“Autunno” di Josè Saramago

Non è adesso estate, e non ritornano
i giorni indifferenti del passato.
La primavera errata si è nascosta
nelle pieghe del tempo stropicciato.
È tutto quel che ho, un frutto solo,
al caldo dell’autunno maturato.
Josè Saramago

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“Stasera” di Giuseppe Ungaretti

Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia.

Giuseppe Ungaretti

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“Autunno” e “Vorrei” di Damiano Gasperini

È un ragazzo di vent’anni che ci scrive da Roma, Damiano Gasperini,  inviando una raccolta di liriche che trattano gli argomenti più disparati e quanto mai attuali. È la voce di un giovane che dimostra la grande passione per la poesia e che dice di sé: “Adoro leggere,scrivere,pensare e sognare. La musica è parte di me,la poesia invece è quella nuvola protettrice e consigliera che da anni mi accompagna in una adolescenza variopinta”. Considero sempre con grande attenzione, con un misto di rispetto e ammirazione, tutto ciò che nasce dalla penna di un animo sensibile e mi sembra sia un bel momento e anche occasione di confronto  condividere la lettura di alcune di queste liriche tratte dalla raccolta di Damiano Gasperini.

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VORREI
Vorrei un incontro importante per i miei occhi,
vorrei sorridere fissando imbambolato il vuoto,
vorrei sentire solchi nello stomaco,
vorrei sbattere un pugno geloso,
vorrei ritrovarla in ogni canzone,
vorrei pensarla in ogni occasione,
vorrei addentrarmi nelle sue idee,
vorrei cibarmi delle sue poesie corporee,
vorrei donarle questo cuore,
vorrei baciarla per la prima volta su una fredda panchina,
vorrei imparare a dire ti amo,
vorrei insegnarle a fare l’amore,
vorrei ridere del tutto o del niente,
vorrei litigare per niente e per tutto,
vorrei passeggiare per le vie dell’eterna Roma
vorrei sentire il suo respiro in un bagno sul litorale,
vorrei accarezzare quei melodici ricci,
e infine soddisfatto,sereno e distratto
da spine di varia natura
vorrei esser felice anche nel pianto
di un ragazzo che ha ancora paura.

≈≈≈

 AUTUNNO
Cadi, lacrima d’estivo ricordo
sulla bruna foglia io non scordo
tuona il cielo, la pioggia scende
vi si confonde, l’Autunno non attende.

In subbuglio ho mente e cuore
nel ripartir in grinta o con dolore
la prima,l’imminente percorso
il secondo del caldo tempo trascorso

Pacato sei,
udito sorpreso per gocce,vento e foglie
che la sabbia e il mar dal pensier non toglie
ma rilassante melodia il cervello accoglie

Di rara bellezza  son i tuoi colori
paradisiaci i profumi signori
riflettete sulla mite stagione
pepara all’Inverno,con materna attenzione

Cade un riccio,scoppietta il fuoco
ecco le caldarroste fumanti con poco
rispetto per i Santi,preghiera per gli amati
dopo le zucche,ecco Novembre nel cielo volati

Sognante sei,
a un bosco che sussura m’abbandono
mai cosi della vita m’innamoro

Distruttore sei,
di ansie,noie e problemi quotidiani
relax dalle vetrate per quei nuvoloni strani

Pacato sei,
udito sorpreso per gocce,vento e foglie
che la sabbia e il mar dal pensier non toglie
ma rilassante melodia il cervello accoglie
Autunno sei…
DAMIANO GASPERINI

 

 

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“La musica in versi”- Antologia Vitulivaria 2017 vista da Mariantonietta Valzano

Antologia “La musica in versi” – AA.VV.

Anche nell’ultima edizione del Premio “Vitulivaria – memorial Gerardo Teni” si è assistito ad una ricchezza di produzione che ha coinvolto non solo il popolo salentino ma anche persone sparse in tutta la nostra penisola. Il tema, non semplice e molto raffinato per un concorso letterario, ha stimolato e fatto fiorire opere di gran valore, sia per la poesia che in merito al racconto. Questo evento dimostra a tutti gli effetti quanto sia importante la cultura, la creatività e la delicatezza dei sentimenti in questo nostro tempo fatto di velocità e like sui social. È stato il trionfo della riflessione interiore, il dispiegarsi coraggioso delle pieghe dell’anima, che si è svelata in vari modi, tutti con eleganza e originalità. La partecipazione trasversale di età che vanno dall’adolescenza alla maturità apporta un carattere di universalità alla produzione letteraria.

Chi osa dire che la letteratura in Italia è meno importante della tecnologia e della modernità avrà trovato delusione nel constatare quanto ha incuriosito e prodotto questo premio; il coinvolgimento personale senza veli né ripari di sorta è stato evidente in ogni opera pervenuta. Devo ammettere, in qualità di membro della giuria – ruolo che mi è stato assegnato dalla Presidente che ringrazio – la difficoltà di dare un giudizio per proclamare i vincitori poiché le opere sono risultate tutte di valore. In particolare sono state tutte… sentite… nell’intimo…come una melodia del cuore che non si può razionalizzare con parole in spiegazioni che lascino nel lettore il segno di emozioni scritte con la mano dell’anima.

Nell’Antologia, curata da Maria Rosaria Teni e che si pregia di una copertina assai originale e appositamente creata dall’artista lombarda Elena Fornasa, vengono proposti gli elaborati vincitori e segnalati. Vi invito alla lettura ad occhi incantati, in modo che le parole penetrino nel profondo e sciolgano i lacci del condizionamento sociale e contemporaneo che fa della istantaneità e della apparenza scempio della ricchezza che si cela in ognuno di noi.

Le nostre identità sono scritte nei caratteri di un universo di sentimenti in cui ci riconosciamo e viviamo respirando aria più leggera e libera….tanto da poter volare sopra il contingente per godere di quella essenzialità che solo “persone” possiedono.
Auguro a tutti una buona lettura

Mariantonietta Valzano

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“Psicoanalisi e mondo greco antico: perché i greci non avevano una teoria psicoanalitica” di Apostolos Apostolou

 Il Professore Apostolos Apostolou   ha inviato un articolo per la nostra rivista: psicoanalisi e filosofia greca antica. Il saggio getta una nuova luce sul quesito:
” Perche’ la psicoanalisi non era necessaria nel pensiero  e nel mondo greco antico?”.  Il saggio ha un duplice intento: storico e teoretico e traccia un’ inedita mappa della psicoanalisi e del pensiero greco antico

Psicoanalisi e mondo greco antico

Perché i greci non avevano una teoria psicoanalitica di Apostolos Apostolou


slide3(Logos dell’anima sé stesso incrementa.) Frammento, 115 Eraclito.
Il pensiero greco antico non ha bisogno una Psicoanalisi perché viveva all’ordine dell’alterità e della seduzione. Socrate nei dialoghi platonici sapeva che sedurre è morire come realtà e prodursi come gioco illusionistico, anche Senofonte con la parola «επιμελοίμιν» scrive che seduzione è lasciarsi adescare dalla lusinga illusionistica e muoversi in un mondo incantato. Cosi la psicoanalisi non trova luogo nel pensiero greco antico. Esiste una psicanalisi nel pensiero greco antico che dice il problema non è dunque mai l’impotenza sessuale o alimentare, con il suo corteo di ragioni e di insensatezze psicoanalitiche, ma piuttosto l’impotenza rispetto alla seduzione. Il pensiero greco antico come terapia, come «παυσίπονο» antidolorifico, non crede di avere a che fare con malattie del desiderio e del sesso, ha a che fare in realtà con malattie della seduzione.

