“I colori dell’autunno” di Maria Rosaria Teni

Belli i colori dell’autunno
infiammati dall’ultimo sole

Malinconiche note
nelle foglie ramate
e un’estate che muore
tra vapori di nebbie
nei tramonti di fuoco

Dei ricordi sospiri
canti lievi al mio andare
tramutate in poesia
nostalgie di fanciulla
offuscate dal tempo

Belli i colori dell’autunno
negli anfratti cupi vellutati.
Maria Rosaria Teni

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“Letture indipendenti” – “L’Ultimo Libro” di Giancarlo Biserna

Letture indipendenti

“L’Ultimo Libro”, il romanzo apocalittico a sfondo teologico di Giancarlo Biserna
Casa Editrice: Il Cerchio
Collana: C’est la vie
Genere: Romanzo apocalittico
Pagine: 324
Prezzo: 28,00 €

Nell’opera “L’Ultimo Libro” di Giancarlo Biserna possiamo apprezzare un affascinante antefatto: L’Abate Padre Peter sta per intraprendere una partita a scacchi cruciale, che non può non far venire in mente quella che il cavaliere Antonius Block gioca con la Morte nel film di Ingmar Bergman “Il settimo sigillo”. Padre Peter ha un avversario di pari pericolosità e potenza: il Demonio; la posta in gioco è la salvezza degli esseri umani, ormai troppo lontani dalla fede in Dio e quindi bisognosi di avere qualcuno che vinca contro il diavolo e che riscatti la loro anima. L’Abate la chiama la “milleunesima possibilità”, quella definitiva, l’unica che possa evitare lo spargimento di sangue, le guerre, le malattie e la dannazione del genere umano. La partita sarà giocata all’interno del Castagno del Duca, un enorme albero in cui è stata ricavata una caverna; la sfida ha inizio, e il Demonio si dimostra subito più abile negli scacchi. Padre Peter ne aveva avuto sentore, e aveva quindi preparato un astuto piano di riserva per evitare di soccombere; ed è ciò a cui deve ricorrere quando il suo avversario è innegabilmente a un passo dalla vittoria. Le conseguenze dell’inganno dell’Abate saranno però tremende: «E la partita a scacchi dentro il Castagno del Duca si interruppe per sempre e non se ne fece più una nuova. E fu la guerra, quella lunga e drammatica guerra per la vita e per la morte che andremo a raccontare, al cui confronto quella di Troia era stata un gioco per bambini. Questa guerra ormai era rimasta l’unica via per l’uomo per guadagnare tutto il tempo possibile in più per “cambiare” prima del giudizio finale, nella consapevolezza che Dio non lo avrebbe mai lasciato solo col Demonio». Ciò accadeva molto tempo prima dello svolgimento della storia raccontata: ci troviamo nel presente, nei pressi del Monastero di Monte Manto, a cavallo tra l’Emilia Romagna e la Toscana, e Amos, il protagonista dell’opera, sta vedendo cambiare drasticamente la sua esistenza. È stato infatti designato, proprio lui che è un fedele come tanti, a ricoprire un ruolo vitale per il cammino di salvezza dell’umanità; sono trascorsi cinque anni dalla fine della pandemia di Covid19 e niente è cambiato nell’anima delle persone, anzi, sono addirittura peggiorate. Non stupisce quindi che un nuovo virus, questa volta di natura spirituale, colpisca il mondo, e in particolare coloro che compiono il male. Amos dovrà quindi fronteggiare un temibile nemico, l’Ordine Massonico Mondiale, per salvare i suoi simili e per riportare la fede nei cuori degli uomini. Carla Strazza

Contatti

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http://www.ilcerchio.it/

Link di vendita online
https://ilcerchio.it/l-ultimo-libro.html

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Uno sguardo sul Premio Vitulivaria

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Manca ormai poco più di un mese alla scadenza della settima edizione del nostro Premio letterario Vitulivaria e comincia a prendere forma la consistenza del numero di partecipanti, autori da tutta Italia che, nonostante l’incertezza del momento, dimostrano la loro attenzione, inviando le proprie opere. Il periodo che stiamo vivendo è senza ombra di dubbio molto particolare e ancora una votùlta mi piace ricorrere alle parole di Emily Dickinson “Accendere una lampada e sparire /Questo fanno i poeti / Ma le scintille che hanno ravvivato / se vivida è la luce durano come i soli.” Non avrei potuto trovare una frase più adeguata per indicare ciò che la poesia, e la scrittura più in generale, possa rappresentare in una condizione di provvisorietà e instabilità come quella che stiamo attraversando.

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Significativa la crescita che il Premio sta registrando, anche per il merito di aver introdotto la sezione dedicata ai libri editi di poesia, cosa che ha consentito agli autori di far conoscere più a fondo e in modo più completo il proprio universo interiore, rivelando chiaramente la bontà della scrittura e la sua funzione catartica. Tante sono infatti le sillogi poetiche che stanno arrivando da tutta Italia e si stanno rivelando tutte di ottima qualità e raffinatezza. Nei prossimi giorni approfondiremo i criteri valutativi che saranno adottati dai membri della giuria e illustreremo le varie fasi del Premio, che prenderanno il via subito dopo la scadenza fissata per il 30 ottobre prossimo. Ci sarà la possibilità di aggiornare tutti coloro che saranno interessati al Premio e di condurli piacevolmente alla serata conclusiva di premiazione.  Grazie al web è stato possibile attivare una rete che stabilisca un contatto attraverso i social e quindi, tramite i canali a disposizione, saranno offerti approfondimenti e utili dettagli sull’organizzazione e lo svolgimento del nostro concorso, con il supporto della nostra rivista culturale  e del  canale YouTube Cultura Oltre.

Come sempre, non mi resta che augurare una buona scrittura a tutti!

