“Uno sguardo riflesso…nel buio” di Mariantonietta Valzano


a Mosè…che ha finalmente attraversato il Nilo

Roma era immersa nella sua notte… lenta e piovosa, come ormai era abituata da giorni.
Notte in cui ci sono vite che nascono e che si perdono.
Il capitano dei Carabinieri Giuseppe De Marchi aveva appena indossato la divisa. Con un gesto esperto della mano si sistemò la cravatta, apprestandosi ad entrare nell’area della CentraleOperativa Provinciale in piazza San Lorenzo in Lucina.
I suoi passi nel corridoio scandivano il tempo,in una notte dove la pioggia rendeva tutto più buio… di ciò che il buio stesso è.
Il buio dell’anima.
“Buonasera a tutti!”
All’una in punto, con il suo sorriso aperto, il capitanosalutò non appena ebbe oltrepassato la soglia della porta. Era solito fare così, includere nell’abbraccio del suo sorriso tutti i dieci componenti della sua squadra. Prese direttamente posto nella sua postazione non appena l’ufficiale del turno precedente si alzò, rispondendo al suo saluto con un cenno della mano.
“Bene, cosa ci propone la Capitale stanotte?”
Si rivolse in modo bonario al tenente Celesti che gli aveva appena ceduto il posto, nel rito del passaggio di consegne, implicito legame all’interno di un reparto così particolare.
“… stanotte ci…affligge con un’altra profonda ferita…”
De Marchi solo allora vide gli occhi cupi del tenente.
A quel punto la domanda non fu “Quale ferita?”.
La domanda fu “Chi?”
La risposta non si fece attendere.
Stavolta era stato colpito proprio al cuore il Reparto… e la ferita aveva infranto quel legame nel profondo.
“Lamberti.”

Giulia scese dalla sua auto, distrattamente parcheggiata davanti alla Basilica di San Lorenzo in Lucina. Erano le due e un quarto, a quell’ora la piazza non aveva confini.
Il tono dei suoi tacchi riecheggiava nel buio della fitta pioggia, che scendeva sorda e leggera, come a coprire ogni sospiro di vita, celando le stelle sotto una coperta di nuvole.
Il passo era deciso e pesante come al solito.
Si avvicinò all’ingresso del Comando dei Carabinieri, che da un po’ di tempo la ospitava nella triste verifica del conteggio delle perdite. Lei non si presentò al militare di guardia, neanche gli rivolse lo sguardo. Aspettò giusto quell’istante necessario affinché le aprisse. Poi con il suo passo pesante affrontò le scale, come fossero quelle del Golgota. Arrivata al piano della Centrale Operativa Provinciale in seno al Reparto Operativo, entrò facendo un cenno del capo al maresciallo Luigi Repello, il cui sguardo era ormai sempre più carico d’odio.
“Dottoressa, ben arrivata. Ne abbiamo perso un altro. Lo sa?”
Lei lo guardò con la durezza della pietra in cui era incastonata la sua anima.
Subì l’accusa nascosta dietro quel beffardo saluto senza replicare.
Cosa vuoi replicare a chi è stato costretto a sopportare la perdita del figlio con una mannaia nel cuore…

Tutto era iniziato mesi prima.
Il primo carabiniere ucciso lo avevano trovato all’isola Tiberina, sulla scalinata che scende al Tevere. Era adagiato su un fianco l’appuntato PietroTerrulli, trent’anni. Un bel ragazzo dall’indole gioiosa, benvoluto da tutti i colleghi della StazionePrati. Lo avevano trovato al mattino con una mannaia da cucina incastrata nel torace all’altezza del cuore, con una angolazione di quarantacinque gradi rispetto alla verticale del corpo. Dall’esame autoptico il muscolo cardiaco era risultato letteralmente spezzato in due.
Lì su quelle scale il ‘killer della mannaia’, come venne definito dai media, aveva iniziato a pianificare come sottrarre all’Arma i suoi elementi. Uno ad uno era arrivato ad ucciderne ventidue. Tra questi, unica eccezione, il figlio del maresciallo Repello.

