“I PREDILETTI DEL SUOLO E IL LORO SIGNIFICATO”: La Fucsia” di Maria Rosaria Perrone

La fucsia è originaria del Messico, dove cresce solitamente ad alberello. La pianta fu scoperta nel 1696 dal missionario e botanico Charles Plumier, che la dedicò al botanico tedesco Leonard Fuchs, perché nel secolo precedente creò uno degli erbari più importanti d’Europa ed è in suo onore che fu chiamata Fuchsia. In Europa arrivò nel 1700, grazie ai marinai delle navi inglesi, che tornando dall’America meridionale, ne portarono alcuni esemplari. In Gran Bretagna fu la pianta simbolo dell’era vittoriana, dove furono creati 1.500 ibridi. In Italia giunse nel 1800,  e si diffuse immediatamente nelle case dei borghesi.

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La pianta appartiene alla famiglia delle Onagraceae e le infiorescenze, formate da fiori penduli sono molto belle da vedere. I colori sono intensi e variano: bianco, rosa, rosso e violetto, anche miscelati tra loro. Nel linguaggio comune la Fucsia, grazie all’aspetto decorativo dei suoi fiori è conosciuta come “orecchini di dama” e “ballerina”. Il primo nome si riferisce ad una leggenda scandinava che narra dei fiori di Fucsia, uguali agli orecchini di una principessa, che viveva in un castello immerso in un giardino incantato. Una sera la principessa, sporgendosi dal balcone lasciò inavvertitamente cadere le gemme preziose che portava alle orecchie. Sotto il balcone, nel giardino, c’era un giovane giardiniere, bello e segretamente innamorato della giovane. Il giardiniere raccolse le gemme e le nascose in un’aiuola. Dopo alcuni giorni nacque una piantina delicata che successivamente si coprì di tanti fiori sorprendentemente simili agli orecchini della figlia del re. La leggenda termina con un lieto fine: la principessa e il giardiniere amandosi, si sposarono e vissero felici e contenti. In Nuova Zelanda le donne maori utilizzano il polline azzurrastro come cipria e ombretto. Nell’uso popolare le foglie di fucsia erano usate per la preparazione di decotti antipiretici e diuretici. Nel linguaggio dei fiori è considerata simbolo di leggiadria, grazia femminile ed amabilità.

Sulla Grazia e la Leggiadria…
[ XXVIII ] …”Non si dèe adunque l’uomo contentare di fare le cose buone, ma dèe studiare di farle anco leggiadre: e non è altro leggiadria che una cotale quasi luce che risplende dalla convenevolezza delle cose che sono ben composte e ben divisate l’una con l’altra e tutte insieme, sanza la qual misura etiandio il bene non è bello e la bellezza non è piacevole. E sì come le vivande, quantunque sane e salutifere, non piacerebbono agl’invitati se elle o niun sapore avessero o lo avessero cattivo, così sono alcuna volta i costumi delle persone, come che per se stessi in niuna cosa nocivi, non di meno sciocchi et amari, se altri non gli condisce di una cotale dolcezza, la quale si chiama (sì come io credo) gratia e leggiadria….”

-Giovanni della Casa da “Il Galateo”-

Maria Rosaria Perrone

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“Consigli per lettura – luglio 2021” – a cura di Mariantonietta Valzano

9788858142349_0_221_0_75                   Quel mondo diverso

      Fabrizio Barca e Enrico Giovannini.

Il libro di Giovannini e Barca espone diverse tematiche con chiarezza e facilità di comprensione, attraverso un dialogo tra i due autori. Per comprendere meglio dove siamo, come ci siamo arrivati, ma soprattutto dove possiamo andare, questo piccolo volume è un passo pertinente per la costruzione di un Mondo Diverso.

L’opera è una specifica e accurata analisi della situazione attuale, post pandemia e post globalizzazione, oltre alle aberrazioni a cui si è giunti con il neoliberismo, che vengono analizzate e ricondotte in un nuovo modo di pensare l’economia e la società, fruibile da tutti.

Già dagli inizi degli anni 2000 nei circoli dei più lungimiranti THINK TANK si prevedeva l’implosione del mercato e le crisi che si sono susseguite (2008/2011-12), l’implosione di un sistema staccato dall’economia reale che ha concentrato il 50% della ricchezza globale nel 18% della popolazione (fonti OXFAM, OCSE).

Il distacco della politica dal territorio e il conseguente derivare l’azione politica (e gli esponenti) delle necessità di un PIL che non rappresenta più la vera ricchezza di un Paese (vedi paesi nord europei che stanno progressivamente cambiando le voci che determinano il PIL) stanno portando ad una revisione del pensiero che si fa avanti mostrando l’importanza del Capitale Umano che va salvaguardato e sviluppato in sincrono con l’importanza della salvaguardia delle risorse del pianeta, che non sono infinite, nell’ottica di un sostanziale incremento  della qualità della vita da perseguire non solo per un progresso sostenibile, ma anche per evitare dissidi sociali.

