“L’addio” di Andrea Migliorini

Una poesia epigrammatica e incisiva che  si introduce dapprima dolcemente per sorprendere con un finale realistico che stupisce per la sua concretezza e  maturità. Inizialmente la temeraria esplorazione di un presente quasi sconosciuto che si tramuta in un’ icastica consapevolezza di un pragmatismo sorprendente. Un poeta, Andrea Migliorini,  già ospite della nostra rivista, che torna a regalarci versi di asciutto ed elegante lirismo.[M.R.Teni]

Si entra negli addii

come nel mare:

Inizialmente è freddo,

poi ci si abitua.

Andrea Migliorini

ph mrt

 

Annunci
Pubblicato in Poesia | Lascia un commento

“La patafisica e l’assurdo come anatomie del pensiero” di Apostolos Apostolou

Se la dialettica è l’ultimo passo della ragione, la via dell’assurdo è la sola praticabile del vero

       «Se il razionale è il “pane” della nostra vita, l’assurdo è il “companatico” e senza di esso la vita perderebbe quel sapore che la rende degna di essere vissuta» –  dice Giuliano Toraldo. Zenone tentava di affermare – attraverso la dialettica e l’assurdo – le teorie d’immutabilità dell’Essere. In accordo con la letteratura Greca antica, il termine «dialettica» indica «la maggiore conoscenza scientifica» [1], la quale procede dall’ arte del «domandare, e del darsi delle risposte» [2], in quanto vi è «dialogo» [3] tra le creature viventi. Insomma, la dialettica si fonda sul «linguaggio sempre esistente» [4], il quale rappresenta un concetto complesso, che include il «discorso» [5] e la «narrazione»[6], l’«argomentazione logica»[7] e l’ intelletto»[8].  Per estensione, attraverso la dialettica, le creature razionali s’interrogano circa l’«essere» e il «non essere»[9], ricercando la «sostanza»[10] e la «vera natura»[11] tanto delle cose quanto delle creature. Cosi gli uomini si soccorrono scambievolmente, onde scoprire e diffondere la «verità»[12]. Da una parte il «linguaggio inarticolato» costituisce una caratteristica fisiologica «di tutti gli animali», di modo che essi possano «comunicare l’afflizione e il piacere» che sentono. Dall’altra, il «linguaggio articolato» è coltivato dalla società ovvero dalla «polis» e dalla civiltà, dalle creature animate che si distinguono come «gli animali più civili che si esprimono su ciò che è vantaggioso o nocivo, su ciò che è giusto o ingiusto»[13]. Dialetticamente, di conseguenza, sulla base della pedagogia «entrano in sintonia i sentimenti impulsivi» dei membri della società[14] e attraverso 1′ «insegnamento»[15] sopravviene la «purificazione tramite compassione e timore di questi patimenti»[16].

