“Dalla cultura del Narcisismo alla cultura della Subordinazione, dell’Insicurezza e delle Dimissioni” di Apostolos Apostolou

Narcisismo: termine psicoanalitico che indica l’amore dell’individuo per la sua immagine, come nell’antico mito di Narciso. Freud definisce compiutamente il narcisismo come il “completamento libidico dell’egoismo della pulsione di autoconservazione dell’uomo”. La parola “narcisismo” proviene dal mito greco di Narciso. Secondo il mito, Narciso era un bel giovane che rifiutò l’amore della ninfa Eco. Come punizione fu destinato ad innamorarsi della sua stessa immagine riflessa nell’acqua. Incapace di consumare il suo amore, Narciso “rivolge lo sguardo rapito nello specchio d’acqua, ora dopo ora” e infine viene mutato in un fiore che porta il suo nome, il narciso.
Nel 1911 Otto Rank pubblicò il primo documento psicoanalitico specificamente interessato al narcisismo, collegando quest’ultimo alla vanità e all’auto-ammirazione. Nel 1923, Martin Buber pubblicò il saggio “Ich und Du” nel quale sottolineò che il nostro narcisismo ci porta spesso a relazionarci con gli altri come se questi fossero degli oggetti invece che nostri pari. Secondo Erich Fromm  i  leader politici e capi di ogni tempo hanno ed hanno avuto numerose occasioni di alimentare il proprio narcisismo. Si crea così il fenomeno del ‘narcisismo sociale’, che Fromm individua come la fonte di ogni razzismo e guerra tra i popoli.

