“Sonetti” di Eleonora de Fonseca Pimentel

III

Sola fra miei pensier sovente i’ seggio,

E gli occhi gravi a lagrimar m’inchino,

Quand’ecco, in mezzo al pianto, a me vicino

Improvviso apparir il figlio i’ veggio.

Egli scherza, io lo guato, e in lui vagheggio

Gli usati vezzi e ‘i volto alabastrino;

Ma come certa son del suo destino,

Non credo agli occhi, e palpito, ed ondeggio.

Ed or la mano stendo, or la ritiro,

E accendersi e tremar mi sento il petto

Finché il sangue agitato al cor rifugge.

La dolce visione allor sen fugge;

E senza ch’abbia dell’error diletto,

La mia perdita vera ognor sospiro.

Eleonora de Fonseca Pimentel (1752-1799) Nacque a Roma il 13 genn. 1752 da Clemente e Caterina Lopez de Leon. Era dunque giovanissima quando, nel luglio del 1760, al tempo della massima tensione tra la corte di Lisbona e la Curia romana, causata dall’espulsione della Compagnia di Gesù dal Portogallo e dalle colonie, l’ambasciatore portoghese a Roma, al fine di evitare qualsiasi atto di ritorsione, ordinava a tutti i sudditi della Corona di lasciare entro tre mesi i territori dello Stato della Chiesa. Il padre era di antica famiglia spagnola, un ramo della quale si era trasferito alla metà del XVII secolo dalla Spagna al Portogallo, era giunto a Roma verso il 1750 e vi si era stabilito insieme con i nipoti, figli del fratello Ferdinando, la moglie di lui, Michela Lopez, anch’essa di nobile famiglia portoghese, una sorella di lei, Caterina, la futura madre di Eleonora, e uno zio, l’abate Antonio Lopez. Fu quest’ultimo, seguendo il suggerimento del console portoghese de Sá Pereira, dei quale era buon amico, a indurre, nel 1760, il trasferimento di tutta la famiglia a Napoli. Fin dall’adolescenza  apparve dotata di un non consueto insieme di naturali talenti che trovarono nutrimento nella sua prima formazione culturale, affidata all’abate suo zio, “uomo assai noto per la probità e valore nelle lettere” (Arch. di Stato di Napoli, Atti del Proc. di separazione coniugale Fonseca. Tria, Dep. di D. Giuseppe de Souza, ff. 94-98): l’itinerario elettivo che ella, nei primi anni della sua giovinezza, percorse fu quello colto, illuminato, cosmopolita che offriva la Napoli della seconda metà del XVIII secolo, in cui confluivano due tra i motivi ispiratori dell’epoca, la necessità di una riforma pedagogica che favorisse il diffondersi, accanto alla tradizione classica e giuridica, di una mentalità scientifica e tecnica e la fede nell’ingegno delle donne. Dalle testimonianze in suo favore rilasciate nel 1784 in occasione del processo di separazione che la oppose al marito emergono più minuti particolari sul suo impegno e sulla sua volontà di primeggiare. L’italiano, il portoghese, il francese furono lingue che scrisse correntemente, l’inglese quella di molte sue letture. Prese lezioni di greco, latino e storia antica da G.V. Meola, che conobbe alle “conversazioni” che si tenevano in casa del marchese di Varolla, F. Vargas Maciucca, dove il Meola la udì “recitare eleganti versi ed altre poesie dalla medesima composte” (Ibid., Dep. di V. Meola, ff. 85-89). E F.M. Guidi, matematico, allievo dell’abate V. Caravelli, frequentatore della casa paterna dove pure convenivano “vari letterati” che “su varie scienze le discorrevano”, acconsentì a istruirla sui principi della matematica, avendola trovata “molto portata per le scienze” (Ibid., Dep. di F. M. Guidi, ff. 90-94). Il campo delle sue prime prove fu la poesia. Sedicenne, nel 1768, diede alle stampe Il tempio della gloria (Napoli 1768), un epitalamio per le nozze di Ferdinando IV e Maria Carolina d’Austria in cui già si fiemava con il nome accademico (anagramma del suo) di Epolnifenora Olcesamante, aggregata