“Stazione di campagna” di Marcello Marenaci


Sempre più mi pare di ravvisare, mella poetica di Marenaci, un tono che richiama il crepuscolarismo, con la descrizione di orizzonti poetici lontani da impalcature e sovrastrutture di difficile interpretazione che si estrinsecano attraverso forme colloquiali e nostalgiche.  La lirica, velata di tristezza malinconica,  si esplica in un lessico semplice e spesso minimale, in una sintassi per lo più piana e paratattica, in un  verso libero che asseconda dolcemente il ricordo. [M.R.Teni]

Le corse,

all’uscita della scuola,

con il cuore in gola;

raggiungere la piccola stazione,

per vedere il treno partire,

insieme al volo della fantasia.

Noi che abitavamo, nella casa rossa

della ferrovia.

Ricordi che svaniscono nel tempo,

ma la memoria di mio padre

è sempre viva.

Lo vedo ancora,

con la paletta verde in mano,

col treno che lentamente ripartiva,

io che corro dietro l’ultima vettura,

finché lo sbuffo di una nuvola di fumo

lo portava via.

Sul mio viso solo vento

e libertà nella mia mente.

Iniziavo a creare i miei ideali

e, a volte, mi accorgevo

che i silenzi fanno male.

E mio padre, come un sogno andato in fumo,

è partito per quel viaggio

oltre il tempo,

dove non c’è più ritorno!

Ricordo le carezze che rimangono nel cuore,

la stazione con il piccolo giardino

dove correvamo insieme

fino all’ultimo respiro.

Arrivo primo io…

Com’era grande il cielo

quando sorridevi.

Il tempo è trascorso più veloce

di tanti sogni miei

e, nel dolce gioco dell’infanzia,

chissà perché, io mi domando,

non ho fermato quegli attimi d’incanto.

Marcello Marenaci

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