Le indagini condotte dagli inquirenti necessitarono della consulenza delladottoressa Giulia Sinibaldi dopo la diciottesima vittima.
Il fatto fu di assoluta eccezionalità, tanto da conferirle un incarico di ‘emergenza straordinaria’ direttamente con l’intervento del Ministro dell’Interno. Questo era un attacco perpetrato contro l’Arma, una Istituzione dello Stato. Giulia era un funzionario dell’AISI…gli ex Servizi Segreti. Era rientrata nel ruolo dopo aver trascorso 15 anni all’Interpol. Aveva quasi cinquant’anni, una corporatura massiccia per una donna, che comunque nel suo metro e settanta portava con autorevole disinvoltura. Era anche dotata di quella bellezza imperfetta che rende una donna tanto irresistibile per un uomo e allo stesso tempo tanto insicura per se stessa. Sempre impeccabile con i suoi tailleur scuri e i suoi irrinunciabili tacchi.
Una sua personale corazza.
Giulia si era distinta nella sua opera all’Interpol per la capacità di analisi rapida delle situazioni e per l’approccio diretto e massiccio, come il suo carattere e il suo corpo le imponevano.
Era una interventista nata.
L’istino era la sua guida.
Una guida che la conduceva sempre nella giusta direzione, in tempi molto brevi.
Era esattamente il contraltare del capitanoDe Marchi.
Anche lui era stato distaccato per circa una decina di anni all’Interpol.
Uomo sottile, svettava nel suo metro e novanta con tutta la leggerezza del suo sorriso e della sua cordialità, che lo rendevano amabile per ‘principio’ senza neanche conoscerlo.
Era un riflessivo.
Metodico lento.
Giulia era solita definirlo ‘dai tempi biblici’.
Ma proprio in quella lentezza c’era la sua risorsa più grande. L’attenzione a quei piccoli, a volte piccolissimi dettagli che facevano la differenza.
E la differenza in certi momenti conta molto.
Soprattutto quando si tratta di vite umane.
Non si sa quale genio ai vertici dell’Interpol avesse partorito l’idea di mettere insieme due persone così. Fatto sta che proprio quella abissale diversità e quelle continue tensioni dovute ad una differente visione del mondo avevano permesso loro di risolvere tutti i casi che gli erano stati affidati.
Certo…in modi completamente opposti…una volta con un colpo di maglio…un’altra con la delicatezza di uno stiletto.
Nessuno dei due era sposato.
Giulia era troppo dura per poter trovare un uomo che la alleggerisse del suo peso. Aveva avuto un paio di relazioni serie, con persone rigorosamente lontane per impegni di lavoro: un medico di Emergency e un ricercatore distaccato ad Oxford. Ma fondamentalmente era sempre una che nuotava nel rassicurante oblio della sua solitudine.
Giuseppe era stato legato per cinque anni con una collega olandese, anche lei in forza all’Interpol e conosciuta nell’ambito di una indagine.
Lui era stato serenamente innamorato e capace di amare in tutte le accezione che tale sentimento possa concepire. Peccato che proprio sul più bello Elke, la sua bionda e dolcissima Elke, perse la vita in un recupero di ostaggi in Norvegia.
Dopo tale evento il capitano non si sentì più in grado di restare in un reparto così operativo e allora chiese di tornare a servire l’Arma con dignità e perizia. Al Comando Generale saggiamente decisero di dargli un incarico importante ma non a dirompente impatto frontale. Così iniziò a prestare servizio al Reparto Operativo del Comando Provinciale di Roma.
La dottoressa Sinibaldi rimase all’Interpol un altro anno. Poi, per incompatibilità di carattere con qualsiasi persona le venisse affiancata, molto diplomaticamente le venne offerto un posto come Responsabile del Dipartimento di Sicurezza Interna.
Non fu più obbligata a collaborare gomito a gomitocon nessuno.