all’Accademia dei Filaleti come, poco più tardi, lo sarà all’Arcadia con quello di Altidora Esperetusa. Seguì una serie di sonetti che, apparsi nella tradizionale forma della partecipazione a raccolte poetiche, documentano dei suoi rapporti con eruditi e letterati non solo napoletani. Nel 1770 pubblicò, in una raccolta messa insieme da L. Serio, versi per le nozze di Maddalena Serra di Cassano con il conte di Policastro (in Componimenti per le nozze Gherardo Carafa conte di Policastro…, Napoli 1770, p. 82); l’anno successivo un suo sonetto figurò nei Componimenti per la morte di Monsignor Giovanni Capece de’ baroni di Barbarano… (ibid. 1771), e del 1773 è un sonetto compreso nelle Rime di donne illustri pubblicate dalla veneziana Luisa Bergalli (in L. Ferri, Biblioteca femminile italiana, Padova 1842, p. 289). Al coro delle lodi che subito le tributò la società colta napoletana si aggiunse la voce di P. Metastasio, al quale la F. aveva inviato i suoi lavori confessando che la propria ispirazione era maturata alla “assidua lettura degli scritti suoi” (Metastasio, 1832, p. 1048). Il Metastasio le rispose con una lettera datata 9 ott. 1775 nella quale lodava “la nobile e annoniosa franchezza” nel verseggiare, la “vivace immaginazione” e la sicurezza dell’erudizione storica e mitologica (ibid.). Della “forma metastasiana” dei versi giovanili della F. parlerà B. Croce che, nel tracciarne la biografia, per primo li raccolse quali “documenti del suo sentimento e del suo pensiero nel periodo illuministico e riformatore” (1943, p. 175 n.), giudicandoli, quanto a valore poetico, “semplici versi, assai facili e non privi talora di qualche vivacità” (1968, p. 15). Al clima di fiducia nell’azione riformatrice dei sovrani la F. aderì con slancio. Nel 1775 diede alle stampe La nascita di Orfeo (Napoli), una cantata per il neonato principe ereditario. In essa (rist. in Il Monitore napoletano del 1799. Articoli politici seguiti da scritti vari in verso e in prosa…, a cura di B. Croce, Bari 1943) la favola mitologica di Orfeo, inviato da Giove a redimere gli uomini dallo stato di natura, si intreccia al destino dei piccolo Carlo Francesco di Borbone erede di una dinastia di sovrani che, corretti gli abusi e le ingiustizie della società, la “innalzerà … all’ultimo stato di felicità e di perfezione” (p. 176). Alla funzione storica e politico-sociale della monarchia la F. dedicava più impegnative riflessioni nella prefazione in prosa al Trionfo della virtù (s.l. né d., ma Napoli 1777), componimento drammatico nel quale si celebrava il marchese di Pombal, ministro di Giuseppe I del Portogallo, la cui politica riformatrice aveva suscitato vivissimo interesse in tutta Europa. In apertura la F. si soffermava sulla natura etica del rapporto tra il sovrano “distributore della giustizia e provvidenza eterna” e il ministro riformatore che non è “solamente immagine del Re, ma insieme l’immagine de’ popoli, per cui e i bisogni e le preghiere di questi si sollevano al trono …”; da tale fondamento scaturivano “la dignità del potere regio e la fermezza della pubblica felicità” (Il Monitore…, ed. 1943, pp. 201 s.). Furono questi per la F. anni che possono ben essere considerati come quelli della “sua fioritura cosmopolita” (Venturi, 1984, p. 227). Mentre infatti la relazione letteraria con il Metastasio raggiungeva il culmine, iniziò uno scambio epistolare con Voltaire che nel 1776 sul Giornale letterario di Siena le dedicava alcuni versi in risposta a un sonetto che ella gli aveva inviato e del quale non è rimasto alcun esemplare (Versi del sig. di Voltaire responsivi ad un sonetto della nobile ed egregia donzella E. F. di P. abitante a Napoli, luglio 1776, p. LXXI). Nel 1778 i Fonseca