In concomitanza del cambio di passo della politica economica si innesta una diversa marcia della politica sociale e della salvaguardia dello stato sociale, con una sanità aderente alle esigenze della popolazione e fruibile da tutti con alta qualità. Questo fattore è stato alla base della crisi pandemica, poiché specialmente in Italia si è sacrificato il settore sanitario e della ricerca a logiche privatistiche di mercato, che nel momento critico si sono rivelate fallimentari (vedi sistema norditaliano).

Infine, terzo ambito da rivedere e rinforzare sono la Scuola e l’Università. Si devono incrementare questi settori con risorse strutturali che sostengano il capitale umano e ne sviluppino le capacità che poi andranno a vantaggio di ogni cittadino come di tutto il Paese.

Un mondo diverso è possibile, abbiamo le facoltà e le possibilità di poterlo costruire per noi e per le nuove generazioni affinché l’Agenda 2030 non sia solo carta scritta ma vissuta a beneficio di tutti.
Mariantonietta Valzano

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“Quel che mi duole non è” di Fernando Pessoa

Quel che mi duole non è
quello che c’è nel cuore
ma quelle cose belle

che mai esisteranno.

Sono le forme senza forma
che passano senza che il dolore
le possa conoscere,
o sognarle l’amore.

Come se la tristezza
fosse albero e, una ad una,
le sue foglie cadessero
tra il sentiero e la bruma.
Fernando Pessoa

“Un’affollata solitudine. Poesie eteronime”

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Il punto di vista – ” Un nuovo mondo e una nuova economia” di Mariantonietta Valzano

 

lente ingrandimento

“Il punto di vista” di Mariantonietta Valzano

        In questi giorni si è riunita a Bruxelles la Commissione Europea e altri organismi competenti per esaminare i piani nazionali relativi al Recovery Found. Il responso è stato reso noto ad ogni singolo Paese dell’Unione Europea dalla Presidente Ursula Von der Leyen con appositi incontri bilaterali. Noi siamo stati promossi a pieni voti… ma …. Aspettiamo di vedere se finalmente l’Unione, con un cambio di passo, arriverà a considerare come primario l’interesse del perseguire il Benessere e non solo il Produrre.

Secondo la comune opinione ci vuole un cambio di passo, una nuova Era, ma io credo che ci voglia una nuova generazione di pensiero.

Primo punto: la rivoluzione che cambia e muove le cose in modo efficace deve partire dal basso, dal tessuto sociale dei cittadini. Un cambio di passo nelle prospettive e nelle necessità prioritarie non più ancorate al consumismo, all’apparire, al successo, ma il conseguimento del Ben-essere.

Ben-essere non vuol dire solo avere successo, apparire importante, consumare e non riciclare, ben-essere vuol dire avere una vita con prospettive di lavoro che siano soddisfacenti, portino a crescere, lascino tempo libero per la famiglia e gli affetti, gli hobbies, la cultura, un accesso facile e sicuro ai servizi, uno sviluppo personale che sia perno di una migliore qualità di vita attraverso la sostenibilità non solo dello sviluppo economico ma una sostenibilità di vita…per tutti.

Il ben-essere produce un cittadino in divenire, una società in miglioramento dal punto di vista della qualità della vita che si manifesta nella piena realizzazione di sé. Un miraggio? Una utopia? Non credo sia ancora accettabile il contrario nel terzo millennio.

Oggi, dopo una pandemia che ha dimostrato quanto sia prezioso il capitale umano rispetto al dio mercato, non ci sono più dubbi sul modo in cui debbano muoversi le scelte politiche economiche e sociali: potenziamento del sistema sanitario nazionale, potenziamento del sistema scolastico per una Università di qualità e una attività di ricerca pertinente nel migliorare la qualità della vita, prevenire pandemie, curare malattie di ogni tipo, ritorno ad attività autoctone di qualità e fabbisogno, agricole, manufatturiere, artigianali, potenziando il made in Italy non solo dal punto di vista meramente produttivo ma proprio come arte, come espressione di eccellenze in ogni campo dello scibile umano.