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IL LIBRO DEL MESE – “IN DIRITTURA” di Gianni Marcantoni- settembre 2022

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Ospitiamo con vero piacere, per la rubrica “Il libro del mese”, la silloge “IN DIRITTURA” di Gianni Marcantoni, edita da Vertigo, 2013, di cui presentiamo un piccolo estratto di tre liriche, che permettono di entrare nel mondo poetico di un  un autore molto interessante che ha saputo coniugare sapientemente l’amore per la poesia con le emozioni e gli stati d’animo di un uomo contemporaneo che vive il suo tempo con intensità e  sensibilità. Le sue poesie hanno la capacità di suscitare il ricordo di evanescenti  immagini di un tempo vissuto che non ritorna e anzi assume una valenza dolorosa nell’ineluttabilità del trascorrere inesorabile di attimi che si cristallizzano in una solitudine assordante, come ben rappresentata nei versi “Il cuore da solo non va più/da nessuna parte e muore fra/le proprie ragioni che tendono/in solitudine ad amplificarsi” […]. Nei versi emerge una struttura lessicale pulita che, pur avvalendosi di una varietà articolata di figure retoriche, non fa ricorso a un’architettura complessa, ma consente la fruibilità della lirica e la sua completa assimilazione – “ Io vengo a te come se/l’acqua fosse un vento/di aprile. Non temo il lungo/silenzio della vista mentre/ guardo i verdi prati sollevarsi/o i rami aggrapparsi alla terra/e spegnersi tra cielo e notte”[…]  La ricchezza delle similitudini e delle personificazioni rende la stessa poesia quasi un alter ego del poeta che, in tal modo, sembra voler manifestare se stesso e il suo mondo interiore, svelandone, al contempo, la inespressa fragilità che, in fondo, è di tutti gli esseri umani. [Maria Rosaria Teni]

In dirittura cop webtutte le cose odorano
di tempo, anche le persone
ci lasciano con il loro odore
di tempo vissuto; diventa ricordo,
diventa pesante e doloroso.

Il cuore da solo non va più
da nessuna parte e muore fra
le proprie ragioni che tendono
in solitudine ad amplificarsi.

Questa prova è ancora troppo
ardua – non ne ho il coraggio
troppo debole è la ragione
difronte al sentimento sbagliato.
Soffrire ogni luogo si rivela
l’unica via dove stiamo.

**

 dammi una morte differente,
un filo colorato o un gesto
tagliente pensato, perché sono
inspiegabili certi accadimenti,
inspiegabili come gli occhi fermi
all’ultima ora di buio.

Il vento spinge forte sulle
finestre dove la nuova tempesta
sfiora già le corde e agitato appare
il suo arrivo come un rullo
di tamburi impazziti – colpi e lame taglienti
in un dormitorio che è custode
profonda – e tappi per le orecchie.

Dammi un’altra notte ancora,
una sorgente segreta per bere
con le mani senza avere alcun timore,
dove il grande sottosuolo attende
in pace le sue creature spente.

**

io vengo a te come se
l’acqua fosse un vento
di aprile. Non temo il lungo
silenzio della vista mentre
guardo i verdi prati sollevarsi
o i rami aggrapparsi alla terra
e spegnersi tra cielo e notte.

Io vengo a te senza nessun
richiamo, senza pretendere
niente. Mi hai distrutto
all’interno di un calvario
per ridurmi un grumo di cenere.

All’aria sono finito per essere
trasportato ovunque, fino
alla foce del mattino dove
tu mi attendevi senza parole.
Gianni Marcantoni

**

Gianni Marcantoni è nato nel 1975 a San Benedetto del Tronto e vive nelle Marche. Laureato in Giurisprudenza, ha iniziato fin da adolescente a comporre versi. Le sue opere poetiche: Al tempo della poesia (Aletti, 2011), La parete viva (Aletti, 2011), In dirittura (Vertigo, 2013), Poesie di un giorno nullo (Vertigo, 2015), Orario di visita (Schena, 2016), Ammessi al paesaggio (Calibano, 2019), Complicazioni di altra natura (Puntoacapo, 2020), Panorama dei lumi (plaquette, Puntoacapo, 2021). Inserito nella enciclopedia dei Poeti Italiani Contemporanei (Aletti, 2017) nonché su “Italian Poetry“, sito ufficiale dei poeti italiani dal novecento ad oggi, diviene nel 2020 co-fondatore di Wikipoesia. Sue citazioni e liriche compaiono in diverse antologie AA.VV, cataloghi d’arte, siti poetici, blog letterari, periodici e riviste, dove è stato anche recensito (La Poesia, Pensieriparole, Scrivere, Frasi celebri, Aforismi Frasi, Poesia, di Luigia Sorrentino-Rai news, Poesia ultra contemporanea, Apparenze, L’Altrove–Appunti di poesia, Inverso–Giornale di poesia; Punto-Almanacco di poesia, L’Ottavo, Cartesensibili, Alma Poesia, The bookish explorer, la Voce delle Marche, Roma Capitale Magazine, Soundcloud, Literary, VivereFermo, L’Attualità-Periodico di società e cultura, Shockwave Magazine, Alessandria Today, Leggere:tutti, Oubliette Magazine…). Ospite in alcune rubriche letterarie, ha ricevuto vari premi e riconoscimenti.

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“Letture indipendenti” – L’undicesimo giorno della falena” – di Eva Forte

Letture indipendenti

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“L’undicesimo giorno della falena”
 Casa editrice: La Ragnatela Editore
Genere: Narrativa contemporanea
Pagine: 149
Prezzo: 9,36 €