divennero a tutti gli effetti sudditi del Regno e, con regio decreto, venne loro riconosciuta la nobiltà portoghese. Nel febbraio la F. sposò Pasquale Tria de Solis, di famiglia appartenente alla piccola nobiltà napoletana, tenente del reggimento nazionale del Sannio. La sua vita familiare fu infelicissima. Nell’ottobre dello stesso anno le nacque il figlio Francesco; il piccolo non sopravvisse che otto mesi e due successive gravidanze, interrotte per i maltrattamenti subiti e per il clima di violenza dal quale finì per essere sommersa la sua vita domestica, le tolsero ogni ulteriore speranza di maternità, minandole gravemente la salute. La perdita del figlio le ispirò cinque sonetti (Sonetti di Altidora Esperetusa in morte del suo unico figlio, Napoli 1779), che possono considerarsi per i versi caldi, ricchi di sentimento e per l’assenza di accenti retorici tra i suoi componimenti migliori. La F. pubblicò anche un’Ode elegiaca – testimonianza, per i particolari sui quali si sofferma, del suo interesse per le scienze naturali – dedicata al chirurgo che l’aveva assistita, salvandole la vita, in occasione di un aborto. Sono questi gli unici suoi componimenti che rivestano carattere personale. Nel 1780 partecipò alla manifestazione di apertura della Reale Accademia di scienze e belle lettere istituita nel 1778 da Ferdinando IV con l’intento di promuovere le discipline scientifiche e favorire l’aggregazione intellettuale: una cronaca del tempo riporta che “si recitarono sette sonetti, sei de’ quali di altrettanti poeti, ed uno di una poetessa, D. Eleonora de Fonseca Pimentel, detta la Portoghesina” (Croce, 1954, p. 129). Il contrasto con il marito, che inizialmente trasse forse motivo dalla disparità di condizione e di modi delle due famiglie – colti e di vaste relazioni i Fonseca, tradizionalisti, appartenenti a quel ceto di piccola nobiltà assai vicino all’ambiente popolaresco, i Tria de Solis – si risolse ben presto in un insanabile dissidio, nell’ansia per un dissesto patrimoniale che ridusse la F. a “mendicare le cose più necessarie”, nelle privazioni di una esistenza appartata nella quale “veniva a me impedito il libero sfogo con chiunque, spiato ogni mio passo o letto intercettato qualunque rnio scritto o biglietto”, appuntandosi il risentimento dei marito soprattutto sui suoi studi e le sue letture, tanto che un giorno “giunse al pazzo furore di voler bruciare due libretti di epistole inglesi contenenti la storia di quell’isola ed altri di belle lettere francesi stampati in Olanda (lingue ambedue a lui ignote) traendo argomento dalla lingua e dal luogo che dovessero essere ereticali ed affermando che egli come marito poteva e voleva guidare le mie azioni e la mia coscienza” (Arch. di Stato di Napoli, Atti del Proc. …, Dep. di E. F. P., ff. 94-98). A tale convivenza pose fine nel 1784 il padre Clemente che diede avvio a una richiesta di separazione, a seguito della quale la F. poté lasciare la casa coniugale. Il processo che ne seguì era appena terminato in fase istruttoria quando, nel 1785, il marito, per ragioni rimaste ignote, si ritirò dalla causa rinunziando a ogni azione legale. Lo stesso anno era morto il padre della F. ed ella dovette trovarsi in difficoltà se, nel maggio, richiedeva con supplica al re un sussidio mensile che le venne concesso in ragione di 12 ducati. La F. si gettò, allora, negli studi con dedizione appassionata. Insensibilmente si allontanò dalla poesia approfondendo temi di diritto pubblico e di economia, ma anche seguendo con interesse gli studi scientifici. Negli ultimi tempi della sua vita coniugale aveva infatti stretto legami di amicizia con il naturalista padovano Alberto Fortis (nove lettere inedite del Fortis