“I PREDILETTI DEL SUOLO E IL LORO SIGNIFICATO”: L’Oleandro – di Maria Rosaria Perrone

“Fanciulle con oleandro” Gustave Klimt

L’oleandro, il cui nome botanico è Nerium Oleander, appartiene alla famiglia delle Apocynaceae ed è originario dell’Asia. La pianta è un arbusto sempre verde e i fiori semplici, semidoppi e stradoppi, con colori che vanno dal bianco al rosso cupo, passando attraverso sfumature avorio, rosate o arancio, sono delicatamente profumati. Ogni fiore si apre con il sole a metà mattina e si richiude a metà pomeriggio; con il tempo cattivo rimane chiuso e dura solo pochi giorni L’oleandro cresce spontaneamente, ma viene diffusamente coltivato per le sue caratteristiche ornamentali. È utilizzato soprattutto nelle alberature di città costiere a clima mite e sulle nostre autostrade. La velenosità per l’uomo e gli animali dell’oleandro era nota sin dall’antichità, contiene, infatti, alcaloidi e glucosidi tossici in particolare l’oleandrina e il neroside che se ingeriti provocano tachicardia con aumento della frequenza respiratoria. Si possono anche determinare delle dermatiti da contatto solo toccando foglie e fiori. Si racconta che diversi soldati delle truppe napoleoniche morirono per aver imprudentemente mangiato carne, che era stata arrostita su spiedi ottenuti con legno di oleandro durante le campagne militari in Italia. In India l’oleandro è considerato un fiore tombale, una leggenda narra che le eroine che morivano suicide si cingevano il capo con una corona di fiori di oleandro. Nel linguaggio dei fiori a causa della sua tossicità simboleggia la diffidenza, la cautela. Maria Rosaria Perrone

Sull’oleandro…

Erigone, Aretusa, Berenice,
quale di voi accompagnò la notte
d’estate con più dolce melodia
tra gli oleandri lungo il bianco mare?
Sedean con noi le donne presso il mare
e avea ciascuna la sua melodia
entro il suo cuore per l’amica notte;
e ciascuna di lor parea contenta.
E sedevamo su la riva, esciti
dalle chiare acque, con beato il sangue
del fresco sale; e gli oleandri ambigui
intrecciavan le rose al regio alloro
su ‘l nostro capo; e il giorno di sì grandi
beni ci avea ricolmi che noi paghi
sorridevamo di riconoscenza
indicibile al suo divin morire.
“Il giorno” disse pianamente Erigone
verso la luce “non potrà morire.
Mai la sua faccia parve tanto pura,
non ebbe mai tanta soavità”.
Era la sua parola come il vento
d’estate quando ci disseta a sorsi
e nella pausa noi pensiamo i fonti
dei remoti giardini ov’egli errò.
L’udii come s’io fossi ancor sommerso
e la sua voce avesse umido velo.
Ma reclinai la gota, e d’improvviso
tiepida come sangue dalla conca
dell’udito sgorgò l’acqua marina.
Pur, profondando nella sabbia i nudi
piedi, io sentia partirsi lentamente
il buon calor del tramontato sole.
E chi recise all’oleandro un ramo?
Io non mi volsi, ma l’amarulenta
fragranza della linfa della fresca
piaga mi giunse alle narici, vinse
l’odor muschiato dei vermigli fiori.
“O Glauco” disse Berenice “ho sete”.
Ed Aretusa disse: “O Derbe, quando
fiorì di rose il lauro trionfale?”(…)
-G.D’Annunzio-

 tratto da Alcyone “L’Oleandro”

Informazioni su culturaoltre14

Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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