Pre -Psicoanalisi e Pre -Psicoanaliste
Possiamo parlare di una pre-psicoanalisi? Esisteva una terapia, o meglio una condizione di quiete, come la psicoanalisi oggi, che esprimeva una realtà: curare, educare, e governare? Già ha finito il primo secolo di vita della psicoanalisi che si vuole apparsa nel 1900, ma ancora la psicanalisi è l’ultima avventura della razionalità occidentale e si conferma la sua debolezza, ma anche la sua forza. Sicuramente prima di Freud non esisteva la psicoanalisi però esisteva una analisi e un raggiungimento della normalità psichica come pacificazione di ogni conflitto. Freud sosteneva nel 1922 che «la psicoanalisi è il nome: I) di un procedimento per l’indagine di processi psichici cui altrimenti sarebbe pressoché impossibile accedere; II) di un metodo terapeutico basato su indagine per il trattamento dei disturbi nevrotici; III) di una serie di conoscenze psicologiche acquisite per questa via che gradualmente si assommano e convergono in una nuova disciplina scientifica.» (S. Freud, Teoria del libito, 1932, Vol, IX). Ogni manifestazione umana può essere letta come discorso manifesto che rimanda ad un discorso latente che ne detiene il senso. Il discorso cerca il riconoscimento. L’Origine ama nascondersi, (diceva Eraclito fr. 116) è una verità che conosciamo quasi 3.000 anni dalla filosofia greca antica. Ma tale senso non è già la come nell’ ermeneutica filosofica, non si tratta solo di scoprire una verità velata ma di costruire un senso attuale secondo psicoanalisi. Anche Eraclito diceva: la ψυχή (psichè) è un principio di auto movimento. L’anima ha un λόγος (logos) e quest’ultimo s’accresce mediante una sempre più profonda conoscenza delle cose: ciò significa che l’uomo deve approfondire tale   λόγος (logos) “cercando in sé stesso”. Nella grammatologia greca antica troviamo testi che descrivano una metodologia analitica secondo l’analitica della psicoanalisi, un lavoro analitico di scomposizione e ricomposizione dell’evidente. Per esempio troviamo il medico Melabodas che aveva la capacità di indurre stati estatici, poteri taumaturgici con cui davano prova delle qualità “divine”. Secondo la grammatologia greca antica lui ha curato il Re di Megara Alcathoe. Melabodas era il padre della tribù dei Melabodini e il maestro di medico Amphiaraos. I Melabodini erano i medici dell’anima. Con i Melabodini la medicina si stacca dalla scienza del corpo per farsi tendenzialmente scienza dell’anima. Amphiaraos esisteva sciamano medico e curatore dell’anima. Fuori dai teatri greci antichi esistevano i discepoli di Amphiaraos che curavano gli spettatori dopo la fine dello spettacolo. I discepoli di Amphiaraos avevano una connotazione ed un’azione specifica quando correttamente praticato, del tutto sovrapponibili a quella della psicologia analitica e terapeutica. Anche oggi troviamo in un villaggio carino che si chiama Kalamos situato nel nord-est della prefettura di Attica, circa 45 Km da Atene il teatro – terapeutico Amphiarao. Nel teatro Amphiarao si occupava l’ipnosi come terapia che aveva grandissima utilità nella conoscenza. Lo scopo era la purificazione (cioè la Catarsi), della vita, è quello di ‘purificarsi’, di compiere cioè pratiche capaci di favorire la libertà del principio spirituale da ogni legame con la struttura corporea. E come dirà Rene Girad in particolare «La violence et le sacre», in un momento paradossalmente dionisiaca a un momento paradossalmente apollineo abbiamo dalla parola catarsi, (καθαρσις) la parola catarma (κάθαρμα). La parola catarma è la vittima che appartiene agli “esclusi” della storia. Ma il catarma preluda alla catarsi cosi come il farmacos (φαρμακός) può farsi farmaco (φάρμακο), cioè veleno e medicina. (Φάρμακον è la parola greca che vuole dire “veleno” δηλητήριο ma anche antidoto). La tradizione greca racconta delle opere prodigiose di taluni indovini, guaritori, sapienti vissuti nei tempi antichi e venuti sovente dal Nord, dal mitico paese degli Iperborei, patria di Apollo, il dio che fissò a Delfi il più famoso oracolo dell’antichità. Antifonte era il primo consulente filosofico e anche il primo pre – psicoanalista, (Atene, 480 a.C. circa – Atene, 410 a.C. circa) retore, sofista, logografo e politico. Insegnava che il discorso cura. Antifonte si considera come il primo consulente filosofico con una tecnica quasi psicoanalitica. Ha parlato di attività della parola, del contratto dello sguardo per l’ascolto (dobbiamo dire che in filosofia greca antica ci sono i filosofi che si chiamano akousmatikoi che significa “uditori”) muta il rapporto con la “malattia” sostituendo all’ evidenza del sintomo la domanda del paziente. Il filosofo secondo Antifonte che si dispone all’ascolto si rende passivo nei confronti del “malato” che parla e si lascia invadere dal suo discorso. Leggiamo da Wikipedia: “È attribuita ad Antifonte una “arte di evitare il dolore” (techné alypias). Affiancando le cure che i medici praticavano agli infermi si dice che avesse istituito una sorta di ufficio pubblico di consulenza in un locale vicino alla piazza di Corinto, affermando di riuscire a sanare le angosce facendo domande e risalendo alle cause, rincuorando così con le sue parole gli afflitti. Aveva scritto pure un’opera “sull’interpretazione dei sogni” sostenendo la loro natura simbolica contro l’opinione corrente dell’epoca (George B Kerferd “I sofisti”, il Mulino)”. L’anima è una studia secondo la cultura greca antica perciò abbiamo l’“ospedale dell’anima” secondo l’iscrizione apposta sulla porta della Biblioteca di Alessandria durante l’Ellenismo, a detta di Diodoro Siculo. Un grande consulente filosofico dell’antichità era  anche  Epicuro. Il dolore, la pace dell’anima, il piacere, il male erano la tematica di Epicuro. Organizza la prima pratica filosofica, i temi delle “passioni” sono tra i più dibattuti negli studi sull’epicureismo. Le “passioni” (pathe), piacere e dolore, sono al di fuori del dominio del razionale (e perciò “funzionano” automaticamente, indipendentemente dal logos), mentre gioia e timore (phobos e chará), sono «attività cinetiche dell’anima razionale». Leggiamo: «Il male, dunque, che più ci spaventa, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi.»  E anche leggiamo da Epicuro: «Esso è facilmente raggiungibile seguendo il calcolo epicureo dei bisogni da soddisfare, che saranno quelli fondamentali, e non quelli superflui… Gli dei sono perfetti quindi, per non contaminare la loro natura divina, non si interessano delle faccende degli uomini mortali e non impartiscono loro premi o castighi.» Anche la teoria per linterpretazione dei sogni non c’è solo in Freud ma troviamo una prima teoria in Artemidoro che scrisse un libro intitolato “L’interpretazione dei sogni”. Ma la sorprendente modernità del pensiero di Artemidoro sta nella convinzione che “l’interpretazione dei sogni” non è altro che accostamento di simili, vale a dire interpretare significa riconoscere somiglianze e scoprire pensieri richiamati dall’immagine onirica. Possiamo ricordare questo che diceva Eraclito “l’universo di chi veglia è uno e comune ma nel sonno ciascuno si rivolge al suo proprio” E come scrive Silvia Ronchey, (giornale Stampa 24/1/2001)“Però secondo i greci, i sogni erano rivelatori perché inviati dalla divinità. Secondo Freud, i sogni sono rivelatori perché inviati dall’inconscio. Fra le due concezioni non esiste una gran differenza, poiché nella psicologia di tutti i tempi il mistero e il sacro coincidono”. Artemidoro precorre Freud anche per quanto riguarda il principio secondo cui il sogno è sempre egocentrico; il mondo onirico, infatti, ha un carattere individuale e soggettivo. Nel 1904, Sigmund Freud visitò Atene insieme al fratello e andò fino all’Acropoli, per ammirare le rovine dei templi e le antiche sculture. Freud parlò di questo viaggio molti anni dopo, nel 1936, quando pubblicò «Un disturbo di memoria sull’Acropoli: lettera aperta a Romain Rolland». Scrisse: «A quell’epoca, ogni anno, alla fine di agosto o all’inizio di settembre, avevo l’abitudine di partire con mio fratello per un viaggio di piacere che durava alcune settimane e che ci conduceva a Roma, in qualche altra regione italiana o in qualche località del litorale mediterraneo… Quando, finalmente, il pomeriggio dopo il nostro arrivo mi trovai sull’Acropoli e gettai uno sguardo sul paesaggio circostante, un pensiero sorprendente improvvisamente entrò nella mia mente: dunque tutto questo esiste veramente, proprio come abbiamo imparato a una scuola … Quando ci trovammo sull’Acropoli, la possibilità era diventata una realtà e la medesima incredulità trovò allora un’espressione differente, ma assai più nitida. Questa, senza deformazione, avrebbe dovuto essere: “Veramente non avrei mai creduto che mi fosse concesso di vedere Atene con i miei occhi, come indubitabilmente si dà ora il caso…» (Giancarlo Ricci, Le città di Freud, Jaca Book, 1995.) Freud ha messo una tecnica ad una teoria per la terapia delle affezioni psichiche. Prima di Freud, con la filosofia greca antica avevamo una prospettiva per allagare i confini della nostra psiche ad un divenire continuo. (Qui dobbiamo dire, che esiste   un grande differenza tra anima e psiche). Nella filosofia greca antica non abbiamo l’inconscio per perdersi nella sua infinitezza, ma abbiamo l’ignoto. L’ignoto è ciò che sta oltre la nostra coscienza.  L’ignoto secondo la filosofia greca antica è il “paradosso assoluto”.