alla F. e una lettera di lei al Fortis sono allegate agli atti del processo di separazione coniugale). La diffusione delle novità scientifiche e i reciproci rapporti tra gli intellettuali erano gli argomenti che le stavano sempre più a cuore. Nel 1789 non mancò di celebrare insieme – tra gli altri – con C. Filomarino, A. Ierocades, F.S. Salfi la legislazione concessa da Ferdinando IV per la colonia di San Leucio, manifattura reale che, ispirata com’era a principi egualitari, aveva suscitato grande entusiasmo tra i riformatori napoletani (sonetto in Componimenti poetici, per le leggi date alla nuova popolazione di Santo Leucio da Ferdinando IV re delle Sicilie…, Napoli 1789, p. 23). Si apriva intanto a Napoli, con la soppressione dell’offerta della chinea, una nuova fase di quel conflitto tra potere civile e potere ecclesiastico che aveva per oggetto la questione della presunta dipendenza feudale del Regno da Roma. La F. prese parte al dibattito che si sviluppò, accesissimo, anche in questa occasione e in opposizione a una Breve storia del dominio temporale della Sede apostolica nelle Due Sicilie, del cardinale S. Borgia (Roma 1789), nel 1790 diede alle stampe la versione italiana di un classico del pensiero anticurialista napoletano, il Nullum ius Romani pontificis maximi in Regno Neapolitano pubblicato nel 1707 da N. Caravita: Niun diritto compete al sommo Pontefice sul Regno di Napoli. Dissertazione storicalegale del consigliere Nicolò Caravita, tradotta dal latino ed illustrato con varie note (Aletopoli ma Napoli). Il testo era preceduto da una introduzione nella quale la F. rievocava la tradizione regalista napoletana a partire da A. Danio fino a Gennaro Cestari e, all’interno di quella, tributava un alto riconoscimento al significato storico dell’opera di P. Giannone, “illustre campione e martire della causa nazionale” del quale “si può ben dire ch’egli abbia con i suoi scritti formati quasi di noi una nuova nazione” (p. XXXI). La F. aggiunse al testo un apparato dì note esplicative che testimoniano una conoscenza approfondita dei principali temi della tradizione giurispubblicista napoletana. Della sua attività negli anni successivi fino al 1798, quando venne imprigionata e quando ormai a Napoli era giunto a maturazione quel processo che vide tanta parte del ceto intellettuale riformista aderire ai principi e all’azione rivoluzionaria, si hanno scarse notizie, di modo che non è agevole seguire il mutamento e la conversione del suo pensiero. Ancora nel 1792, con due lavori entrambi dedicati alla patria portoghese, sembrava ripercorrere, per forma e contenuti, precedenti esperienze intellettuali. Nel primo presentò, infatti, in versione italiana, l’opera del teologo portoghese A. Pereira de Figueiredo, massimo interprete del giurisdizionalismo lusitano (Analisi della professione di fede del santo padre Piio IV di Antonio Pereira Figueiredo…, Napoli 1792), mentre dedicava il secondo, un oratorio sacro forse commissionato dalla stessa corte di Lisbona, a Carlotta di Borbone moglie di Giovanni VI reggente del Portogallo (Croce, 1954, pp. 136-143). Nel contempo seguiva con interesse gli avvenimenti francesi e presso di lei si raccoglievano per commentare le notizie della Francia riportate dal Moniteur – che ella riceveva dal rappresentante diplomatico del Portogallo – alcuni di coloro, come A. Giordano e il Cestari, che saranno poi implicati in attività cospirative (Nicolini, 1935, p. 3). Nelle carte giudiziarie il suo nome si incontra per la prima volta negli anni 1794 e 1795 tra quelli indicati proprio dal “reo di Stato” Giordano (Croce, 1968, p. 26). Gli avvenimenti di quell’anno, la scoperta di una congiura giacobina, il processo che ne