busto di Eraclito

Durante il periodo arcaico della civiltà Greco-antica, Eraclito (554-480 a.C.) produsse l’ idea che «tutto muta»[17]. Durante l’ età classica, Aristotele (384- 322 a.C.), ha definito la natura come «il principio del movimento e del mutamento». Nella fattispecie, i mutamenti susseguenti derivano dalle passioni, ma diventano avvertibili sotto forma di patimenti. In genere, si manifestano o come «genesi», o come «corruzioni e alterazioni» [18], le quali sono provocate per effetto di «opposizioni», dal momento che «ciò di cui non esiste l’opposto, non può essere distrutto»[19]. Assai di più, da parte del cambiamento, viene prodotto «rifiuto», il quale costituisce un «residuo della situazione antecedente»[20], nonostante continui a sussistere all’ interno della sintesi della realtà sviluppatasi, in ogni caso come non in atto ma in potenza o come biologicamente infettivo, o come un elemento ideologicamen­te profanatore. Per tale ragione, simbolicamente o in modo autoritario, la comunità organizzata tende ad estrudere o ad ostracizzare dallo spazio della collettività, tanto dell’ azione poetica quanto dell’ azione civile, tutti i membri non omologabili e quelli che si pongono contro il regime, caratterizzandoli come «cacciati» o come «capri espiatori», come «vele­nosi» o «carogne» e «miserabili» (rifiuti)[21].
Di conseguenza, la dialettica necessaria si espande alla realtà, «estemporaneamente»[22] e in maniera incontrollabile, in base delle antinomie che regolano la «tragedia vera», la quale si fonda sulla polis e si incentra sulle contraddizioni che si sviluppano tra il logo e l’ antilogo egocentrico [23]. Inversamente, la buona dialettica richiede di sopprimere il «comporta­mento ingiurioso o tirannico» [24], il quale viene alla ribalta corrispettivamente alle «sei parti della tragedia poetica», il mito e la morale, la parola e lo spirito, la prospettiva e la melo-pea[25]. A questo modo, tramite le opposizioni imitative i «reggitori civili»[26] e gli «esarchi cerimoniali»[27], cercano di trovare il modo di attenuare le opposizioni autentiche, portando i membri di ogni consesso sociale, dal concetto soggettivo alla saggezza oggettiva, e dalla disarmonia iniziale all’ accordo finale. Circa ventitré secoli dopo i Greci classici, la dialettica si è imposta come una delle prin­cipali correnti filosofiche in Europa.
Il suo fondatore è stato il G.W.F. Hegel (1770 -1841), il quale ha sostenuto che il processo ininterrotto della formazione del mondo storico è iniziato allorché «l’essere puro ma inconsapevole» si è unito con il «non-essere», conducendo verso il «divenire». L’«unione degli opposti» ha prodotto il «movimento dialettico dell’idea»[28] e ha creato la «determinazione ideologica originaria». In generale, il movi­mento dialettico dell’idea si sviluppa tra la «tesi» determinata, alla quale si oppone una determinata «antitesi», da cui scaturisce la formazione di una «sintesi». Di conseguenza, le determinazioni ideologiche rendono la coscienza, alla stregua di un ricettacolo di «conoscenze acquisite»[29]. Le convinzioni idealiste di Hegel sono state «ribaltate» dai filosofi materialisti[30], i quali hanno respinto lo «sviluppo metafisico “dell’essere” verso lo “spirito assoluto”»[31]. In particolare, F. Engels (1820 – 1895) accoglie la dialettica esclusivamente come «la conflittualità naturale tra la tesi e V antitesi»[32]. Indissolubile viene considerato il rapporto tra la dialettica e le due manifestazioni della tragedia. D’altronde, come sostiene Aristotele « il complesso»[33] della poetica è il corrispettivo della «creazione e dell’ azione»[34]. Di conseguenza, la causa generatrice sia del movimento civile, sia della creazione scenica, dipende dalla dialettica, la quale orienta qualsiasi movimento e provoca ciascun mutamento. Inizialmente, la tragedia civile si sviluppa in seno ad una società organizzata, tramite 1’agire reale, in virtù del quale si manifestano le «contrapposizioni dialettiche reali» dei membri della società. Inoltre, le azioni sono valutate sulla base di determinazioni ideologiche date e si caratterizzano sia come «importanti e condotte a termine»[35], sia come «grottesche e sfortunate»[36]. Ovviamente, le prime vengono utilizzate come paradigmi della «tragedia» e le seconde come paradigmi della «commedia», nei confronti di ciascuna delle quali si esercita la «mimica», che costituisce «una tendenza congenita in tutti gli uomini sin doli ‘ infanzia», ed è atta ad offrire «conoscenza» ai membri del pubblico della rappresentazione drammatica[37].
Il filosofo Zenone è celebre per aver elaborato una logica, che portata alle sue estreme conseguenze razionali prefigurava una dimensione reale dell’impossibile. Uno dei suoi “paradossi” meno noti è quello del “mucchietto”: prendete una certa quantità di miglio e con la metà di essa fate un mucchietto, poi prendete metà del rimanente e aggiungetelo al mucchietto, poi metà del rimanente e così via. Zenone pone il problema fra logica e assurdo. Il termine assurdo (dal latino absurdus, composto dalla particella ab (da), che indica allontanamento, e una supposta forma volgare sardus, da cui deriva l’antico verbo sardare (parlare saviamente) vuole significare tutto ciò che è contrario alla logica, contraddittorio o che genera un senso di ridicolo. Nella letteratura l’assurdo è stato usato con contrastanti significati: Sartre e Camus ad esempio, nei loro romanzi e opere teatrali hanno trattato dell’assurdo implicito nell’esistenza dell’uomo in forme letterarie classiche, non diverse da quelle utilizzate da altri autori: la loro, e fra questi anche James Joyce e Franz Kafka, è una trattazione logica dall’esterno dell’assurdo.  Il teatro dell’assurdo si caratterizza per dialoghi senza senso.  Il dialogo sono ridotti al minimo, le vicende sono apparentemente senza senso: in questo modo si scardina ogni convenzione e regola teatrale, si capovolge ogni criterio di verosimiglianza e di realtà.

