“Tutta la vita dell’anima umana” – leggendo Pessoa – di Maria Rosaria Teni

Continuando la lettura del “Libro dell’inquietudine”, (uscito per la prima volta in Portogallo solo nel 1982) a suo tempo intrapresa con una prima riflessione “Nell’inquietudine di Pessoa”  pubblicata in questa rivista, prosegue il mio viaggio all’interno del mondo di Soares alias Pessoa, nella progresiva conoscenza del suo diario intimo che svela  Pessoa-Soares eternamente combattuto  e comunque  teso alla ricerca della verità, diretto  alla distruzione del velo di Maya, il velo dell’illusione, che offusca  gli occhi degli uomini e fa loro vedere un mondo di cui non si può dire né che esista né che non esista, salvo però a non riuscire poi ad accettare ciò che vede, a inserirsi in quello che è la dinamica del mondo, nello scorrere della quotidianità. Il disagio  che si respira dalle confidenze di Soares è espressione di inquieta sofferenza verso una precaria condizione esistenziale che non si riesce ad arginare tanto si è sopraffatti da un fiume di trepidazioni e interrogativi corrispondenti alla necessità di individuare la specificità dell’individuo, carpire il suo modo di vivere il mondo e il suo  fluire attraverso il tempo e le sfaccettature imprevedibili di una  realtà  che cambia continuamente. E lo stesso Soares, in un momento di verità introspettiva,  giunge a esprimersi in questo modo: «Sono invecchiato attraverso le sensazioni… Mi sono logorato generando pensieri… E la mia vita è diventata una febbre metafisica […] » Un pensiero, il suo, che si alimenta del suo stesso pensare e si nutre di sensazioni a volte anche sospirate in un marasma di pensieri che affollano il suo universo emotivo. Trovo indescribile il suo essere analista del proprio animo e di avere la sublime capacità di far emergere anche sottili stupori e percezioni. Soares alias Pessoa è irreprensibile quando scrive del proprio disagio e in questo suo zibaldone di pensieri trasmette, con inusuale forza comunicativa, tutto il suo mondo interiore scisso tra fragilità, delicatezza, amarezza, passione e diviene contemporaneamente tragico, ironico, profondo e irrequieto.  Soares riflette sulla vita, sulla morte e sull’anima, ma anche sulle sue memorie più intime e sullo scorrere del tempo, sui colori e le emozioni che egli osserva intorno e dentro di sé. Ho trovato di una bellezza straordinaria la riflessione che di seguito riporto e che mi ha colpito per gli interrogativi con cui  risuona e che hanno suscitato in me un misto di contrastanti emozioni, le stesse emozioni che Soares vive nel suo inquieto vissuto.

«Tutta la vita dell’anima umana è un movimento nella penombra.
Viviamo, nell’imbrunire della coscienza, mai certi di cosa siamo o di cosa supponiamo essere. Nei migliori di noi vive la vanità di qualche cosa, e persiste un errore il cui angolo non conosciamo. Siamo qualcosa che accade nell’intervallo di uno spettacolo; a volte, attraverso delle porte, intravediamo ciò che forse non è altro che scenario. Tutto il mondo è confuso, come voci nella notte.
Proprio ora ho riletto queste pagine, nelle quali scrivo con persistente chiarezza e mi interrogo: Cosa è questo, e a cosa serve? Chi sono quando sento? Cosa muoio quando sono?
Come qualcuno che, da molto in alto, cerchi di distinguere la vita a valle, così io stesso mi contemplo da una cima, e sono un tutto uno con il paesaggio indistinto e confuso.
È in queste ore di abisso nell’anima che il più piccolo particolare mi opprime come una lettera d’addio. Mi sento costantemente alla vigilia di un risveglio, mi procura sofferenza l’involucro di me stesso, in un soffocamento di conclusioni. Di buon grado griderei, se la mia voce giungesse da qualche parte. Ma c’è un grande sonno in me che si sposta da sensazione a sensazione come una successione di nuvole, di quelle nuvole che cospargono, dei diversi colori del sole e di verde, l’erba maculata di ombre dei vasti campi.
Sono come qualcuno che cerca a caso, non sapendo dove sia stato nascosto l’oggetto che non gli hanno chiarito cosa fosse. Giochiamo a nascondino con nessuno. C’è, altrove, un sotterfugio trascendente, una divinità fluida e solo percepita.
Rileggo, sì, queste pagine che rappresentano ore povere, piccoli riposi o illusioni, grandi speranze indirizzate verso il paesaggio, pene come stanze in cui non si entra, certe voci, una grande stanchezza, il vangelo ancora da scrivere.
Ciascuno ha la sua vanità, e la vanità di ciascuno è la dimenticanza che esistono altri con anima uguale alla nostra. La mia vanità sono alcune pagine, alcuni brani, certi dubbi…
Rileggo? Ho mentito! Non oso rileggere. Non posso rileggere. A che mi serve rileggere? Ciò che è lì è un’altra cosa. Non capisco più niente…»

 

Informazioni su culturaoltre14

Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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