seguì, la sentenza di morte per V. Galiani, V. Vitaliani ed E. De Deo, il supplizio soprattutto di quest’ultimo, della cui figura i contemporanei – dirà il Conforti (1887, p. 26) – “si innamorarono” e al quale la F. dedicherà un commosso ricordo sulle pagine del Monitore napoletano (n. 11, 19 ventoso anno VII [9 marzo 1799]), segnarono probabilmente, anche sul piano emozionale, il punto estremo di una crisi intellettuale e politica. Nel 1795 le era morto il marito e intorno a quella data veniva ormai considerata sospetta (Croce, 1968, p. 26). Due anni dopo le fu sospeso il sussidio reale che mensilmente percepiva dai Banchi della capitale e il 5 ott. 1798 fu imprigionata e condotta nel carcere della Vicaria. Il vecchio amico e incaricato d’affari portoghese G. De Sousa, informando dell’arresto il ministro de Sà Pereira, in quei giorni a Lisbona, ricordava come inutilmente le avesse raccomandato la moderazione e la prudenza concludendo, con un moto di stizza, esser lei “donna quanto dotta altrettanto pazza, imprudente e sciocca” (ibid., p. 27). La F. rimase alla Vicaria fino alla metà del gennaio del 1799 quando, a seguito dell’armistizio siglato a Sparanise dal vicario generale F. Pignatelli di Strongoli con le forze francesi, i lazzari presero d’assalto le carceri cittadine liberando insieme con i detenuti comuni quelli politici. Ella prese subito parte alle riunioni del comitato di patrioti che, a fronte della minaccia di anarchia popolare o del tentativo di un governo aristocratico degli eletti della città, propugnava l’instaurazione di una repubblica democratica. Insieme con G. Logoteta, D. Bisceglia, G. Schipani fu tra quei “pochi intrepidi cittadini” che, introducendosi con uno stratagemma il 19 gennaio in Castel Sant’Elmo, il 20 se ne impadroniva, aprendo così la via all’ingresso dei Francesi in Napoli, e la mattina del 22 proclamava la Repubblica Napoletana. In Sant’Elmo la F. compose un inno alla libertà, non pervenutoci, le cui strofe suonavano “di odio al re e giuramento alla libertà” (Monitore napoletano, n. 14, 3 germile anno VII [23 marzo 1799]). Nella breve vita della Repubblica la F. si ritagliò uno spazio suo proprio divenendo con il Monitore napoletano la più celebre “cronista”. A Napoli, infatti, come in tutti gli altri Stati italiani liberati dai Francesi subito nacque una nuova stampa politica della quale il Monitore fu l’esemplare più notevole. La pubblicazione del giornale venne annunziata con un manifesto di avviso privo dell’indicazione della data ma il cui contenuto C. De Nicola riportava al 29 gennaio: “si è annunziata la pubblicazione di un Monitore napoletano che darà notizia di tutte le operazioni del governo”. Il primo numero di quattro pagine, più un supplemento, Uscì il 2 febbr. 1799, l’ultimo l’8 giugno con periodicità bisettimanale (martedì e sabato). I numeri del primo trimestre furono composti presso la stamperia di G. Giacco, quelli del secondo a partire dal n. 26 del 9 maggio dalla Stamperia nazionale. Con il n. 26 cambiava pure la struttura tipografica della testata alla quale furono aggiunte le parole “Maiestas populi” e, per la prima volta, la F. siglò il giornale con le sue iniziali. A partire anche da questo dato recentemente è stato sollevato il problema delle origini del Monitore e se ne è attribuita la prima ideazione a C. Lauberg, che lo avrebbe concepito come organo di stampa governativo. Ma, nominato il 25 gennaio presidente del governo provvisorio, questi dovette affidarne la cura alla F., che ne sarebbe divenuta l’effettiva direttrice solo a metà aprile, quando il Lauberg, travolto dalle accuse, scomparve dalla scena politica della Repubblica (Battaglini, 1974, pp. VII-XI). Del Monitore la F. fu