Christopher Lasch, sociologo e storico statunitense, prematuramente scomparso nel 1994, è uno dei dodici maestri irregolari proposti da Filippo La Porta. La sua opera più importante è un saggio sociologico del 1979, che gli ha dato fama mondiale:” La cultura del narcisismo”. L’uso che ne ha fatto Christopher Lasch, è alquanto differente dalla definizione originale di Freud, utilizzata per “designare il comportamento di una persona che tratta il proprio corpo allo stesso modo in cui è solitamente trattato il corpo di un oggetto sessuale”. Gli uomini, secondo C. Lasch, imparano ad abbandonare il mito del “self-made man” (possiamo dire  l’autoconservazione, o miglioramento di sé severo), ascetico e laborioso, modello di operosità, moderazione e soprattutto autodisciplina (vede: Christopher Lasch, La cultura del narcisismo L’individuo in fuga dal sociale in un’età di disillusioni collettive , trad.it. Bompiani, Milano, 1988, cfr .pp 67,68,69)  per sostituirlo con uno di massimizzazione degli interessi personali immediati. Christopher Lasch, ha parlato di demolizione della tradizione, della famiglia, delle comunità locali. La soddisfazione di piaceri effimeri ed egoistici, l’inseguire una gratificazione ai danni della comunità, era, secondo Lasch, il destino della nostra era. Il fallimento politico del liberalismo coincide col suo fallimento intellettuale: le discipline scientifiche che ha promosso, forti in passato di una fiducia illuministica nella conoscenza, non forniscono più spiegazioni soddisfacenti dei fenomeni che si pretende di chiarire. La teoria economica neoclassica non riesce a spiegare la coesistenza di disoccupazione e inflazione; la sociologia non tenta nemmeno di delineare una teoria generale della società moderna; la psicologia accademica non raccoglie la sfida di Freud per una analisi in profondi là delta vita quotidiana. Le scienze naturali, dopo aver promesso soluzioni risolutive, ora si affrettano a dichiarare che la scienza non offre rimedi miracolo si per i problemi sociali. Nell’ambio delle scienze umanistiche, lo smarrimento è tale da portare a una generale ammissione dell’incapacità degli studi umanistici a dare un contributo all’interpretazione del mondo moderno. I filosofi non spiegano più quale sia la natura delle cose, ne pretendono di dirci come si debba vivere. La società sempre più ingovernabile, come ripetutamente lamenta la classe al governo, senza peraltro riconoscere le sue responsabilità  nel determinare questa situazione; ma questa stessa sfiducia può porre le basi di una nuova capacità di autogoverno, così da superare il bisogno stesso che da origine all’esistenza di una classe dirigente separata. Ciò che gli osservatori politici interpretano come indifferenza dell’elettorato può rappresentare, al contrario, un salutare scetticismo nei confronti di un sistema politico in cui la menzogna e la frode sono diventate una prassi abituale ed endemica. La sfiducia negli esperti può contribuirle a diminuire la dipendenza dagli esperti che ha paralizzato la capacità di iniziativa personale. La burocrazia moderna ha indebolito le antiche tradizioni di attività locale, la cui rinascita ed espansione offrono l’unica speranza che dalle rovine del capitalismo possa emergere una società tollerabile. Davanti all’inadeguatezza delle soluzioni proposte dall’alto, la gente a costretta a inventare soluzioni dal basso. La crisi di legittimazione delle burocrazie statali, secondo Ch. Lasch, ha contagiato anche le burocrazie delle grandi imprese – i veri centri di potere della società contemporanea. Nelle piccole città e negli affollati quartieri urbani, perfino nelle zone residenziali suburbane, uomini e donne hanno avviato modesti esperimenti, dico operazione, intesi a difendere i loro diritti contro l’ingerenza delle multinazionali e dello stato. La “fuga dalla politica”, sostiene Ch. Lasch, come viene definirla dall’elite dirigenziale e politica, può invece essere un segno che rivela la crescente riluttanza delle persone a partecipare al sistema politico nelle vesti di consumatori di spettacoli prefabbricati. Può non denotare affatto, in altre parole, un rigiro dalla politica,ma annunciare le fasi iniziali di una rivolta politica generale. Il narcisismo rappresenta la dimensione psicologica di questa dipendenza. Malgrado le occasionali illusioni di onnipotenza, il narcisismo attende da altri la conferma della sua autostima. Non può vivere senza un pubblico di ammiratori. La sua apparente liberta dai legami familiari e dai vincoli istituzionali non lo rende più autonomo, o fiero della propri a individualità. Al contrario, essa alimenta l’insicurezza,che può essere superata solo cogliendo nelle attenzioni altrui il riflesso del suo “io grandioso”,oppure associandosi a chi gode di carisma, fama e potere. Per il narcisista il mondo è uno specchio,mentre per l’individualista primitivo era una terra di nessuno da modellare secondo la sua volontà. I mass media, col loro culto della celebrità e il  relativo contorno di fascino e richiami sensazionali, hanno fatto dell’America un paese di fan, di spettatori. Dando corpo e sostanza ai sogni narcisistici di fama e gloria incoraggiano l’uomo comune a identificarsi con gli idoli dello spettacolo e a odiare la “massa”, moltiplicando le sue difficoltà ad accettare la banalità dell’esistenza quotidiana.