Tra le strade che si possono percorrere, una si impernia nella possibilità che le scelte politiche incentivino il ritorno alla vita in piccole comunità organizzate. I nostri piccoli centri spopolati dovrebbero rivivere in nuove aziende agricole, di allevamento, di produzione artigianale e manifatturiero di pregio, che sono radicati in secoli di tradizione ma si sono persi a vantaggio di una industrializzazione di massa a danno di qualità e sostenibilità del tessuto sociale. In questo modo salvaguardando le doti di un territorio generoso e un Capitale Umano da troppo tempo sacrificato a logiche di mercato dozzinale e decentrato; si potrà dare non solo un nuovo impulso al Paese dal punto di vista economico, ma si potranno recuperare anche territorialmente zone in atto di decadimento e abbandono (vedi tanti antichi borghi) limitando effetti tragici dovuti all’abbandono della cura dell’ambiente prevenendo catastrofi come alluvioni, frane ecc.

Una seconda via da prendere in considerazione riguarda la politica che dovrebbe essere meno tecnocratica e più aderente al territorio. Si deve perseguire un impegno coerente e precipuo ad ascoltare le esigenze delle persone per esercitare appieno quella facoltà di percepire e rappresentare il popolo di elettori. Solo in questo modo si esercita la democrazia, una democrazia efficace dove il politico atto a governare sia realmente espressione del popolo, non di una parte di esso. Questo non è solo attinente all’elezione degli esponenti di rappresentazione ma essere dinamicamente espressione di confronto tra i diversi attori della società, le differenti parti sociali. Solo ascoltando i territori, solo favorendo il confronto tra i diversi modi di pensare e le diverse esigenze si trova la strada in cui riconoscersi come popolo.

In caso contrario, come ormai accade da almeno 25 anni, il distacco della politica dalla popolazione viene percepito non solo come tradimento e inutilità della democrazia, ma in virtù di questa politica elitaria (che appare, o vogliono far apparire, un fallimento democratico) vengono alimentate le disuguaglianze e il diverso divario sociale tra ricchi e poveri e sorge una necessità (indotta a dovere da vari interessi) dell’uomo forte, del regime autoritario.

Ovviamente in un simile stato di assetto politico se nell’agone dei partiti manca un vero leader si sostituisce con un boss, che tutto decide e tutto risolve perché il leader non è stato in grado di coinvolgere tutte le componenti sociali in un ambito democratico.

In tutto ciò la povertà crescente, la distruzione dei diritti dei lavoratori, la mancanza di una formazione efficace a creare lo spirito politico, la proliferazione di fake news, la deprofessionalizzazione del lavoro in competenti usa e getta con contratti da fame, l’insicurezza dovuta a sacche di criminalità e microcriminalità diffuse……portano ad una rabbia tale che solo un regime autoritario può impersonare la soluzione che viene millantata da più parti, una deriva naturale che sorge dal disinteresse della politica per le vere esigenze della popolazione proprio a causa di quel distacco intellettualistico della politica dal territorio dalle persone, avvenimenti noti anche in tempi passati e in altri lidi geografici (vedi la storia) e sarebbe un ennesimo fallimento (vedi sempre la storia).
Mariantonietta Valzano

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“I PREDILETTI DEL SUOLO E IL LORO SIGNIFICATO”: “L’iperico, l’erba di San Giovanni” di Maria Rosaria Perrone

Quanto mai appropriata appare l’inaugurazione della nuova rubrica dedicata ai fiori o “prediletti del suolo”, come deliziosamente vengono indicati da Emily Dickinson, curata dalla poetessa Maria Rosaria Perrone la quale ha scelto di iniziare il suo cammino nel mondo fiorito proprio nel giorno dedicato a San Giovanni, parlando dell’iperico o erba di San Giovanni. A lei e alle sue interessanti incursioni poetico-letterarie nel variopinto mondo dei fiori il nostro benvenuto.

Non chiedono che di Deliziarci-

I Prediletti del Suolo

E ci danno tutto il loro Essere

Per un misero sorriso-

(Emily Dickinson)

Con questi versi mirifici la poetessa descrive i fiori, elevandoli a “prediletti del suolo”. La lettura di questa poesia fatta un po’ di anni fa mi ha portato ad approfondire la mia curiosità sui fiori, da me sempre amati, inducendomi ad esplorare soprattutto la florigrafia, ossia il linguaggio segreto dei fiori ed alcune leggende che si narrano su di essi, cercando di andare oltre quel “misero sorriso”.