L’undicesimo giorno della falena” della sociologa e giornalista Eva Forte è un delicato e toccante romanzo narrato in prima persona dalla protagonista, Cecilia, una ragazza di diciassette anni piena di vita e di belle speranze. Cecilia vive a Roma, e l’ambientazione è molto importante in questa vicenda: tanti sono i luoghi della capitale che ci vengono mostrati, anche attraverso delle fotografie che ci permettono di immedesimarci ancora di più nella storia raccontata. Un altro punto rilevante è il tempo della narrazione: il romanzo si svolge nei primi anni Novanta, e l’autrice riesce a restituire perfettamente le atmosfere di quel periodo, e soprattutto le consuetudini, i sogni e i problemi degli adolescenti di allora. Eva Forte presenta una storia che parla di perdita, di silenzio e di smarrimento; avere una protagonista così giovane esaspera ognuno di questi aspetti, perché a quella età non si dovrebbe sperimentare il fiele della vita ma solo il miele più dolce. Purtroppo, però, Cecilia non è così fortunata: un terribile giorno ella è coinvolta in un incidente in motorino e, non indossando il casco, batte violentemente la testa – «Di punto in bianco non sento più niente, tutto è ancora più buio, fermo, impalpabile. Non riesco a muovermi ma sento intorno a me i miei amici, sono spaventati. Il loro cuore che batte all’impazzata mi soffoca, li sento così forte, spezzati solo dall’arrivo dell’ambulanza. Una paura così grande non l’ho mai provata prima, non riesco neanche a piangere, o almeno credo». Inizia il doloroso racconto del coma in cui versa la protagonista; una parentesi nel limbo tra la vita e la morte che viene raccontata con eleganza e perizia dall’autrice. È soprattutto il silenzio a dominare, ma è un silenzio assordante e terrorizzante, da cui Cecilia non sa se potrà mai uscire – «Sento qualcosa sbattere sul vetro della finestra. È una falena. Oggi è il suo undicesimo giorno di vita. Nella stanza ora è tornato il silenzio». Da questo momento il romanzo ci consegna un mistero da svelare e una consapevolezza che fa male, e quando si arriva all’intenso epilogo tante domande rimangono ancora in attesa di risposta. E in questo l’autrice viene in nostro aiuto: Eva Forte ha infatti previsto una serie di storie collegate alla narrazione principale, che verranno pubblicate sui canali social della casa editrice e della scrittrice – «Un libro senza fine, un racconto che ci accompagna anche una volta finito di leggere». Carla Strazza 

Contatti
www.evaforte.it
https://www.instagram.com/evyna76/?hl=it
https://it-it.facebook.com/EvaForteScrittrice

Link di vendita online
https://www.amazon.it/Lundicesimo-giorno-della-falena-Forte/dp/8899651337/ref=tmm_pap_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=&sr=

EVA FORTE

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GLI AUTORI DI VITULIVARIA: Salvatore La Moglie-“Il Poeta e la pandemia”- Menzione d’onore-Finalista

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“Gli Autori di Vitulivaria”

SALVATORE LA MOGLIE di Cosenza
“Il Poeta e la pandemia”

(Macabor, 2020)

Menzione d’onore –  Finalista

il poeta e la pandemiaDall’Introduzione a cura dell’autore: “Uno scrittore, un poeta e, insomma, ogni artista può avere diverse fonti e motivi di ispirazione e di creatività. La realtà, gli eventi e i fatti che un giorno finiranno nei libri di Storia rientrano a pieno titolo tra queste fonti e questi motivi. Non è vero, come diceva Benedetto Croce, che l’arte è qualcosa di talmente autonomo e a se stante, rispetto alla realtà esterna,  per cui l’artista può creare le sue opere anche standosene in una bella torre eburnea; e non è vero, come sosteneva il mio amatissimo Eugenio Montale, che la Storia non è magistra di nulla che ci riguardi. E, invece, la realtà e gli eventi storici o della cronaca che poi diventa Storia ci condizionano eccome, sia a livello fisico che psicologico e possono essere, appunto, fonte e motivo di ispirazione. Tanti sono gli scrittori e gli artisti che, per esempio, hanno tratto la loro ispirazione dalla Prima Guerra Mondiale e poi dalla Seconda, ma anche dall’esperienza del Fascismo, del Nazismo o del Comunismo come da tanti altri fatti storici o comunque sortiti dalla realtà della vita e del mondo, una realtà che, spesso, si manifesta come imprevedibile e surreale, incredibile e paradossale, tanto che finisce sempre per superare la fantasia.[…] Mai avevo scritto tante poesie in così breve lasso di tempo, cioè circa due mesi, quelli della quarantena (o clausura o lock-down) vissuti chiusi in casa, forse perché credo caparbiamente che contro certi eventi ci possono salvare solo la poesia, la letteratura, la cultura come strumenti, appunto, di estrema difesa e resistenza contro gli orrori e le violenze della Storia e della vita. Ho scritto tanto e di getto solo un’altra volta durante la mia attività letteraria e, cioè, quando nell’estate del lontano 1999 scrissi il romanzo Il cocchio alato del tempo. Fu veramente allora che compresi in cosa consiste l’ispirazione: un momento magico e irripetibile in cui possiamo riuscire a creare delle opere di alto livello, dei veri e propri capolavori che resisteranno all’usura del tempo. I testi poetici che presento al lettore sono usciti dalla mia mente e dalla mia anima con tanta sofferenza interiore, non solo per la mia persona ma soprattutto per il pensiero della sofferenza e del dolore del mondo, il dolore degli altri esseri umani e delle tante esistenze travolte e sconvolte dalla terribile pandemia. Si tratta di poesie-pensieri, poesie-riflessioni, di poesieracconto scritte, certo, non per mera consolazione ma soprattutto per resistere al male, al nuovo spettro che si aggira per il mondo, quello ben più pericoloso della pandemia, e per riaffermare, ancora una volta, attraverso la scrittura, che l’uomo è un essere dotato di ragione e di pensiero e che – come diceva Blaise Pascal – pur essendo la più debole delle canne è comunque una canna che pensa e in questo consiste la sua grandezza e la sua dignità. (Salvatore La Moglie)

Immagini gratis di GabbianoOmaggio a Sépulveda

Anche un poeta dal
virus è stato
assassinato.
Un poeta che sognava
un altro mondo,
più giusto, più libero
e più umano.
Come un leone ha
lottato, poi via per
sempre se n’è andato.
Forse è in cielo come
una stella e accanto
a lui c’è la sua amata
gabbianella.

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Oscilla sempre tra timore e speranza

Oscilla sempre tra
timore e speranza
il pendolo della
nostra misera
esistenza, ogni dì
spesa nell’attesa
di una liberazione
che ponga fine a
una domestica
prigione che più
che sul corpo
sull’anima pesa.

Commento critico: l’uso di figure retoriche  rende in modo efficace il senso delle situazioni descritte, evidenziate nella versificazione tesa all’ascolto di emozioni e stati d’animo, scaturiti dall’esperienza realmente vissuta in una realtà travolta dalla sofferenza.