  600px-Kylix_Theseus_Aison_MNA_Inv11365_n1  Mitologia e psicoanalisi   (Il Labirinto di Cnosso e Teseo)
La figura mitologica è assolutamente al centro della psicanalisi. Didier Anzieu ha esaminato in maniera sistematica la mitologia greca ed è giunto alla conclusione che circa un terzo di essa gira intorno all’allegoria edipica. Robert Graves sosteneva che il primo sostenne che “la mitologia greca, nel suo contenuto, non era più misteriosa dei manifesti elettorali di oggi”.( Robert Graves nel suo saggio “I miti greci” è riuscito a rianimare questa materia ormai inerte, restituendocela con tutto il suo splendore, il suo senso. Secondo Robert Graves ci sono molti sono i miti che ci hanno suggestionato nel corso del tempo e della nostra educazione e cultura: Il Ratto di Persefone, Apollo e Dafne,Orfeo ed Euridice, il mito di Narciso e il mito di Giacinto e Zefiro “narrati da Ovidio nelle Metamofosi”, Dedalo ed Icaro, il mito di Fetonte e il carro del Sole, Teseo e il Minotauro,  il Vello d’oro di Giasone, e numerosi altri che sarebbe troppo lungo elencare.) E K.  Jung scriveva: “Non si può certo supporre che il mito o il mistero siano stati coscientemente inventati per qualche fine: tutto fa pensare piuttosto che essi rappresentino un involontario riconoscimento di una precondizione psichica inconscia”. E fatto che la mitologia greca ha fatto nascere molte nozioni importanti della psicoanalisi (per esempio l’allegoria edipica, la figura di Narciso, ecc). Secondo K. Jung : «Simboli nefasti sono la strega, il drago – ogni animale che divori o avvinghi, come un grosso pesce o il serpente – […]. Quest’elenco non pretende di essere esaustivo; esso si limita a indicare le caratteristiche essenziali dell’‟archetipo della madre”». Pertanto l’ermeneutica del mito archetipico il labirinto di Cnosso e il caso di Teseo potrebbe funzionare con l’ universalità dinamica del simbolo, per vedere nella narrazione con linguaggio figurativo del riferimento auto trascendente del Ego (Io).  Il Labirinto di Cnosso è un leggendario labirinto, che secondo la mitologia greca fu fatto costruire dal Re Minosse sull’isola di Creta per rinchiudervi il mostruoso Minotauro, nato dall’unione della moglie del re, Pasifae, con un toro. Era un intrico di strade, stanze e gallerie, costruito dal geniale Dedalo con il figlio Icaro, i quali, quando ne terminarono la costruzione, vi si trovarono prigionieri. Dedalo costruì delle ali, che appiccicò con la cera alle loro spalle, ed entrambi ne uscirono volando. Quando Androgeo, figlio di Minosse, mori ucciso da alcuni ateniesi infuriati perché aveva vinto troppo ai loro giochi disonorandoli, Minosse decise, per vendicarsi, che la città di Atene, sottomessa allora a Creta, doveva inviare ogni nove anni (o ogni anno) sette fanciulli e sette fanciulle ateniesi da offrire in pasto al Minotauro, che si cibava di carne umana. Questo avvenne finché Tèseo, eroe figlio del re ateniese Ègeo, si offrì come giovane da offrire in pasto al Minotauro per ucciderlo. Quando Teseo arrivò a Creta, Arianna, la figlia di Minosse e Pasifae, si innamorò di lui e lo aiutò a ritrovare la via d’uscita dal labirinto dandogli una matassa di filo che, srotolata, gli avrebbe permesso di seguire a ritroso le proprie tracce. Infatti, Teseo uccise il Minotauro e guidò gli altri ragazzi ateniesi fuori dal labirinto, grazie al filo che Arianna gli aveva dato e che lui aveva lasciato scorrere lungo il percorso (Wikipedia). Minotauro è il desiderio irrazionale che si compie con la soddisfazione del bisogno fisico. Ma anche è l’intederminismo ontico, che le fugati emersioni dell’ inconscio introducono come definizione del soggetto, non cessa di isolare nel soggetto un cuore, o come diceva Freud “Kern” di non- senso.  L’inconscio è costituito da impulsi e fantasie che rappresentano desideri incompiuti, vissuti indelebili cacciati dalla coscienza o esperienze infantili che non sono mai giunte alla coscienza. Molti hanno dato una spiegazione della mitologia greca che si muove negli archetipi. La parola “archetipo” significa “immagine originaria”, “modello originario” (dal greco archè, origine, principio, e typos, modello, marchio, esemplare) e si contrappone a “stereotipo” ( in greco stereos  significa solido, rigido, tridimensionale) che significa “copia”, “duplicazione”, “riproduzione”.  Parlando di archetipi e dei loro simboli, Jung si riferiva ai “contenuti dell’‟inconscio collettivo, […] tipi arcaici o meglio ancora primigeni, cioè immagini universali presenti fin dai tempi remoti”. Se si tiene conto della “gestione delle informazioni” compiuta dal patriarcato negli ultimi 3500 anni, le tradizioni mitologiche e religiose non ci permettono di vedere completamente le nostre immagini archetipiche più antiche. Di conseguenza, quando si discute degli sviluppi psicologici nelle culture patriarcali come la nostra, sarebbe più corretto parlare precisamente di “archetipi patriarcali”, “piuttosto che genericamente di “archetipi”. E come scrivono Marta Superdi e Cristina Butti “ Jung parla del Minotauro come dell’archetipo dell’immagine materna divorante e del percorso dell’anima verso l’equilibrio del proprio sé: esso è nella maggior parte dei casi espressione della brutalità, dell’istintualità irrazionale che non conosce morale , della violenza al di là del bene e del male”.  Il nome Teseo condivide la radice con la parola ” thesmos ” ( in greco  θεσμός ), il termine greco che sta per istituzione . Fu l’artefice del sinecismo ( synoikismos , abitare insieme e da qui proviene la città ) – l’unificazione politica dell’ Attica rappresentata dai suoi viaggi e dalle sue fatiche – sotto la guida di Atene. Una volta riconosciuto come re unificatore, Teseo fece costruire sull’ Acropoli un palazzo simile a quello di Micene . Pausania narra che, in seguito al synoikismos, Teseo istituì il culto di Afrodite Pandemos (Afrodite di tutto il popolo) e di Peito, che si celebrava sul lato meridionale dell’Acropoli. Con interpretazioni psicoanalitiche Teseo esprime la referenzialita‘ autotrascendente, o possiamo dire ciò che trascende l’insistenza nell’ individuocentrismo. Anche Il termine “labirinto” indicava una sola entrata e un unico vicolo cieco in fondo al percorso, di forma quadrata o più spesso circolare.  Il labirinto in generale può essere visto come metafora della ricostituzione dell’ordine perduto, e di conseguenza come metafora del pensiero umano, della psiche e della della sua struttura, per l’appunto, labirintica. Nel dialogo socratico Eutidemo, Platone fa parlare Socrate descrivendo la struttura labirintica del dialogo: « Giunti all’arte di regnare ed esaminandola a fondo, per vedere se fosse quella a offrire e a produrre la felicità, caduti allora come in un labirinto, mentre credevamo di essere ormai alla fine risultò che eravamo ritornati come all’inizio della ricerca, e avevamo bisogno della stessa cosa che ci occorreva quando avevamo incominciato a cercare.» Il labirinto è anche un simbolo del mondo, i cui schemi e la cui logica sono oscuri e incomprensibili all’uomo, anche è l’ indirizzo dell’ anima, e  secondo Aristotele è stato la causa principale e fondamentale della nascita della filosofia.