Quando il numero degli omicidi salì a diciotto e le indagini non furono altro che un buco nell’acqua, il capitano De Marchi andò di persona dal Comandante Generale. Gli prospettò la faccenda in modo tale che alla fine non si poté far altro che ottemperare alle sue richieste e contattare il Ministro dell’Interno, per mettere in atto un altro tipo di intervento; poiché l’Arma, indebolita e minacciata nella sua integrità, necessitava diun impegno specifico:l’AISI.
Giulia si sedette, come se fosse suo diritto, direttamente nell’ufficio del Comandante del Reparto. L’area della CentraleOperativa era divisa in due zone da una pluriarcata di muro romano in cui era stata infissauna vetrata. In tal modo, pur se separato, tutto l’ambiente era visibile da ambo i lati. Inoltre l’arredo in legno rendeva l’atmosfera accogliente, dettaglio da non sottovalutare per le operazioni che vi si svolgevano ventiquattro ore su ventiquattro.
“Ti porto un caffè?”
Il capitano De Marchi si era proposto con la sua solita cortese calma.
Giulia lo guardò, rispondendo con i gli occhi feroci alla sua gentilezza.
“Dimmi dove lo hanno trovato.”
Giuseppe si mise a sedere di fronte a lei.
“Sul Lungotevere, all’altezza di Via Tomacelli. Era in macchina. Ma…scusa…non sei andata?”
“No.”
Un no detto con il volto indurito nella vergogna della sconfitta.
“Giulia, andiamo insieme.”
Lei lo guardò, lo disse quasi pregando:
“No…”
Giuseppe si alzò, le andò vicino, cercando di conferirle fiducia.
“Non ti permettere di cedere. Io ho fiducia in te. Tutti hanno fiducia in te.”
Giulia lo guardò aprendosi in un sorriso amaro, non sapeva farne altri.
“Fiducia??? Chiedi a Repello quanta fiducia ha in me…”
Giuseppe la scosse.
“Smettila! Non puoi chiedere nulla a quell’uomo che ha perso il figlio in quel modo così…”
Non riuscì a finire la frase che il maresciallo Repello in persona entrò nell’ufficio.
“Dottoressa la stanno aspettando. Si sbrighi…perché a quanto pare… c’è posta per lei.”

Arrivò velocemente nel luogo del ritrovamento dell’appuntatoLamberti.
Ancora se lo vedeva Giulia.
Un bel ragazzo, bravissimo nel suo lavoro.
Un giovane uomo che Giulia in fondo in fondo invidiava.
Era sempre felice.
“Dottoressa c’è una busta che abbiamo ritrovato nel giubbino della vittima.”
Giulia si girò con due occhi in fiamme verso il carabiniere che l’aveva accolta in quel modo.
“Si chiamava Mario. Mario Lamberti. Appuntato Mario Lamberti.”
Era la voce del drago che le abitava dentro a parlare.
Quel drago rabbioso che non le dava tregua, che la faceva sentire vittima senza essere morta.
Si diresse verso la macchina.
Vide il ragazzo coperto dal triste telo bianco.
Sollevò il velo, come a sincerarsi di vedere ancora nei suoi occhi un po’ di quella serena felicità che a lei era ostile.
La mannaia, che gli aveva squarciato il petto, era disegnata in un istante eterno di dolore sul volto del giovane graduato.
Giulia sentì il cuore fermarsi un momento.
Non ne poteva più.
Era il momento di dichiarare la sua sconfitta.
“Dottoressa ecco…vede…”
Fu solo l’istinto che le fece muovere la mano per prendere la busta di plastica che conteneva una lettera.
Non avendo i guanti rimase a fissare la busta senza aprirla.
Vi era scritto il suo nome.
Solo il suo nome.
“Come sapete che è per me?”
Sembrava più la preghiera di una bambina che un dubbio.
“Dottoressa dubitiamo che ci sia un’altra Giulia che interessi al nostro assassino…maledetto assassino.”
Così dicendo il carabiniere le porse un paio di guanti in lattice.
Lei li indossò sospettosamente e poi aprì la busta.
Dentro c’era un biglietto, di quelli per gli auguri di compleanno.
“Tanti auguri Giulia ora sono 13. Ancora mi cerchi però…
Forse hai bisogno di aiuto…Non rimproverarmi di non avertene dato…”
Sotto l’ultima parola era evidente una striscia di sangue che culminava nella metà di un’impronta.
Giulia capì.
Adesso dopo tanto tempo capì che stava uccidendo per lei.
Solo per lei.