Salvatore La Moglie

è nato a Lauropoli (CS) nel 1958. Laureato in “Lettere” alla “Statale” di Milano, nel 1998 ha pubblicato, per la Pellegrini di Cosenza, il suo primo romanzo, La stanza di Pascal e, nel 2000, per la Rubbettino, Il cocchio alato del tempo. Testi poetici e racconti sono stati pubblicati in alcune antologie. Raccolte di poesie sono state pubblicate da Aletti: Austro 2017- Poeti del nuovo millennio a confronto, Il Paese della Poesia-Tre poeti a confronto e, sempre nel 2017, la raccolta La parola che resiste mentre per la saggistica Profili letterari del Novecento. Altri testi poetici sono stati pubblicati nella Enciclopedia dei poeti italiani contemporanei (Aletti, 2017). Dello stesso anno è pure la pubblicazione di una silloge in Navigare 88, Pagine editrice. Ha collaborato con le riviste “La colpa di scrivere” e “Il Fiacre N.9” e collabora attivamente con il mensile online “La Palestra”. Tra il 2015 e il 2017 ha ottenuto vari riconoscimenti e premi ed è risultato tra i primi classificati per la poesia, il racconto, il romanzo e il saggio. Ricordiamo: 1° Premio Intern. S. Quasimodo” (2015); al Premio Intern. J. Kerouac (2016) ;(2016); al Premio Intern. Corona (2016); e nel 2017 ai seguenti Premi: Premio il Giovane Holden; 8° Concorso “Club della poesia”; Premio Intern. “Terre di Liguria”; Premio “Umile F. Peluso”; Premio Letterario Cittanova, IV edizione; Premio Intern. M. Buonarroti; Premio Intern. “Terre Lontane”; Premio Intern. Antico Borgo.

Incontro con l’autore a cura di Maria Rosaria Teni

1 – come è nata la decisione di scrivere una silloge poetica?

È nata da un’esigenza immediata, dalla contingenza più cogente; non dalla vita interiore ma da quella esterna drammaticamente incombente su di essa. Era scoppiata la pandemia da Coronavirus, qualcosa di inedito che ha reso le nostre vite come sospese in un Limbo e, pertanto, per un poeta, per un artista sarebbe stato colpevole non scrivere, non consegnare ai posteri un fotogramma in versi, insomma un documento che fosse capace di cogliere ogni sentimento, ogni emozione, ogni stato d’animo soggettivo, personale ma anche collettivo in presa diretta, giorno dopo giorno. E, infatti, c’erano giorni in cui riuscivo a scrivere anche tre poesie. Inoltre, in quei giorni, più di adesso (due anni dopo), si avvertiva forte l’esigenza di opporre come un argine, una diga alla pervasività della pandemia che regnava in maniera assoluta su tutto il mondo e sembrava (e tuttora sembra!…) dominare le nostre esistenze. Insomma, si avvertiva forte l’urgenza di opporre una forma di resistenza al Covid-19 armata soltanto di parole, di versi da consegnare all’universo, e questa resistenza poteva essere costituita solo dalla parola poetica, dalla Poesia che, come ci ha insegnato il Foscolo, vince di mille secoli il silenzio. Insomma, come direbbe Pasolini, con le sole armi della poesia.

2 – una domanda, all’apparenza forse un po’ retorica, che cos’è la poesia per lei?

La Poesia è tante cose e ognuno la vive e la sente secondo la propria visione del mondo e a seconda della funzione che le attribuisce. La Poesia è bellezza, è l’ineffabile, è il sublime in contrapposizione all’assurdo e all’immondo che sembrano dominare la realtà e il mondo. È evasione dalla realtà ma stando sempre dentro di essa, perchè il poeta non è un uomo che vive beato tra le nuvole. Ma la Poesia è soprattutto una forma di resistenza contro il male e il dolore della vita e della Storia, contro la cattiveria e la stupidità degli uomini che, invece, di dare amore e fare del bene più spesso fanno il male… Ecco, la Poesia è resistenza, la parola poetica consente di resistere, di contestare, di opporsi, di scuotere la terra; la Poesia, la parola poetica resiste anche all’usura del Tempo, lo sfida, rimane nei secoli e nei millenni e la sua potenza è tale che Omero, Virgilio e Dante sono dei classici senza tempo, degli eterni contemporanei.

3- Chi è e perché scrive poesie e in quale occasione e a quale età ha scritto la sua prima poesia?

Sin da quando avevo 14-15 anni volevo essere Salvatore La Moglie; sognavo già da allora diconquistarmi il mio pezzo di “eternità” ed è da allora che io ho incominciato a scrivere le mie prime poesie e le mie prime storie, i miei primi racconti e, parallelamente, ho fatto le mie prime importanti letture. Quanto al “perché si scrive” posso dire che per me scrivere, come leggere, è una seconda natura: non farlo mi fa stare male. Scrivere è un’esigenza praticamente fisiologica, ma più dello stesso mangiare: spesso mi capita di saltare la cena per completare la scrittura di una mia opera. Se non potessi leggere e/o scrivere morirei. Del resto, l’ho scritto anche in una mia poesia che: il giorno più / perduto e vano / è quello in cui / la mano non ha / steso neppure un / verso da consegnare / all’universo. Certo, per me la scrittura costituisce non solo qualcosa di consolatorio ma soprattutto un’alternativa e una contestazione continua della realtà e del mondo così come sono adesso (ed entrambi non piacciono). Negli ultimi 25 anni ho scritto tanto e anche pubblicato molto: due romanzi, due racconti lunghi, un saggio letterario su profili di scrittori del Novecento, quattro sillogi poetiche, tanti racconti ancora inediti ma premiati in tutta Italia e, infine, il commento all’Inferno della Commedia di Dante. Ma nel cassetto c’è tanto altro materiale che attende di vedere la luce.

4 – Generalmente quando si scrive è anche per il bisogno di comunicare con gli altri, quasi si senta la necessità di inviare un messaggio. Qual è il messaggio che vuole comunicare attraverso i suoi scritti?