la-cantatrice-calva-ionesco-illustrato-da-robert-massin-

Nel maggio del 1950 era andata in scena La cantatrice “chauve” (la Cantatrice calva), anticommedia in atto unico su una famiglia inglese di nome Smith da dove aveva preso avvio il suo teatro detto dell’assurdo, come assurde erano le opere di Beckett, Genet e Adamov grazie alle quali la crisi dell’uomo contemporaneo si manifestava attraverso la mancanza di logica, e la logica (vedi le parole?) difficoltà/impossibilità di comunicazione. (Secondo Marco Iacona).  Caratteristica assai singolare di questo teatro era l’utilizzo di un dialogo fitto e insistente, creato su situazioni o proposizioni senza senso (sul giornale: “ c’è una cosa che non capisco. Perché nella rubrica dello stato civile è sempre indicata l’età dei morti e mai quella dei nati? È un controsenso”), reali e irreali insieme, confusionarie, incoerenti e slegate dal contesto nel quale si verificavano.  “Il teatro dell’assurdo attacca le consolatorie certezze dell’ortodossia religiosa e politica. Il suo scopo è quello di scioccare il pubblico, costringendolo a guardare in faccia la durezza della condizione umana…E’ una sfida accettare la condizione umana così com’è, in tutto il suo mistero e in tutta la sua assurdità, sopportarla con dignità, nobiltà e responsabilità: perché non c’è nessuna soluzione facile ai misteri dell’esistenza… Alla fine ogni uomo si trova solo in un mondo senza significato… Rispetto a tutto ciò, il teatro dell’assurdo non provoca lacrime di disperazione ma una risata liberatoria” secondo il critico Martin Esslin, che pubblicò nel 1961 il celebre saggio “The Theatre of the Absurd” e pochi anni dopo “The Absurd Drama” (1965).
Per esempio il Rhinocéros di Ionesco* è il fantasma del totalitarismo politico ed ideologico che si è trasformato progressivamente in mito, storia, racconto, e infine opera teatrale. Il delirio del rinoceronte parla con un certo linguaggio, testimonia dello smarrimento dell’uomo dove tutto è menzogna. Ma si pretende di vivere nella verità assoluta e incontrovertibile dei fatti. Ionesco riporta con queste parole l’episodio che segnerà indelebilmente la nuova vita. Possiamo vedere il monologo finale di Rinoceronte di Ionesco e possiamo capire che un momento d’irragionevolezza o assurdo può essere il nostro momento più alto. Siccome l’assurdo è essenzialmente un divorzio, che non consiste nell’uno o nell’altro degli elementi comparati, ma nasce dal loro confronto come dirà  Albert Camus. 

L’assurdo e la patafisica nel pensiero di Platone.