La strada era libera alle cinque del mattino, mentre Giulia correva con la sua automobile verso Fiano Romano.
Il mondo sonnecchiava aspettando l’alba, che silente dietro il buio scalciava per librarsi in tutto il suo vigore.
La pioggia era una strana costante in quei giorni, ma quella mattina aveva concesso una tregua.
Per Giulia la pioggia e il buio erano ormai radicati dentro la sua anima.
Si ritrovò al casello e poi sulla strada che la portava nel silenzio delle colline sabine.
Era lì che aveva il suo nido, tra quei verdi poggi, macchiati di boschi e pullulanti di una vita che cresce senza fare troppo rumore.
Lì si rifugiava per dimenticare di essere quello che era, per essere ciò che desiderava.
Libera.
Svoltò velocemente nella piccola stradina che conduceva alla sua villetta, confinante con altre in un comprensorio dove tutte le case erano divise da un ampio terreno, tanto grande da renderle effettivamente, più che indipendenti, separate.
Parcheggiò e scese.
Si voltò a guardare il cielo che pian piano stava diventando più chiaro.
Il silenzio era tutto ciò che faceva compagnia al suo respiro.
Aprì il cancelletto.
Tre gradini.
Pochi passi nel porticato.
Uno sguardo alla terrazzina di lato con la sdraio che l’attendeva.
La porta.
Entrò nel suo nido come si entra in un altro mondo, lasciando fuori il tempo e lo spazio che si è vissuto fino a quel momento.
Si fece una camomilla calda, indossò la felpa e uscì per andare a riposare sulla terrazzina.
Il sole iniziava a fare capolino dietro una fenditura all’orizzonte.
Si coprì con plaid, sorseggiò lentamente la tisana ad occhi ora aperti ora chiusi, respirando profondamente per assaporare meglio quell’aria tersa.
Tersa da tutte le sozzure umane che aveva visto nella sua vita.
A tratti le sembrava che le stesse sussurrando una ninna nanna.
Era in quel momento che ritrovava un po’ di pace.
Estraniata da tutto, il dragone che le abitava nell’anima si quietava e le dava sollievo.
Si addormentò senza accorgersi che il telefono aveva preso a vibrare più volte.
Troppe volte.

Al Comando Generale di mattino presto si stava consumando una discussione che non aveva rimedio né tantomeno un fine utile se non quello di scaricare apparentemente le coscienze.
“Signor Generalele assicuro…”
“Colonnello, lei non può assicurarmi nulla se non il fatto che ventitre carabinieri sono morti per mano di uno che sta giocando a guardia e ladri con una ex dell’Interpol!”
“Comandante le cose forse non stanno proprio così…il capitano magari potrà spiegare.”
Così dicendo il colonnello Ansaldi,quasi implorante, si rivolse a De Marchi che in quel momento era al suo fianco.
Il Comandante Generale aggrottò la fronte e poi fece un cenno di assenso con la mano.
Il capitanoallora iniziò a parlare: “Con tutto il rispetto Signor Generale, non credo che questo “gioco” …sia lo scopo delle perdite che abbiamo subito. La dottoressa Sinibaldi è intervenuta solo successivamente nelle indagini, nessuno poteva neanche immaginare che sarebbe stata chiamata a dare una mano. Non solo, c’è un’altra cosa che va considerata attentamente.”
Fece una pausa come ad indicare che la questione era di una certa gravità.
“Comandante, nessuno sa che la dottoressa sta coadiuvando le indagini. Ufficialmente è il Reparto Operativo con il colonnello Ansaldi ad occuparsene. Quindi mi chiedo come abbia fatto il nostro assassino ad esserne a conoscenza…è tutto tenuto in gran riservatezza. Non credo che il Ministro abbia avuto interesse a far divulgare una cosa del genere.”
Il Comandante si distese sulla sedia, volse lo sguardo verso la finestra, annuendo come a far posto ad una sua idea.
“Ha ragione capitano. Ha perfettamente ragione. Quindi dobbiamo considerare l’ipotesi di una talpa all’interno dell’Arma?”
Si inserì il colonnello Ansaldi.
“Veramente l’ipotesi è di altro tipo, Comandante.”
Il Comandante si volse con sguardo interrogativo verso i due spalancando le mani.
“Cioè?”
“Comandante…”
De Marchi sembrava quasi timoroso a rispondere.
“Non c’è una talpa nell’Arma. L’assassino è nell’Arma.”
Il Comandante Generale per un momento smise di respirare.