L’IPERICO, L’ERBA DI SAN GIOVANNI

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Il nome scientifico è Hypericum perforatum, appartiene alla famiglia delle Hypericaceae, una delle piante più solari e, infatti, il nome latino significa “padre dell’aurora e del sole” il nome comune è iperico, anche se è meglio conosciuta come “erba di San Giovanni”, “erba scacciadiavoli“, “mille buchi”. È una pianta cespugliosa dalle foglie ovali-lanceolate dotate di numerose ghiandole ricche di oli essenziali, i fiori sono bellissimi di colore giallo oro punteggiati di nero. È una pianta officinale che contiene ipericina, vitamina c, olio essenziale chiamato anche “olio rosso”, infatti, strofinando i fiori con le dita le colorano di rosso e anche dopo l’essicazione assumono una colorazione ruggine, oltre a resine e altre sostanze che le conferiscono proprietà antisettiche, sedative, astringenti, cicatrizzanti ecc. anche se le sue preparazioni devono essere usate sempre sotto stretto controllo del medico. Per queste sue proprietà è stata considerata sin dalla notte dei tempi, pare siano state rilevate tracce sin dal IV secolo a.C., una pianta dalle virtù magiche unitamente al fatto che i fiori rigogliosi fioriscono nel solstizio d’estate e di San Giovanni, ossia il 24 giugno, tradizionalmente notte delle streghe. In questa notte, secondo antiche leggende, tutte le streghe e gli spiriti maligni si danno appuntamento agli incroci delle strade e celebrano riti magici fino all’alba. L’iperico si raccoglie prima che il sole si levi ed ha poteri magici. Si narra che le ragazze da marito raccoglievano un rametto di iperico e lo appendevano sul letto, se il ramoscello rimaneva fiorito si prospettava la possibilità di un matrimonio riuscito, se al contrario appassiva non avevano la possibilità di maritarsi. In tempi remoti era anche abitudine appenderlo fuori dalle case per scacciare diavoli e malefici, da cui il nome “erba scacciadiavoli”. Si racconta che sin dai tempi degli antichi greci, ma anche lo Zar di Russia dotavano l’esercito di olio di iperico per le ferite, per questo motivo è anche chiamato “erba del
militare”. L’erba di San Giovanni pare fosse utilizzata dalle donne durante la prima guerra mondiale, la indossavano sotto i vestiti sperando di scongiurare violenze sessuali da parte dei nemici. La tradizione cristiana narra una leggenda dove si racconta che l’iperico nacque dal sangue di San Giovanni e che il diavolo volesse la pianta trafiggendola, ma riuscì solo a perforarla, per questo le foglie appaiono proprio come perforate. Nel linguaggio dei fiori è considerato un vero e proprio talismano, quindi è simbolo di portafortuna. Si assegna anche il significato simbolico della originalità.
Maria Rosaria Perrone

Sulla fortuna…

Gli sciocchi aspettano il giorno fortunato. Ma ogni giorno è fortunato per chi sa darsi da fare.
(Buddha)

La fortuna non è dovuta al caso ma alla fatica, il costoso sorriso della buona sorte si deve guadagnare.

(Emily Dickinson)

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Rivista Cultura Oltre – aprile 2021 – numero 4

Un ringraziamento agli autori che ancora una volta
hanno inviato il loro prezioso contributo a questo numero

Rivista Cultura Oltre – aprile 2021 – 4° numero

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“LE CONCHIGLIE DI ANGELITA” di Myriam Ambrosini

il tuo racconto

Attraverso la lettura del racconto scritto da Myriam Ambrosini si è trasportati in un mondo di inconsapevole e candida magia: la narrazione incentrata sulla bambina meravigliosamente descritta da parole di dolce compenetrazione è soffusa di lirismo e una patina di melanconia che avvolge l’intero percorso narrativo, liberamente ispirato come ci ricorda l’autrice a una storia che ha riguardato tutti noi italiani, lo sbarco alleato ad  Anzio il 21 gennaio 1944. Angelita era una bambina dell’età di circa cinque anni che fu trovata sola ed in lacrime su una spiaggia della costa di Anzio al momento dello sbarco alleato nell’ambito dell’Operazione Shingle nel gennaio del 1944, quando la seconda guerra mondiale entrava nella fase culminante. Secondo la versione più conosciuta della vicenda, alcuni soldati raccolsero la bimba e, poiché non riuscirono a trovare la sua famiglia né alcun’altra informazione su di lei, la adottarono dandole il nome di Angelita. Si narra che alcuni giorni dopo, quando la tardiva reazione tedesca si era ormai fatta concreta e decisa, la bambina sarebbe morta durante un bombardamento insieme ad una crocerossina, alla quale era stata affidata. La scomparsa della piccola, fece nascere nella città di Anzio il mito di Angelita, bambina morta durante la guerra e non più trovata. Il 22 gennaio 1979, in occasione dell’anno mondiale dei bambini, è stata inaugurata una statua in bronzo, opera dello scultore Sergio Cappellini, che raffigura la bambina esile e leggera colta mentre libera in volo un gruppo di gabbiani, che in realtà è insieme simbolo delle sofferenze patite dai bambini in tempo di guerra e in ogni tempo di violenza, ma anche voglia e coraggio di liberarsi dalla brutalità e dagli orrori dei conflitti e levarsi in volo  come gabbiani, al di sopra di tutte le atrocità.  Il mio personale apprezzamento a Myriam Ambrosini per aver rievocato una pagina della nostra storia attraverso il filtro del ricordo che rende poetico lo struggente mondo dell’innocenza e dell’infanzia. [ Maria Rosaria Teni]

Nelle conchiglie c’era la voce del mare … ed il mare conosce tante leggende … fragili favole fatte di spuma ed arcani silenzi.