Nel romanzo di Alfred Jarry, Gesta e opinioni del dottor Faustroll, pubblicato postumo nel 1911, la ‘patafisica (l’apostrofo precedente la parola fu posto da Alfred Jarry con lo scopo di «evitare un facile gioco di parole calembour) è la scienza delle soluzioni immaginarie, che accorda simbolicamente ai lineamenti le proprietà degli oggetti descritti per la loro virtualità. (Il termine pataphysique deriva dal greco ἐπί e μετὰ τὰ ϕυσικά , per indicare la scienza di ciò che si sovrappone alla metafisica). La scienza attuale si fonda sul principio dell’induzione: la maggior parte degli uomini ha visto il più delle volte un fenomeno precedere o seguirne un altro, e ne deduce che sarà sempre così. Innanzi tutto questo non è esatto, il più delle volte dipende da un punto di vista, ed è codificato secondo le comodità, e poi! Invece di enunciare la legge della caduta dei corpi verso un centro, perché non si preferisce la legge dell’ascensione dal vuoto verso una periferia, essendo il vuoto preso quale unità di non-densità, ipotesi molto meno arbitraria che la scelta dell’acqua come unità concreta di densità positiva? Tutto deve confondersi nello sciabordare di sbilenche combinazioni, secondo Baudrillard  questo è patafisica. Il mondo nasce dunque da un effetto le cui cause possono essere molteplici ma non più riconducibili ad un monolitico suono infestante. E il filosofo patafisico può anche tradurre un tragico destino del pensiero, vedendo il tempo come contemporaneo dei simulacri  che appare come ripetuta eccedenza dei segni che sostano tra il pensiero e l’azione. Sicuramente c’è rapporto tra Platone e patafisica. Platone ha scoperto la crisi logica senza vie di uscita. Il paradossale, l’inverosimile, il gioco linguistico, caduta del rapporto fra significante e significato, sono territori propri della ‘patafisica, ma anche questi territori ci sono nella filosofia di Platone. Platone pone opzioni a confronto sotto l’ombrello del paradosso, cioè organizza un’ontologia “fractal”, che si muove nell’ ossimori e sull’irraggiungibile della ‘patafisica.  Platone nella Repubblica scrive: “Un uomo che non è un uomo (un eunuco) tira e non tira (lancia e non colpisce) una pietra che non è una pietra (una pomice) ad un uccello che non è uccello (un pipistrello)”. (Repubblica V479 B-D). La filosofia di Platone è piena in forme di ragionamento capziose e paradossali, come con la ‘patafisica. La ‘patafisica si propone come la logica del paradosso e dell’assurdo, una reinvenzione parodistica della scienza e delle leggi, messe alla berlina perché imposte come comandamenti e dogmi inconfutabili dalle formule scientifiche, dalle religioni e dalle istituzioni. Il paradosso è un’opinione contraria alla pubblica opinione, al senso comune, assurda. Il destinatario deve andare oltre il senso e cercare di capire che cosa ci sia scritto. L’ossimoro è come l’antitesi ma senza introduzioni, è l’accostamento di due termini opposti. E ossimori sono molti nella “patafisica e   nel pensiero di Platone come la parola “instante” (in greco εξαίφνης) che è una parola che acquista questo potere di fascinazione, che diventa medium della realtà  pura. I paradossi nella filosofia di Platone come nella ‘patafisica indicano un segnale potesse riferirsi alla profondità del voler dire, che un segnale potesse scambiarsi per il voler dire. Il mito della caverna di Platone è probabilmente il più conosciuto tra i suoi miti , o se si preferisce, allegorie o metafore. (Platone paragona il mondo conoscibile, cioè gli oggetti che osserviamo attorno a noi).
Per Mircea Eliade, il mito di caverna, corrisponde nel rituale eleusino soprattutto in cui vi era piena corrispondenza tra la logica simbolica e gli atti concreti dell’iniziazione Alcuni storici interpretano il mito di caverna, con un altro modo e dicono che: “la disposizione quasi circolare della grotta, il suo penetrare sottoterra, l’intrico dei corridoi che ricorda quello delle viscere umane. La caverna svolge, a questo proposito, una funzione analoga a quella della torre e del tempio, in quanto condensatore di forza magica o sovrannaturale, ma nel suo caso si tratta di effluvi tellurici, di forze che emanano dalle stelle intere, e dirette verso queste altre stelle, che bruciano il cuore dell’uomo”.
Anche nel romanzo di Alfred Jarry (doctor Faustroll) ci sono iconografici precisi. Come per esempio, la Giduglia (vorticosa spirale che rappresenta la pancia di Padre Ubu, detta anche Cornoventre), e l’Asse (il vascello utilizzato dal Dottor Faustroll). Alla fine del mito di caverna abbiamo il rovesciamento sociale e la liberazione. Anche secondo il patafisico paradosso di Padre Ubu abbiamo il rovesciamento: “Non avremo demolito tutto se non demoliremo anche le rovine! Ora, non vedo altro modo se non di equilibrarle una sull’altra e farne una bella fila di costruzioni in perfetto ordine.” La patafisica, accordandosi perfettamente a tutto ciò, diviene l’unica chiave interpretativa legittima: essa concepisce, si è detto, il mondo come un insieme di casi particolari (eccezioni), per cui in assenza di una regola a cui far riferimento sancisce l’assioma dell’assoluta equivalenza di ogni teoria. Perché questo che esiste oggi è la seduzione della volontà come verità che gioca sull’intuizione di ciò che nell’altro resta eternamente segreto a lui stesso. Cioè si può non essere più capaci di credere ma credere a colui che crede. Si può non essere più capaci di amare ma amare soltanto colui che ama. Si può non sapere più quel che si vuole, ma volere ciò che qualcun altro vuole. Ancora, se non sussistono verità assolute, ma solo parziali, il reale stesso diventa implausibile: ciò giustifica e anzi favorisce la carica ironica e goliardica, talvolta scurrile, della scienza delle soluzioni immaginarie. Proseguendo lungo la prospettiva dell’implausibilità del reale si finisce per affermare l’indistinguibilità di realtà ed apparenza, ed ecco istituirsi il nesso tra la ‘patafisica e le ricerche sulle immagini di Jean Baudrillard, autore di  Patafisica e arte del vedere (Giunti, 2006). Secondo Baudrillard  «La patafisica è la scienza di ciò che si trova oltre la metafisica. […] Essa studia le leggi che governano le eccezioni e spiega un universo supplementare a quello in cui ci troviamo noi; oppure, meno ambiziosamente, descrive un universo che si può vedere – si deve vedere, forse – al posto di quello tradizionale la patafisica è la scienza delle soluzioni immaginarie, che attribuiscono simbolicamente le proprietà degli oggetti, descritti dalla loro virtualità, alle loro caratteristiche». Come l’universo di Ubu Roi, le gesta e le opinioni del Dottor Faustroll (1969) di Jarry, e altri testi letterari – e anche le spiegazioni più teoretiche della patafisica di Jarry – quello di Baudrillard è un universo totalmente assurdo,e   l’’illusione non si oppone alla realtà, dove gli oggetti vanno al di la della fine e  comandano in modi misteriosi e dove le persone e gli eventi sono governati da interconnessioni assurde e dalla predestinazione e noi non facciamo altro che riciclare le forme passate è lo specchio della piattezza, del grado zero. In un mondo tutto dedito alla funzionalità e all’“efficiency”, la Patafisica è l’ultimo pensiero disponibile. Platone con i paradossi nella Repubblica, (V479 B-C) è  il primo che ha parlato di esaurire la conoscenza nel concetto oggettivo, nella percezione sensibile circoscritta. Secondo Platone la ragione va al di là di ogni dialettica. Occorre una dialettica che non resti incollata all’identità ma che si apra al contenuto temporale della verità. La verità non è index sui o un’ idea come ultimate “commitment”, ma una molteplicità, e cosi  si trova in sempre in  plurale.