Certamente, il bisogno di comunicare con gli altri è primario: che cosa ne faremmo di un nostro scritto che venisse letto soltanto da noi? Il mestiere dello scrittore è un mestiere particolare: si fa in solitudine, dentro una stanza ma è per gli altri che scriviamo, è agli altri che vogliamo consegnare il nostro messaggio come dentro una bottiglia, sperando che la bottiglia venga aperta da più di uno. Essere autoreferenziale è il peggior difetto che uno scrittore possa avere. Nella mia poesia edita Il poeta è ormai un clandestino, concludo dicendo che sono gli altri l’oggetto del canto di un poeta. È per gli altri che scriviamo e non soltanto per i contemporanei ma soprattutto per i posteri. Il vero scrittore cerca di parlare prima di tutto ai posteri, deve avere come massima aspirazione quella di durare nel tempo, quella cioè di essere un classico che avrà sempre qualcosa da dire e da dare a chi lo legge. Io credo nella forza della parola scritta, della parola letteraria. Si pensi a cosa sono la Bibbia e la Divina Commedia: due progetti di salvezza fondati sulla potenza della parola, della parola capace di persuadere, di essere illuminante, capace di indurre alla conversione e, insomma, di fare da guida durante la nostra vita. Una frase potente è capace di sollevare il mondo! Potenza della parola, potenza del pensiero!

Con la letteratura, con la poesia si può fare anche politica, si può rendere un servizio alla polis, alla cittadinanza. Diceva il grande Alberto Moravia: Impegno controvoglia, perchè l’impegno artistico è l’impegno più politico che possa darsi un artista. Aveva perfettamente ragione. La cultura e la letteratura sono armi formidabili e fanno solo del bene e nessun male: la parola scritta resta nel tempo e la letteratura deve avere il compito di stabilire la verità e fare da tribunale morale, sia per quanto riguarda il caso di un grande personaggio della Storia che per quanto concerne la storia di una qualsiasi semplice persona. La letteratura dev’essere Verità, Giustizia, Bene contro il Male, Libertà, Bellezza contro tutte le brutture e il negativo del mondo e della realtà.

5 – Ci sono dei modelli culturali a cui fa riferimento nella sua scrittura? Ha in mente un poeta o scrittore che le piace in particolar modo e l’ha influenzata nello scrivere e nella ricerca stilistica?

Sono convinto che ogni scrittore ha dei debiti nei confronti di quelli che lo hanno preceduto.  Ogni scrittore ha i suoi modelli sia per quanto concerne la visione del mondo che per quanto riguarda lo stile, il modo di scrivere. Poi, però, lo scrittore autentico si crea un suo stile, un particolare modo di scrivere che lo contraddistingue e lo rende originale e riconoscibile, identificabile. Per me sono stati e sono fondamentali Dante, Petrarca, Machiavelli, Shakespeare, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Verga, Dostoevskij, Tolstoj, Proust, Montale, Ungaretti, Quasimodo, Pirandello, Svevo, Moravia, Pasolini, Hemingway.  Per es., Hemingway mi ha insegnato soprattutto ad essere incisivo ed essenziale dove occorre esserlo, ad evitare i paroloni e la retorica, lo stile eccessivamente formale, gonfio che poi non ha nulla di concreto da dire e da raccontare. A me piace la poesia e la letteratura di contenuto e non di sole parole che non dicono nulla.

6 – Secondo la sua esperienza quale elemento distingue la poesia dalle altre forme di comunicazione mass-mediatiche e quali le caratteristiche che sono proprie della poesia e non si ritrovano in nessun altro tipo di linguaggio?

La poesia, la letteratura sono particolari forme di comunicazione di massa attraverso le quali un autore cerca di comunicare con un pubblico il più vasto possibile. Certamente, la poesia è il genere letterario più penalizzato, quello meno letto, quello con un pubblico ristretto di lettori. Eppure, ci sarebbe tanto bisogno di poesia in un mondo così impoetico e prosaico!… Già Hegel aveva decretato la morte della poesia in un mondo e in una realtà che apparivano sempre più prosaiche, banali, poco propense a concedere spazio al sogno, alla fantasia, all’immaginazione, all’incanto, alla fantasticheria… Ma il poeta non è un “sognatore”, un cantore del solo chiaro di luna e ha dimostrato, negli ultimi due secoli che, nonostante tutto, essa non è morta, che può raccontare la realtà e anche contestarla e che, quindi, il poeta non sta tra le nuvole, non è un sognatore fine a se stesso ma che la sua parola può essere un grido, un urlo contro il Male del mondo, contro le cose che non vanno, contro un mondo alla rovescia che andrebbe rifatto e reinventato. La poesia non dà utili, non dà pane ma è utile e continuerà ad esserlo fino alla fine dei tempi; e il poeta, quello vero, anche senza più la corona di alloro sulla testa, avrà sempre qualcosa da dire e da urlare e, quindi, con i suoi messaggi in bottiglia da lanciare, che potranno sempre essere raccolti e scoperti da coloro che verranno.

Credo che la poesia abbia un suo particolare linguaggio e modalità espressiva che sono ben lungi da quelli che vediamo e leggiamo sui social network. Questo, però, non vuol dire che il poeta non possa o non debba adeguare il suo linguaggio alle novità dei nuovi mezzi di comunicazione di massa o non fare uso di certi vocaboli o espressioni proprie di quei mezzi. Io stesso mi sono adeguato e ho utilizzato alcune espressioni in voga, ma senza mai sottomettere la parola poetica al facile linguaggio da social: la poesia, la parola poetica deve sempre distinguersi per la sua altezza, per la sua peculiarità e per i suoi elevati messaggi che solo essa può racchiudere in sé e lanciare nel mondo per l’oggi e per il domani. Perché la parola poetica, letteraria deve resistere: sia nel senso di opposizione e di contestazione nei confronti della spiacevole realtà che nel senso della durata: resistere nei secoli, nei millenni.

7- Che vuol dire, a parer suo, essere un poeta, oggi?

