“Alcune considerazioni sulla scienza” di Gabriella Petrelli

Galilei

Galileo Galilei

“Parmi, oltre a ciò, di scorgere nel Sarsi ferma credenza, che nel filosofare sia necessario appoggiarsi all’opinioni di qualche celebre autore, si che la mente nostra, quando non si maritasse, col discorso d’un altro, ne dovesse rimanere del tutto sterile ed infeconda… La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo) ma non si può intendere se prima non si impara ad intender la lingua e conoscer i caratteri, nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche.”G. Galilei, Il Saggiatore da Opere, a cura di F. Brunetti, UTET, Torino 1996. Questo brano di Galilei segna l’inizio della scienza moderna che assume delle nuove caratteristiche distanti dalla visione allegorico-religiosa del Medioevo e dalla concezione magica e antropomorfica dell’epoca rinascimentale. Il periodo storico in cui essa si manifesta è costituito da una significativa trasformazione politica, sociale e culturale che modifica la visione dell’uomo e dell’universo ed a sua volta ne è condizionata. L’Europa sta vivendo con le scoperte geografiche, con l’allargamento dei commerci che divengono mondiali, con la trasformazione artistica ed urbanistica delle città, il momento in cui l’essere umano, con la sua progettualità ed il suo raziocino, trasforma il mondo rendendolo più consono alle sue aspettative. Il Rinascimento amplifica la visione del cosmo, modificando la considerazione della natura ed il modo di indagare su di essa. La Rivoluzione copernicana stravolge le certezze scientifiche dell’antichità e del Medioevo mostrando all’uomo un universo completamente differente. Si incomincia a percepire un universo non più chiuso, finito, geocentrico, ma aperto alla dimensione dell’infinito. Cosa aveva cambiato la visione dei filosofi e degli scienziati? E’ noto che la scienza medievale considerava teorie valide soltanto quelle derivanti dai testi aristotelici che coincidevano con la concezione cattolica del mondo in cui non vi doveva essere differenza tra le dottrine della chiesa ed il pensiero tolemaico aristotelico. L’autorità della chiesa non era messa in discussione così come quella dello Stagirita. filosofi non guardavano al “Gran libro della natura”, ma commentavano con sottigliezza dialettica ciò che Aristotele vi aveva scritto. L’Umanesimo conduce al ritrovamento ed alla pubblicazione dei manoscritti greci anche di natura scientifica che appartengono a quella che è stata definita “Rivoluzione dimenticata”. Questi testi contengono tesi contrastanti la vulgata scientifica aristotelica, mettendola in dubbio tramite la visione eliocentrica, l’infinità dell’universo, l’apporto significativo dei saperi matematici. La natura assunse una realtà autonoma, un ambito da esplorare e da conoscere con strumenti del tutto nuovi sopratutto quando si pose la distinzione tra il soggetto(la ragione) e l’oggetto(la natura), senza la quale non è possibile supporre una qualsiasi indagine. Carlo Sini, autorevole filosofo contemporaneo, osserva come il gesto di Galilei di puntare il cannocchiale verso il cielo sia stato il cominciamento della scienza moderna: lo scienziato è colui che osserva la natura, stabilendo attraverso la ragione, i criteri della ricerca. Husserl afferma che una delle peculiarità dell’età moderna è rappresentata dall’estensione della ragione a tutti gli ambiti dell’esistenza umana ed in particolare allo studio della natura. Il logos, come affermavano gli antichi, diviene lo strumento di comprensione e di spiegazione del mondo. Ma cosa gli scienziati ed i filosofi del diciassettesimo secolo consideravano razionale? In che cosa consisteva lo studio oggettivo della natura? Il termine razionale è polisemico e non privo di ambiguità. Occorre, dunque, specificarne il significato, contestualizzandolo. La ragione corrisponde per Galilei alle “necessarie dimostrazioni”, la traducibilità dell’esperienza scientifica in dati quantitativi e matematici che a sua volta trova riscontro nell’esperimento. La visione di Galilei non era del tutto estranea alla filosofia del Seicento. Si pensi soltanto alla costruzione del nuovo sapere cartesiano attraverso il metodo dei “geometri”; all’utilizzo del sapere matematico che costituisce l’universo metafisico di Spinoza. La matematica attraversa la filosofia in cerca di un fondamento oggettivo ed universale che non può più essere fornito solo dalla metafisica. Ma in Galilei essa assume una portata straordinaria che dà luogo alla scienza moderna: libera lo studio della natura da dimensioni metafisico – religiose che non le pertengono, affidandola all’oggettività degli aspetti quantitativi, misurabili, verificabili nell’esperienza. La rivoluzione filosofica di Galilei è non solo l’affermazione della teoria eliocentrica ma anche l’aver concepito l’operare scientifico come costruzione razionale di teorie verificabili attraverso l’esperimento, in altri termini, il metodo sperimentale. La metafisica è bandita dalla scienza (anche se in Galilei non è del tutto assente la dimensione ontologica che fa identificare l’universo creato da Dio con il linguaggio matematico utilizzato dallo scienziato), essa deve dunque essere indirizzata all’oggettività. Kant giustificherà tale oggettività, fondandola sul soggetto universale della conoscenza, su ciò che egli definisce “IO PENSO”. IL positivismo confermerà ulteriormente , esaltandola, l’oggettività scientifica bandendo qualsiasi riferimento al soggetto e ribadendo la presenza del fatto, del puro dato empirico come l’unica istanza scientifica a cui attenersi. Ma può esistere il dato empirico senza che vi sia una qualsivoglia relazione con il soggetto? La questione è tuttora controversa e le risposte degli epistemologi e degli scienziati sono plurali e differenti così come è difficile trovare una posizione metodologica univoca nella scienza contemporanea . Ma, se si suppone che esista nella scienza un rapporto tra soggetto ed oggetto, che relazione potrebbe esserci? Husserl nella sua importante opera “La crisi delle scienze europee” asserisce che ogni teoria scientifica nasce da ciò che egli definisce “mondo della vita”. Questa espressione si riferisce al particolare rapporto che la coscienza ha con l’insieme degli oggetti che costituiscono il mondo. L’attività “noetica”, il conferire significati a ciascuno oggetto precede qualsiasi processo conoscitivo, anche quello teoretico e scientifico. Perciò ogni scienziato ,compreso lo stesso Galilei, astrarrebbe dal comune mondo della vita i modelli teorici utili al suo operare scientifico. Tale posizione comporta non poche difficoltà di carattere epistemologico,tuttavia talune teorie del Novecento non escludono la presenza della soggettività come elemento non irrilevante nell’attività scientifica. Vorrei concludere queste poche e aperte riflessioni sulla scienza, auspicando che l’uomo riesca ad indirizzare la ricerca contemporanea in una direzione più umana, rispettosa dell’ambiente e delle sue risorse, della vita e della libertà di ogni essere vivente. In medicina, in particolare, non si può aggiungere al dolore improvviso di una malattia, il peso dell’indifferenza e della neutralità scientifica. Gabriella Petrelli

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Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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