Giulia si svegliò a mezzogiorno sotto le prime gocce di pioggia. Il cielo dopo un breve periodo aveva iniziato ad oscurarsi di nuovo celandosi dietro nubi nere,cariche di funesti presagi.
Con fatica si alzò e rientrò in casa.
Dette uno sguardo al telefono, vedendo la luce delle notifiche delle chiamate.
Era il suo ufficio all’AISI che insistentemente l’aveva cercata.
Spinse il tasto per richiamare con un gesto automatico della mano, privo di coscienza.
“Pronto dottoressa? Dottoressa è lei?”
La voce della sua assistente era molto agitata.
“Si Paola mi dica cosa c’è.”
“Dottoressa è arrivato un pacco. Non lo abbiamo aperto. È indirizzato a lei. Ho chiamato gli artificieri, non mi sono fidata…”
“Come??? Mica è la prima volta che mi arriva un pacco. Paola che succede.”
“Dottoressa ha ragione, ha ragione, ma dopo il biglietto…ecco io non mi sono sentita tranquilla.”
Giulia mentalmente ripercorse la notte precedente.
“Sì Paola hai fatto bene. Tra un paio d’ore arrivo in ufficio.”
“Dottoressa tra un’ora mi dovrebbero consegnare i risultati sull’impronta.”
“Bene, così vedrò anche quelli. Avvisi il capitano De Marchi e gli dica di venire in ufficio da me.”
“Dottoressa io stamattina la chiamavo anche per quello. Il capitano ha avvertito che oggi non sarebbe stato reperibile. Impegni di famiglia.”
“Cosa??”
Il dragone di Giulia si era risvegliato in tuttoil suo violento vigore.
“Ma quale cazzo di famiglia che non ne ha???”
“Dottoressa io…”
Giulia non vedeva più nulla.
“Lo chiami Paola. Se necessario chiami il suo superiore. Chiami il Comandante Generale, il Ministro, il Presidente. Chiami chi diavolo vuole!Il capitano De Marchi deve essere da me in ufficio alle quattordici e trenta in punto!”
Così dicendo il dragone attaccò il telefono.

I Servizi di Sicurezza avevano diverse sedi. Una era quella principale, poi ve ne erano altre quattro con differenti mansioni mimetizzate più o meno bene nella città. Giulia aveva il suo ufficio vicino a via Cavour, quasi a ridosso del Viminale.
Arrivò salendo le scale interne con il suo solito passo imperioso, evitò il metal detector e non estrasse alcun tesserino di riconoscimento. Tutti al suo incederele lasciavano strada, alcuni guardandosi di sottecchi, come ad intendere qualche sommessa ingiuria verso quella donna che mostrava rispetto solo per se stessa.
“Paola, allora dov’è il capitano De Marchi?”
Nessun ‘buongiorno’ o ‘come va oggi? ’. Diretta al punto senza preamboli come sempre, Giulia sferrava il suo attacco alla giornata.
Paola era una persona molto scrupolosa e paziente. Una pazienza che esercitava con cura e rispetto ogni giorno mentre fronteggiava il dragone che imperava in quell’ufficio.
“Dottoressa il capitano arriverà tra un paio d’ore…”
Giulia si girò come un demonio con gli occhi iniettati di sangue.
“Cosa???”
“Dottoressa è al Comando Generale…non può…”
Giulia si sedette guardando un punto fisso nel vuoto, come se fosse assorta in meditazione.
“Gli artificieri?” chiese.
“Dottoressa gli artificieri non hanno rilevato nulla di anomalo. Il pacco però non è ancora tornato indietro e ora si trova nel locale spedizioni. Se vuole lo faccio portare subito.”
Giulia non rispose, si limitò a guardarla con gli occhi impazienti e voraci di chi avrebbe già voluto vedere il contenuto a lei indirizzato.
Dopo pochi minuti sulla sua scrivania vi era un involucro di medie dimensioni, aperto da un lato, con all’interno tre buste gialle formato A4 ed anche il fascicolo dellaScientifica,con i risultati degli esami sulla busta ritrovata insieme al corpo di Lamberti.
Decise di iniziare da quest’ultimo, tanto per toglierselo di mezzo.
Come aveva previsto l’impronta non aveva avuto alcun riscontro, quindi il killer non era segnalato da nessuna parte…ovviamente non l’avrebbe lasciata così, come una umiliante beffa, se fosse stato il contrario.
Il sangue era di Lamberti.
Un ulteriore segno di quello che il killer le andava recriminando.
Sulla busta e sulla lettera non vi era alcun tipo di traccia ad eccezione dell’impronta, lasciata appositamente a rammentarle la sua inettitudine nel non essere riuscita ancora a trovarlo…mentre lui aveva facilmente trovato lei.
Rimise le carte in ordine e chiuse gli occhi.
Il dragone ebbe un sussulto nel suo petto.
Il suo ghigno apparve per un istante sul suo volto.
Giulia si impose di andare avanti.
Senza pensarci.
Si rivestì di freddezza ed indossò i guanti, prese il pacco e sfilò delicatamente le buste una ad una.
Le dispose sul tavolo e iniziò ad aprirle.
Nella prima c’erano le foto di tutte le vittime del ‘’killer della mannaia’’. Si capiva che erano state scattate un attimo prima degli omicidi perché, dopo che le ebbe confrontate con quelle della Scientifica archiviate nel suo pc, vide che le vittime indossavano i vestiti con cui erano state ritrovate. Tutte avevano scolpito sul volto l’immagine dello stupore. Come se avessero visto qualcosa che non si erano aspettate di vedere, sebbene non mostrassero di averne paura.
Nella seconda busta c’erano i fascicoli delle sue sei operazioni più importanti all’Interpol, con foto e relativi rapporti in parte criptati dagli ‘omissis’…un lungo elenco di ‘omissis’ che in alcune parti celavano i ‘dovuti’, come li definiva lei, danni collaterali.
Infine nella terza busta c’era una lettera.
“Giulia sono tredici… pensa tredici.
Non avrei immaginato di raggiungere questo traguardo.
Tu ancora non mi hai trovato.
Non hai trovato il male che ti rispecchia.
Giulia…come mai?
Forse ti ho sopravvalutato????
Scherzo.
Sono certo che tu abbia capito.
Ora sai.”

