“La festa patronale” di Maria Rosaria Teni

Erano i primi anni ’70. I rigurgiti del Sessantotto erano ancora palpitanti e gli eventi drammatici che tutti conosciamo avevano già cominciato a scuotere la nostra penisola, eternamente divisa, perennemente sospesa tra sete di giustizia e voglia di riscatto, nel vano tentativo di affrancarsi da sudditanze secolari e umilianti.

Da poco rientrati nel piccolo paese del Sud Italia, dopo una lunga permanenza nella capitale lombarda, la Milano accogliente e promettente di tanti anni fa, eravamo, io e mio fratello, due adolescenti ben educati e assai spaesati, disorientati nell’impatto con il paese d’origine che, in realtà, non avevamo ancora conosciuto. Il nostro viaggio a Milano era cominciato infatti otto anni prima quando, ancora piccoli, non avevamo avuto il tempo di mettere radici nel paese natio, per cui il nostro paese era rappresentato dalla città meneghina che ci aveva accolto e assecondato, contribuendo alla nostra crescita. Come potevo dunque reagire, una volta lasciato l’ambiente in cui mi ero mossa fino ad allora e in cui avevo ormai creato la mia rete di relazioni e di abitudini? Un naturale rifiuto seguito da una sottile diffidenza ha accompagnato i primi giorni del nostro arrivo nel mio paese d’origine. Lentamente prendevo consapevolezza delle caratteristiche totalmente differenti, cui avrei dovuto abituarmi e con cui avrei dovuto convivere: strade solitarie e assolate, nei pomeriggi d’estate interminabili e afosi, e inverni brevi, soleggiati e allietati da tramontane civettuole, ma senza un fiocco di neve! Nel Sud la neve è un evento! Che differenza con le belle nevicate che, durante le vacanze di Natale, imbiancavano i campetti dove i bimbi del quartiere si riunivano per costruire tronfi pupazzoni di neve, armati di sciarpe e cappelli e di immancabili carote a mo’ di naso!

Per non parlare del fastidioso imbarazzo negli incontri con i compaesani che chiedevano a noi, ormai ragazzi, l’età, la provenienza, l’appartenenza… Eh sì, in ogni paese che vai è consuetudine la domanda: «Di chi sei figlio?» oppure «Quanti anni hai?» o ancora «Tutto tuo padre» o «Hai preso tutto da tua madre!». Cicalecci palesi o sotterranei; occhi che osservano da dietro finestre semichiuse, protesi a scrutare, annotare, commentare.

Una delle prime novità, che poi ha caratterizzato tutta la mia vita a seguire, è stata rappresentata dalla festa patronale che nel mio paese si celebra la terza domenica di luglio: Festa della Madonna del Pane. Un pullulare di bancarelle, palloni e giocattoli issati su corde e traballanti al minimo soffio di brezza calda e delicata, mandorle dolci dal profumo inebriante, suoni, tanti, da ogni parte. I suoni della banda, riunita nella cassarmonica, un’impalcatura luminosa che termina con una cupola e ha un palco circolare che ospita i musicisti, inviolabile e sontuosa; i suoni dei giostrai che echeggiano da una parte all’altra delle vie popolate da giovani e meno giovani vestiti nei loro abiti a festa e con indosso sorrisi spensierati. Nei primi anni del mio ritorno in paese ho odiato questa festa! La sentivo lontana, imposta, obbligata a vivere senza sentirla effettivamente parte di me! Mia madre, nei dettami della tradizione e mettendo a frutto le sue ottime qualità nel cucito, confezionava i nostri abiti per la festa. Essendo la femminuccia di casa, l’abito era riccamente adornato di merletti e di tanta cura e amore. Per me era una tortura! Un tormento indossare un abito che mi faceva sentire goffa e inadeguata. Col tempo la mia cara mamma l’ha capito e mi ha lasciato in pace quando preferivo di gran lunga rimanere a casa a leggere o a studiare gli esercizi al pianoforte, anziché addobbarmi e andare su e giù tra luminarie e bancarelle. Facevo eccezione solo quando mio padre, timidamente ma con grande rispetto, mi chiedeva di accompagnarlo ad ascoltare la banda, amando commentare con me, che studiavo musica, le esibizioni dei musicisti impegnati in arie d’opera celebri e di grande bellezza. Le note della “Lucia di Lamermoor” o di “Casta Diva” che si innalzavano dal coro di ottoni, raggiungendo un cielo di stelle nella sera di luglio, valevano tutto lo sforzo di affrontare il frastuono della festa e mi procuravano emozioni indescrivibili. Il viso di mio padre che si beava di melodie stupende e che assaporava l’atmosfera di pace che solo chi ama la musica può comprendere è ancora nel mio ricordo, vivo, attuale. Le arie immortali, anche se a volte eseguite con un tempo incerto, anche se a volte adattate per trascrizioni ardite, sono armonie che si traducono in suggestioni talmente grandi da procurarmi ancora oggi un’emozione forte. O forse, a pensarci bene, l’espressione estasiata di mio padre che mi stringeva la mano, cercando di trasmettermi le sue sensazioni, era la mia fonte di commozione più grande e assoluta.

Oggi non riesco più ad ascoltare una banda che suona. Anche la festa non è più una semplice ricorrenza di una tradizione che si perpetua nel tempo, ma il ripercorrere momenti della mia vita che esistono solo nei miei ricordi. Tante sono le cose che hanno subito trasformazioni, a cominciare dalle nostre vite che hanno percorso, nel frattempo, tanta strada perdendo nel cammino pezzi di cuore, di anima, di affetti per ritrovarsi inariditi per le lacrime versate!

L’aria di festa è intrisa di nostalgiche reminiscenze e una cassarmonica, issata nella piazza del paese, da tempo non è più sinonimo di festa, ma assume la sembianza di triste simulacro di un’assenza brutale, sconvolgente, inevitabile. Una mancanza di una pienezza esistita che non si è esaurita col tempo. Rivive una stanca atmosfera di vuoto, benché le luminarie illuminino le vie di un paese distante dal mio orizzonte, perché mi sforzo di non vederlo, perché mi impongo di non accorgermi che è svuotato dei miei anni, delle persone care, dei miei gesti consueti.

Oggi la festa patronale è solo la festa dei ricordi e i ricordi, si sa, non sono sempre piacevoli, non sono sempre confortanti.

A volte fanno male.

Maria Rosaria Teni

 

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Informazioni su culturaoltre14

Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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2 risposte a “La festa patronale” di Maria Rosaria Teni

  1. Patty ha detto:

    È una splendida confidenza, descritta riccamente ma con tanta discrezione. E prepotente affiora il ricordo e la tristezza, per il passato e per quegli affetti forti e vivi anche se non sono più. Grazie per averci fatto respirare quest’aria d’intimo e segreto

    Mi piace

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