveva un’altissima opinione.

 

            Quanto più progrediva nell’azione

            meno alla sua autostima era concesso:

            dal centro del creato retrocesso!

            Non più a Dio assomigliar ma a uno scimmione!

 

            Poi l’interpretazione materiale

            lo splendor della storia ha confutato;

            si è messa in dubbio l’anima immortale;

 

            anche il libero arbitrio han contestato.

            Ma la Mente, all’opposto, ha steso l’ale:

            ogni caduta il volo suo ha innalzato.

Sonetti tratti da: L.F. Conti aperti con il Mondo, YCP, 2020

Un agente di borsa sceglie un nutrito gruppo di destinatari, e a tutti offre una consulenza gratuita. A metà dei destinatari invia la previsione che un certo titolo avrà un aumento, all’altra metà un diminuzione. Dopo che i riceventi hanno effettuato gli investimenti consigliati, invia una lettera con un potente veleno alla metà che aveva ricevuto la previsione sbagliata, e ripete un’identica procedura di consulenza con la metà sopravvissuta. E così via. Alla fine resterà un gruppo più piccolo, che si affiderà volentieri ai suoi consigli, meravigliato e convinto della sua competenza e affidabilità; a loro volta, i membri del gruppo acquisteranno la fama di maghi della finanza.
In modo simile, secondo la teoria dell’evoluzione nella versione oggi più accreditata, la natura ha ottenuto la fama di una imperscrutabile, profonda saggezza, e chi è sopravvissuto alle sue cure il riconoscimento di una grande capacità di adattamento all’ambiente.
In realtà tutto avviene senza saggezza, e neppure intenzionalità.
Questo apologo dà un’idea sintetica e immediata – anche se ovviamente monca e imperfetta – del “paradigma” interpretativo attuale sull’evoluzione dei viventi; paradigma che, per vero, è molto complesso e ancora incompiuto.
Si potrebbe parlare – in modo forse un po’ abusato – di rivoluzione copernicana; ma il paragone sarebbe riduttivo, dato che non di solo movimento di astri si tratta, ma dell’insieme delle caratteristiche e delle manifestazioni della vita, fino al comportamento, e allo stesso pensiero.
Ma quest’ultima rivoluzione è stata preceduta, nello sviluppo delle scienze della vita, da altri importanti sovvertimenti.
Il più lontano ha avuto luogo all’inizio degli studi scientifici moderni sui viventi – che, come per altre discipline, si può collocare nel ‘600-‘700 – ed è stato determinato principalmente da due contributi fondamentali. Il primo, derivato dagli studi sperimentali di Redi e Spallanzani, è rappresentato dall’esclusione della generazione spontanea della vita (ad esempio, delle mosche dalla carne marcia) che fino ad allora si riteneva invece possibile e normale. Il secondo, dovuto all’opera dello svedese Linneo, è consistito in una messa a fuoco della realtà biologica delle specie, chiarendo che la trasmissione della vita è confinata all’interno di linee separate e ben distinte, le specie appunto, ritenute immutabili e create direttamente da Dio.
Questi sono stati i primi passi per ricondurre la vita, considerata fino ad allora come manifestazione di un’energia misteriosa e immateriale, entro i confini del mondo naturale e delle sue leggi.
Ma già questa prima rivoluzione non è stata accettata che con fatica, e con molte, non sempre esplicitate, riserve.

L’opera di Darwin, in particolare il trattato “L’origine delle Specie” del 1859, ha provocato un secondo sconvolgimento, ancora maggiore, sostenendo che i viventi, per quanto organizzati in tante linee distinte e non comunicanti fra loro, derivano per trasformazioni progressive da antenati condivisi. In questo caso, l’implicazione dirompente riguardava non tanto la natura della vita nel suo insieme, quanto la collocazione in essa della specie umana; una questione che la sistemazione di Linneo non aveva toccato. Anche l’appartenenza dell’uomo al mondo naturale, quindi, veniva ora sostenuta.
La risonanza delle idee di Darwin – come è noto – si estese ben oltre la comunità degli studiosi, e termini oggi in disuso, come “lotta per l’esistenza”, trovarono applicazione nei campi più disparati, a cominciare dalla sociologia.
Darwin tuttavia, eccellente naturalista, non era per sua stessa ammissione altrettanto dotato di un rigoroso pensiero astratto, ed i meccanismi dell’evoluzione rimasero nei suoi scritti piuttosto indefiniti e variabili. D’altra parte, le conoscenze dell’epoca non potevano offrirgli strumenti adeguati. Tuttavia, proprio per la notorietà e il clamore raggiunti, le sue idee al riguardo restano tuttora molto conosciute e diffuse.
La terza rivoluzione concettuale nello studio dei viventi, non altrettanto nota ma forse la più radicale e sovvertitrice, ha avuto inizio quando si sono sviluppate la genetica e la biologia molecolare, e si è scoperto che esiste nei viventi un progetto molecolare (di regola costituito da DNA) che ne determina le strutture e le funzioni. La trasmissione di tale progetto alle generazioni successive e il verificarsi di errori (mutazioni) lungo tale trasmissione sono apparsi come le condizioni alla base dei processi evolutivi.
Questo ha comportato, come cercherò di mostrare in particolare per alcune manifestazioni comportamentali, un ulteriore abbandono di interpretazioni finalistiche ed “energetiche”, a favore di spiegazioni collocate sul terreno di una rigorosa logica deterministica.
C’è stata dunque nello studio dei viventi, oltre ad avanzamenti conoscitivi enormi, una serie tumultuosa di avvicendamenti concettuali, con una quantità molto alta di implicazioni. Ciascuno ha lasciato tracce di sé, determinando un enorme pot-pourri al quale attingono attualmente in vario modo, a seconda delle proprie preferenze e inclinazioni, sia coloro che sono mossi da un interesse precipuamente culturale, sia spesso anche studiosi coinvolti in ricerche proprie del settore.
Soprattutto a causa della necessità di revisione di tanti concetti e modi di vedere ritenuti in precedenza ovvi e indiscutibili, la teoria evolutiva, come a suo tempo quella di Copernico, oltre ad entusiastiche adesioni suscita ancor oggi non solo resistenze e obiezioni – sempre utili per governare l’avanzare delle conoscenze – ma anche opposizioni sorde e cordoni sanitari duraturi.
Ma la sua comprensione, ne sono convinto, è destinata a diffondersi a strati culturali sempre più ampi, e finirà per sembrare un’ovvietà, come avviene per le idee di Copernico nella cultura attuale.
Spero che questa breve premessa incoraggi ad avvicinarsi ai temi evolutivi chi per varie ragioni ne è rimasto distante; magari con diffidenza, ma con curiosità e senza chiusure preconcette. Tenendo anche ben presente che, accanto all’architettura logica complessa e affascinante, sono molti i problemi rimasti insoluti, con possibili aperture per nuovi rivolgimenti.
La trattazione di aspetti specifici, riguardanti soprattutto il comportamento e la psicologia, deve essere necessariamente rimandata ai prossimi appuntamenti.
Per i più curiosi e pazienti, vorrei tuttavia concludere questa esposizione con alcune domande e risposte, che mi sembrano utili per introdurre quanto andremo ad esaminare.

