DIVAGAZIONI LETTERARIE: “RIFLESSIONI E SPUNTI DA PHANTAZO SULLA CONDIZIONE DELLE DONNE AFGANE ” di Myriam Ambrosini

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Non avrei mai immaginato che mi sarei ritrovata a parlare di Yasmine – la giovane donna afgana, personaggio chiave di una delle storie raccontate nel mio ultimo romanzo PHANTAZO.
La sua complessa e drammatica vicenda di vita si ripropone infatti, pressoché immutata, ai nostri giorni. Quell’oscurantismo del regime talebano è tornato infatti ad infierire sull’Afganistan e, come in passato, si accanisce soprattutto sulle donne, oggetto di continua rappresaglia fisica e morale. Anche Yasmine racconta alle sue compagne di una piccola stanza d’ospedale – testimone invisibile ed empatico il fantasma di donna protagonista dell’omonimo romanzo – di come bambina, mentre passeggiava felice, mano nella mano con gli amati genitori, nei giardini di Barbur – vanto allora di Kabul – avesse visto d’improvviso distrutta tutta la sua vita e si fosse trovata catapultata in una realtà da incubo, dove, come donna, le veniva tolto ogni diritto e cancellata ogni libertà.

“Avrei ricordato per sempre quel giorno, crudele linea di demarcazione tra due mondi, tra un prima e un dopo, il riconoscibile e lo spaventoso ignoto. Dapprima mi giunse un canto … mi sembrò come una nenia infantile, come un saluto e un ringraziamento, finché non vidi i miei genitori irrigidirsi e, istintivamente mio padre passare un braccio intorno alle spalle di mia madre, mentre con l’altro stringeva il mio corpicino ossuto. Non osai chiedere ma fissai gli occhi, che si erano dilatati per la paura, in quelli di mio padre. Quel piccolo grumo che eravamo d’improvviso divenuti attese immobile e in silenzio la tempesta ormai in arrivo. Il canto – che non era una nenia, non era un saluto né un ringraziamento – si avvicinava sempre di più. La camionetta, sbilenca per il troppo peso che si trovava a sopportare, rigurgitava di uomini in nero: i volti sudati sotto il turbante, la barba lunga a sfiorarne i petti, e gli occhi implacabili, duri come ossidiana, ciechi alla pietà. Quando la camionetta li raggiunse, rallentò la sua corsa e uno degli uomini in nero – alto e allampanato come un obelisco innalzato a un dio crudele – si sporse dall’abitacolo.
« Allah Akbar!» urlò guardando mio padre.”

Di nuovo, ora, i Talebani vogliono impedire al mondo femminile persino il diritto allo studio e, dunque, all’emancipazione … Di nuovo oggetto soltanto di sfruttamento, violenza, bieca cancellazione della stessa identità. Yasmine, nel suo difficoltoso percorso di riscatto, si troverà infatti a dover lottare con la malattia – prima dell’amata nonna Fatima, unica parente rimasta, e poi con il suo stesso grave stato di malattia – e rischierà la morte poiché persino procurarsi una medicina – vent’anni fa come ora – diverrà un rischio mortale: se non infatti accompagnata da un parente di sesso maschile, una donna non poteva – e non può – accedere neppure ai servizi essenziali, quali, appunto, medicine salvavita.

“Le strade quasi deserte e dove da molto tempo ormai non mi avventuravo, mi parvero ostili e senza fine: orrendi tentacoli che si moltiplicavano di continuo e pronti a ghermirmi. Qualsiasi ombra, fosse anche quella di una foglia oscillante al vento o il guizzo improvviso di una lucertola, divenne per me motivo di panico e quando, a una svolta, vidi una figura indistinta avanzare verso di me m’immobilizzai di colpo, schiacciandomi contro un muretto semi sgretolato sino a graffiarmi la pelle. Dovetti poi stringere le gambe poiché, per la paura, avvertii la vescica premere dolorosamente dentro di me per l’esigenza di urinare. Con un sospiro di sollievo mi avvidi poi che si trattava di un’altra donna – disperata sicuramente al mio pari per trovarsi lì – la quale, dopo avermi a sua volta osservata attraverso la grata del burka con occhi terrorizzati, s’infilò velocemente in un piccolo portone che si affacciava sulla strada, togliendosi così alla mia vista. Di nuovo il silenzio, di nuovo il deserto in piena città e quell’uniforme grigiore dei muri a cui, oltre a me povero spaventapasseri impolverato, pareva quel giorno adeguarsi anche il cielo, impregnato com’era da una caligine di calore che gli toglieva ogni possibilità di colore. “

Un incubo senza fine né speranza il lazzaretto dove, semincosciente ed ormai moribonda, Yasmine andrà a trovarsi: unica luce in tanta disumanità e squallore, le donne medico, ormai relegate a poveri fantocci, affogati come sono nel burka, che non possono togliere – per prestare un minimo d’aiuto a quelle derelitte, con l’unica colpa di essere, come loro, donne – nell’improvvisata e fatiscente sala operatoria.
Yasmine, a motivo di un’insperata fortuna, derivata dal coraggio di un uomo inopinatamente buono – Omar – riuscirà infine a riemergere da quel pantano: ma le altre? Tutte le sfortunate e vilipese donne afgane?
Forse qualcosa però sta cambiando e le recenti proteste delle donne afgane – che rivendicano un loro posto nel mondo – fa sperare per il meglio.
Voglio allora immaginare anche la mia Yasmine, mescolata tra loro, a gridare ed a lottare per un diritto “ad esistere” che non può essere negato a nessuno.

MYRIAM AMBROSINI

Informazioni su culturaoltre14

Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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