Angelita passeggiava lungo la riva del mare ed ogni tanto si fermava per raccogliere qualche conchiglia; il logoro vestitino a fiorami a trasformarsi in un magico raccoglitore che avrebbe conservato in sé il sentore del mare.

Era una bambina fragile, la pelle di un biancore immacolato, i capelli color del grano, raccolti in lunghe trecce ribelli. A colpire di lei erano soprattutto gli occhi – immensi e perennemente spalancati sul mondo – dello stesso smagliante azzurro delle profondità marine.

Non ricordava perché si trovasse lì … qualcosa … qualcuno ve l’aveva condotta, ma era un ricordo sfumato quanto amaro che solo quelle acque  cristalline e la magia delle conchiglie avevano attenuato.

Poi … misterioso guscio di immense traversate, una lucente conchiglia rosa era stata portata a riva, proprio dinanzi a lei, da un’onda gentile.

Quando la ebbe tra le mani, Angelita tremò di felicità: quel guscio di madreperla dalle eleganti costolature pareva uno scrigno fatato, e forse realmente lo era perché, accostato al suo orecchio, iniziò a parlare … a raccontare  storie meravigliose di marinai, di immense lune silenti, di mostri marini e velieri scomparsi.

<Schh … schh … schh …> mormorò dapprima la conchiglia, come per ritrovare una voce da troppo tempo tacitata.

Poi il canto del mare accarezzò l’orecchio attento di Angelita, per poi trasformarsi in un sussurro melodioso, pieno d’incanto.

<Angelita … Angelita … >

Era il suo nome, proprio il suo nome quello che veniva pronunziato.

<Sì … sono qui!> rispose la bimba, accarezzando teneramente il guscio di conchiglia che, a quel contatto, parve fremere.

<Io ti conosco Angelita … ricordo quando tu eri una sirena ed abitavi nel castello in fondo al mare.>

E come un sospiro uscì allora da quelle valve rosate.

<Eri la più bella delle tue sorelle …>

<Sorelle?> la interruppe Angelita <Io .. io non ho sorelle!>

<Oh …. sì! Eravate dodici ed ognuna di voi conservava un particolare odore di mare … Annalisa sapeva di scoglio baciato dal sole … Alba di muschio … Alice di rosso corallo … Allegra di bianca spuma … Adele di sabbia cristallina … Anna di bonaccia … Asia di dolci zefiri … Ariel di anemoni di mare … Adriana di sassi levigati … Agata di spruzzi di mare … Alessandra di aromatico sale e tu, Angelita, portavi in te il profumo   delle fragili conchiglie.

E fragile eri … ma bella come l’oro dei tramonti che coloravano la superficie del mare.>

Angelita taceva, rapita da quella voce che aveva la grazia di una farfalla e la saggezza stessa del tempo.

<Come … come era il palazzo dove vivevo?> ebbe il coraggio di chiedere, accostando ancora di più all’orecchio il guscio di conchiglia.

<Splendido … immenso.> rispose la conchiglia <Le pareti, fatte di mare, erano trasparenti ed azzurrine … il pavimento era pulviscolo di sabbia d’oro, mentre il soffitto, di lucente cristallo, permetteva di osservare tutto il multiforme mondo colorato di pesci e piante acquatiche.

<E mio padre e mia madre com’erano? Come erano i miei genitori? E mi volevano bene?>

<Erano belli … di tua madre possiedi l’oro dei capelli, e di tuo padre l’azzurro profondo che abita nei tuoi occhi.

E ti amavano, Angelita, ti amavano tanto, forse anche più delle tue stesse sorelle.>

<Perché?>

<Perché tu sola, a differenza di tutte le altre, non avevi preferenze: amavi tutto ed il contrario di tutto.

Amavi il cielo quando era sereno, ma anche quando le nuvole ne offuscavano l’intenso colore. Amavi il sole e la pioggia, così come non ti spiaceva la distesa marina sia in bonaccia che preda delle tempeste.

Accarezzavi felice la pianta più esuberante, così come l’umile muschio.

Volevi bene e tentavi sempre di comunicare con ogni specie marina, dal pesciolino più innocuo ai predatori di mare.

