“Le passioni dell’anima” di Gabriella Petrelli

Il nostro primo incontro con il mondo avviene attraverso le emozioni e l’Eros. Prima ancora di essere consapevoli e pensanti riconosciamo noi stessi ed il mondo manifestando gli impulsi fondamentali che ci consentono di esistere. La nostra storia individuale ripete quella dell’umanità: gli antropologi hanno messo in evidenza l’approccio animistico dell’uomo primitivo che considera l’universo circostante come componente dell’immaginario individuale e collettivo. L’uomo senza passioni non potrebbe costruire sé stesso né intessere relazioni con gli altri.
Ma la filosofia come considera le passioni?
Aristotele affermava che l’interrogazione filosofica è preceduta dall’atteggiamento di meraviglia, di curiosità nei confronti delle cose. La domanda filosofica, l’indagine delle cause dell’accadere degli eventi, nasce dal sentire per poi trasformarsi in pensiero razionale e rigoroso.
Platone affida al demone “eros” il compito di elevare la conoscenza al mondo ideale dove l’anima ha contemplato la bellezza dell’eterno. Senza l’amore che fa da tramite unendo la realtà umana transeunte a quella divina, l’anima rimarrebbe prigioniera delle ombre della conoscenza sensibile. Eros è la metafora della filosofia che è da sempre desiderio del sapere, tensione verso l’assoluto.

La concezione di amore come strumento di conoscenza è presente nel neoplatonismo rinascimentale: Marsilio Ficino ritiene l’amore come ciò che congiunge Dio al mondo e l’uomo a Dio stesso. Il punto mediano di congiunzione è l’anima dove il microcosmo si incontra con il macrocosmo.
I filosofi razionalisti del Seicento pongono al centro dell’esistenza umana, la ragione, ritenuta come strumento gnoseologico e pratico che conduce l’individuo all’orientamento nel mondo ed al raggiungimento della felicità.

Cartesio considerava fondamentale l’apporto della ragione nel governare le “affezioni” e gli “spiriti Vitali”, trasformandoli da passioni che si subiscono in azioni con cui il soggetto cerca ciò che gli giova, rifuggendo le passioni negative per l’equilibrio del corpo e dell’anima.
Spinoza considera le passioni come elementi facenti parte del mondo della natura che l’uomo non deve reprimere né esaltare ma comprendere. Il filosofo olandese vede nell’uomo la presenza di un istinto fondamentale: il conatus essendi, lo sforzo all’autoconservazione da cui egli deduce con matematico rigore le altre passioni. L’ordine geometrico del mondo include anche l’analisi delle affezioni. Così la gioia e la tristezza, il bene ed il male potenziano o deprimono il conatus essendi.
Spinoza viveva nella splendida illusione razionalista del governo assoluto della ragione che avrebbe condotto l’uomo all’adeguata conoscenza di sé all’interno dell’universo e dunque alla vera felicità.
Non ne saranno più tanto certi i filosofi romantici: l’esaltazione del “forte sentire” che trasporta l’uomo dalla prigione della quotidianità al mondo degli dei, alla Natura incontaminata e primordiale, alla poesia della creazione, è anche ciò che procura dolore e potrebbe condurre all’annullamento di sé.
È possibile annoverare Schopenhauer nell’ambito degli autori pessimisti del Romanticismo. Egli individua nella “volontà di vivere”l’essenza metafisica del reale e nello stesso tempo la pulsione primordiale dell’uomo. Sembra quasi sentire l’eco di Nietzsche e di Freud quando il filosofo di Danzica descrive le caratteristiche della volontà di vivere: irrazionale, priva di scopo e di una causa precisa se non quella di affermare sé stessa.
Nietzsche farà riferimento al caos del mondo dionisiaco, Freud alla cogenza del mondo dell’es. Entrambi rivoluzionano, sconvolgono le certezze    razionali dell’uomo occidentale ponendolo dinnanzi al potere delle emozioni ed alla debole resistenza dell’io.
Nietzsche stesso ne fu travolto sprofondando nella follia. Il dottor Freud cercò attraverso le sue opere e la sua pratica terapeutica di condurre l’es verso la luce della coscienza, anche se egli sarà sempre pessimista sul destino dell’uomo.
Ma allora occorre ritornare ali stoici, alla loro imperturbabilità dettata dall’assenza di passioni?
Jung mi suggerisce l’impossibilità fuggire dalle passioni poiché fanno parte non solo della nostra storia individuale ma rappresentano l’inconscio collettivo che tramite le immagini primordiali o archetipi traducono la storia dell’uomo e del mondo. La psiche profonda è il luogo dove i nostri antenati vivono in noi e dove ogni gioia e dolore individuale si risolve e trova senso nell’universale tragedia e commedia umana.

Gabriella Petrelli

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Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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