“L’uomo della quercia” di Mariantonietta Valzano


Carletto aveva sei anni e nelle sue scarpe nuove percorreva preoccupato quella strada ciottolosa, trainato dalla mano della madre. Le  sue orecchie avevano spesso sentito le raccomandazioni materne, ma quella mattina si rifiutavano e si concentravano nella ricerca di quei rumori che colorano la campagna, pura dalle idee umane. Era il suo primo giorno di scuola. Per andarci doveva fare mezz’ora di cammino. Viveva fuori dalla città. Una città né  piccola né grande, di quelle dove c’è spazio per chi vuole sapere tutto, per chi non vuole sapere nulla e per chi fa finta di non voler sapere.

La sua era una piccola vita ancora, spesa in ore dedicate a giocare con tutto ciò che di vero offriva la fattoria di suo padre. Il suo mondo erano le luci fresche del mattino e il transitare laconico delle nuvole, che spesso ammirava sdraiato sulla balconata della sua cameretta. L’idea di chiudersi in una stanza assomigliava ad una punizione, per uno che come lui era abituato a correre a piedi nudi sulla neve. Mentre avidamente cercava con gli occhi la sagoma viva di un uccello o una farfalla ai lembi della strada, rimase attratto e perplesso alla vista di un uomo che con cura levigava delle assi di legno sotto una quercia quasi al bivio della provinciale. Era un uomo di mezza età. Era Guglielmo.
Carlo aveva ormai più di quarant’anni. Abitava nella casa che da sempre era appartenuta alla sua famiglia. Solo, dopo la morte dei suoi genitori. Ora il pollaio e la stalla avevano lasciato il posto ad una attrezzatissima sala hobby e l’orto si era trasformato, ispirato da una geniale idea di un suo amico architetto, in un’ampia piscina con un elegante giardino. Carlo non faceva il mestiere del padre. Carlo dirigeva l’agenzia della principale banca presente nella città. Quella città che come l’olio invade e sovrasta l’acqua, nascondendo la sua limpida natura, così aveva invaso la campagna circostante. Non c’erano più ciottoli sulla strada che portava alla provinciale, quella strada che per molti anni aveva percorso a piedi e che ora era avvelenata da grandi jeep. L’unica cosa che ancora impudentemente resisteva era la grande quercia e la panchina sottostante. Per tutti erano la panchina e la quercia di Guglielmo. Come ogni mattina, da quando se l’era costruita, Guglielmo, prima con passo aitante  e deciso poi con andare incerto e malfermo aiutato da un robusto bastone, si dirigeva alla sua panchina con il sacchetto della colazione. Ora che non doveva più lavorare, poiché gli anni e la fatica gli avevano concesso il riposo dovuto, si tratteneva di più sotto quella quercia.

Osservava come lo scorrere del giorno nel divenire del tempo aveva trasformato il suo mondo. E come l’unica cosa immutabile e sicura fosse la sua solitudine. Per tutti Guglielmo era lo “strano” della città. Un oggetto coreografico che faceva paesaggio, a cui nessuno dava peso. Per Carlo invece era il sorriso mattutino che gli dava il buongiorno da quando aveva iniziato ad andare a scuola. Col fluire degli anni era passato dalla scuola al lavoro, dall’andare a piedi, alla bicicletta e ora alla macchina. Ma la sosta fissa e lo scambio di brevi battute mattutine con Guglielmo erano le colonne della sua esistenza. Lo aveva visto invecchiarsi, scolorire i capelli nel candido latte della canizie. Ma era sempre lì, alla stessa ora, sotto la pioggia, il sole o la neve, con la sua colazione e quell’aria leggera di un uomo che vive solo per vivere. Per cui a Carlo dette una profonda ansia non vederlo quel mercoledì mattina, perché anche con il raffreddore, unico malanno di Guglielmo, la panchina della sua quercia era sempre occupata al mattino. Quando arrivò in città non si preoccupò dell’ufficio, tant’è che alle nove fu chiamato al cellulare dal cassiere che lo cercava disperato. Ma quando arrivò in città si mise alla ricerca della casa di Guglielmo. Di colpo venne a saper che quell’uomo strano, che da sempre era la coreografia del paesaggio, non era conosciuto da nessuno.
O meglio nessuno aveva avuto l’accortezza di conoscerlo. Solo a mezzogiorno un anziano impiegato del comune gli dette le agognate indicazioni per trovare la casa di Guglielmo. Era una casetta ai margini di una stradina secondaria, quella stradina che una volta incorniciava un campo di granturco.

Era una casa a due piani incastonata tra due alti palazzi. Il portone era ben levigato e curato, la facciata era rosa antico con qualche crepa ma senza grosse scrostature. Bussò ripetutamente per un paio di minuti, poi arresosi agli eventi della vita e sapendo ciò che stava per scoprire chiamò il Comando dei Carabinieri. Quando finalmente la porta cadde sotto i colpi dell’ascia dei Vigili del fuoco, c’era un manipolo di gente assiepata di fronte alla casa di Guglielmo. Quella stessa gente che lo aveva sempre considerato un oggetto del paesaggio e con cui aveva camminato in parallelo verso l’unico punto certo della fine della propria esistenza. Carlo entrò e con veemente autorità impedì agli altri di farlo. Ormai era inutile.
Guglielmo era seduto su una poltrona di velluto marrone, una  di quelle dall’aspetto comodo, ma che comode lo erano diventate solo per l’abitudine a sedervi sopra. Dormiva per sempre, il suo volto non era contratto in smorfia di dolore, ma aveva l’espressione di chi aveva raggiunto ciò che da sempre aspettava. Davanti a lui un tavolinetto e di fianco un camino con residui di fuoco svanito nel suo ardere. Sul tavolinetto un foglio. Carlo sapeva da sempre per chi era quel foglio.
“Grazie Carlo, perché ogni mattina l’hai spesa dandomi il sollievo di essere visto, perché il tuo sorriso ha reso lievi le perdite a cui ogni giorno l’esistenza ci condanna, perché aspettarti è stato il calore e la sicurezza verso l’eterna assenza del dolore, il punto di partenza della fine di ogni vita. Guglielmo”

Al funerale di Guglielmo c’era solo Carlo, mentre la città piangeva la sua spoglia coreografia del paesaggio.

Mariantonietta Valzano