“Poesia e l’enigma della parola”di Apostolos Apostolou

                           

Che cosa potrà voler dire allora essere poeta? Condurre una vita diparta, una vita diversa, soddisfatto di essere apprezzato da un piccolo numero di persone, rassegnato ad essere considerato dalla maggior parte come una persona un po’ strana oppure accettare anche con orgoglio una condizione di alienato, apertamente al margine?

Come si presenta la poesia enigmatica in Italia e in Grecia?   In Italia poeti come Massimo Bocchiola, Umberto Fiori, Antonella Anedda, hanno in comune l’ originalità dei versi con parole quotidiane. Parole quotidiane che non annullano la forma lirica, pur percorsa da toni, voci e da certi elementi dell’esperienza. Tuttavia i poeti italiani non rifiutano le nuove forme (come per esempio, le forme poetiche di postmoderno), eppure costruiscono una plurivoca. La sperimentazione incessante dei poeti nuovi italiani è la dissacrazione del linguaggio, cristallizzato nel convenzionalismo culturale. Nelle parole esiste una misteriosa qualità, ma anche nelle tematiche della poesia. Ricordo la poesia di Antonella Anedda, in cui la misteriosa qualità funziona come memoria. Nelle raccolte con titolo Dal balcone del corpo”, 2007, Antonella Anedda scrive: “Pensi davvero che basti non avere colpe per non essere puniti, ma tu hai colpe. / L’ aria è piena di grida. Sono attaccate ai muri. / basta sfregare leggermente. / Dai mattoni salgono respiri, brandelli di parole. / Ferri di cavalli morti circondano immagini di battaglie / le trattengono prima che vadano in un futuro senza cornici…”.
Su un altro livello si trova la poesia di Edoardo Zuccato, (poeta nato negli anni ‘60) che scrive, non sempre, in dialetto. La poesia di Zuccato come forma e contenuto diventa un ascolto con antico desiderio di silenzio e d’intimità. “Voglio dirtelo così, proprio in dialetto, / perché è una lingua di gente rozza / ma “io ti voglio bene” e “ti amo” / si può dire solo “mi ta vöri ben”. […] Voglio dirtelo così, proprio in dialetto, / perché tu leggerai solo la traduzione / di tutto l’amore che provo per te – come scrivendo ho fatto anch’io”. La poetessa greca Katerina Anghelaki-Rooke e le sue poesie, con una costante meditazione sulla morte, trattano la relazione tra l’essere umano e la natura, la ricerca esistenziale femminile, l’esperienza di essere donna in una società tradizionale, con un linguaggio semplice e colloquiale. Scrive nel libro “L’anoressia dell’esistenza”: Non ho fame né odore né dolore / forse altrove nel profondo soffro e non lo so / faccio finta di ridere / non desidero l’impossibile / il possibile nemmeno / i corpi a me proibiti / non mi saziano lo sguardo./ A volte guardo il cielo /con questa voglia /quando il sole spegne il suo bagliore / e l’amante celeste si arrende / all’incanto della notte./ Il mio solo partecipare / al vortice del mondo / è il respiro che emetto regolare./ Ma sento anche un’altra / strana complicità;/ d’improvviso mi prende l’ansia / per il dolore dell’uomo./Si distende sulla terra / come drappo cerimoniale / che pregna di sangue / ricopre miti e dei / si rigenera nei secoli / e coincide con la vita./ Sì, adesso voglio piangere/ ma la fonte fino alle lacrime è secca.” Nella  “La benedizione della mancanza” scrive:Rendo grazie alle mie mancanze. / Ciò che mi manca mi protegge/ da ciò che perderò. / Ogni mia capacità / disseccata nel campo incolto della vita /mi preserva dal fare gesti a vuoto, / inutili, banali. / Ciò che mi manca m’insegna. / Ciò che mi è rimasto / mi disorienta,/ perché mi proietta immagini dal passato / come fossero promesse del futuro./ Non posso, non oso / supporre nemmeno un angelo / fugace, perché io / su un altro / pianeta, senza angeli / discendo./ L’amore, desiderio che era / è ora un buon amico./ Insieme assaporiamo la malinconia del Tempo./Privami  – prego lo Sconosciuto / privami di altro ancora / Per farmi sopravvivere. (Traduzione di Nicola Crocetti)
Se ogni epoca produce la propria poesia, quella d’ oggi vuole essere una poesia della parola pensante su stanziatrice dell’errare del pensiero planetario. Tanto più poesia che pensa e si esprime, in quanto l’uomo comune tende in fretta a unificare le sue idee, così queste, frammentariamente come nella realtà coesistono, non siano più che pontenziale somma dei confronti dell’essere errante dell’ uomo. Uomo che è in ogni parte perché è padrone del linguaggio comune del pensiero planetario. Da qui la poesia, che è la essenza del linguaggio, ha il proposito di definirsi nella implicazione del suo tempo. Così è necessario e la poesia diventerà un incontro essenziale, ma anche una percezione, o penetrazione come una visione del mondo. Solo cosi la poesia esisterà come balsamo sulle ferite del uomo.
Ecco perché Rimbaud sosteneva che “il poeta è veramente un ladro di fuoco”. Ma anche Nietzsche diceva: “Flamme bit ich / stumm’ aus flamme bin sicherlich”. Il poeta è senza dubbio una tale fiamma.

Apostolos Apostolou
Docente di Filosofia

                                   

Informazioni su culturaoltre14

Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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