“Leggendo “Shirley” di Charlotte Brontë”

«Il dono della poesia è il più bello, il più divino che sia concesso all’uomo. E certo serve a lenire le emozioni, quando la loro forza si fa pericolosa. Perciò, credo, non si dovrebbero mai scrivere versi solo per esibire acume o dottrina. A chi può importare di quel tipo di poesia? Chi se ne cura delle frasi dette, delle parole ben scelte? Non vale di più il sentimento genuino, forse espresso con semplicità, financo rozzamente?» leggendo “Shirley” di Charlotte Brontë. Un libro che mi ha catturato, mi ha fatto entrare in un mondo impalpabile in cui è l’anima dei protagonisti a materializzarsi nelle frasi e nei capitoli che scorrono con elegante fluidità. È straordinaria la scrittura al femminile in quest’epoca contraddittoria quale è quella rappresentata dal periodo vittoriano, in cui sono emerse notevoli scrittrici che hanno avuto l’ardire di rappresentare la realtà a loro contemporanea nonostante la palese difficoltà di esternare sentimenti che altresì venivano intenzionalmente celati all’universo femminile. Esplicativa la considerazione che Mario Praz fa di Charlotte Brontë, nel definirla «Una figura energica di donna». Si ha la possibilità di cogliere una prospettiva moderna dei modelli femminili dell’età vittoriana che si incarnano nelle scrittrici che hanno illuminato con il loro talento un periodo particolarmente complesso e articolato. Il secolo XIX ha visto risplendere la dote narrativa di Jane Austen, George Eliot, Elizabeth Gaskell  e le sorelle Brontë, pur con le difficoltà connesse con le rilevazioni di genere, tanto da costringere le scrittrici ad avvalersi di uno pseudonimo maschile , come avveniva tra l’altro anche in ambito artistico e musicale. Le fonti riportano la descrizione dei primi incontri col pubblico da parte di Charlotte e delle sue sorelle che erano conosciute con pseudonimi maschili: Currer Bell per Charlotte, Ellis e Acton Bell rispettivamente per Emily e Anne. La storia delle sorelle Bronte ha quasi il sapore della leggenda e tanto si conforma alla natura selvaggia e alle asperità dello Yorkshire, la contea in cui crebbero insieme al padre dopo la prematura scomparsa della madre, da sembrare essa stessa uno dei romanzi scritti dalle Brontë in un’atmosfera di cupo realismo e inquietanti pulsioni, mista a una innata curiosità intellettuale e alla irrefrenabile volontà di sopravvivere alle ferree imposizioni paterne. Charlotte Brontë, autrice di “Jane Eyre”, ha dato vita a una rappresentazione efficace non solo della società vittoriana ma dell’intera epoca narrando una storia d’amore inaccettabile dal punto di vista della morale corrente ma carica di una forza appassionata e combattiva, che riesce a dimostrare la capacità di lottare e di credere nei sentimenti fino in fondo.  Il romanzo di Charlotte che, tuttavia, prediligo, è senza dubbio “Shirley”, scritto nel 1849, dove a parer mio viene presentato un contesto sociale più definito anche nelle vicende che si articolano tra i protagonisti, delineati con perizia e raffinata cura dei dettagli psicologici. Si percepisce la sicurezza che deriva dal benessere economico della ricca e tenace proprietaria terriera Shirley, l’umile e riluttante compostezza dell’orfana priva di mezzi Caroline e la sicumera di Robert Moore, industriale caparbio e apparentemente invincibile: uomini e donne, icone di un processo di trasformazione che la società sta subendo in ordine alle contraddizioni insite nel periodo di industrializzazione all’interno della società inglese. Un altro aspetto che emerge è quello del matrimonio e del ruolo della donna: in particolare, attraverso i pensieri di Caroline affiora l’incertezza di una giovane che, impossibilitata a sposarsi, non saprebbe che fare della sua vita; ci si aspetta che ricami e passeggi per il resto dei suoi giorni ma ciò è mortificante. D’altra parte, sposarsi significa spesso sottomettersi al marito, occupando una posizione appartata e altrettanto insoddisfacente. “E chi si preoccupa dell’immaginazione? Chi non la giudica piuttosto pericolosa, un attributo insensato…affine alla debolezza e forse anche partecipe della pazzia…non una qualità ma piuttosto un difetto della mente? Probabilmente tutti la giudicano così, tranne quelli che la posseggono, o che si illudono di averne”.

“Shirley” è un romanzo dell’interiorità per l’analisi e lo scavo continuo nel cuore di ognuno di essi, dove si agitano emozioni che non possono essere svelate, sensazioni e tormenti e dove, tra le righe, il senso di fragilità e di impotenza, a volte fa capolino per essere però sopito da una grande forza di volontà. “Shirley” narrando la storia di un’eroina ottocentesca delicata e intrepida, timida e tenace che non si scoraggia mai, neppure quando i suoi progetti d’amore sembrano cadere rimanendo vicina all’uomo che ama e che resterà conquistato dalla sua fedeltà, dimostra questa forza e questa capacità di combattere. Tra l’altro tutto il racconto della vita di Shirley è ambientato in un periodo travagliato e per molti versi contradditorio della storia d’Inghilterra. L’avvento della macchina nei cotonifici inglesi ha prodotto un inevitabile ridimensionamento di manodopera e tanti operai furono licenziati in massa e sostituiti dai primi rudimentali meccanismi dell’industrializzazione. Una storia, quella della rivoluzione insustriale, che tutti abbiamo studiato e che ci ha fatto riflettere sulle ripercussioni che la rivoluzione industriale ha avuto per il mondo del lavoro, con duri contrasti fra padroni e lavoratori i quali, nel disperato tentativo di tutelare il proprio diritto al lavoro, hanno portato avanti una campagna di distruzione delle macchine. “Shirley” è infatti un romanzo storico e sociale in cui prima di tutto si parla dell’Inghilterra, delle lotte operaie, della crisi, ma anche del dualismo incombente tra la spinta verso la modernità e i bisogni concreti della popolazione. Stessa ambientazione si ritrova nel romanzo “Nord e Sud” di Elisabeth Gaskell e questo non fa che confermare la partecipazione delle donne alle questioni sociali ed economiche che si avvicendavano nella società industrializzata del primo Ottocento, precisando che la scrittura femminile, secondo me, si anima di un ardore e di una veemenza ancora più marcata. Nei due romanzi si individuano inequivocabili tratti in comune, distintivi del realismo  che pervade le condizioni di vita delle classi meno abbienti e descrizioni di  alcuni moti di rivolta che ricordano le sommosse, storicamente avvenute.
“Shirley” è un romanzo poderoso, poetico a tratti perché ricco di spunti lirici e introspettivi, ma soprattutto è un’opera ardita come le tante opere scritte dalle donne del XIX secolo. In questo periodo, le donne che hanno qualcosa da dire, e che vogliono scrivere ciò che hanno da dire, trovano il coraggio di mandare in stampa i loro lavori anche cambiando nome, ma non si fermano, non arrestano la loro creatività per ritornare a rivestire ancora un ruolo stereotipato che le vede silenziose ai margini e subalterne.  Un romanzo da leggere e rileggere, perché a ogni lettura si colgono sfumature sempre più preziose, come preziosa è la penna di Charlotte.
Maria Rosaria Teni

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Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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