500-470-ca,-Medea-+ariete,-hydria,-Gruppo-di-Leagros,-BMInterpretazione semiotica e psicoanalitica di Medea   ( Midea di Euripide )
Medea (Μήδεια, Médeia ) è una tragedia di Euripide , andata in scena per la prima volta ad Atene , alle Grandi Dionisie del 431 Ac. Il mito narra la storia di Medea, figlia di Eeta, re della Colchide, che incontrato Giasone, valoroso eroe venuto nella sua terra per impossessarsi del vello d’oro, decide di aiutarlo tradendo la patria, e di fuggire con lui. Quando però i due arrivano in Grecia, Medea viene emarginata dalla società e ben presto si trova a dover fare i conti con la rivale Glauce, figlia di Creonte re di Corinto, nella quale Giasone vede la possibilità di conquistare il potere. Inoltre a Corinto i figli di Medea muoiono, questo è un dato certo nel mito; incerte invece sono le circostanze della loro morte. In certe invece sono le circostanze della loro morte. Medea, rimasta sola poichè Giasone decide di sposare Creusa, lascia Corinto verso nuove terre e conclude il suo viaggio ritornando dal padre nella Colchide. Euripide ha scritto la tragedia Medea nel 431 a.C. Nello stesso tempo (431°a.C) abbiamo la Seconda Guerra del Peloponneso. Euripide spetta al club politico di Pericle. Pericle amava circondarsi di grandi maestri e, in particolare, nomina lo scultore Fidia  e proprio con Euripide. A casa di Aspasia e di Pericle gli intellettuali, le donne colte, le artiste, gli artisti possono incontrarsi e scambiare idee, fare progetti, discutere programmi. La tragedia Medea di Euripide era anche un’opera anti-polemica contro la guerra del Peloponneso o meglio contro l’imperialismo ateniese. Euripide era amico di Pericle ma ciò non gli impedisce di criticare la politica di Pericle. Euripide usa come massimo esponente dell’irrazionalità femminile  Medea perché era  barbara e principessa della Colchide.   Medea, aveva aiutato lo straniero Giasone ad impossessarsi del Vello d’oro con l’uso di un sortilegio, decide di scappare con lui: quando il padre gli manda contro suo fratello al comando di una flotta per riprenderla, lei uccide il fratello, lo fa a pezzi e lo butta in  mare cosi che il resto della flotta perda tempo a recuperare i resti mentre lei scappa. Ma l’atto più atroce e famoso compiuto da Medea riguarda l’uccisione dei suoi stessi figli per vendicarsi di Giasone: pur di vendicarsi infatti è disposta a soffrire terribilmente (sarebbe sbagliato pensare che Medea non amasse i suoi figli) e a compiere un crimine contro la natura e contro la razionalità. “Medea è il dramma della donna abbandonata ed in preda al desiderio di vendetta: vendetta che è mostruosa , poiché, dopo aver fatto perire la giovane principessa che ha preso, il suo posto, Medea finisce con lo sgozzare i propri figli. Certo, è barbara;è una maga;ma è un’asprezza particolare  la sua,un misto di astuzia e di violenza,che va ben oltre queste spiegazioni. E’ una Clitennestra che ascolta il  cuore, che soffre, che vuole, che è debole,e che poi si  lascia vincere. E’ la passione.” J. De Romilly.  Cosi secondo Euripide una donna con un’irrazionalità femminile non doveva essere una donna nella società ateniese.  Come scrive Amelia Barbui in articolo con titolo «Donne e psicoanalisi : Amore desiderio godimento» «Se l’amore è perduto non arretra di fronte a nulla, fino all’assassinio dei propri figli. Medea aveva fatto tutto per il suo uomo, Giasone. Aveva tradito suo padre, la sua patria, convinto le figlie di Pelia a ucciderlo e, per questa ragione, viveva in esilio a Corinto, con il marito e i suoi figli. Sposa e madre perfetta, si sforzava di acconsentire a tutto ciò che Giasone desiderava. Ma quando Giasone le annuncia che vuole sposare la figlia di Creonte, Medea si sente oltraggiata e perde la gioia di vivere, si dispera, piange: “tra tutti coloro che hanno anima e ragione, noi donne siamo le creature più infelici”.Giasone cerca di rassicurarla, si giustifica, le offre doni, ma lei li rifiuta: l’avere non ha più alcun valore senza quell’uomo. La sua vendetta non è l’uccisione dell’infedele, sarebbe troppo semplice. La sua vendetta è privarlo di quanto lui ha di più prezioso, la nuova moglie e i figli. Un gesto estremo carico di valore in quanto Medea è una madre che ama profondamente i propri figli che sono anche i figli di Giasone, ma la donna prende il sopravvento sulla madre. Con quest’atto sacrifica ciò che ha di più prezioso per scavare nell’uomo un buco che non potrà più chiudersi. E’ qualcosa che va al di là di ogni legge, di ogni affetto. Una “vera donna” esplora questa zona sconosciuta, senza legge, o quanto meno senza una legge “canonica”, riconosciuta da tutti. Oltrepassa i limiti, esplora regioni senza confini, al di là delle frontiere, dove la legge è quella del caos, o meglio, è la legge di quel particolare sistema. Medea fa del meno, che la definisce donna, la propria arma, reagisce al tradimento dell’uomo togliendogli quanto ha di più prezioso ed è per questo l’esempio radicale di cosa significhi essere donna al di là dell’essere madre. Alice mi consulta, poco dopo essere stata lasciata dal marito, per una nuova analisi. Nella disperazione senza limiti, cercando una soluzione che potesse calmare il dolore dirompente, più volte aveva pensato di farla finita. Le avevo detto che il dott. Lacan – che lei conosceva – non avrebbe condiviso il suo gesto autodistruttivo, e questo l’aveva fatta desistere. L’amore si era diretto verso colui al quale supponeva un sapere. Come seconda soluzione aveva pensato di lasciare la figlia al marito. “Ma lei non è Medea”, le dissi sottolineando la schisi e, al tempo stesso, il legame tra donna e madre. Doveva cercare ancora una soluzione, e fu la spoliazione dai beni materiali, e l’abbandono forzato degli ideali che aveva sino allora condiviso con il marito. Dopo aver lasciato tutto ciò, “non ho più niente da perdere”, mi disse. Medea è il paradigma della vera donna, pronta a tutto. A Medea interessa . La solitudine la portò a un nuovo assetto e si fabbricò un essere con il niente. Dal “vivere per … un uomo” l’assetto fantasmatico si spostò al vivere per “avere un piccolo posto per sé in sé”…Ci sono dunque diverse modalità che una donna può mettere in funzione come concessioni senza limiti a un uomo. Può cedere il suo corpo, la sua anima, i suoi beni. Ogni donna è capace di andare fino in fondo al non avere e realizzarsi come donna nel suo non avere, mostrando che in fin dei conti l’avere è ridicolo.» Il nome Medea proviene dal nome (μήδεια) medea in greco antico significa organi sessuali maschili. Qui abbiamo due ermeneutiche: L’ermeneutica di fallo, e l’ermeneutica della castrazione.  Secondo Lacan la donna non esiste, esiste il fallo. Ma il fallo è l’assenza della cosa, secondo Lacan. Così il fallo, da quell’indiscusso simbolo di potenza che fu in origine per gli antichi e che mai ha cessato di essere, diventa un “ingombro” portatore di “ebetudine”. I due sessi girano entrambi attorno ad una mancanza, che ciascuno – dal suo lato della barriera sessuale – condivide e da cui si origina un complesso fallico. L’ermeneutica di castrazione è di Freud. La castrazione reale è una pura fantasia. Invece, c’è un principio di mancanza nel desiderio umano. Lacan diceva spesso che il rapporto sessuale non esiste: se l’uomo fosse uomo e la  donna sin dall’inizio, se l’amore fosse possibile, non ci sarebbe inconscio. Cosi secondo l’ermeneutica di Freud forse abbiamo la questione della castrazione. E forse sulla base di fraintendimenti. Se la sono presa a male per certe formule di Freud, come nel caso della sua famosa idea del “Penisneid”, vale a dire dell'”invida del pene”, un elemento che sarebbe del tutto essenziale alla femminilità.   