Il capitano De Marchi entrò con cautela nell’ufficio di Giulia accompagnato da Paola.
“Capitano, abbia pazienza, è un po’ scossa. Sa, ha ricevuto le foto…”
“Paola lei vuol proprio bene alla dottoressa…probabilmente qui dentro è l’unica.”
Giuseppe sorrise alla donna con quel suo modo amabile di abbracciare chi è di fronte. Paola per tutta risposta annuì educatamente continuando a fare strada.
Giulia appena lo vide lo inchiodò con il suo sguardo feroce.
“Quindi eri al Comando? Perché?”
“Routine”, il capitano sorrise anche a Giulia che parve quietarsi un istante.
Si sedette e iniziò ad esaminare il materiale del pacco.
Lentamente.
Lentamente come era il suo stile che dava tanto ai nervi a Giulia, fremente dietro quella scrivania.
“Bene, sembra che ci sia un collegamento tra queste operazioni all’Interpol e le vittime.”
“No” disse lei seccamente.
“Tra le operazioni e me.”
Giuseppe la guardò un momento.
“Cosa è tredici?”
Fece una pausa e le porse la lettera.
“Anche sul biglietto ritrovato con Lamberti c’era scritto tredici…”
Giulia lo guardava fisso come se dovesse azzannargli la gola da un momento all’altro.
“Non ne ho idea Giuseppe. Secondo te?”
Lui sorrise e si alzò.
Si girò per uscire, fermandosi vicino alla porta.
“Paola. Tienila da conto quella donna, è paziente e…è una brava persona, sempre felice.”
Lei lo fissò.
“Già, come tutte le vittime che sono state uccise dal ‘killer della mannaia’.Tutte persone serene a cui è stato spaccato il cuore, tenendole ferme da dietrocon le braccia bloccate…come in una morsa, mentre con tutta la ferocia possibile gli veniva rubata l’anima.”
“Già…”
Giuseppe fece un sorriso e imboccò la porta.
Giulia si rilassò sulla sedia e chiuse gli occhi.
“Meno male che non è un carabiniere!”
Non fu una frase.
Fu il sibilo di un serpente.
Giulia aprì gli occhi e quel che vide fu…quello sguardo riflesso nel buio…il buio della sua anima.

Alle sette e mezzo Paola stava ancora in ufficio. Fuori nella pioggia sottile si intravedeva l’ultimo barlume di una giornata che si stava spegnendo.
Era sempre l’ultima ad andarsene.
Svolgeva il suo lavoro con cura Paola.
La stessa cura con cui attendeva alla dottoressa Sinibaldi.
“Guido, sto per arrivare. I ragazzi sono tornati?”
L’ultima telefonata prima di uscire.
L’ultimo controllo prima di chiudere la stanza e…
“Oddio!” Il bagliore di un flash per un momento le impedì di vedere e di respirare.
“Non mi sono accorta che fosse qui…perché la foto?”
Non disse altro.
Il suo volto si irrigidì mentre le sue braccia venivano dolorosamente contorte per porgere il petto indifeso alla mannaia…

Giulia arrivò al Reparto Operativo alle tre. Avevano ritrovato il cadavere di Paola verso le dieci dopo il primo turno di sorveglianza notturna.
La donna era adagiata sulla sua sedia, e guardava fuori.
“Buonasera dottoressa! Ancora niente eh?”
Il maresciallo Repello era più tagliente del solito.
Giulia non disse nulla.
Giulia ormai sapeva.
Andò dritta verso De Marchi che era al telefono.
Attese.
“Giulia sono veramente dispiaciuto…”
Lei lo guardò… guardò quel sorriso…
Si girò verso la vetrata che divideva le postazioni.
Le luci erano abbassate.
Si vedevano solo delle ombre…e …quegli occhi…quello sguardo che sovrastava le sue spalle…quello sguardo nel buio…il lato oscuro di ogni anima troneggiava in quello sguardo come un tiranno, che governava il destino dell’umanità.