Persino gli spiriti dei marinai, lì sepolti, t’incontravano volentieri e tu li rassicuravi con il tuo contagioso sorriso.

Il tuo però non era mai un amore passivo, quasi amorfo nel suo non distinguere una cosa dall’altra, ma piuttosto autentica vera passione per ogni cosa del creato.

<E poi … poi cosa accadde?> chiese Angelita <Perché non sono più nello splendido castello in fondo al mare? E dove sono le mie sorelle? Ed i miei genitori?>

Il lungo sospiro della conchiglia sibilò negli orecchi di Angelita e, quando riprese a parlare, la sua voce sembrò stanca … appannata.

<È quasi il tramonto … tra poco debbo lasciarti, Angelita.> disse infatti con tono triste.

Angelita guardò verso l’orizzonte e vide che il sole infatti, immenso come il suo potere sul mondo, stava lentamente scivolando dietro l’azzurra scriminatura del mare.

<No … non andartene, ti prego!> gridò allora, stringendo più forte la conchiglia.

<Non posso … la notte noi conchiglie dormiamo, per poter, a nostra volta, sognare. Ma non temere, Angelita, tu tornerai al tuo castello incantato e ritroverai tutta la tua famiglia … presto sarai argentea spuma che scivola eterea, eterna ed immutabile tra le acque del mare.>

Un ultimo raggio del sole colpì la superficie lucente della conchiglia che si appropriò allora  del suo colore, rosseggiando più intensamente.

La notte avvolse ogni cosa di buio e di silenzio ed Angelita ebbe paura di tutta quella minacciosa incombente oscurità. Percepì quel cielo senza luna come un pauroso sudario steso su di lei ed iniziò a piangere.

Poi le fredde stelle illuminarono qualcosa che giungeva dal mare.

Angelita, la rosea conchiglia poggiata in grembo, si sollevò a sedere sulla spiaggia per poter osservare ciò che le onde stavano conducendo verso di lei.

Al pari di mostruosi insetti, grandi imbarcazioni si stavano avvicinando.

Angelita tremò: erano plumbei scafi sgraziati, dove parevano agitarsi innumerevoli bizzarre formichine nere.

Poi fu l’inferno … Il caos che s’impadroniva di ogni cosa.

Tuoni possenti squarciarono l’aria e torrenti di fuoco s’innalzarono da ogni parte.

Angelita si sdraiò in terra, affondando quanto più poté nella sabbia: le mani premute sugli orecchi per attutire l’immane frastuono, la conchiglia, protetta dal suo scarno torace, vicina al suo cuore; gli occhi serrati da dove le lacrime seguitavano però a scendere copiose.

Stette così per un tempo che le parve infinito e non si accorse che dalle sue labbra dischiuse usciva un gemito straziante, continuo.

Poi vide un’ombra chinarsi su di lei ed una voce gentile che la chiamava.

Era un ragazzo giovanissimo con un strano abito a chiazze verdi e nere e con un copricapo di metallo, avvolto da una retina.

<Come ti chiami?> sentì che il giovane le chiedeva … aveva gli occhi dolci e buoni del color delle olive.

Lei provò a rispondergli, ma la voce non riuscì a raggiungere le labbra, mente il corpo era ancora scosso da brividi profondi.

<Non aver paura …> l’incoraggiò allora il ragazzo, accarezzandole i capelli, mentre un sorriso fioriva su quelle labbra screpolate dalla fatica.

<Ti porteremo con noi … Sarai in salvo … te lo prometto!>

Ed infatti, di lì a poco, Angelita vide che tanti altri uomini – con lo stesso abito a chiazze ed il copricapo in metallo – la circondavano e tutti si sforzavano di esibire almeno uno stento sorriso.

Poi il ragazzo la sollevò tra le braccia e, così facendo, la conchiglia scivolò in terra, affondando nella sabbia.

<No ..!> un solo grido strozzato uscì dalle labbra di Angelita che indicava intanto con un dito il guscio rosato.

Il ragazzo comprese e, raccolta la conchiglia, la riconsegnò ad Angelita.

Molti si fecero allora intorno al giovane che, come un fiore prezioso, teneva la bimba sollevata tra le braccia.

Di nuovo provarono a chiederle come si chiamasse, ma lei rispondeva ai loro sguardi, rimanendosene però muta.

<Sembra proprio un  angelo …> affermò all’improvviso qualcuno.

<Sì, hai ragione …> commentò allora un altro soldato.

<Allora la chiameremo … Angelita!>

<Sì … Angelita … Angelita!> approvarono allora tutti in un festoso coro.