Una seconda ermeneutica vuole il nome Medea dall’aggettivo (μηδείς, μηδεμία) che significa nessuno, niente, nulla. Da qui proviene anche la parola greca (μηδέν) cioè niente. La (μηδεμία) è l’antitesi della virtù cioè dell’( erete). Virtù (dal latino virtus ; in greco ἀρετή “areté”) è la disposizione d’animo volta al bene ; la capacità di un uomo di eccellere in qualcosa, di compiere un certo atto in maniera ottimale, di essere virtuoso come “modo perfetto d’essere”.Nella lingua italiana la virtù è invece la qualità di eccellenza morale sia per l’uomo sia per la donna e il termine è riferito comunemente anche a un qualche tratto caratteriale considerato da alcuni positivo. Virtù sono i sentimenti e secondo psicoanalisi  i sentimenti sono qualcosa che edifichiamo. Un’altra semiologia è il vello d’oro (χρυσόμαλλον δέρας). Il vello d’oro era, secondo la mitologia greca, il vello (pelle intera) dorato di Crisomallo, un ariete alato capace di volare che Ermes donò a Nefele. Il vello d’oro è la fertilità e la rigenerazione. Diventa il letto matrimoniale per Medea e Giasone. E’ come il palazzo di Vetro (Cristallo) di Tristano e Isotta. Ma anche è il Sacro Graal nel ciclo arturiano e anche è l’ultimo dramma musicale di Richard Wagner Parsifal. (Tutti attendono il redentore che dovrebbe arrivare per salvarli: il “puro folle”, in sapiente di Dio).Il mito del vello d’oro  sembrerebbe rifarsi ai primi viaggi dei mercanti-marinai proto-greci alla ricerca di oro, di cui la penisola greca è assai scarsa. Da notare che tuttora nelle zone montuose della Colchide e delle zone limitrofe, vivono pastori-cercatori d’oro seminomadi, che utilizzano un setaccio ricavato principalmente dal vello di ariete, tra le cui fibre si incastrano le pagliuzze di oro. Altri studiosi ritengono che si tratti di una metafora dei campi di grano, scarso in Grecia, e che gli antichi Elleni si procuravano sulle coste meridionali del Mar Nero. Altri ancora lo ritengono l’oro degli Sciti. Il vero diventa come la  matrice biologica. Il nome (αμνίον. da qui abbiamo.  la parola amnos «αμνός» cioè  l’ agnello, che  ha tre significati: agnello, ragazzo, e servo )  secondo la medicina «αμνίον» sono le acque al termine della gravidanza. La membrana involgente il feto. Un sacco membranoso di tessuto connettivo trasparente.  La tragedia Medea di Euripide è piena dalla semiologia e piena dalle metafore e metonimie.
16cul01f1a-kZnH-U4330093344589WjF-593x443@Corriere-Web-SezioniPlatone e Psicoanalisi
Possiamo leggere Platone con gli strumenti della psicoanalisi? Sicuramente possiamo perché nel  Platone ci sono punti che possono funzionare come introduzione in psicoanalisi. Sigmund Freud utilizzò il mito greco di Edipo che, ignaro delle proprie origini, complesso di Edipo è la differenza tra i sessi e tra le generazioni. Si manifesta con un desiderio amoroso del bambino verso il genitore di sesso opposto, mentre il genitore dello stesso sesso, vissuto come un rivale, è oggetto di sentimenti ostili. appare quale coronamento della sessualità infantile, quando cioè il bambino è consapevole del fatto che i genitori hanno un rapporto preesistente alla sua nascita, sul quale ha consciamente e inconsciamente fantasticato.(Vede, Enciclopedia Treccani). Il modo, più o meno felice, in cui il complesso viene affrontato e superato dipende dallo svolgimento delle precedenti tappe evolutive e da come i due genitori costruiscono il rapporto tra di loro e con i figli. Il mito di Edipo lo incontriamo prima nella Iliade di Omero  (Iliade XIII vv 678-680,) ma anche nella Odissea di Omero ( Λ,vv 271-280) Però qui  non abbiamo lo sviluppo della storia cosi come descrivono  Sofocle e Freud. Per quando riguarda l’ipotesi di Edipo, Platone è stato più prudente, mentre Aristotele esamina la tecnica della tragedia.(vede: V.Berard Odyssis Coll.des Univ.de France vol, II, pp, 93-94). Aristofane era il primo che ha visto il mito di Edipo con un’attrazione sessuale. Ha spiegato Aristofane quasi come Freud la maturazione di un bambino attraverso l’identificazione con il genitore del proprio sesso e il desiderio nei confronti del genitore di sesso opposto. (Simposio di Platone 192d-192e. «Cos’è quello che volete, o uomini, [che ci sia/accada] per voi gli uni dagli altri?.. E non sapendo essi cosa rispondere li interrogasse di nuovo: Forse desiderate questo, cioè stare insieme fra voi quanto più è possibile, così da non lasciarvi mai, né di notte né di giorno? Se questo desiderate voglio fondervi e saldarvi insieme in una cosa sola, in modo tale che, essendo due diventiate uno solo e viviate l’uno in comune con l’altro, come se foste una cosa sola e quando sarete morti anche laggiù nell’Ade siate una sola cosa anziché due, morti di un’unica morte; guardate dunque se desiderate questo e se vi basta nel caso in cui l’otteniate. Il Super io, termine con cui Freud,nella sua seconda teoria designa una delle tre istanze della personalità,  è il mediatore fra Es ed Io, esso impone all’ Io i più severi criteri morali, ovvero ci fà riflettere prima di compiere un’azione sbagliata e immorale, sempre secondo Freud, è il sedimento dell’antica immagine dei genitori, l’espressione dell’ammirazione del bambino, che li considerava allora esseri perfetti. Il Super-Io è l’insieme dei divieti sociali sentiti dalla psiche come costrizione e impedimento alla soddisfazione del piacere, un sistema di censure che regola il passaggio dalle pulsioni dell’Es all’Io.  (vedi Enciclopedia Treccani). Rappresenta quella che può essere definita la coscienza morale, una sorta di censore morale che giudica gli atti ei desideri istintivi dell’uomo. Il Super-Io nasce nel bambino, inizialmente libero da qualsiasi principio morale, per effetto del potere condizionante dei genitori. La coscienza morale è un altro nome del Super-Io, secondo di P. Ricoeur, che si riconduce alle identificazioni con le figure parentali ed ancestrali. La psicoanalisi raggiunge, ma su di un piano di scientificità, numerose credenze popolari per cui la voce degli antenati continua a farsi udire fra i viventi e assicura cosi, non soltanto la trasmissione della saggezza, ma la sua ricezione intima ad ogni tappa. Questa dimensione, che si può dire generazionale, è una componente innegabile del fenomeno dell’ ingiunzione e più ancora di quello del debito. A questa spiegazione genetica-legittima nel suo ordine, si può obiettare che essa non esaurisce il fenomeno dell’ingiunzione e ancor meno quello del debito. Se da una parte il sé non fosse costituito originariamente come struttura di accoglimento delle sedimentazioni del Super-io, l’interiorizzazione delle voci ancestrali sarebbe impensabile e l’ Io, in quanto istanza primitiva, non potrebbe nemmeno esercitare la funzione di mediatore, o meglio di intermediario, che Freud gli riconosce fra i tre maestri che si disputano la sua obbedienza, l’ Es, il Super-Io e la realtà esterna, l’idoneità ad esser-affetto sul modo dell’ ingiunzione sembra propria costituire la condizione di possibilità del fenomeno empirico di identificazione che e’ lungi dal possedere la trasparenza che gli si assegna troppo facilmente. D’altra parte, sempre secondo di P. Ricoeur, il modello generazionale della coscienza cela un altro enigma ancor più indecifrabile; la figura dell’antenato, al di là di quella dei genitori bene e mal conosciuti, innesca un moto di regressione senza fine, in cui l’Altro perde progressivamente – di generazione in generazione! – la sua iniziale presunta familiare. L’antenato si eccettua del regime della rappresentazione, come verifica la sua cattura ad opera del mito e del culto. Una pietas unica nel suo genere, unisce cosi i vivi e i morti. Questa pietas riflette il circolo nel quale in definitiva ci aggiriamo: da dove l’antenato deriva l’autorità della sua voce, se non dal suo presunto legame privilegiato con la Legge come lui immemoriale? Cosi l’ingiunzione precede se stessa, per il tramite dell’antenato, figure generazionale dell’ Altro .Cosi quando abbiamo appena detto del Super-Io freudiano quale parola degli antenati possiamo trovare Platone quando lui scrive: « παῖδες ᾿Αρίστωνος, κλεινοῦ θεῖον γένος ἀνδρός», cioè sono del genos divino  –  generazione Divina, in origine da genitori Aristonos. Ecco il Super-Io di Platone. In una lettera a Fliess del 15 ottobre del 1897, Freud introdusse il concetto del complesso di Edipo: amore per il genitore di sesso opposto ed ostilità nei confronti di quello dello stesso sesso, mostrando le origini infantili di tali desideri inconsci che popolano tutti i sogni. Il sogno è senz’altro una delle manifestazioni più importanti della Vita inconscia secondo Freud. Freud considera il sogno come lo strumento più efficace per osservare le fantasie rimosse dalla coscienza sia proprie che dei propri pazienti. Scrive infatti nella Sua “Introduzione alla Psicoanalisi”:«Nell’epoca che potremmo dire prescientifica, gli uomini non provavano difficoltà nel trovare una spiegazione del sogno. Quando lo ricordavano al risveglio, appariva loro una manifestazione benigna o maligna di potenze superiori, demoniache e divine. Con il fiorire del pensiero naturalistico tutta questa ingegnosa mitologia si trasformò in psicologia, e oggi soltanto una minoranza delle persone colte pone in dubbio che il sogno sia la peculiare operazione psichica del sognatore».(S. Freud, “Introduzione alla psicoanalisi”, 1915-1917). Nella cultura greca antica ci sono i sogni misti (συγκρασιακούς) e i sogni di fantasmi (φαντασμάτων).  Per Platone esistono due sogni. (Vede: A .J. Festugiere Comteplation et vie contemplative selon Platon, Vrin, 1936, p, 79)   i sogni che hanno un carattere proattivo (όναρ) per esempio il sogno di Socrate in prigione (Socrate ha avuto un sogno una dona bella e vestita di bianco che gli ha detto: Al terzo giorno giungerai a Ftia, ricca di zolle. Critone 44 B2) e i sogni che hanno le allusioni delle idee,(ονειρώττω) come la dottrina della reminiscenza (cioè anamnesis di Socrate ).  Cosi il sogno è un epifenomeno dello sviluppo della consapevolezza. Perché secondo Platone lui che sogna, o il sognatore  esperisce il suo sogno. Scriverà Platone «τέλεον ἄρα ἡμῖν τὸ ἐνύπνιον αποτέλεσμα» (Repubblica D, 443b). Il sogno lucido è un’esperienza che sembra caratterizzarsi come esclusivamente mentale.  Anche nel simposio abbiamo il famoso racconto mitico di Aristofane che narra la natura originariamente sferica dell’essere umano: Secondo il famoso racconto la figura di ciascun uomo era di forma sferica nel suo intero, con il dorso ei fianchi a forma di cerchi. Gli uomini, che erano terribili per forza e per vigore, attaccarono gli dèi, finché Zeus non decise di punire la loro arroganza tagliandoli in due. Dopo che l’originaria natura umana fu divisa in due, ciascuna metà, desiderando fortemente l’altra metà che era sua, cercava di unirsi a lei. Gettandosi attorno le braccia e stringendosi forte l’una all’altra, desiderando fortemente di fondersi insieme, morivano di fame e di inattività, perché ciascuna non voleva fare nulla separata dall’altra. Secondo Lacan nel Seminario XI fa questione è proprio l’insistenza di Platone sulla forma sferica e sulla conseguente ideologia fusionale. La sfera secondo Lacan è piena, anche è forte, è contenta, ama se stessa, e soprattutto non ha bisogno né di occhi né di orecchie perché per definizione è l’involucro di tutto ciò che può essere vivente, e Lacan introduce il concetto di “lamella”. Mentre Freud ha spiegato questo famoso racconto mitico come la Bṛhadāraṇyaka. La sfera di Aristofane e la Bṛhadāraṇyaka hanno la stessa parabola mitologica, sostiene Freud. Cioè l’uomo e il mondo si trovano insieme come uovo. In questo punto Freud è stato influenzato da Gomperz (Vede: H. Gomperz Die indische Theosophie vom geschilichen Standpunkt gemeinverstandlich dargestellt, Jena, Diederichs, 1925). Come abbiamo visto nel Platone ci sono concettuali fondamentali del pensiero psicoanalitico. Però Platone non esamina l’uomo con la semiologia di psicoanalisi, (come Freud e Lacan) ma come “arte della vita”. Possiamo vedere nella Lettera VII di Platone (326b-352a, 314c) scrivendo ai familiari del suo amico e discepolo Platone, Dione, la vita come arte, e anche il dialogo tra Socrate e Alcibiade e i consigli di Socrate. Alcibiade voleva migliorarsi per essere in grado di governare se stesso, e voleva l’aiuto di Socrate. Friedrich Hölderlin ha scritto per il dialogo tra Socrate e Alcibiade come un saggio dell’arte di vita. “Perché, santo Socrate, veneri sempre questo giovane? Non conosci niente di più grande? Perché il tuo occhio guarda a lui con amore, come agli dèi? Chi ha pensato il più profondo, ama il più vivente, chi ha indagato il mondo comprende l’alta gioventù e spesso i saggi inclinano alla fine verso il bello.” Secondo Platone esiste una strategia, quella della seduzione («αμήχανον κάλλος ορώης αν ευ εμή» Simposio 215e-216e). La seduzione è dappertutto. E la strategia della seduzione è quella del trucco illusionistico. Attende al varco tutte le cose che tendono a confondersi con la loro realtà. La seduzione esiste sempre, secondo  Platone. (Jacques Lacan nel suo Seminario VIII. II Transfert, non vede la seduzione che esiste nel simposio di Platone). Attende al varco dell’inconscio e del desiderio, per trasformarli in uno specchio dell’inconscio e del desiderio. Perché esso comporta solo pulsione e godimento. Ma l’incanto (come ha dimostrato Jean Baudrillard) è al di là e significa lasciarsi catturare dal proprio desiderio. Questa è la trappola illusionistica che, fortunatamente, viene a salvarsi dalla “realtà psichica”. E’ anche – secondo Jean Baudrillard – la trappola illusionistica della psicoanalisi, che si lascia catturare dal suo stesso desiderio di psicoanalisi. Entra cosi nella seduzione dell’ auto-seduzione e ne rifrange la potenza per i suoi propri fini.