Aveva percorso lentamente la strada per tornare a casa.
Sapeva che era l’ultima volta.
Se la voleva godere.
Entrò nel vialetto, parcheggiò e scese dalla macchina.
Un respiro profondo, l’aria tersa la stava purificando.
Il dragone era sopito, in attesa del suo destino.
Aprì il cancelletto senza meravigliarsi che fosse socchiuso.
Entrò in casa.
Si prese il tempo di versarsi un bicchiere di quel buon whisky scozzese al quale era solita ricorrere dopo aver concluso un caso.
Andò in camera da letto.
Si avvicinò al vetro e alzò lo sguardo…voleva vedere la luna.
Sorseggiò chiudendo gli occhi, assaporando ogni nota di quel liquore che tanto le piaceva e tanto centellinava.
Poi aprì gli occhi…e lo vide.
Riflesso nel vetro in contrasto con la luce della luna lo vide…
…quello sguardo…
“Scusami se ti ho fatto aspettare.”
E mandò giù un altro sorso…
“Non ti preoccupare, non sono arrivato da molto…”
Lei volse lo sguardo verso di lui.
Gli occhi del dragone persi dietro il suo fallimento.
“Dimmi perché. Perché non lo hai fatto subito? Perché hai dovuto uccidere gli altri…Paola… il figlio di Repello… perché?”
Lui le prese il bicchiere dalle mani e lo alzò come in un brindisi infausto e crudele. Ne bevve un sorso, sorrise.
Sorrise…
“Veramente buono…”
Poi mentre le restituiva il bicchiere tirò fuori la mannaia.
“Vedi, se ti avessi ucciso subito non ti avrei rubato l’anima. Non ti avrei sconfitto. Ti avrei solo ucciso. Invece io…”
E sorrise.
Quel sorriso benevolo che abbracciava il mondo.
“Invece tu hai rubato l’anima a tutti…la loro essenza…hai uccisotutti quelli che a differenza tua erano veramente felici…con il figlio del maresciallo poi…ti sei saziato di entrambi.Tu non lo sei mai stato…felice. Hai solo finto. Finto da una vita. Oggi sono tredici anni che ci conosciamo. Tredici anni…in cui ti ho visto…ho posseduto io…io ho dato ordini a quella tua anima nerache si celava dietro quel sorriso di finta amabilità, dove non c’è nulla se non il buio che hai dentro.”
Lui le avvicinò la mannaia al petto, come a disegnarle la linea che di lì a poco l’avrebbe sfigurata.
“Giulia, mi hai tolto l’unica possibilità per essere felice…”
Lei rispose con rabbia.
“No! Tu hai firmato l’ordine di comando per Elke. Tu hai fatto in modo che le venisse assegnato il compito di aprire l’attacco. Sapevi benissimo che era una missione suicida. Tu l’hai uccisa.”
Lui la guardò con aria benevola.
“Se non avessi agito così…mi avresti umiliato per il resto della mia vita perché l’avevo salvata senza pensare al mio ‘dovere’… la missione era più importante!”
Giulia sussultava della furia di chi è sotto l’ineluttabile carezza della morte.
“No, tu l’hai uccisa perché dovevi nutrirti della sua anima come hai sempre fatto…con quel sorriso…prima accogli …poi sbrani…”
Lui piegò il capo leggermente.
Fece un passo indietro e le afferrò le braccia con violenza.
Il bicchiere cadde a terra in mille frammenti…come i frammenti delle loro vite che erano sempre state spezzate dalla loro mancata completezza.
Due esistenze schiave del non sentirsi mai abbastanza meritevoli.
Meritevoli di esistere, perché erano le due parti di una unica presenza che non aveva mai avuto la legittimazione di essere accolta in questo mondo, reagendo o con la furia del dragone o la finzione della serenità.
La ruotò verso la finestra.
Le bloccò le braccia all’altezza dei gomiti facendo passare il suo sotto.
La sovrastava in tutta la sua altezza.
La strattonò a sé, facendo in modo che le si aprisse un bottone della camicetta e si mostrasse il petto, pronto ad accogliere la sua condanna.
Le sussurrò…delicatamente.
“Non sei degna di vivere… sei perfida…sei la superbia del tuo dragone…sei egoista come il tuo dragone…”
Lei scosse il capo per dissentire da quella sentenza.
“Sì invece. Non ti sei presa cura neanche della povera Paola. Della fedele e paziente Paola.”
“Perché anche lei??? Perché?”
La voce di Giulia era un lamento.
“Perché ti dovevi sentire responsabile. Almeno per una volta… per una sola volta non dovevi pensare solo a te.”
Giulia annuì.
Aveva capito.
Ora guardava la luna.
I suoi occhi si chiusero.
Fece un respiro profondo e…
E poi fu un attimo.
Uno sparo.
Un suono secco di vetri che vanno in pezzi.
Una ferita che accarezza il suo petto senza squarciarlo.
I suoi occhi che infine si aprono.