Apostolos Apostolou
Docente di Filosofia.

*Il monologo finale di Rinoceronte di Ionesco. L’ultimo uomo e la critica contro di fanatismo, di doppiogiochismo, di ideologie false, di radicalismo, di opportunismo, ecc.

Note
 1 Plato, The Republic 534B.
2 Idem, Cratylus 390C.
3 Idem, Protagoras 335D.
4 Heracleitus, fr. 1.
5  Plato, Apology 26B.
6  Aristotle, The Art ofRhetoric 1393b.
7  Plato, Gorgias 508B-C.
8  Idem, Euthydemw 275B.
9  Idem, Theaetetus 185C.
10 Aristotle, Metaphysics 1017b.
11 Plato, Phaedo 65D.
12 Idem, Merton 75D.
13 Aristotle, Politics 1253a.
14 Plato, Laws 659C-D.
15 Brockett, G.O., History ofthe Theatre, ed. Allyn and Bacon ink., Boston 1982,   ch. .II
16 Aristotle, Poetics 1449b.
17 Idem, Metaphysics 987a.
18 Idem, Physics 200b.
19 Idem, Parva Naturalia 465b.
20 IBED.
21  Nilsson, M.P., A History of Greek Religion, ed. Oxford University Press, New York 1949, eh. III.
22  Aristotle, Poetics 1449a.
23  Plato, laws 687B.
24  See Sophocles, Oedipus Tyrannus, v. 873.
25  Aristotle, Poetics 1450a.
26  IBEM,Athenian Constitution LVI.
27  Idem, Poefics 1449a.
28  Hegel, G.W.F., Science of Logic (Engl. Trans. A. V. Miller), ed. Alien and Union Press, London, 1977, §§ 84-89.
29 Freud, S., Totem and Taboo (Eng. Trans. J. Strachey), ed. Routledge & Kegan Paul, New York 1950, § 4.
30Marx, K., Engels, Fr., The German Ideology, ed. International Publishers, New York, eh. I.
31 Hegel, G.W.F., The Phenomenology ofMind (Engl. Trans. J.B. Baillie), ed. Harper & Row’s Torchbooks, New York 1967, eh. A.
32 Engels, Fr., Dialectics of Nature, in Marx and Engels, Selected Works, ed. Lawrence & Wishart, London 1950, voi. I, pp. 413-414.
33  Aristotle, Metaphysics 1023b.
34 IDEM,Nicomachean Ethics 1140a.
35 IDEM,.Poetfcsl449b.

 

 

 

Pubblicato in "L'Angolo della Filosofia" | Lascia un commento

“Riflessi” di Giuseppe Chiera

Una dolcezza malinconica pervade i versi intensi e struggenti di una lirica che definirei evanescente, tanto da confondersi nel tramonto che qui viene descritto con delicata metonimia, trasferendosi nel riflesso finale di un sole che muore all’orizzonte. Il nostro poeta, Giuseppe Chiera, già ospite apprezzato di questa rivista, accarezza le parole trasfondendo in esse una valenza semantica di grande impatto emotivo. [M.R.Teni]