comunque, sin dal primo numero, l’unica protagonista e come tale venne menzionata dalla diaristica napoletana a lei contemporanea. Sembra, non sapendosi di altri collaboratori, che la F. scrivesse da sé la più parte degli articoli, informazioni, precisazioni che il giornale andava pubblicando e che pure direttamente raccogliesse le notizie partecipando alle sedute del governo provvisorio e alle manifestazioni e cerimonie della Repubblica. Dalle colonne del giornale ella si misurò con pressoché tutti i problemi cruciali che si posero in quei pochi mesi affrontandoli con stile semplice ed efficace e con notevole indipendenza di pensiero. I rapporti con la Francia, che toccavano il delicatissimo punto dell’autonomia e piena sovranità del governo napoletano, furono trattati con grande cautela; ma il giornale non mancò di segnalare singoli episodi di malcostume d i cui si resero protagonisti militari francesi talvolta giungendo, come nel caso del comandante militare della piazza di Napoli generale G. Rey, che si era impadronito delle collane dei Toson d’oro, allo scontro diretto. Essa credeva, in questo ricalcando il grande progetto giacobino dell’educazione politica del popolo, che uno dei principali compiti della Repubblica fosse l’azione pedagogica rivolta verso la plebe. “La plebe diffida dei patrioti perché non l’intende” scriveva sul Monitore (n. 3, 21 piovoso [9 febbraio] mentre invitava “qualche zelante cittadino a pubblicare delle civiche arringhe nel patrio vernacolo napoletano, onde così diffondere la civica istruzione in quella parte del popolo che altro linguaggio non ha”, e tentava una prima riflessione sui rapporti che la Repubblica doveva intrattenere con la plebe: “questa parte del popolo comprende non solo la numerosa minuta popolazione della città, ma benanche la più rispettabile delle campagne; e se sopra di questa parte poggia pur nelle Monarchie la forza dello Stato, vi poggia nella Democrazia la forza non solo, ma la sua dignità” (ibid.). La propaganda in dialetto napoletano, una gazzetta in vernacolo che, a spese del governo, fosse letta nelle piazze e riportasse i più importanti provvedimenti presi dalla Repubblica, teatri di burattini e cantastorie che trattassero “soggetti democratici”, missioni civiche create sul modello delle preesistenti missioni religiose e affidate a ecclesiastici che avessero pratica di “persuasiva popolare” sono alcuni dei rimedi che la F. andò proponendo. Di fronte alle notizie di stragi e devastazioni che giungevano dalle province si opponeva alla pratica del terrore messa in opera dall’esercito francese contro gli insorti, ricordando il terribile esempio della Vandea e l’inutilità della repressione ordinata da M. Robespierre (ibid., n. 5, 28 piovoso [16febbraio]). Ancora ai primi di giugno, quando la fine era prossima, protestava contro una legge che, ordinando il sequestro dei beni degli insorti da destinarsi per metà ai soldati repubblicani, “promuove in materia così delicata un giudizio tumultuario…, quasi una dichiarazione di guerra e condanna anticipata de’ privati benestanti cittadini delle Comuni rivoltose” (ibid., n. 33, 13 pratile [1° giugno]). Dei provvedimenti economico-finanziari presi dal nuovo governo, la legge di riforma dei banchi elaborata dalla Commissione legislativa le parve totalmente insufficiente al fine di una politica di risanamento finanziario e al suo posto propose un suo progetto di riforma (ibid., n. 27, 22 fiorile [11 maggio]) che le attirò le critiche del giacobino Giornale estemporaneo (n. 8, 29 fiorile [18 maggio]). L’altro tema che la F. trattò ampiamente sulle pagine del Monitore fu quello della legge sui feudi. Non vi era questione, nel Regno, che fosse stata così