Proprio allora un fiore rosse incandescente si aprì sotto di loro ed un acre puzzo di fumo fece seguito ad una intensa esplosione.

                                                                   ******

Angelita sognava felice, sentendosi trasportare dalle onde del mare … poi si percepì profumata spuma color dell’argento e corse a filo d’acqua per gran parte delle superficie marina, finché un gorgo lucente l’attirò e lei fu felice nel sentirsene risucchiata.

Girò … girò … scivolò … in una danza leggiadra fatta di lievi giravolte circonfuse di sole, finché, un’ultima gentile vibrazione  la depose sul fondo del mare.

Angelita, la rosea conchiglia stretta sul cuore, avanzò tra rossi coralli ed anemoni di mare, finché non scorse in lontananza il luminoso castello fatto soltanto di azzurra luce di mare.

Sulla soglia, sempre più nitidi man mano che si avvicinava, i genitori e le sorelle che l’aspettavano.

<Ben tornata!> sentì che le dicevano non appena fu in grado di udirli.

<Ben tornata, Angelita!> lo stesso sorriso di gioia su ogni volto.

Ed anche il suo volto irraggiava felicità, mentre il suo corpo, d’azzurro e d’argento, scivolava sinuoso verso di loro, spinto ed accompagnato dalla lunga risplendente coda.

Dalla conchiglia rosata si levò allora un canto di paradiso …

 Myriam Ambrosini

Liberamente ispirato ad “Angelita di Anzio”

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“Un attimo di libertà” di Apostolos Apostolou

    a “Se vuoi chiamarti uomo/non smetterai nemmeno per un momento/di batterti per la pace e la giustizia… Perché le Persone esistono dall’attimo/che trovano un posto nella vita dell’altro…” Scrive il poeta greco Tasos Livaditis.

È fatto noto che niente si misura in tempo e in minuti ma solo in attimi. Lo scrittore e giornalista Romano Battaglia sosteneva: “In un attimo può mutare il tempo, il nostro modo di pensare, tramontare il sole, spuntare la luna cadere la pioggia, alzarsi il vento. In quel breve spazio di tempo dobbiamo appellarci a tutte le nostre risorse per decidere che cosa fare perché stiamo vivendo l’attimo fuggente della nostra vita.” E in quest’attimo nasce anche la libertà dell’uomo. Perché  che cosa  è la libertà?  È una successione di attimi; lo scopo della vita è la libertà che si trova nel tempo. Ma il tempo in realtà è costituito da attimi, attimi  in cui succede qualcosa che modifica radicalmente tutto quello che è esistito fino all’attimo che li ha preceduti: ecco che cosa è  libertà.

Il poeta Luigi Visciglia, scrive:

Un attimo di libertà

Vicina è la tirannia.

Corri fratello, corri lontano lascia che il vento ti dia la mano.

Al di là dei monti, al di là del mare vive la libertà.

Hanno atteso rabbiosi, sfiduciati

doloranti, lacrimosi, il tuo tardivo arrivo.

Libertà! Umana speranza, rispetto, dell’altrui diritti.

Ti attendono, ansimanti, speranzosi.

Si !

Forse domani, busserai alla nostra porta.

L’umanità ! Schiavizzata, oppressa, soggiogata.

Aspetta !

La libertà sorniona, vaga sull’umanità.

 Nelle piazze la calca è incontenibile, stremata è l’umanità.

Dall’alto, invisibile, aleggia la libertà.

Piazza della Concordia s’illumina a festa, suoni, canzoni diffondono fratellanza, uguaglianza, gioiosi i cuori umanizzano.

Il soffio leggero dello zefiro, elargisce, solo per un attimo, una goccia.

Si !

Solo una goccia di Libertà.

La libertà risiede nel riconoscimento del tempo. Se vogliamo scoprire ciò che è vero, dobbiamo trovare il nostro tempo come attimi.

Apostolos Apostolou

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“Stralci di fuoco all’orizzonte” di Mariantonietta Valzano

Originalissimo il parallelismo, insieme poetico e filosofico, tra il rutilante tramonto dagli “stralci di fuoco”, di cui pare sentirsi quasi il “crepitio” e il cuore ribelle e indomito- il tassello primordiale, emozionale del tutto e voce nostalgica dell’anima. Il pensiero indugia sulla soglia di una porta, che dalla vita conduce alla dimensione metafisica. Il Crepuscolo è chiaramente un limbo, una zona di frontiera. È un fronte incandescente, sul campo di battaglia del cielo, tra la luce e il buio. Ogni giorno la luce, a prezzo di fuoco e “sangue”, si arrende al buio e al silenzio della notte. Il fuoco,tuttavia, cova sotto la cenere, crepita sommessamente… e una scintilla, ancora , accenderà l’alba di un nuovo giorno!
Così, “l’anima indomita non vuole rassegnarsi alle rotte già segnate”; e “continua ad abbandonarsi ai sogni”. La ragione, il freddo intelletto, non fa che nutrire il pensiero di postulati e teorizzazioni euclidee. Lo imbavaglia e lo vuole manichino nelle mani di “ciò che ovvio è alla comprensione”. Ma il desiderio è un “cavallo che scalcia e morde” e rifiuta le “redini”.
Il suo galappo libero va sempre verso l’alba, verso la luce. Un infinito verso l’Infinito! Molto molto bella! [ Antonio Teni]