Affido i silenzi
al mio sapere
mentre osservo le onde
che s’inseguono
e opachi ricordi del passato,
si fondono
ai riflessi rilucenti.
E sul mio volto il mare,
profondo, beffardo, sibillino.
Mentre il sole
scavalca l’orizzonte,
tutt’intorno si tinge
di malinconica bellezza
e solitario il riflesso
si staglia fugace
all’infinito.
Giuseppe Chiera

IMG-20151006-WA0002

ph mrt

Pubblicato in Poesia | Lascia un commento

“La falena” di Gabriele Provenzano

Una metafora, la falena,  simbolo dell’uomo,  viandante nell’incerto cammino quotidiano, pellegrino alla ricerca di una meta che non trova nel vivere tra i perigli comuni ai mortali. Una lirica che inclina verso un ripiegamento pessimistico e termina in un’ impressionistica pennellata di libertà nel volo finale della lieve farfalla notturna. [M.R.Teni]

Vola attorno al lume l’estiva falena
che raminga e anelante si schiude
alla comune luce
che noi mortali non crediamo.
Chissà se l’insinuante dubbio
nel di lei cuore s’annida;
se lo scoramento prevale
o se la vivida luce votiva
l’eternità gl’ispira.
Angustiato dalla meschina sorte di quella,
m’avviai.
E voltatomi una volta ancora
per salutar la sventurata,
la intravidi volar via, avvinta da l’oscurità.
Gabriele Provenzano

ph mrt

Gabriele Provenzano  nasce nell’ottobre del 1989 a San Miniato, uno storico paesino sulle colline pisane. Scrive poesie, racconti e dissertazioni di vario tipo per puro diletto personale. Il suo stile è, insieme, aulico e moderno, forte e profondo.

Pubblicato in Poesia | Lascia un commento

“La fragilità ricorrente” di Maria Rosaria Teni

“Tutto il problema della vita è questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri.”
Da Il mestiere di vivere. Diario (1935-1950), Einaudi, Torino, 1952.

Ancora profondamente turbata dalla notizia appresa in questi giorni della perdita di Alessandra Appiano, una scrittrice sensibile e delicata, attenta alle sfumature dell’universo femminile e dotata di un’eleganza d’altri tempi, pur mantenendo un certo distacco dinanzi alle forme di curiosità o di speculazioni spicciole, ciò che mi sta a cuore comunicare, in questo editoriale, è la consapevolezza di quanto, in realtà, ognuno di noi, nella propria solitudine, combattendo quotidianamente con i propri tormenti e travagli interiori, non sia mai conoscibile e si avvalga necessariamente di armature che tentano di difenderlo e lo schermano dagli occhi di superficie. Oggi più che mai le parole di Cesare Pavese, poste in epigrafe. risultano quindi di un’attualità disarmante. La solitudine che attanaglia l’uomo, o anche il giovane, che ancor privo di punti di riferimento si trova a vivere spesso la propria parabola adolescenziale senza poter condividere con alcuno i dubbi e mille problemi che scaturiscono da questo percorso impegnativo, è sempre in agguato, pronta a insinuarsi, a fornire uno pseudo rifugio che finisce col diventare un’illusoria situazione di comodo. Paradossalmente, il problema della comunicazione si risolve frequentemente in una non comunicazione o meglio in una comunicazione artificiale o mediata che fondamentalmente alimenta ulteriormente il proprio stato di solitudine. La meditazione silenziosa si nutre a volte di fantasmi, di sogni irrealizzabili che diventano dominanti al punto da condurre ad una realtà alienata. Mi viene in mente un altro pensiero di Pavese che, nel suo Diario, scrive: “Passavo la sera seduto davanti allo specchio per tenermi compagnia” e mi fa pensare a quanto la solitudine possa assumere una strana caratteristica ambivalente. Spesso apprezzata perché offre giaciglio a riflessioni e pensieri rassicuranti, ma assai più spesso diventa un muro, assume contorni invalicabili che conducono inevitabilmente sulla strada di un solipsismo esasperato ed esasperante che sfocia in autentico isolamento, manipolato da una spirale di pensieri turbolenti e alienanti. Come non restare sconvolti, dunque, quando ci si accorge che, pur nella sconfinata libertà che offre l’universo della scrittura e dell’arte in generale, con la possibilità di inventare mondi e personaggi e farli diventare reali, intessere trame e creare paesaggi che si popolano di tante anime che parlano, vivono, soffrono, ebbene anche uno scrittore o un poeta o chiunque eserciti il suo speciale ingegno, in realtà è schiacciato dal peso della non comunicabilità, della solitudine? Come non comprendere che la fragilità dell’essere, spesso non rivelata, è insita nella precarietà stessa del vivere che, come Pavese vorrebbe intendere alla stregua di un mestiere, è un’arte che in realtà non si apprende e non appaga? Interrogativi che mi portano a concludere sfumando sulle parole di un poeta che amo da sempre e che scrive: La solitudine è come una lente d’ingrandimento: se sei solo e stai bene stai benissimo, se sei solo e stai male stai malissimo.” (Giacomo Leopardi)
Maria Rosaria Teni