largamente dibattuta come quella feudale, così che “dopo la disfatta del trono, ragion volea che seguisse immediatamente nella nostra Repubblica l’abolizione dell’oppressione feudale” (n. 18, 20 germile [9 aprile]). Al contrario, avvenne che i dissensi furono tali che la legge fu approvata solo alla fine di aprile, dopo una discussione che durò due mesi e quando ormai la controrivoluzione avanzava. Di quel dibattito la F. diede sul Monitore il resoconto più completo e lucido tra quelli lasciati dai contemporanei e, tra le due ipotesi che si opposero, quella radicale del Cestari e quella moderata di F.M. Pagano, appoggiò il progetto di G.L. Albanese che delle prime due costituiva una soluzione di compromesso (Galasso, 1989, pp. 633-660). Del resto essa sostenne sempre posizioni di grande equilibrio: “la saggia e sventurata Pimentel” dirà di lei V. Cuoco (p. XXXVIII), mentre Croce (1968, p. 52) del Monitore sottolineerà “la calma e l’elevatezza morale”. Quando ormai l’armata francese si apprestava a lasciare Napoli, la F. dapprima non volle credere alle “voci ingiuriose” (Monitore, n. 23, 8 fiorile [27 aprile] per poi fare appello al “coraggio” e osservare che “un popolo non si difende mai bene che da se stesso … perché la libertà non può amarsi a metà, e non produce i suoi miracoli che presso popoli tutti affatto liberi” (ibid., n. 28, 25 fiorile [14maggio]). Mentre gli avvenimenti si succedevano drammatici e rapidissimi sempre più, pubblicò, negli ultimi numeri dei giornale, solo notizie ufficiali e in quello dell’8 giugno, che fu l’ultimo, ancora riportava voci di vittorie repubblicane. Il 13 di giugno il cardinale F. Ruffo entrò nella città e il 19 fu firmata la capitolazione, in base alla quale i patrioti, che vi si erano rinchiusi, poterono lasciare i castelli e imbarcarsi sulle navi che dovevano portarli a Tolone. Ma il 30 giugno il re, rientrato a Napoli, dichiarava nulla la capitolazione e istituiva la Giunta di Stato. Dei “rei di Stato” furono compilate due liste delle quali una riservata agli ottanta patrioti oggetto della capitolazione con il Ruffo; per questi non si poteva eseguire la condanna a morte senza l’assenso regio. Non è certo che la F. si trovasse in questa lista; nell’agosto era comunque prigioniera sulle navi all’ancora in porto tra coloro che erano in attesa di giudizio. Per molti, la cui responsabilità fu ritenuta più lieve, venne autorizzata la partenza per la Francia e a tal fine fu fatta loro firmare una “obliganza penes acta” in virtù della quale accettavano la condanna all’esilio rinunziando al processo: la F. era tra questi. Mentre le navi si apprestavano a partire la Giunta richiese lo sbarco di altri dieci patrioti per i quali, si disse, vi era stato un errore. La F. non figurava in questo elenco; ma due giorni dopo giunse la richiesta di far sbarcare anche lei, che venne rinchiusa nel carcere della Vicaria. Il processo fu istruito dal consigliere V. Speciale, il più intransigente dei giudici della Giunta, e il 17 agosto fu pronunziata la sentenza di morte per impiccagione. La F. chiese che la condanna fosse eseguita tramite decapitazione, così come spettava ai nobili del Regno, ma il privilegio le fu rifiutato con il pretesto che il re aveva riconosciuto ai Fonseca solo la nobiltà portoghese. Il 18 fu trasferita nella cappella del castello del Carmine e assistita dai padri della Compagnia dei Bianchi della giustizia. Il pomeriggio del 20 ag. 1799 insieme con altri sette condannati, tra i quali G. Colonna, G. Serra, il vescovo M. Natale, fu condotta sulla piazza del Mercato dove “vestita di bruno, colla gonna stretta alle gambe” (De Nicola, in data 20 agosto), per ultima salì sul patibolo. [ Enciclopedia Treccani]