Oggi più che mai essere un poeta è un atto di fede e di resilienza; ci vuole  tanta umiltà, molto coraggio e molta capacità di resistenza in un mondo globalizzato che sembra fagocitare tutto. Tutto questo, sempre nella consapevolezza che i poeti non scrivono sulla sabbia (come recita una mia poesia che dà il titolo all’ultima mia silloge) ma scrivono per lanciare messaggi che durino per sempre, che sfidano l’usura del tempo. Insomma, il poeta deve continuare a fare, a creare poesia nonostante tutto, non deve demordere e, invece, deve pensare che la parola manterrà sempre la sua forza, la sua capacità di scuotere la Terra e di tenere testa al male che, purtroppo, ancora prevale e domina su quella che Dante chiamava l’aiuola che ci fa tanto feroci.

8-  perché secondo lei, un lettore dovrebbe leggere il suo libro e quali sono i punti fondamentali che restano impressi dopo la lettura?

In genere, i miei libri si contraddistinguono per gli alti messaggi e i grandi contenuti che racchiudono. Nella fattispecie, una raccolta poetica scritta e pubblicata in piena pandemia merita l’attenzione del lettore, in quanto essa vuol essere un documento, la fotografia di stati d’animo, sensazioni, emozioni, sentimenti, ecc. che l’io narrante poetico, espressione del mondo interiore e della visione dell’autore, ha vissuto e raccontato in presa diretta: una narrazione, una cronaca poetica che immortala un particolare momento che non è solo individuale, soggettivo ma globale, addirittura universale.

Quanto ai punti fondamentali che, a mio avviso, dovrebbero restare maggiormente impressi nella mente e nel cuore del lettore, il principale è quello proprio della forza e della vitalità della parola poetica, letteraria capace di lottare e di combattere tenacemente contro il Male del mondo che, nella fattispecie, si è presentato sotto forma di uno sconosciuto, misterioso e micidiale virus, un esserino di proporzioni minuscolissime ma in grado di annientare milioni di persone e soprattutto in grado di assassinare la nostra capacità di reagire, la nostra volontà di resistere e di opporci, fino a ridurci all’inerzia e alla passività più assoluta. Ma, come diceva Hemingway, un uomo può essere ucciso ma non sconfitto. L’uomo, nelle vesti del poeta, deve mostrare al virus che la sua parola e il suo pensiero, ovvero il (suo) logos è superiore a lui e che, come diceva Pascal, l’uomo è la più debole delle canne ma è una canna che pensa. Questa canna pensante deve dimostrare di essere più forte del virus che ci vorrebbe dare una morte lenta, che vorrebbe annientarci lentamente, giorno dopo giorno, lui ormai sovrano assoluto e nuovo spettro che si aggira per il mondo.

Concludiamo questa bellissima conversazione con una domanda un po’ sui  generis: qual è la domanda che vorrebbe le fosse posta in una intervista o la cosa  che mai nessuno le chiede?

Questa: Se le offrissero tanto denaro in cambio dei suoi ottomila e passa libri e l’archivio di giornali e riviste in suo possesso lei accetterebbe? Risposta: No, preferisco i miei libri e il mio archivio: sono loro la mia ricchezza!

Se ha altro da aggiungere, per fare in modo che il suo lavoro sia conosciuto sempre meglio, può farlo a suo piacimento.

Riallacciandomi a quello che ho appena detto, mi piacerebbe far sapere a chi mi farà l’onore di leggere questa intervista che da quando ero un quindicenne e, quindi alle scuole superiori, preferivo comprare un libro o almeno due giornali invece di spendere i pochi soldi per la colazione. Poi ritornavo a casa con una fame terribile… Ai libri e alla letteratura avrei sacrificato anche la mia stessa vita. Il percorso è stato fin qui duro, tutto in salita e con le mie sole forze. Per arrivare ad essere riconosciuto a livello nazionale e nel 2010 inserito nell’albo degli scrittori italiani mi è costato molto lavoro, tanta dedizione e tantissime rinunce. Ma ne è valsa la pena: era quello che ho sempre desiderato nella mia vita e che finalmente si avverava!

Il mio amore per i libri e per la letteratura è stato sempre smisurato e non mi sono mai pentito, anzi. Perchè la cultura è la cosa più importante della vita e un uomo senza cultura è come un morto che cammina. La cultura ci aiuta a comprendere meglio cose, uomini e situazioni. La cultura è come una lente d’ingrandimento, è come una grande e meravigliosa finestra sul mondo. La cultura è il Grande Albero sul quale riusciamo a salire e a guardare il mondo dall’alto solo grazie a tanta passione, dedizione, a tanti sacrifici e rinunce inenarrabili e incredibili. Essa ci consente un superiore punto di vista sul mondo ed è solo grazie a lei che riusciamo meglio a comprenderlo e a dominarlo. La cultura ti apre le porte e un uomo colto è sempre più tenuto in conto di uno ignorante. E il mondo di oggi, la società postmoderna in cui viviamo tende – più d’ogni altra precedente – a relegare chi non è, chi non ha e chi non sa ai margini della vita.

La cultura ci fa sentire leggeri, ci alleggerisce il fardello della vita, ci consente la sospensione del dolore e ci toglie la paura della morte facendoci vivere in una dimensione extratemporale, pur restando in questo mondo, in mezzo a tante vite e a tante storie. La cultura è l’unica cosa che ci consente uno sguardo quasi divino sulle miserie di questo mondo. Ci consente di vivere il tempo fuori dal tempo facendo della nostra esistenza qualcosa di veramente grande e unico nell’universo. Perché l’uomo non è grande quando vive il tempo secondo gli orologi e i calendari, ma quando lo vive nella sua coscienza, nel suo mondo interiore. E ciò si realizza con la cultura, con la letteratura, con l’arte. Non c’è ricchezza più grande della cultura e dovremmo sempre sognare che questa ricchezza un giorno sia di tutti, perchè la cultura è tutto e una vita dedicata alla cultura – anche se brevissima – è, in fondo, più lunga di una di cento anni trascorsa senza aver mai aperto un libro. Un uomo colto, anche senza un soldo, è un uomo ricco, ma un uomo ignorante, anche con i miliardi, è un pezzente.