“Dottoressa!”
Il maresciallo Repello la girò e con cautela le tolse la piccola lastra di vetro tagliente che si era incastrata nella camicetta.
Un rivolo di sangue disegnava il corpo di Giulia nella penombra della stanza.
Una ferita superficiale, inclinata di quarantacinque gradi rispetto alla verticale, aveva ucciso il dragone.
“Dottoressa, adesso faccia la brava.”
Il maresciallo aprì la porta finestra, poi le mise in mano la pistola d’ordinanza.
Le fece sparare un colpo verso il terreno del giardino, attutendolo con un cuscino in modo che il suononon si sentisse per tutto il comprensorio.
Raccolse il bossolo, se lo mise in tasca e ribatté la terra con il piede.
Poi mise un altro proiettile nel caricatore.
“Dottoressa prenda!” e porse di nuovo la pistola a Giulia,che la afferrò meccanicamente.
“Ora sta a lei inventarsi una versione convincente.”
Si girò ed entrò in casa.
Lei lo seguì.
Entrambi rimasero a fissare il corpo del capitano De Marchi che giaceva esanime sul pavimento.
Guardavano il suo volto.
Un volto duro.
Oscuro…in un ghigno che nulla poteva far rammentare il suo sorriso.
“Come ha fatto…Maresciallo come ha fatto a vivere tutto questo tempo accanto…”
Il maresciallo si avviò verso la porta.
Esitò un istante.
Poi si girò.
“Come ho fatto a vivere accanto all’uomo che ha ucciso mio figlio, mentre tutti i giorni mi sorrideva con il sorriso che gli aveva rubato? Allo stesso modo in cui farà lei Giulia, che continuerà a vivere con il disonore di una sconfitta travestita da vittoria…aspettando il momento di tornare a vivere.”
Così dicendo si immerse in un profondo respiro e le fece il saluto militare.

Le gazzelle dei Carabinieri sfrecciavano per le strade della campagna di Fiano Romano.
Il maresciallo Luigi Repello attese a fari spenti che imboccassero il vialetto dove abitava la dottoressa Giulia Sinibaldi.
Era una tiepida attesa, dopo tanto tempo passato ad aspettare il momento in cui affrontare a viso aperto il suo nemico.
Una gara di resistenza che lo aveva fortificato.
Non si era arreso.
No non avrebbe potuto cedere al ‘killer della mannaia’.
Lo doveva a suo figlio a sé stesso e ai suoi principi.
Luigi era risorto da quel dolore.
Una solida parte di sé, ormai in ‘sé’, che non era stata sconfitta dal buio dell’anima….
Quando tutte le macchine furono sfilate come una fragorosa processione, si avviò lentamente verso la provinciale.
Accese i fari e prese il telefono.
Era sereno.
Fece il numero di casa, sapeva che nessuno era andato a dormire.
“Pronto, Luigi…”
“Giovanna…Giovanna…”
In quei nomi pronunciati con la voce rotta da lacrime, vi erano l’amore e la forza di vivere che neanche il lato oscuro può abbattere.

Roma era abbracciata dal sorriso della sua alba.
Quell’alba che mancava da tempo, pronta a sbocciare in un giorno, nella rinnovata fiducia dell’animo.
Mariantonietta Valzano

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