Fonti e Bibl.: Arch. di Stato di Napoli, Processi antichi, Gran Corte della Vicaria, Ordinamento Zeni, Processo di separazione di d. Eleonora Pimentel Fonseca dal marito D. Pasquale Tria de Solis, fascio 133, f 43; B. Papadia, Egloghe pastorali, Napoli 1770; A. di Gennaro, Poesie, Napoli 1796, 1, p. 26; P. Metastasio, Tutte le opere, Firenze 1832, pp. 1048 ss., 1088-1093; M. d’Ayala, Vite degli italiani benemeriti della libertà e della patria uccisi dal carnefice, Torino-Napoli-Firenze 1883, pp. 285-308; L. Conforti, Napoli dal 1789 al 1796, Napoli 1887, p. 206; A. Ricciardi, Memorie sugli avvenimenti di Napoli nell’anno 1799, in Arch. stor. per le prov. napoletane, XIII (1888), pp. 79-83; D. Marinelli, I giornali. … Due codici della Biblioteca nazionale di Napoli (XVD. 43-44), a cura di A. Fiordelisi, Napoli 1901, I, pp. 39, 72, 89; C. De Nicola, Diario napoletano dal 1798 al 1825, Napoli 1906, I, pp. 61, 81, 113, 179, 195, 286 s., 312 n., 388; V. Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli, a cura di N. Cortese, Firenze 1926, pp. XXXVIII, L; N. Nicolini, Luigi de’ Medici e il giacobinismo napoletano, Firenze 1935, p. 3; B. Croce, Una inedita protesta di E. de F. P…., in Varietà di storia letteraria e civile, Bari 1949, pp. 171-176; Id., Nuove notizie e documenti intorno a E. de F. P., in Aneddoti di varia letteratura, Bari 1954, III, pp. 126-143; Id., Altre notizie per la biografia di E. de F. P., ibid., pp. 144 s.; Id., Federico Münter e la massoneria a Napoli nel 178586, ibid., p. 172; Id., La rivoluzione napoletana del 1799, Biografie. Racconti. Ricerche, Bari 1968, pp. 3-83; E. de F. Pimentel. La questione feudale nel 1799, in Il Sud nella storia d’Italia. Antologia della questione meridionale, a cura di R. Villari, Bari 1981, pp. 38-48; J. Godechot, La grande nazione. L’espansione rivoluzionaria della Francia nel mondo 17891799, Bari 1962, pp. 438 s.; R. Sirri, La cultura a Napoli nel Settecento, in Storia di Napoli, VIII, Napoli 1971, pp. 245 s.; F. Schiattarella, La marchesa giacobina E. F. P., Napoli 1973 (contiene anche bibl. di scritti portoghesi sulla F., pp. 271-275); Il Monitore napoletano, a cura di M. Battaglini, Napoli 1974; A. Buttafuoco, E. F. P.: una donna nella rivoluzione, in Nuova dwf, aprile-giugno 1977, pp. 51-92; G. Addeo, La stampa periodica durante la Repubblica napol. del 1799, in Nuovi Quaderni del Meridione, XVI (1978), pp. 28-50; Id., Contributo alla ricerca sulle origini del Monitore napol. di E. P. de F., in Samnium, LII (1979), pp. 103-111; P. Sgrilli, Codici linguistici e codici retorici: un caso esemplare di interferenza, in Retorica e scienza del linguaggio…, Roma 1979, pp. 235-258; G. Sorel, Lettere a B. Croce, Bari 1980, p. 43; D. Scafoglio, Lazzari e giacobini. La letter. per la plebe (Napoli 1799), Napoli 1981, pp. 1-20; F. Venturi, Settecento riformatore, IX, Torino 1984, pp. 227-231; G. Galasso, I giacobini meridionali, in La filosofia in soccorso de’ governi, Napoli 1989, pp. 509-548; Id., La legge feudale napoletana del 1789, ibid., pp. 633-660; M. Saracinelli, E. F. P.: tra rivoluzione e diritti delle donne, in Senza camelie. Percorsi femminili nella storia, a cura di I. Ricci, Ravenna 1992, pp. 13-27. La figura della F. ha ispirato numerose biografie romanzate tra le quali: B. Gurgo, E. F. P., Napoli 1935; E. Striano, Il resto di niente, Napoli 1986; M.A. Macciocchi, Cara E. Passione e morte della F. P. nella rivoluzione napoletana, Milano 1993.

Un pensiero a questa nobile donna di forza d’animo straordinaria che rende tutte noi, donne, orgogliose e fiduciose e ci consente di attingere a lei come esempio di vita.

 

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Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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2 risposte a “Sonetti” di Eleonora de Fonseca Pimentel

  1. Francesca Russo ha detto:

    Mi permetto di notare che Eleonora Pimentel Fonseca lasciò il marito perché incolto e violento, prima che lui morisse. Il figlioletto Francesco non morì a due anni ma a otto mesi.

    "Mi piace"

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