La letteratura è una forma particolare di conoscenza del mondo, della realtà e di se stessi, una maniera speciale di scavare nelle profondità, negli abissi dell’animo umano per scoprire e rivelare. La letteratura è terapeutica e liberatoria, un rimedio ai mali umani. Essa ci alleggerisce la vita, ci rende meno penoso il male di vivere… e anche quello di morire… La letteratura ci consente scappatoie, ci offre un’alternativa di vita, ci fa viaggiare al di là delle colonne d’Ercole, oltre i confini dell’universo. Siamo nel mondo, eppure essa ci consente di fuggire dal mondo…. La letteratura è vita e sogno, impegno ed evasione, realtà e utopia, incanto e disincanto. La letteratura può essere reazionaria e rivoluzionaria, può essere conservatrice e può cambiare la vita e  il mondo. La letteratura è bellezza, verità, giustizia; è l’ineffabile, è il sublime in contrapposizione all’assurdo e all’immondo; ci consente di uscire dalla banalità quotidiana, dalla prosa bassa e mediocre della vita di ogni giorno e ci fa vivere in una dimensione poetica dentro un mondo orribilmente impoetico. Ci consente quella che si può chiamare la quinta dimensione.

La letteratura è anche una straordinaria forma di resistenza, di argine al male, alla violenza della Storia,  alle offese del mondo e alla cattiveria e stupidità dell’uomo. Ecco: la letteratura è resistenza: la parola scritta, in prosa o in versi, impressa sul foglio bianco, consente di resistere, di contestare, di opporsi, di scuotere la terra.

Attraverso la letteratura, infine, riusciamo ad allontanarci dal giorno che passa e possiamo salire sulla navicella del nostro ingegno, dove alzeremo le vele per correre migliori acque.

 

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Il punto di vista – “Piero ed Elisabetta la conclusione di un’Era” – di Mariantonietta Valzano

lente ingrandimento

“Il punto di vista” di Mariantonietta Valzano

Un mese fa abbiamo salutato Piero Angela, un alfabetizzatore scientifico che, come il maestro Manzi, ha formato almeno 5 generazioni di italiani. Con il suo linguaggio semplice e chiaro induceva gli spettatori ad essere curiosi e attenti. Col tempo era diventato un sigillo di scientificità della conoscenza. Non di rado, infatti, l’intercalare comune era “Lo ha detto Piero Angela” e non era più discutibile.

Non so perché ma è stato per me come perdere uno di famiglia, un pezzo di vissuto personale. Come molti sono cresciuta a pane e Superquark, molto della mia metodologia d’insegnamento ha attinto nel suo esempio: spiegare in modo semplice argomenti difficili. Questo assunto è il fondamento della Fisica della Matematica, discipline che di solito sono ostiche, ma che Piero Angela ha saputo far “piacere” a milioni di ragazzi…anche a ex ragazzi come me, che a mia volta ho cercato e cerco di appassionare i miei studenti allo studio di argomenti inusuali per una scuola primaria, come le particelle elementari.
Vederlo l’ultima volta è stato un preludio della sua mancanza, perché sebbene avesse in video lo stesso modo rassicurante, con cui ci ha mostrato le meraviglie della natura  per decenni e nonostante la sua forza e tenacia, era percepibile la sua fragilità. In quel momento un velo di tristezza ha attraversato i miei ricordi.
Dall’ Esploriamo il corpo umano agli esperimenti di fisica, passando per le Pillole di storia e i ricchi documentari sull’etologia e zoologia, la sua impronta è stata fondamentale per la mia curiosità affamata di sapere. Inoltre, ho avuto la possibilità di assistere alla rappresentazione storica digitale del Foro di Cesare e il Foro di Augusto qui a Roma, opere magiche della tecnologia che ti riportano indietro e mostrano realtà che si leggono solo sui libri di storia, rendendone tangibile la veridicità. Credo che solo uno spirito geniale poteva partorire un simile idea, catturando ogni sera tanti spettatori e visitatori romani e non romani, che restano intrappolati nel fascino della Città Eterna proprio grazie a questo modo di illustrare e spiegare come mai nessuno ha fatto.
e mentre attraverso i ricordi di antichi fasti sento la sua voce, pacata e rassicurante…umile, che mi racconta chi ha calcato le pietre della mia città prima di me… lasciandomi incantare dai colori e dai monumenti che credevo di conoscere ma che ora riscopro e riassaporo….
Probabilmente non sarà abbastanza dire grazie a questo uomo, alacre per la sua simpatia e acuto per la sua intelligenza, un antesignano a cui è stato sempre a cuore il futuro del nostro Paese, fino al suo ultimo lascito, un testamento spirituale che sprona tutti a fare il nostro per un domani migliore.

E adesso se n’è andata anche la Regina Elisabetta II…e la monarchia inglese non sarà più la stessa. Pochi giorni fa è stata divulgata la foto in cui il suo sorriso e la sua cordialità illuminavano una Regina che con giacchino di lana e gonna tartan accoglieva il nuovo primo ministro Liz Truss. Unico particolare quella macchia violacea sulla mano destra che tradiva l’inevitabile somministrazione delle cure. Forse è stato il suo commiato al popolo con il suo ultimo atto di responsabilità alla quale non si è sottratta, ricca del suo vissuto secolare in cui ha dato il suo contributo dal servire l’esercito durante la Seconda Guerra Mondiale al servire il suo popolo fino alla fine, dimostrando che seppure privilegiata ha fatto il suo dovere. Sicuramente non è stata una vita scevra di errori, ma chi non ne commette germinati nella finitudine umana dobbiamo farci i conti quotidianamente tutti e ogni giorno, ma il suo pregio è stato il reagire, facendo atto di umiltà ove fosse necessario come quando chinò il capo davanti al feretro di sua nuora Diana.
Elisabetta è stata anche la nonna simpatica che si paracaduta con James Bond e prende il tè con l’orsetto Paddington, ma anche la solida Regina che tiene il timone a dritta della sua famiglia nel rappresentare il suo regno, traghettandolo tra tempeste di vario tipo: da tragedie e lutti familiari a crisi economiche e il covid. Il suo will meet again del suo discorso durante la pandemia ha avuto lo stesso effetto del discorso del Re Giorgio, suo padre, durante il conflitto mondiale: era con i suoi sudditi accanto a loro.
Chiunque seguirà, anche facendo del meglio, non potrà eguagliare la sua figura. Come disse Wiston Churchill: “L’Inghilterra nella sua storia ha avuto due Regine che sono state di gran lunga migliori dei Re a cui hanno preceduto o succeduto, sono certo che Elisabetta sarà la terza in grandezza e lungimiranza”.
E la storia gli ha dato ragione.
Ora siamo alla fine di un’Era, un nuovo corso che si apre con una guerra in corso alle porte d’Europa e con tante altre iniziate e mai finite, con una crisi pandemica che, a mio parere, non è definitivamente alle spalle e una crisi energetica – economica – ambientale che inizia a decimarci. Talvolta i segni dei tempi ci lasciano un vuoto sia fisico che interiore, che nonostante il frastuono del mondo ci travolga quotidianamente, noi sentiamo benissimo con tutti i nostri sensi. È un segno delle cose che cambiano e che ci lasciano un senso di abbandono e ci invitano ad una rinascita, perché non possiamo mai dimenticare che nella nostra fragile umanità coi cresciamo e ogni volta rinasciamo, lasciando nel sacco del passato che ci portiamo in spalla ciò che abbiamo fatto, mentre guardiamo avanti e sogniamo ciò che volgiamo fare.
Speriamo che in questo nuovo percorso che ci aspetta si possa consolidare quel valore umano di solidarietà e spirito di convivenza condivisa che è insita nel valore sociale della nostra specie, per un futuro migliore …per tutti, dove ognuno deve fare la sua parte, come ha fatto Piero Angela, e ognuno deve essere responsabile …magari con un pizzico di simpatia, come la Regina Elisabetta II.
Mariantonietta Valzano