E, come dice Cornelius Castoriadis, l’oggetto della politica non è la felicità; questa è una concezione erronea. È la concezione che risale al Settecento e all’Ottocento, ed è stata anche la concezione di Marx. Questa concezione – continua Cornelius Castoriadis – non è solo erronea, ma anche catastrofica. Del resto, in questo senso, quando parlo di politica non intendo la professione dei singoli uomini politici ma l’azione collettiva, cosciente e meditata, che mira a trasformare le istituzioni per farne delle istituzioni di libertà, di autonomia. D’altra parte, oggi viviamo il narcisismo dello pseudo – individualismo, (l’uomo cibernetico del nostro tempo sia l’espressione massima del suo ego, è una sonora bufala) questa pubblicità e questa ideologia sono menzognere, perché quel preteso individualismo, quel preteso narcisismo di cui ci riempiono le orecchie, è uno pseudo – individualismo. E Cornelius Castoriadis dice con enfasi: “In che cosa consiste l’individualismo attuale? Nel fatto che tutte le sere, alle otto e mezza, tutte le famiglie francesi si mettono davanti alla televisione, premono gli stessi bottoni per ricevere gli stessi programmi televisivi, e ascoltare le stesse stupidaggini. Insomma, quaranta milioni d’individui, come se obbedissero ad un ordine militare, fanno la stessa cosa: e questo lo si chiama individualismo!”. L’individuo robotizzato delle società moderne, non ha alcun Ego, non essendo in possesso di alcun parametro di solido riferimento attraverso il quale addivenire a delle scelte oggettive! “Viviamo nel totale relativismo, etico, morale affettivo e spirituale. Non serviamo più a nulla, non abbiamo scopi, vere motivazioni, se non la meccanica sopravvivenza condizionata da un residuo istinto di auto/conservazione, che si sta spegnendo e che porterà una gran parte dell’umanità ad un suicidio di massa” – sottolinea Gianni Tirelli.

Oggi, ogni forma di sicurezza pare irraggiungibile o  provvisoria o fittizia.  Il bisogno di evasione diventa urgente e guida il comportamento collettivo. La famiglia, che un tempo era l’oasi della sicurezza, sembra ora incapace di comunicare coi suoi membri che tendono a disperdersi e a vivere in buona parte fuori di casa. Il divertimento, in tutte le sue forme, diventa un bisogno incontenibile perché non è la paura rasserenante dell’attività quotidiana ma il fine per cui si vive.  Ci troviamo anche in mezzo ad una crisi estetica la quale supera ogni controllo critico, di rigetto supera simultaneamente anche la pretesa di essere comparata al fatto stesso sotto giudizio. Ecco perché pretendiamo che la “rappresentazione” sia finita prima ancora di cominciare, visto che la “rappresentazione” in  quanto copia di un’ altra non è accaduta mai. Così con la fine della rappresentazione ricerchiamo la scrittura poetica ma anche la pittura o la scultura, la regia, eccetera,  che si trovano al “centro delle grandi essenze”, mentre la filosofia si trova nella decentralizzazione  e la politica nell’ inizio dell’incertezza. I motivi dell’insicurezza non sono fittizi ma reali. E l’uomo non è fatto per eliminare il rischio ma per fronteggiarlo. La società si sgretola in un pullulare di egoismi, disuguaglianze crescenti e perdite di solidarietà. Cresce l’assenteismo elettorale, mentre i partiti sono sempre meno “rappresentanti del popolo” e sempre più burocrazie volte a perpetuare il loro potere. Il volere stesso è mediato da modelli della volontà, da un far- volere quali la persuasione o dissuasione. Così la comunicazione non è un parlare ma un far- parlare e l’informazione non è un sapere ma è un far-sapere.

Cornelius Castoriadis, parlando come siamo arrivati a questa degenerazione della democrazia e della libertà individuale, dirà. “Io pongo la data del cambiamento intorno al 1950. In quel tempo la società cessa di mettersi in questione”. Ora, una società’ democratica- ricordiamo Socrate e le sue continue domande- è appunto un “mettersi in questione”: sa e deve sapere che non c’è risultato assicurato e, a partire da questo sapere, la società crea significati. Ma s’apre questo, è sapersi mortali. L’esperienza della libertà è l’esperienza della mortalità di tutti i significati. Ora se c’è una cosa evidente della società contemporanea occidentale è la sua paura della morte, il suo sforzo di nasconderla. Non senza relazione con questo rifiuto di “mettersi in discussione” è avvenuta la privatizzazione della vita…” (Intervista concessa a Maurizio Blondet, su Avvenire  26-2-1992 traduzione in italiano Gabriella Giudici. ). Una tale strategia di morte dei valori attraverso dei segni di esorcismo è  la cultura della subordinazione .

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia.

Informazioni su culturaoltre14

Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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