Note:

E.D.Dodds, The Greeks and the irrational, Berkley & Los Angeles, Unv. California Press, 1955. Cap,  IV&  V pp 119, 102, 103, 121,& 130

  1. Bres La psychologie de Platon, Paris P.U.F. 1973, p, 12,25, 33,45, 52, 61.
  2. Needleman, Selected Papers of Ludwing Binswanger, Being-in-the world, New York, Basic INC.1963, pp, 234-241

S.Freud, Vorlesunger zur Einfuhrung in die Psychoanalyse 1917, G.W, volume XI pp, 218 -233.

Apostolos Apostolou

 

 

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“L’altro me stesso” di Marino Moretti

L’altro me stesso guarda il suo giardino,
guarda le cose intorno,
sorride a queste cose, al verde, al giorno,
a tutto come quando era bambino.
E qui sente che il tempo s’è fermato,
che s’è come staccato
da tutto il resto e la morte è lontana,
e che ogni attesa è vana,
se non esiste piu ora e stagione,
ma soltanto quel basso e quel giardino.
Perch’io son quel bambino
con la sua sfida nella mia prigione.

Ho scelto una poesia che amo, come amo del resto il Crepuscolarismo e i suoi rappresentanti. Pubblicata per la prima volta nel volume Diario senza le date (1926 e seguenti), incluso come sezione automa in Tutte le poesie (1966). Meno nota della più famosa “Cesena”, che è il manifesto della lirica di Moretti   (Cesenatico 1885 – 1979)  è un componimento che racchiude un mondo, il mondo di un poeta e la mediocre quotidianità che si consuma in una visita alla sorella da poco sposatasi. Un poeta e  scrittore sui generis che si rifiutò di completare gli studi e che firmò pagine di una prosa coltissima. Affermò con nettezza “io non ho nulla da dire” e nel corso di settant’anni di attività pubblicò più di settanta libri. Riteneva la sua poesia solo prosa-poesia… ma la padronanza di uno spiccato  senso per la rima, l’uso di metriche perfette unite alla capacità di mettere in verso temi lontanissimi o forse sino ad allora ritenuti totalmente inconciliabili, fanno di lui uno dei più significativi tra i poeti del suo tempo. Considerava le sue poesie come se fossero scritte “col lapis” – per dire che potevano anche essere cancellate – ma sono rimaste incancellabili nella memoria di generazioni di lettori. Un “crepuscolare” che per alcune immagini poteva risultare folgorante e la sua “poetica delle cose” non trascurò il senso più profondo e recondito di quegli oggetti della sua poesia. A Firenze fiorì la sua stagione di poeta crepuscolare: dopo l’esordio con Fraternità (1905), vennero le raccolte Sentimento (1907), Poesie scritte col lapis (1910), Poesie di tutti i giorni (1911) e Il giardino dei frutti (1916). Incontrò intanto Corazzini e Govoni, e iniziò una corrispondenza epistolare con Gozzano, oltre a collaborare all’importante rivista letteraria La Riviera Ligure. Nel 1917 pubblicò il romanzo Il sole del sabato, con successo di pubblico e di critica.
Partecipò alla Prima guerra mondiale nei servizi della Croce Rossa. Nel 1922 cominciò la sua collaborazione trentennale con la pagina letteraria del Corriere della Sera. Nel 1925 firmò il manifesto antifascista di Croce e per questo si vide rifiutare da Mussolini, nel 1932, il Premio dell’Accademia d’Italia. Dopo una lunga carriera letteraria si spense a Cesenatico nel 1979.
Moretti scrisse quasi sempre a Cesenatico, con qualche viaggio nei paesi europei. Scrisse numerose raccolte di racconti e romanzi, che ritraggono semplici protagonisti e vicende provinciali, con attenzione al dettaglio d’ambiente e un tono di sorridente malinconia. Fra i titoli più noti: La voce di Dio (1920); I puri di cuore (1923); Il segno della Croce (1925); Andreana (1935); La vedova Fioravanti (1941); quest’ultimo è l’opera migliore); I coniugi Allori (1946); La camera degli sposi (1958).
Negli ultimi anni tornò alla poesia, con “L’ultima estate” (1969), “Tre anni e un giorno” (1971), “Le poverazze. Diario a due voci” (1973).

Marino Moretti

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“Quando poesia e scienza si incontrano” intervista a Mariateresa Protopapa, eccellenza di Puglia – di Maria Rosaria Teni

Mariateresa Protopapa, originaria di Gallipoli, è un giovane medico, specialista tra l’altro in Biomedicina molecolare, nonché un’eccellente scrittrice e poetessa che, al rigore della preparazione scientifica, unisce una non comune sensibilità, attenta alla dimensione interiore e pronta ad accogliere le vibrazioni della propria terra molto amata. È autrice di un saggio scientifico dal titolo “Alleanza terapeutica contro i mali del tempo” e di numerosi componimenti poetici fra i quali “Oltre il cielo” (menzione d’onore premio Vitruvio 2014 e finalista del concorso letterario “Africa chiama onlus” 2014), “La terra delle pajare” (prima selezione speciale premio Veretum 2014), “Pizzicati dal sole,” del poema “Sotto la piega dell’ala del gabbiano”, “Fragile” (finalista premio Fucini 2014 –  premio della giuria e della critica Veretum 2016). È autrice inoltre delle sillogi “Ciò che conta”, “Rinasceresti ancora”, “I versi dell’amore”, “Volerò dall’Africa in Terra d’Otranto”, “Al cantor dell’anima” e del romanzo dal titolo “Giuliano Grassi”. L’autrice ha infine creato un bando internazionale di poesia di letteratura “Premio Mario Caputo – Maria Domenica Caroli – de Finibus terrae” e il concorso di letteratura e fotografia in ricordo della dottoressa Maria Monteduro. La scrittrice salentina viene ufficialmente dichiarata a mezzo stampa su http://www.giornaledipuglia.com  “scienziata e letterata eccellenza di Puglia”. È produttrice di un programma web tv dal titolo “Intervista Salento” con l’obiettivo di mettere in luce le risorse socio culturali della propria terra natia. Sono stati pubblicati “Il bambino ai piedi del melograno in fiore”, “Lettera al filosofo Rocco Aldo Corina”, “Il duca di Biancamano”- melodramma con libretto in 5 atti per opera lirica” e “L’uomo delle stelle – dialogo tra un poeta e un pescatore” testo teatrale. Esce in stampa nel prossimo autunno 2017 “Alessandra – Il dono che salva”, raccolta poetica di editi e inediti tra cui 5 poemi e altre 6 sillogi, che rappresenta un invito alla riflessione sul nostro tempo e sulla necessità di vivere in pace, cercando di tutelare i più deboli e indifesi. Ne ha curato la prefazione il filosofo e scrittore Rocco Aldo Corina, membro dell’Accademia Pugliese delle Scienze, che mette in evidenza la cultura classica della nostra autrice.