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“Il sogno perduto, la ferita nascosta, si chiama patria” di Apostolos Apostolou

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C’è sempre un fantasma alla dimensione del ricordo che si chiama patria. (Lacan parla di patria quando  l’ essere del soggetto è  costituito da meri fantasmi. Nella concezione di Lacan la patria è sempre qualcosa di fantasmatico e non ce ne sono altre). C’è sempre una nostalgia che ritorna all’ isola natia  che si chiama patria. C’è sempre un sogno dentro il sogno che si chiama patria. C’è sempre il cammino dell’ anima che si chiama patria. C’è sempre l’ anatomia della maliconia che si chiama patria.

Patria

sei  nata da uomini di campagna

da larghi resistenti grembi di donne

da callose palme di scavatori.

Sei nata dal fuoco, da grida e sangue

da chi è caduto per te, migliaia a migliaia,

da chi si è perso per sempre sotto la tua terra.

Quando il taglialegna di passaggio siede sulla pietra

sul ciglio della strada nell’ ora che annotta

non è solo.

Ode sotto la terra della strada chiamarlo il tuo sangue.

Patria, sei nata dai morti.

Tassos Livaditis
(Tasos Livaditis Atene, 20 aprile 1922 – Atene, 30 ottobre 1988  poeta greco. Tasos Livaditis ottenne una serie di riconoscimenti a livello nazionale e internazionale per la sua poesia e ancora oggi è considerato tra i più eccezionali poeti greci degli ultimi anni.)

Il nostro paese

Siamo saliti sulla collina per vedere il nostro paese –

alcuni miseri campi, pietre, ulivi.

Vigneti a ridosso del mare.Accanto all’ aratro

fumiga un fuocherello. Abbiamo adattato

i vestiti del nonnino a mo’ di spauracchio per i corvi.

I nostri giorni

tirano avanti per un po’ di pane e molto sole.

Sotto i pioppi risplende un cappello di paglia.

Il gallo sulla palizzata. La vacca nel giallore.

Com’ è successo che con una mano di pietra abbiamo

sistemato

la nostra casa e la nostra vita? Su per gli architravi,

un anno dopo l’ altro, il fumo dei ceri di Pasqua –

piccole croci nere che i defunti hanno tracciato

tornando dalla Resurrezione. Si vuol davvero bene a questto paese,

con pazienza e orgoglio. Ogni notte su dal pozzo inaridito

escono fuori le statue, guardinghe, e salgono sugli alberi.

Yannis Ritsos

(Yiannis Ritsos Monemvasia, 1º maggio 1909 – Atene, 11 novembre 1990) è stato un poeta greco. Ritsos è considerato uno dei più grandi poeti greci del ventesimo secolo, insieme a Konstantinos Kavafis, Kostis Palamas, Giorgos Seferis, e Odysseas Elitis. Il poeta francese Louis Aragon, prefando l’edizione francese di Pietre Ripetizioni Sbarre (Gallimard, Parigi 1971), ha sostenuto che Ritsos è «il più grande poeta vivente di questo tempo che è il nostro».  Vinse il Premio Lenin per la pace, assegnatogli nel 1975-76.)

Apostolos Apostolou
Scrittore e professore di filosofia

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“ANCORA MARE” di Giusy Finestrone

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ANCORA MARE

Guardare il mare con gli occhi miei non tutti lo capiscono

Quando ne parlo o scrivo in molti si stupiscono

E’felicità, gioia, trasporto,pace ciò che provo

Ma un termine preciso adesso non lo trovo

Non è per me uno specchio d’acqua inanimato

Non è estate.. ma ogni stagione del creato

Il mare è vita, è emozione, è confidente

L’unico che riesce a far fare pace al cuore con la mente

Il suon delle sue onde è musica d’autore

Un melodioso canto che arriva dritto al cuore

La schiuma da cui si narra la bella Venere nacque

È la preziosa cornice delle impetuose acque

Cupo ed increspato d’inverno cambia colore

Del resto anche l’uomo ha spesso sbalzi d’umore

Ma nella bella stagione è di una bellezza infinita

Sarò ripetitiva ma è il più grande dono della vita!!!

Si riserva ogni uso e utilizzo @copyright di Giusy Finestrone

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“HO VISTO UNA FOGLIA” di Vincenzo Pollinzi

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HO VISTO UNA FOGLIA

Ho visto una foglia cadere,

morire ai piedi dell’ alba e

nudo ha lasciato il ramo,

compagno fedele di viaggio.

Il suo librarsi pensoso, secco,

lento, assomiglia alla vita,

attimi prima di posarsi adagio,

per sempre, sulla terra Madre.

VINCENZO POLLINZI – Settembre 2022

Foto di Santino Vaccaro

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