Pubblicato in Editoriale | Lascia un commento

“I bimbi di Estremadura” di Rafael Alberti

I bimbi di Estremadura
vanno scalzi.
Chi gli ha rubato le scarpe?
Li ferisce
il caldo e il freddo.
Chi gli ha strappato i vestiti?

La pioggia
gli bagna il letto e il sonno.
Chi demolì la casa?
Non sanno
i nomi delle stelle.
Chi  gli chiuse la scuola?

I bimbi di Estramadura
sono seri.
Chi fu il ladro dei loro giochi?
Rafael Alberti da Poesie, ed. Mondadori

Rafael Alberti, poeta spagnolo (Puerto de Santa Maria 1902 – ivi 1999) simbolo di una poesia incentrata sull’impegno politico e civile, fu costretto a trascorrere buona parte della sua vita in esilio. Notevoli  le sue memorie, La arboleda perdida. Partecipò attivamente alla vita politica del paese e con l’avvento del regime franchista dovette lasciare esule la Spagna, trovando ospitalità in Francia, Messico, Argentina e dal 1964 a Roma, fino al suo ritorno in patria nel 1977. Temi popolari e regionali sono trasfigurati letterariamente nelle sue prime raccolte di versi, scritte nei metri tradizionali (Marinero en tierra, 1925; La amante, 1926; El alba del alhelí, 1927, ecc.). Sobre los ángeles (1929) ci offre una poesia più intellettuale e astratta (anche la libertà ritmica del verso è indicativa del nuovo orientamento). L’ “elegia civica” Con los zapatos puestos tengo que morir (1930) segna la transizione verso una poesia penetrata di contenuti politici. Negli anni dell’esilio Alberti andò elaborando una problematica politica più matura (si ricordano le opere teatrali: De un momento a otro, 1939; El trébol florido, 1946). Allo stesso modo, il suo lirismo si è evoluto dalla violenza satirica di opere quali Capital de la gloria (19361938) a un più delicato e nostalgico intimismo (Retornos de lo vivo lejano, 1952). La pittura (egli stesso è stato pittore di un certo talento) gli suggerisce dei “poemi del colore e della linea” che raccoglierà poi (1953) nel volume A la pintura. Altre opere: Noche de guerra en el Museo del Prado (1956), Poemas ascénicos (1962), Canciones del alto valle del Aniene (1972), Los hijos del drago y otros poemas (1986). Sono da ricordare le memorie La arboleda perdida (1959; trad. it. 1976).
[da Enciclopedia Treccani]

Pubblicato in Poesia | Lascia un commento

“La responsabilità” di Simone Weil

Un’autentica vita democratica non può che fondarsi sull’impegno e sulla responsabilità diretta di ogni cittadino. Questo tema, così sentito oggi, è collocato dalla scrittrice francese nel più vasto contesto della formazione umana e sociale della persona.

«L’iniziativa e la responsabilità, il senso di essere utile e persino indispensabile, sono bisogni vitali dell’anima umana. Una completa privazione di questo si ha nell’esempio del disoccupato, anche quando è sovvenzionato sí da consentirgli di mangiare, di vestirsi, di pagare l’affitto. Egli non rappresenta nulla nella vita economica e il certificato elettorale che dimostra la sua parte nella vita politica non ha per lui alcun senso. Il manovale si trova in una situazione appena migliore. La soddisfazione di questo bisogno esige che un uomo debba prendere spesso decisioni su problemi, grandi o piccoli, i cui interessi siano estranei ai suoi propri, ma verso i quali si senta impegnato. Bisogna anche che debba sforzarsi continuamente. E bisogna infine che possa appropriarsi col pensiero dell’intera opera della collettività di cui fa parte, compresi i settori sui quali non avrà mai da prender decisioni né pareri da dare. Per questo bisogna fargliela conoscere, chiedergli il suo interessamento, rendergliene sensibile il valore, l’utilità e, se è il caso, la grandezza; e fargli chiaramente comprendere la parte che egli ha. Ogni collettività, di qualsiasi specie essa sia, che non soddisfi queste esigenze dei suoi membri è guasta e dev’essere trasformata. In ogni personalità un po’ forte il bisogno d’iniziativa giunge fino al bisogno di comando. Un’intensa vita locale o regionale, una grande quantità di opere educative e di movimenti giovanili devono offrire, a chiunque ne sia capace, l’occasione di comandare durante un determinato periodo della sua vita.

