“Altermodernismo e poesia” di Apostolos Apostolou

  a Mai come ai giorni nostri, la poesia è stata umiliata. In un’epoca di comunicazione di massa la poesia appare inutile. Oggi le masse vengono considerate dei dati quantitativi da inscatolare, incassare e allineare. Così la poesia vive in vecchie biblioteche, negli ultimi scaffali di pochissimi librai. Walter Benjamin scriveva che “L’adeguazione della realtà alle masse e delle masse alla realtà è un processo di portata illimitata sia per il pensiero sia per l’intuizione sia per la poesia, e l’istante in cui il criterio dell’autenticità nella produzione dell’arte viene meno, si trasforma anche l’ intera funzione dell’arte”.

Però se la poesia deve affrontare quest’antropologia sociale, deve nello stesso tempo affrontare la ricerca del pensiero di se stessa, deve partire da un incontro essenziale con se stessa.

L’idea di poesia come «artificio» costruito con un linguaggio significativo e sincronico non convince più. Nella poesia ogni sillaba è messa in rapporto d’equivalenza con tutte le altre sillabe della sequenza: un accento tonico è uguale ad ogni altro accento tonico e così via. Così la poesia diventa un sistema le cui parti possono e devono tutte essere considerate nella solidarietà sincronica. Il risultato è sempre il messaggio globale, la concordanza dei significati.

Bachtin, per il ruolo della parola «poetica», scriveva: “La parola poetica resta immune dalla bevacità e da qualsiasi possibilità di interdiscorsività”.

Tuttavia, oggi siamo in una nuova convenzione ontologico-sociale con nome post-simbolista e metaliguista che si definisce dalla fine della rappresentazione. Questa convenzione si muove nei limiti della rappresentazione che opera come una copia di qualcos’altro che non è mai stato. Come principio del principio, per ricordare Derrida. Se oggi ci sono quadri bianchi nella pittura, la non tonicità nella musica, la non continuità delle immagini al cinema, il testo teatrino che sempre di più si distacca e viene provato come resistenza vocale, l’arte della danza che diventa un’espressione senza regole del corpo, tutto ciò dimostra il bisogno per una poesia artistica rinnovata.
Tutto pone (come nuova convenzione) una problematica che dice che l’arte è sempre relativa, non libera, non si spiega, non può essere capita.

Questo esattamente vuol dire che l’arte non si può spiegare come una cosa universale. È una guerra di interessi, una volontà di ciò che non è, per questo l’arte rimane un divenire. In questo processo la scrittura poetica diventa il ”centro delle grandi assenze” come direbbe Rilke. Anche la filosofia esiste come decentralizzazione e la politica vive nell’inizio dell’incertezza.Se il modernismo era un internazionalismo che ha voluto unificare e standardizzare i codici di espressione (mentre il post-modernismo, in un certo senso è stata la scia del modernismo), la nuova convenzione, che prende il nome altermodernismo, non è  un concetto che si posiziona rispetto al post-moderno, non è il dopo del dopo del moderno, ma una cosa totalmente diversa. Quel che oggi chiamiamo «altermoderno» è il desiderio che ha qualcuno di agire in modo alternativo. Altermodernista poeta e filosofo è colui che connette il mondiale con locale. Alla domanda se abbiamo oggi una nuova estetica altermoderna, possiamo rispondere che recuperare l’estetica alla sua «legittima» area speculativa significa non solo sviluppare una ricerca sistematica e rigorosamente scientifica, ma porre anche storicamente i problemi di tutte quelle categorie concettuali che sono state e sono oggetto dell’ indagine estetica.

Il fenomeno dell’altermodernismo è connesso anche a una crisi dell’ interpretazione, una crisi della ripresentazione, che segna la fine dei modelli critici fondati sulla certezza. Oggi ci troviamo in mezzo ad una crisi estetica che supera ogni controllo. Secondo l’altermodernismo la poesia riflette su se stessa, non segue la regia fra significante e significato. Sappiamo che la poesia ha perso il desiderio dell’illusione a vantaggio di un’elevazione di ogni ripresentazione alla banalità che esprime oggi l’estetica. Per questo la poesia ha bisogno della filosofia per andare costantemente alla ricerca dell’essere ad un certo grado di manifestazione, e dunque di conoscenza, attraverso la scrittura. Questo hanno fatto i poeti Jabe’s Ednond e Asberi John, diventando argonauti dell’ essere. Qui possiamo ricordare l’opera di Baudelaire «I fiori del male» e vediamo che il poema sembra bruscamente rovinare e perder fiato. Wittegenstein ha scritto una volta che «la filosofia la si dovrebbe propriamente soltanto poetare». Forse dobbiamo dire che la poesia la si dovrebbe propriamente soltanto filosofare. L’uomo non può sopportare troppa realtà, per questo ha bisogno della poesia, che però esiterà al margine del silenzio.

Apostolos Apostolou

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Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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