Come prima domanda, come per l’uovo e la gallina, potremmo chiederci se è nata prima l’evoluzione o la vita. Sulla questione sappiamo ben poco, ma è plausibile che le due siano state fin dall’inizio interconnesse. L’origine di molte caratteristiche che comunemente consideriamo distintive e primitive della vita – come il ciclo vitale, la morte programmata, la sessualità – possono verosimilmente aver avuto origine attraverso meccanismi di tipo evolutivo, ovvero mediante la comparsa casuale di mutazioni poi selezionate.
Il processo evolutivo canonico si sviluppa nel momento in cui compaiono organismi capaci di autosostenersi e moltiplicarsi, dotati di un progetto molecolare duplicabile. Le mutazioni che si verificano entro tale progetto, se rispondenti a determinati requisiti, si affermano e si diffondono, dando origine, con il loro lento e progressivo accumularsi lungo innumerevoli e ramificati percorsi, alle piante e agli animali che conosciamo.

Come secondo punto, possiamo chiederci quali siano i caratteri individuali sottoposti a selezione. La credenza abbastanza diffusa è che siano quelli più stereotipati e costanti. Questo però non è vero.
Anche caratteri che si manifestano con grande variabilità pur entro lo stesso progetto genetico, come ad esempio il peso corporeo, sono sottoposti a selezione, a condizione che progetti genetici diversi si traducano in differenze di valor medio. In questo caso la selezione può agire con un effetto di natura probabilistica a livello di popolazione.
Ma come si colloca in questo contesto l’apprendimento, e la vecchia contrapposizione innato-appreso? Dobbiamo rinviare l’importante questione, ma si può qui anticipare che anche la capacità di apprendere, con le sue specifiche modalità, è un carattere selezionato e determinato dal progetto genetico, quindi trasmesso ai discendenti; al contrario, ciò che viene appreso finisce con la morte dell’individuo (salvo nei ristretti casi in cui è possibile la trasmissione culturale).

Come terza possibile domanda, possiamo chiederci su quali oggetti agisca la selezione.
Nel passato anche recente si era incerti se la risposta fosse “gli individui”, oppure “i geni” o talvolta “le popolazioni”. Molti oggi ritengono che la risposta corretta sia la seconda (v. per una bella trattazione il libro “Il gene egoista” di R. Dawkins).
Grazie ai meccanismi molecolari della sessualità, infatti, le varie porzioni del DNA (i “geni”, termine che ha un significato preciso ma che nelle trattazioni non specialistiche, come la presente, è spesso usato in modo vago e indicativo) si rimescolano continuamente nelle generazioni successive. Pertanto ogni individuo ha un suo corredo particolare, e la selezione può agire nel tempo su singoli “geni”, che sono, almeno in prima approssimazione, indipendenti dagli altri.
Questo è un punto fondamentale, che, come vedremo in seguito, implica conseguenze non sempre ovvie.

Una quarta domanda potrebbe riguardare il rapporto evolutivo dei geni con l’ambiente, ovvero, come si dice, la loro fitness. Ma questo è un aspetto così complesso e sfaccettato che conviene esaminarlo di volta in volta, nei vari casi che ci si presenteranno. Anche qui forse si può anticipare che la parola “ambiente” può includere fattori assai eterogenei, da quelli più ovvi riguardanti territorio, clima, cibo disponibile, specie “amiche” o nemici naturali, ad altri meno immediatamente evidenti come i tipi di rapporto fra conspecifici e fra i sessi, fino a comprendere le relazioni con gli altri geni ed altre sottigliezze ancor più sofisticate.
Qui si ferma, per ragioni di opportunità, la premessa; ma forse avremo modo in seguito di riprenderne ed ampliarne i temi.
Lorenzo Fiore

 

 

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