“Ricordo di un giorno d’ottobre del 1989” di Santo Marsigliante


E’ stata una giornata pesante e mi sento stanco come quella notte a Londra, sull’autobus notturno per il London Borough of Enfield, terz’ultima fermata, prima del gigantesco roundabout. Leggevo l’Evening Standard e passai oltre, sino al capolinea. Senza soldi in tasca bastevoli per un taxi, mi feci a piedi, alle due di notte, una strada grande come un’autostrada, tutta incroci, cavalcavie e rotatorie, in mezzo ad una specie di tormenta e a sfreccianti fucking cars. Arrivai a casa stanco e vidi Trevor sulla porta del frigo, con indosso un improbabile pigiama, intento a cercare la solita bottiglia di latte, antidoto alle tante pinte di birra, il quale mi disse che sicuramente vi erano modi più dilettevoli per passare la nottata. “Nighty-night, don’t let the bugs bite, Trevor!”
E la mattinata non era stata da meno!
Questo è il ricordo che mi resta di un giorno di ottobre del 1989, cominciato riemergendo dall’underground Blackfriars tube station con negli occhi aquiloni di carta. Uomini di tutte le età fumano fuori dall’edificio e parlando animatamente si salutano a vicenda; cosa c’è nel cuore di un rifugiato politico a Londra? Parole incomprensibili e gutturali riempiono di sonorità lo spazio e lui che ti indico è un giovane studente di economia e l’altro un sindacalista che lavora in un ufficio tecnico. Ali aveva insegnato psicologia a Bagdad e per 10 anni ad Algeri come poter insegnare psicologia, ed infine a Londra cerca un lavoro, anche da poco, ma vorrebbe tanto insegnare di nuovo; è un problema l’inglese per quest’uomo dell’Iraq. Ausseim invece lo parla discretamente bene, ed è pur difficile per un turco. Strane sonorità si trasformano in cadenze familiari. “E poi certe volte io non ti capisco”, ed è soltanto un motivo per ridere, e lei lo fa con candore. Vuole imparare a scrivere a macchina, quella da cucire la padroneggia e vuole parlare l’inglese impeccabilmente. Le piace l’Italia perché è calda e dice che potrei avere sangue turco; le lascio il beneficio del dubbio. Mi ha cantato una melodia ed ho visto gente danzare con le mie palpebre socchiuse ed ora ho ancora l’eco delle loro voci nelle mie orecchie.
Uomini di tutte le età fumano fuori dall’edificio. Sigarette inglesi, oramai.
È un sommesso piacere camminare, andandosene via lungo questo viale accanto al fiume, a lente falcate verso il pomeriggio e tra le foglie ingiallite che volteggiano, ultimo baluardo di colore prima dell’uniforme grigio, in direzione Bankside power station. Nella mia testa musica indiana del XVI secolo e canzoni d’amore; Rambir domani forse mi tradurrà qualcuno di questi testi. È una musica adatta per sognare e per immaginare ancora un’altra serata come quella appena trascorsa.
In sei seduti dentro un pub deserto a bere una stout irlandese, parlando inglese con diversi accenti: il mio, quello iracheno di Ali, quello russo di Kharita, quello somalo di Yasmin, quello giapponese di Yuka e quello inglese di Joy. Capitati lì per caso, perché il caffè turco di Covent Garden era chiuso ed il nostro amico turco sparito, a lanciare il fumo caldo delle sigarette nell’aria e a raccontare storie di poco conto. Fumo che agisce come una sottile cortina che nasconde la vita che fu e rende piacevole quella tristezza che nascondiamo nel cuore; lei suona quella vecchia melodia al piano accanto al tavolo da snooker e sussurra una breve poesia nella sua incomprensibile lingua.
Mia dolce anima, solo le parole mancarono alla nostra perfetta intesa.
Tutto mi desti e molto di più ti negai.
Lungo questo fiume, allargata a chiazza dentro l’interno mare, occupata a contare i giorni, perduta nei frammenti dei ricordi.
Ritrovata lungo questa spiaggia, respinta dal mare, immersa in questo sogno, capovolta nei miei occhi, palpitante nel cuore.
Uomini di tutte le età, voltati di spalle guardiamo allontanarsi le nostre ombre sempre di più, ogni giorno che passa; le ragioni di vita che ora ci tengono non sono legate ai nostri cuori e la nostra vera vita è ripiegata, la vediamo guardandoci allo specchio. Questa notte mi regalerà qualcosa che mai avrei sperato di ottenere, ospite del paradiso. E la vita sarà più leggera e gli affanni spariranno nel tramonto alle spalle. Vorrei sentirli ancora un’altra volta per darmi un’ultima impressione sulla gente che vive e dalla quale potremmo tanto imparare se solo avessimo la pazienza di ascoltare.
Cosa c’è nel cuore di un rifugiato politico a Londra?
Ascoltiamo un’altra storia su luoghi tristi e lontani, su cuori solitari e su strascichi di sogni, di uomini di tutte le età che fumano fuori dagli edifici di una grande strada affollata, di sogni dentro vecchi cassetti, di sentimenti trascurati e di antichi rancori bambini, di come la vita può passare veloce sotto consumate suole di scarpe, di come immaginare suoni, clamori, ostinati motivi, l’incanto della libertà ritrovata, dell’idea racchiusa, il senso di una vita, la speranza di cui è pieno un addio, l’insofferenza del ricordo, la stupidità di una speranza ed il verde brillante dell’erba vista solamente attraverso occhi bambini.
Uomini di tutte le età fumano aspettando l’occasione migliore, serrando forte all’interno tutti i più conosciuti segreti, tutti i voli di notte, portando con loro i fardelli pesanti di quelli che non riuscirono nell’intento, le loro memorie, le loro stelle cadenti, tutti i desideri mai esauditi, tutti i cumuli di neve sciolti al sole, tutti i fuochi accesi, ormai presentimento di un pugno di cenere. L’inverno ci porterà sulle prospettive di sogni mai raccontati né dimenticati; insieme, con questi uomini voltati di spalle, faremo volare, una volta per tutte, grossi aquiloni di carta; passeremo il tempo ad inventarne i nomi e non avremo più prigioniero il cuore, né la vita, né gli echi di noi stessi, né ciò che fu una volta il nostro ossigeno, né la nostra casa e i nostri tanti uomini di tutte le età che, voltati di spalle, ci fissano senza parole. Uomini di tutte le età, in fila indiana, portano alti cartelli come fossero bandiere, attraverso le vie di questa città accompagnano l’ultimo viaggio di uno di loro che ha incendiato la sua vita senza cercare né il centro né il principio di oscure meccaniche. Noi, uomini di tutte le età, mostriamo le spalle, persi nei confini tortuosi di questo spazio senza centro né principio.

Santo Marsigliante

 

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