Stralci di fuoco all’orizzonte
sorgono a rammentare
laddove si si lotta tra luce e buio
sovrastando zolle di vita rigogliosa
che sotto il cielo resta in silenzio
nel crepitio di un crepuscolo quotidiano
morde la debolezza della fatica
mentre gli occhi desiderano solo
scorgere il dopo
per rasserenare l’anima indomita
che non vuole rassegnarsi
alle rotte già segnate
e continua ad abbandonarsi ai sogni
che graffiano la ragione
quasi a volerne dominare l’esatta tesi
che non dà molto scampo.
Stralci di fuoco
sul cuore ribelle della sera
cuore che scalcia
e morde le redini dell’intelletto
perché rifiuta di capire
ciò che ovvio è alla comprensione
e mentre volge il desiderio verso l’infinito
sente l’illusione farsi largo
in una tenue carezza di speranza…
Ultimo baluardo per il viaggio verso domani

 Mariantonietta Valzano

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Foto Paola Trono

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“Nuove prospettive” di Maria Rosaria Teni

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Questo breve spazio mi offre l’occasione di parlare del cantore del Novecento come è stato definito dalla critica contemporanea Adam Zagajewski, protagonista tra l’altro di una suggestiva raccolta antologica di poesie “Guarire dal silenzio”, curata da Marco Bruno per i tipi Lo Specchio di Mondadori che ho appena terminato di leggere e in cui sono presenti versi tratti dal libro “La vera vita” 2019 e “Comunicato” 1972. In questi giorni ho pensato spesso al silenzio. Un silenzio particolare che progressivamente si sta arricchendo di voci e di suoni, di vibrazioni impensabili, frutto di una libertà ritrovata, fatta di mille parole. Con l’arrivo dell’estate anche i colori stanno prendendo il sopravvento, dipingendo le ore e dando un nuovo significato allo scorrere del tempo. Sembra quasi dimenticato il tetro spettro di strade vuote che oggi cominciano a ripopolarsi di rinnovata speranza mentre stiamo percorrendo un cammino nuovo, che ci ha fatto scoprire diverse realtà e situazioni. In questo periodo mi sembra sia stato significativo aver saputo conservare la capacità di riscoprire il valore delle piccole cose, apprezzando anche la solitudine e la magniloquenza delle mille sfaccettature del silenzio. Ripenso a quanto asseriva Sant’Agostino con la sua frase che ricordo mi ha colpito sin dai tempi dell’esame di Filosofia all’Università, una verità che spesso ho adottato nella mia vita: “ex malo bonum”, ossia trarre da questo tempo il bene che sembra sepolto sotto la coltre delle disgrazie, trovare una luce tra le intemperie che stanno abbattendosi in un mondo globalizzato e sempre più atomizzato. Sembra naturale anche il rimando a Bauman, quando descrive la solitudine come condizione in cui si raccolgono vari pensieri ed emozioni che in realtà non fanno altro che restituire una più vasta opportunità di comunicare proprio perché sono più ricchi di valore aggiunto. Leggere e approfondire i grandi può essere di aiuto per trovare la forza di rialzarsi e rinascere perché, a prescindere da ogni ostacolo, la vita continua in un viaggio ricco di incognite. Ripercorriamo i passi di Emily Dickinson che, nella sua infinita sensibilità, ha avuto il merito di espandere nella sua poesia tutta la bellezza dei piccoli momenti di vita quotidiana, vissuta in una sorta di solitudine quasi sacrale. È sublime la sua aspirazione ascetica verso una fusione con il cielo, ma nello stesso tempo, paradossalmente, la scelta della solitudine diviene la sua libertà più vera tanto da definire la notte il suo giorno preferito. Intanto noi abbiamo imparato a convivere col silenzio, a sentirne la voce, compagna di solitudini apparenti, abbiamo cominciato ad ascoltare il nostro pensiero nella profondità dei sentimenti e nel disvelamento delle emozioni, nella speranza di essere proiettati verso una migliore prospettiva di umanità ritrovata.
Maria Rosaria Teni

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