La poesia di Mariateresa Protopapa è un afflato che si concreta in parole scritte tramutandosi contemporaneamente in ancora di salvezza, in chiave che può aprire uno scrigno o un rifugio. La poesia è vista come canto della quotidianità, ritmo del nostro pensare e immaginare. La poesia non è solo un genere letterario, è un modo di vedere e vivere le cose e per questo si consuma e si rigenera sempre ogni giorno nella nostra semplice routine. La vita, le scelte che facciamo, le delusioni, contribuiscono a farla sparire dal nostro “io”, ma lei è lì, dentro di noi, in silenzio e come una corda di violino segna il ritmo dei nostri sentimenti. Io sono fermamente convinta che della poesia ci sia bisogno, e che sia necessaria: comprendere questa necessità e viverla significa essere poeti oggi.

PROTOPAPAL’incontro con Mariateresa Protopapa è avvenuto in occasione del IV Premio letterario “Vitulivaria” organizzato nel 2017 dall’Associazione culturale “Viva Mente” e che l’ha vista vincitrice nella sezione a tema “La musica nel cuore” con una poesia struggente e di grande impatto: “Tintinnio tra anima e cuore”, che così recita:

 

In un unico battente
tintinnio
cuore e anima
vanno vibrando
e l’invisibile
opera prima
echeggia nell’Universo.
La musica del mio vivere
si farà strada
fra i meandri del caotico…
La mia musica
risuonerà in eterno
come usignolo immortale
per tracciare lo spartito
della pura esistenza.
Questo resterà
immemore musica,
colonna sonora
il battito del cuore
al mio esistere.
Un tintinnio delicato, dolce e argentino, costituisce il leit motiv di un’esistenza incentrata sulla spiritualità. Il suono, vibrando tra anima e cuore, batte le ore contrastando il caos, le difficoltà e le malvagità dell’oggi. E la musica, orazianamente, celebrando una vita pura ed incontaminata, innalza per l’eternità un monumento più duraturo del bronzo.

Conosciamo più da vicino la nostra autrice e lo facciamo attraverso un’intervista che vuole essere anche un racconto di sé, visto nella sua dimensione di donna impegnata e sensibile, colta e profondamente autentica.

                      Partiamo con una domanda, all’apparenza forse un po’ retorica, ma che in realtà avevo intenzione di farti sin dalla prima volta che ho letto le tue liriche: che cos’è la poesia per Mariateresa Protopapa?

La poesia per me è tutto, è salvezza, mezzo tramite il quale comunicare il proprio sentire e arbitrariamente il sentire di tutto ciò che apparentemente non ha voce,gli ultimi, i nostalgici, i deboli e i forti di spirito allo stesso tempo oche per pudore o timore non osano dichiarare il proprio intimo pensiero. La poesia è veicolo, bottiglia nell’oceano, è cielo e terra, finito e infinito allo stesso tempo. È ciò che rimane per fermarsi e pensare.

Chi è Mariateresa Protopapa, perché scrive poesie e in quale occasione e a quale età ha scritto la sua prima poesia?

Mariateresa Protopapa è quel puntino he si mette alla fine di una frase, quell’essere che non disturba ma c’è e ii fa sentire. È tutto ciò che è apertura, accoglienza, bontà, comprensione compartecipazione, perdono e severità e al contempo, rigore, disciplina, responsabilità, gioia, riferimento per i più piccoli. La mia vita è stata un melodramma, una poesia che inchioda alla terra. Scrivo da sempre.

Generalmente quando si scrive è anche per il bisogno di comunicare con gli altri, quasi si senta la necessità di inviare un messaggio. Qual è il messaggio che vuoi comunicare attraverso i tuoi scritti?

Il messaggio che vorrei comunicare è che tutto ciò che sta latitando nel nostro essere andrebbe rivalutato, anche se tutto questo comportasse sacrificio. Mi spiego: bisognerebbe respirare piano, guardare piano, parlare piano mirare all’essenza, al silenzio quasi per far sentire il rumore dolcissimo e imbarazzante del cuore che nessuno ascolta più. IL RUMORE della modernità ha asservito il sentire percepito, il bisogno di aiuto non dichiarato ma gridato e il più delle volte schiavizzato e preda dell’impulso e non del confronto

Ci sono dei modelli culturali a cui fai riferimento nella tua scrittura? Hai in mente un poeta o scrittore che ti piace in particolar modo e ti ha influenzato nello scrivere e nella ricerca stilistica?

Cito: Se vostro figlio vuole fare lo scrittore o il poeta sconsigliatelo fermamente. Se continua minacciatelo di diseredarlo. Oltre queste prove, se resiste, cominciate a ringraziare Dio di avervi dato un figlio ispirato, diverso dagli altri. (Grazia Deledda)

Quale è il tuo legame con la regione natale, la Puglia?

Un legame imprescindibile, dal quale non farei nulla per sottrarmi. Materno, familiare, intimistico, idilliaco. La mia terra è il vestito più bello che sfoggio, sicuramente quello che mi rende più bella, eternamente giovane e bella.

Secondo la tua esperienza quale elemento distingue la poesia dalle altre forme di comunicazione mass-mediatiche e quali le caratteristiche che sono proprie della poesia e non si ritrovano in nessun altro tipo di linguaggio?

La metrica, la sonorità, lo scandire, il centellinare, il proferire e far pausa, il gustare, il sorseggiare il guarire senza invadere, La delicatezza, l’accessibilità e tanto ancora

 

                                       In che modo scegli quello che di volta in volta sarà il titolo di una tua opera? Lo trai 21754161_1564801406919946_1464865864_nda una poesia o un brano particolarmente significativo della raccolta oppure è completamente diverso dai titoli delle opere all’interno?

Ogni volta mi affido all’ispiratio, al mio percepire e al mio trasmettere, al desiderio di rinascita al cambiare, al delicato appello che rivolgo incessantemente ad ascoltare l’anima e lo spirito che non ingannano mai al contrario di ciò che percepiamo che può deviare e adulare, distrarre. CHE PUO’………a volte

Qual è il sogno che vorresti realizzare?

Rappresentare la voce dell’inesprimibile, di tutto ciò che toglie il fiato ed emoziona, rappresentare la parte sensibile di una civiltà schiava di errori evitabili. 

 

 

Quali attività letterarie ti vedono impegnata in questo    momento?
 Un concorso giunto alla terza edizione, PREMIO CAROLI Caputo la pubblicazione  del volume “E le stelle stanno a guardare” che uscirà a fine inverno prossimo.

 

 

Che vuol dire, a parer tuo, essere un poeta, oggi?
 Messaggero di pace 

 Concludiamo questa bellissima conversazione con una domanda un po’ sui  generis: qual è la domanda che vorresti ti fosse posta in una intervista o la cosa   che mai nessuno ti chiede?

 SEI FELICE? NO DI PIU’ sono Serena

Me le aspettavo così:  una persona vera, coerente e molto profonda. Veramente una bella persona, una Donna speciale! Mi congedo a malincuore dalla nostra splendida autrice, encomiabile per la capacità di dare voce ai sentimenti e alle emozioni insite nella sua anima. Grazie a ciò intraprende un itinerario introspettivo di grande valenza, tramite la sua scrittura fluida e spontanea in cui emerge la sua natura di donna sensibile e attenta osservatrice. Impossibile per lei non attingere alla purezza della parola poetica per innalzarsi da una realtà evidentemente materialistica e disumanizzante. Auguriamo dunque tutto il successo che merita e attendiamo i suoi lavori con entusiasmo.
Maria Rosaria Teni

 

                 

 

 

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