S. Weil, La prima radice, tr. di F. Fortini, Comunità, Cremona, 1954, pagg. 21-22

Simone Weil nasce a Parigi nel 1909 e muore a Ashford nel 1943, ad appena 34 anni. La sua breve vita, collocata fra i due conflitti mondiali del Novecento, presenta simbolicamente  i tratti degli eventi di cui fu testimone non passiva: la crisi del ‘29, l’avvento dei totalitarismi, la critica rivoluzionaria dei sistemi  sociali, i movimenti operai, la guerra di Spagna, la seconda guerra mondiale. Simone Weil è stata una filosofa, innamorata del pensiero greco; una combattente per la giustizia e il rispetto della dignità umana, appassionata all’idea di Dio, cui corrispondere senza limiti confessionali. Nacque in seno a una colta famiglia ebrea non praticante. Fu una tra le prime donne ad avere accesso ai corsi del celebre filosofo Alain.Terminati gli studi all’École Normale, insegna filosofia nelle scuole di alcune città di provincia, interessandosi al contempo all’istruzione e ai problemi di operai, contadini e disoccupati. Si unisce agli scioperanti, milita come sindacalista e inventa gesti provocatori, come la divisione del suo salario con i disoccupati. In occasione di alcuni viaggi, si rende conto in anticipo del dramma dell’ascesa del nazismo e della diffusa condizione di miseria delle popolazioni. La questione della condizione operaia la preoccupa a tal punto, che decide di farne esperienza sulla propria pelle, facendosi assumere come operaia presso alcune fabbriche metallurgiche di Parigi, nonostante il suo fisico gracile, minato da continue emicranie. Nel 1936 si unisce in Spagna alle brigate internazionali che combattevano nella guerra civile. Negli anni successivi, dopo una visita ad Assisi e un soggiorno nell’abbazia benedettina di Solesmes, Simone si avvicinò al cristianesimo. Sfollata con i suoi familiari a Marsiglia prima, e a New York poi, a causa della persecuzione nazista, rientrò comunque ben presto per unirsi alla Resistenza. Anche se non le fu consentito raggiungere il fronte, partecipò come redattrice al comitato nazionale «France Libre» del generale De Gaulle a Londra. La condizione fisica di Simone si indebolì in tempo di guerra, quando, anche per solidarietà con i suoi concittadini, ridusse l’alimentazione ai limiti consentiti dalla tessera di razionamento. Ammalatasi infine di tubercolosi, morì nel sanatorio di Ashford il 24 agosto del 1943. I suoi scritti, a eccezione degli articoli nelle riviste Révolution prolétarienne, Critique sociale, Nouveaux Cahiers, Cahiers du Sud, sono apparsi tutti postumi: La pesanteur et la grâce, 1948 (trad. it. 1951); L’enracinement: prélude à une déclaration des devoirs envers l’être humain, 1949 (trad. it. 1954), scritto a Londra tra il 1942 e il 1943, ultima sua opera sistematica; L’attente de Dieu, 1950; La connaissance surnaturelle, 1950; Lettre à un religieux, 1951; Intuitions pré-chrétiennes, 1951; La condition ouvrière, 1951; Cahiers, 3 voll., 195156 (trad. it. 198284); La source grecque, 1953; Oppression et liberté, 1955 (trad. it. 1956); Écrites de Londres et dernières lettres, 1957; Pensées sans ordre concernant l’amour de Dieu, 1962 (trad. it. 1968). Essi testimoniano la complessità del suo pensiero a vari livelli: la dedizione a un’appassionata religiosità d’azione sociale, seguita con straordinaria coerenza morale e attiva solidarietà; una profonda tensione mistica, ispirata alla promozione dell’affratellamento della comunità umana; una raffinata riflessione di filosofia politica ricca di originali intuizioni, come il nesso scienza-potere-lavoro. La W. ha scritto per il teatro la tragedia rimasta incompiuta Venise sauvée (ed. 1955). Sotto la direzione di A.-A. Devaux e F. de Lussy sono state pubblicate le sue Oeuvres complètes (1988-97).

S. Pétremont, La vie de Simone Weil, 1973 (trad. it. 1994); G. Fiori, Simone Weil: biografia di un pensiero, pref. di C. Bo, Milano, Garzanti, 1990.
Pubblicato in Letteratura | Lascia un commento